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Le cinque cose preferite di  Roberto Salis

Fuori dal 3 novembre “Fotosintesi”, il nuovo EP di Roberto Salis. Tre canzoni che mostrano tutte le capacità del musicista sia dal punto di vista testuale che di sound. Dall’ironia di “Rido,” alla critica tagliente di “Yes Man”, fino alla sospensione ipnotica di “Change (In The Air)”. Ogni elemento, chitarre ritmiche e soliste, sintetizzatori, basso e voce, è suonato dallo stesso artista. Il risultato è un lavoro radicalmente personale e coerente, capace di fondere poesia, sperimentazione e groove.

Il sound riesce ad essere creativo e unico. Ci si diverte tra pop e blues in “Yes Man”, passando per uno stile più da cantautore pop in “Rido” per poi sorprendere con l’elettronica di “Change (In the Air)”. Roberto Salis è un artista poliedrico che nel corso del tempo ha saputo attualizzare ascoltando le novità, ma senza perdere il suo stile unico.

Noi per conoscerlo meglio gli abbiamo chiesto le sue cinque cose preferite.

LA CHITARRA

La chitarra per me non è solo uno strumento: è il mio scudo e la mia spada.
È un luogo. Un posto dove nasce e si muove il mio mondo .
È una forma di equilibrio: con lei in  mano, le cose si mettono in ordine, e io ritrovo fiducia in me stesso.
Quello che non so dire a parole, lo racconto tramite lei

È il modo in cui esprimo ciò che spesso resta nascosto.
È un dialogo silenzioso che non chiede nulla: ascolta.

È libertà di sentirmi me stesso.
Libertà di osare senza aver paura, perché quando suono non devo essere altro che ciò che sono.

La chitarra mi ha salvato la vita.
Se non facessi questo, oggi non sarei qui a parlarne.
Mi ha insegnato la costanza, e che le cose più vere richiedono cura.
Mi ha dato un’identità: quando suono, mi ricordo chi sono.È la mia voce quando non ho voce.

Giuliana e Pacio: la mia famiglia

Mia moglie e il nostro piccolo Pacio – il nostro maltesino che per noi è un figlio – sono il centro esatto della mia vita.
Il nostro rapporto d’amore vive nella quotidianità: nei gesti semplici che, giorno dopo giorno, costruiscono la nostra storia e tutti i risultati che abbiamo raggiunto insieme fino ad oggi, senza l’aiuto di nessuno.

Con Giuliana c’è un legame che nasce dalle nostre passioni: entrambi abbiamo trasformato ciò che amiamo nel nostro lavoro, ed è proprio il lavoro che ci ha permesso di incontrarci.
Tra noi esiste un sostegno silenzioso, una complicità che non richiede troppe parole, la capacità di condividere sogni, fatiche, risate e sì, anche piccoli litigi, come tutte le persone normali.

La vita mi ha insegnato che chi non “discute” mai spesso nasconde qualcosa. Basti pensare a quelle famiglie “finte perfette”, soprattutto negli anni ’70 e ’80: impeccabili e ordinate in pubblico, ma piene di silenzi punitivi dentro le mura di casa, dove l’affetto esisteva se obbedivi, altrimenti ti venivano instillati sensi di colpa.
Meglio allora un sano confronto, dove le cose si risolvono davvero, piuttosto che mettere la polvere sotto il tappeto e far finta di nulla.

Noi, invece, parliamo, ci confrontiamo e ci rispettiamo — anche nei nostri spazi e nei nostri tempi.
Il nostro è un amore che non cerca scenografie: vive nelle attenzioni, nelle parole , in un abbraccio o in una frase detta al momento giusto. È l’essere presenti, davvero, ogni giorno.

E poi c’è Pacio.
Il nostro maltesino è arrivato nella nostra vita due anni fa, portando con sé leggerezza, un amore spontaneo e un affetto puro che chiede soltanto presenza. Ha la capacità di trasformare una giornata difficile in qualcosa di più semplice, perché il suo modo di amare è diretto, autentico e incondizionato.

Finalmente oggi gli animali domestici ricevono il rispetto che per troppo tempo è stato negato loro, soffocato da frasi ignoranti come “È solo un cane”. Per fortuna, almeno per molti di loro, le cose sono cambiate.
Chi vive davvero accanto a un animale sa bene che spesso sanno amare più profondamente di molti esseri umani.

