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Stefano Nottoli, il resistente

Conoscete Stefano Nottoli?

Io, sono sincero, fino a stamattina no. Ma da stamattina non posso più fare a meno della sua musica e sopratutto del suo ultimo singolo “DNA”, fuori ovunque da un paio di settimane ma scoperto – e con colpevole ritardo – solo oggi; non fatemene (e non fatevene, nel caso foste anche voi anime problematiche con deficit d’attenzione) una colpa troppo grossa: è anche vero che, nel grande supermercato di Spotify, è difficile orientarsi con sicurezza, e tra i prodotti di plastica e pre-confenzionati da major che saprebbero far sembrare un pavone anche un pollo da cortile le cose belle (per davvero) finiscono col dover sgomitare per ricavarsi uno spiraglio d’attenzione.

Ecco, facciamo così: assolviamoci dalla responsabilità di non aver dato prima la giusta sterzata ai nostri ascolti del weekend promettendoci di non lasciar più scivolare via un brano come “DNA” e assicurandoci (e rassicurandoci) l’un l’altro di tutelare l’emergenza dell’emergente ricordandoci, da ora in poi, di Nottoli. Perché la bellezza richiede attenzione, protezione e militanza, e la musica che emerge (o che quanto meno prova a farlo) ha bisogno di un pubblico che emerga, e che la aiuti a non rimanere con le ali inchiodate al suolo da chili di plastica da discomarket.

“DNA” è inno generazionale per noi, dispersi alla ricerca di certezze che ancora crediamo esistere al di fuori del nostro cielo stellato interiore, e della legge dei nostri filamenti genetici: siamo la risposta alle nostre domande, anche se a volte, quella risposta, non ci piace; dietro l’albi del miglioramento, spesso, nascondiamo la paura di essere quello che siamo, con tutto il nostro bagaglio di meravigliosi difetti e particolarissime malformazioni che ci appartengono, ci distinguono e ci permettono – in fondo alla notte – di riconoscerci a vicenda. E si riconoscono, eccome, anche tutti i riferimenti musicali di una penna che sembra aver superato l’idolatria dei Maestri nel tratto sicuro di una scrittura memore della tradizione, certo, ma con lo sguardo ben piantato sul futuro: sonorità pop ’20 si combinano, con virtuosa alchimia, alla devozione per Battiato e Gazzé che, all’ascoltatore malizioso come me, ammiccano tra gli incisi di un brano originale e identitario perché consapevole del suo percorso formativo.

Insomma, una bella scoperta che dà fiducia a chi troppo spesso finisce con il rassegnarsi all’abitudine e al consumismo musicale; brani come “DNA” fanno bene proprio perché incoraggianti: un mondo migliore esiste e resiste.

Siamo noi, a non dover smettere di credere alla Resistenza. In tutti i sensi.