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Robbe’, il mare e la rivoluzione

Avete mai sentito dentro quel rumore sordo che fa il cuore quando si spaura e cade giù dallo sterno fino alla bocca chiusa dello stomaco, e la deriva dei pensieri porta l’anima a cercare un angolino sicuro da cui proteggersi dalla risacca, e dal sale che brucia occhi e ferite? Ecco, questa è su per giù la sensazione tremenda che dà l’appiattimento di ogni moto interiore e la cesura drastica con ciò che chiamiamo “casa” quando, di fronte al riflusso dell’esistenza, ci troviamo a fare i conti con annebbiamenti padani che si stendono non solo sulla Cisa e sulla via per Milano ma anche sulle nostre stanche membra di giovani naufraghi, impegnati a non colare a picco di fronte a tutto questo mare di niente che la Storia offre alla nostra generazione.

Robbé è un puro, e si sente da come canta prima ancora che da cosa canta: cuore irlandese per elezione, pugliese per nascita e ramingo per necessità nel valzer infinito che da anni ha deciso di ballare su e giù per il Paese, ben consapevole che la fissità della quiete altro non è che lo stagnamento della resa, il palliativo della paura. Nell’era del pop a tutti i costi e del tripudio del digitale, il cantautore di stanza a Bologna va in controtendenza e ritorna alle radici – che, come raccontano in Africa, di ombre non ne hanno – con un singolo d’esordio così “tradizionale” (nel senso migliore del termine, ossia realizzato secondo i valori e i segreti della miglior tradizione autorale nostrana; insomma, una canzone DOP) da essere quasi “innovativo”: al giogo del mercato e alle ricette per il successo, Robbé preferisce il sapore del pane fatto in casa, sapendo rispettare i tempi di lievitazione e conscio che la degustazione sarà per pochi, magari, ma giusti e consapevoli.

“Vorrei vivere al mare”, infatti, è il classico brano cesoia; in che senso, cesoia? Nel senso che pota, snellisce e spunta la ricezione di massa, la rende mirata solo nel suo esistere in un certo modo: puro songwriting a cavallo tra Americhe e Magna Grecia e arrangiamenti folk con la giusta dose di Irlanda (vedi Modena City Ramblers, ma solo per un fatto di popolarità del brand) fanno da volano ad un testo ben scritto, equilibrato e sincero. La “cesoia” spaventa l’avventore casuale e ineducato, certo, ma dall’altra parte fidelizza l’intenditore attraverso il gesto estremo di una scelta quasi rivoluzionaria, nel 2020: fare musica suonata, che abbia un senso e che possa ancora raccontare qualcosa di “vero”. E si sa che, come direbbe George Orwell, dire la verità nell’era della bugia universale è di certo un atto rivoluzionario.

Ottimo esordio, ora altro non resta che aspettare, presto, conferme.