Il modo in cui Pacio ci vuole bene completa il nostro: riempie la casa di quella gioia immediata che solo gli animali sanno donare e ci ricorda che la felicità è fatta di piccoli gesti, sinceri e ripetuti.
Così siamo diventati la nostra famiglia, che con un po’ di ironia chiamiamo “il magico trio”: tre cuori diversi che appartengono alla stessa casa.

Ed è proprio questo intreccio di amore umano e amore animale che rende la nostra vita più completa, più equilibrata e più vera.

Il Palco

Il palco per me è il luogo dove tutto diventa vero. È l’attimo in cui paura, timidezza e insicurezze si dissolvono e diventano forza — ma solo con la chitarra addosso, perché senza di lei non ci salirei nemmeno.
Lì ogni emozione prende forma, esplode e si condivide.

Sul palco non esistono maschere: rimane solo chi sei davvero, nudo, esposto, amplificato da ogni situazione e dal rischio che lui stesso ti impone. Perché quando sbagli… sbagli, e non c’è scampo.
Ho sempre paragonato il palco alla strada:  dove fai i conti con te stesso, con la tua capacità di reagire, di cavartela, di restare in piedi. Devi essere presente, lucido, sincero. Perché un attimo di distrazione, e sei sotto.

E la strada, proprio come il palco, non perdona.

Il Blues

Il blues per me non è un genere: è un modo di respirare, di vivere.
È quella voce che arriva quando non hai più niente da dire, ma dentro senti tutto è un nervo scoperto.

Girando ho conosciuto tanti “bluesman” che fanno i lavori più diversi: idraulici, meccanici, minatori, carpentieri, persino ingegneri.
Ma ciò che li unisce è l’approccio (e dove vedo il “blues” )nella vita, il mazzo che si fanno ogni giorno. È il sacrificio, la fatica, il sudore. È quella roba lì che richiama il blues.
Magari strimpellano anche, e non è un caso che amino proprio questo linguaggio e tutto quello che porta con sé.

Il blues non lo suoni: lo lasci uscire.
È fatto di cicatrici e lividi che diventano note, di verità che non puoi nascondere, di strade che hai dovuto attraversare anche quando non volevi, ma che erano passaggi obbligati della tua vita.

Il blues è onesto.
Ti chiede una sola cosa: essere te stesso.
E quando ci riesci, anche solo per un istante, capisci che non stai più suonando: stai parlando con l’anima nuda, senza filtri e senza protezioni.
Non è una questione di velocità: è una questione di come le fai le cose, di cosa ci metti dentro.

Il blues ti battere il piede e muovere la testa e ti ricorda chi sei, da dove vieni e quanta strada hai fatto.
È una stretta, a volte scomoda, altre volte necessaria.
È il suono che rimane quando tutto il resto se ne va.
Ed è la base dell’85% di ciò che è nato musicalmente nel secolo scorso.

(nella foto sono col Rè del Blues il grande BBKing)

L’Esperienza

L’esperienza, per me, è come la strada: te la possono raccontare, ma la devi percorrere e assorbire.
Amo profondamente le persone che l’esperienza ce l’hanno addosso, qualunque essa sia. Mi piace stargli vicino, ascoltarle, osservarle, prenderle come esempio e imparare da loro, perché con loro si cresce davvero. L’esperienza è la scuola più onesta del mondo, e cammina sempre insieme alla strada.

L’esperienza ti insegna senza bisogno di parole: basta uno sguardo, un gesto, fatti concreti che parlano più di mille discorsi.
È una maestra silenziosa che non fa rumore, ma lascia segni che con il tempo diventano direzioni.

Le sue lezioni le capisci solo dopo averle pagate sulla pelle, quando ti rendi conto che ogni colpo subito ti ha preparato al passo successivo.
Grazie all’esperienza impari a scegliere chi tenerti accanto e chi lasciar andare: semplicemente perché, a un certo punto, riconosci ciò che ti fa bene e ciò che ti porta fuori strada.

Capisci che nessuna teoria vale quanto un graffio, un errore, o un rischio preso perché sentivi che dovevi farlo.

L’esperienza è un viaggio che non finisce mai: ti tempra, ti allena, ti mette alla prova, ti sbuccia e poi — quando serve — ti rimette in piedi.
È un processo lento, fatto di cadute e ripartenze, che pian piano ti insegna a riconoscere il valore delle cose vere: quelle che restano anche quando tutto il resto tace.
E l’esperienza è il bagaglio che costruisci passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, fino a capire un po’ di più chi sei davvero.