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I luoghi semplici che rappresentano il progetto del Teatro Euphoria

Da domenica 14 dicembre 2025 è disponibile  “IA”, l’album d’esordio dei Teatro Euphoria: un lavoro audace, visionario e profondamente contemporaneo. Il disco esplora il fragile equilibrio tra uomo e tecnologia, tra impulso creativo e artificio digitale, tra lucidità e delirio. “IA” nasce come un vero concept album: un itinerario dentro la mente dell’artista moderno, figura che oggi più di chiunque altra si confronta con l’intelligenza artificiale: lo strumento più rivoluzionario e controverso del nostro tempo. Il percorso narrativo affronta temi come la dipendenza dalla tecnologia, la presa di coscienza, il senso di colpa e, infine, la perdita della ragione. Un viaggio che mette in luce ciò che rende il gesto artistico ancora autenticamente umano.


Ogni brano è introdotto da una traccia che prepara l’ascoltatore alla scena successiva, costruendo un racconto sonoro coerente e immersivo. A chiudere il percorso c’è “Scacco”, primo singolo estratto dall’album: il punto di massima tensione emotiva, in cui l’artista non distingue più sé stesso dal proprio riflesso digitale, né la propria opera da quella generata dall’algoritmo.  Una battaglia interiore costante tra identità e alter ego, tra materia e codice. “Scacco” è inoltre l’unico brano a non terminare con la desinenza “-ia”: un gesto simbolico, un atto finale di rottura e libertà creativa.


L’uscita di “IA” assume un significato ancora più profondo: il disco arriva infatti postumo, come omaggio a Federico Figlioli, chitarrista e compositore della band, tragicamente scomparso lo scorso ottobre, poco prima dell’uscita del singolo. La sua sensibilità, la sua visione e la sua energia creativa sono impresse in ogni nota, e i Teatro Euphoria scelgono con questo progetto di custodire e celebrare la sua eredità artistica. “IA” diventa così un testamento umano e musicale: un ultimo, intenso atto d’amore verso la musica e verso la verità.

Noi per conoscerli meglio ci siamo fatti portare nella loro sala prove e in altri luoghi a loro cari. Ecco cosa ci hanno mostrato.

​Più che un semplice luogo, per me è diventata una casa. Si chiama Mojopin ed è una sala prove situata a Sant’Agata li Battiati (CT) , un paese etneo. L’ho scoperta per puro caso, come spesso accade ai musicisti ridotti all’ultimo minuto in cerca di disponibilità. Grazie a un amico, ho conosciuto il proprietario, Ciccio, e subito dopo la sala. Non avrei mai pensato di affezionarmi così tanto a un ambiente che, tra l’altro, ospita anche un piccolo teatro. Per noi sei, Ciccio è come un fratello maggiore. Lui e la sua band, gli “Alcantara”, ci hanno subito accolti con affetto. Ogni volta ci insegnano qualcosa di nuovo e non tradiscono mai il valore dell’amicizia. Il mio oggetto simbolo legato a questo luogo è una bandiera che raffigura la copertina di The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. A meno di due mesi dalla sua nascita, portai mia figlia in sala prove per registrare i brani di “IA”. La adagiai a dormire serena proprio sotto quella bandiera. Per me, era come se fosse protetta da un’immagine “sacra”, un augurio di scoperta e proiezione verso un futuro che spero sia ricco di colori come un arcobaleno.
(Eugenio S.)

Siamo spesso tutti insieme, una vera e propria famiglia molto unita. I luoghi intorno a noi cambiano spesso, purché siamo sempre insieme. Si può dire che siamo noi stessi il punto di ritrovo, le cinque mura intorno a me si chiamano Giuggiolo, Gunnar, Eugenio, Gabri e Fede. Se dovessi dirvi un luogo vero e proprio mi verrebbe in mente il lo Smugler di Sant’Agata li Battiati, che frequentiamo spesso e dove sono nate molte delle idee che poi riportiamo nelle nostre opere. Si può dire che abbiamo tante case e lo Smugler è sicuramente una di queste.

Uno degli oggetti che hanno più significato per me nella nostra carriera è sicuramente una tela bianca. La stessa che è stata utilizzata sui palchi del live “Senza se con il Ma” e che custodisco gelosamente a casa mia. Capita spesso che i miei ospiti mi chiedano: “ma perché hai appeso una tela firmata senza alcun dipinto sopra?”.

Ciò che rappresenta è una forte critica alla società capitalista, una pubblicità di creme per il viso che non funzionano ma che costano tanto. Ad oggi non serve che qualcosa funzioni o che sia utile, purché abbia una buona pubblicità, e quindi sia desiderato. La tela nei live resta bianca dopo un’esibizione in cui l’artista finge la pittura con movenze plateali. L’unica cosa che “l’artista” è davvero stato in grado di fare è apporre la firma, il suo marchio. E tutti applaudono a quella fuffa che dimostra ciò di cui è capace quel soggetto, ovvero nulla. L’artista stesso, come un oggetto, viene messo all’asta subito dopo aver mostrato le sue doti, e tutti fanno offerte. Tutti vogliono quel soprammobile vuoto di contenuti e di messaggi da mandare. Ma io stesso volevo in casa qualcosa in grado di non esprimere nulla, purché dica tanto del mio portafoglio. E allora ecco qui. Ho appeso la società a un chiodo di casa mia. Piccola parentesi: io mi trovo molto bene in una società di questo tipo. (Emanuele L.)

