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Lamette, il duo più nudo del momento

Dateci una lametta. Anzi, due. Lamette apre ferite profonde solo per il tormento di vedere sotto pelle che c’è, e lo fa con la precisione del chirurgo ma con il sadismo del carnefice. Insomma, nei tre singoli fin quei rilasciati (per ultimo, “spoglio di te”) per Aurora Dischi c’è tanto malessere, profondo disagio generazionale e spinta verso l’altro, come Icaro lanciato contro il Sole immemore delle sue alucce di cera. Ma che male c’é? Se proprio si deve cadere, tanto vale godersi il volo.

Ciao Lamette, domanda d’esordio nel mondo, come direbbe il buon vecchio Brunori: come state?

Vasco+Cristian: Tutto bene grazie!

Ma il vostro nome, Lamette, da dove deriva? 

V.: “Lamette” è un nome che non ha un vero e proprio significato dietro… a noi richiama un po’ il mood che puoi avere quando non hai voglia di fare niente e stai tutto il giorno sul divano, un po’ come viviamo noi.

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Tu non mi sopporti 🦄

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Vuoi anche per il nome, ma c’è qualcosa di doloroso e di addolorato, nella vostra musica. Quanto sentite “generazionale” la vostra condizione? Nel senso che questa sensazione, questo modo di fondo che si respira nei vostri brani sembra appartenere a tutti, pur nell’intimismo della vostra scrittura.

C.: Nel testo di un nostro brano non ancora uscito diciamo “generazione di ragazzi depressi”, perciò penso che la nostra condizione sia estremamente generazionale, come per molti ragazzi della nostra età, e ovviamente ciò influenza il nostro processo creativo.

Nel giro di pochi mesi – dal vostro esordio quest’anno – tre singoli fuori, tre conferme di un percorso in crescita. Ma quanto sono cambiati Lamette da “rotto di te” e cambierebbero qualcosa di quello che è stato?

V.: Lamette è un progetto che abbiamo iniziato con l’intento di differenziarci dalla massa, cercando di mischiare generi e sonorità diverse. La nostra musica è in continua evoluzione e “rotto di te” rappresenta per noi l’inizio di questo percorso, perciò non cambieremmo nulla di quello che è stato… ogni tassello è importante per la nostra crescita artistica.

E invece, “quando ti spogli”?

C.: “quando ti spogli” è nata nel periodo di lockdown, siamo partiti dal giro di chitarra e dal vocalizzo che segue tutta la canzone, poi il ritornello e il resto è venuto naturale. L’intenzione era quella di fare un pezzo chill ma allo stesso tempo incisivo, e anche grazie alla collaborazione con Zioda direi che siamo riusciti nel nostro intento.

Quanto è importante, oggi, recuperare il senso nudo delle cose? La nudità è ormai mercificata e sdoganata ovunque, ma di “anime nude” – e più che mai nella musica – se ne sentono davvero poche. 

V.: Per recuperare il senso nudo delle cose bisogna essere se stessi al 100% (soprattutto nel settore musicale) e non è facile per tutti. Ormai si vedono e si sentono troppi prodotti finti e ciò penalizza la creatività che ha sempre caratterizzato il mondo della musica.

E a voi, la nudità fa paura? Non quella che si ottiene levandosi i vestiti (o almeno, non solo quella) ma la totale vulnerabilità che deriva dall’abbandonare ogni resistenza, ogni armatura e maschera.

C.: Nella musica non mi spaventa essere me stesso, ma non essere capito… mentre in amore la totale vulnerabilità a volte può essere un pericolo. Come dice Capo Plaza in una sua canzone: “Bravo sì, ma mica fesso”.

Il 2020 è l’anno del vostro esordio, coinciso con lo scoppio della pandemia. Ci raccontate un po’ com’è andata, e come pensate che potrà andare, da ora in poi, per la musica italiana e sopratutto per il suo pubblico? Proviamo a fare previsioni impossibili, al massimo vi acclameremo come novelli Nostradamus!

V.: La musica in Italia è molto stagionale… la nostra visione invece è più internazionale, nel senso che se un pezzo è forte lo è sia d’estate che d’inverno. Secondo me il pubblico italiano si avvicinerà molto di più a quest’ottica.

Se vi dicessi di scegliere tre dischi da far sentire alle nuove generazioni per “educarle” al bello, quali scegliereste? C’è bisogno, ora più che mai, di inseguire la bellezza…

V.: “Dr. Feelgood” dei Mötley Crüe, “Whack World” di Tierra Whack e “IGOR” di Tyler, The Creator.


C.: “Electric Ladyland” di Jimi Hendrix, “AM” degli Arctic Monkeys e “I like it when you sleep, for you are so beautiful yet so unaware of it” dei The 1975.

Tre singoli sono il numero giusto per lanciare un album, oppure ci farete penare ancora un po’ prima di ascoltarvi in maniera più completa?

V.: Se l’album fosse una casa i tre singoli sono le fondamenta, ora manca tutto il resto…

Salutateci a modo vostro, e fateci una promessa che domani non vi potremmo rinfacciare di aver disatteso!

C.: Ciao raga, vi prometto che l’album uscirà presto!