Credo che oltre allo studio e ai palchi, un altro luogo in comune alla band che ci ha permesso di legare, nonché di creare, è lo “Smuggler” un pub di periferia a due passi dallo studio di registrazione dove più e più volte ci siamo recati dopo lunghe sessioni di registrazioni e produzione per celebrare insieme i traguardi che pian piano raggiungevamo (una sorta di “Feierabend” alla tedesca). In particolare, ricordo che una notte dopo una lunga prova di quattro ore per qualche spettacolo, io e Federico ci siamo recati al pub (avevamo invitato gli altri ma giustamente erano stanchi e non se la sentivano), dopo aver ordinato e assaggiato il primo sorso della nostra birra artigianale abbiamo finito di scrivere una storia così assurda ma verosimile che non potevamo non permetterci di musicarla con roba nostra. Quella che abbiamo scritto con Federico quella sera è stata la cianografia di qualcosa di troppo grande, ma che con i giusti accorgimenti, potrebbe diventare qualcosa di concreto. Ora lui non c’è più, ma di Federico rimarranno sempre a tutti noi i ricordi, i sorrisi, i bei momenti e anche altri cimeli, come questa, una lattina di birra artigianale che mi ha fatto scoprire lui. Una delle mie preferite. (Michele R.)

Oltre a condividere momenti musicali assieme, le nostre esperienze si estendono anche fuori dal palco. La nostra teatralità certe volte subentra anche nelle situazioni di vita quotidiana, e certe volte ci ritroviamo in maniera del tutto spensierata a scambiarci numerose burle. Uno di questi esempi è avvenuto nello studio di “Mojo Pin” dove numerose volte in fase di registrazione o in semplici sale prove, iniziavamo a burlarci di noi stessi con vari scherzi. Un giorno di questi con i ragazzi, dopo una lunga sessione, abbiamo deciso di addentrarci in un luogo non accessibile ancora in fase di costruzione all’interno della sala che aveva una finestra che si ricollegava alla sala funzionante.

Tra smorfie risate e rumori indesiderati (lanciati verso chi stava lavorando in maniera seria) mi accorgo un tendaggio e dietro scopro questo poster. Un originale di un nostro artista conterraneo chiamato “Brigantony”.

Oggi se ripenso a quel poster, non posso che pensare alla nostra ironia e al nostro modo di alleggerire il lavoro anche nei momenti di difficoltà, ciò che secondo me aiuta a rafforzare il rapporto umano all’interno del gruppo musicale ed anche a lasciare qualche piccolo ricordo anche con persone che non fanno più parte del nostro presente ma che rimarranno per sempre in noi. (Gabriele N.)

Ci sono tre posti, il primo luogo è Mojo Pin, lo studio dove abbiamo passato più tempo in assoluto. Il secondo è casa mia, che oltre diventare la seconda casa di tutto il Teatro Euphoria (me compreso, la prima ero lo studio), è stata per un lunghissimo periodo la nostra “sala prove silenziosa”, dove abbiamo composto la maggior parte dei nostri brani… Il terzo luogo è lo Smuggler, il pub nella piazza di fronte lo studio.  Tra tutti scelgo Mojo Pin, era quasi scontato no? Un luogo dove abbiamo trovato una casa, un pazientissimo proprietario, Francesco Venti (Ciccio), che s’è dimostrato un fratello, e un’altra famiglia, la sua band, gli Alcàntara. Ricordo momenti di panico, di stanchezza, di gioia e di delirio dentro quello studio, soprattutto nelle fasi di registrazione e revisione di “IA”. Le pause e le cene in sala, tutti insieme sui divanetti all’ingresso, a farci venire idee per brani o spettacoli.  Scelgo la foto della regia, con le prime registrazioni di batteria nello schermo. Le prime perché la prima volta che siamo entrati in studio per “IA”, è stato nel dicembre del 2023, mentre le registrazioni ufficiali sono del dicembre 2024.

Nella foto, in quella sezione, c’è un mio urlo. Stavo registrando la batteria di Metrofobia, e Ciccio ha mandato la traccia dimenticando di mutare il microfono che usava per parlare con me dalla regia. Inizialmente ho pensato di farcela, poi il dramma. C’era un brusio incredibile, e più si abbassavano le dinamiche del brano, più parlava forte. 

Ho urlato dal cuore “Eugenio sta zitto”. La traccia s’è fermata, il microfono ha fatto apri e chiudi un paio di volte, e nel silenzio più totale Ciccio ha rimandato la traccia tre volte prima che scoppiassimo tutti a ridere. Si sentiva fortissimo. Questa frase è stata riregistrata a casa di Federico nella primavera del 2025 se non sbaglio. (Gunnar)