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Internazionale

A-Lex e il rock che non muore

Ciao A-Lex, benvenuto a Perindiepoi! Ci racconti chi sei, dove vieni e sopratutto dove sei diretto?

Ciao a tutti! E grazie a voi di avermi invitato. 
Io sono un ragazzo come tanti, con una passione e una vocazione innata per la musica. Suono sin da piccolo e senza sproni o spinte per farlo. Già da piccolissimo mettevo le cuffie e cercavo di suonare a tempo sui brani che ascoltavo con le musicassette , utilizzando paletta e secchiello come batteria. Poi, all’età di 11 anni, rimasi folgorato da un chitarrista in tv (credo di Vasco) e mi innamorai perdutamente della chitarra. Da lì tutto ebbe inizio. Vengo da Carrara, un paese in Toscana al confine con la Liguria e sono diretto ovunque mi porti la musica e il mio messaggio. Seguirò sempre la musica e andrò ovunque mi porterà. D’altronde è come seguire se stessi e quello che ci dice la nostra anima. 

Il tuo esordio avviene dopo anni di gavetta e percorsi etereogenei. Quanto è importante, nell’era della velocità e del facile (quanto effimero) successo, fare esperienza, sporcarsi le mani?

Sporcarsi le mani e fare esperienza penso sia importante, anche in questi tempi super veloci. Per dire qualcosa di nuovo in maniera fresca bisogna comunque avere conoscenza di quello che è stato e prendere spunto dai grandi, cosa che non può essere fatta in pochi mesi. Non puoi conoscere te stesso e avere un messaggio da portare se non col sacrificio e il lavoro giornaliero. Infatti seppur è vero che si riesca a fare successo velocemente,  è altrettanto vero che dove non c’è sostanza si fa presto anche a cadere. E poi è un attimo, come va di moda, ora arrivare a dire: “ho preso il muro fratellì”. Scherzi a parte, i tempi e le mode passano, ma la musica con la M maiuscola rimane e a volte viene capita a posteriori. Basti pensare a Rino Gaetano per esempio. È sempre il messaggio che conta e a volte ci vuol del tempo per estrapolarlo e per capirlo.

Inner Peace” è il tuo brano d’esordio, ti va di dirci qualcosa a riguardo?

Volentieri! Su “Inner Peace” ce ne sarebbero di cose da dire. Anche perché poi ognuno può interpretarlo un pò come vuole. È divertente però l’aneddoto di come è venuto fuori il testo del brano. Stavo già registrando in studio questo e altri brani e mi mancava il testo per questa canzone. Nel mentre feci un uscita fuori con uno dei miei migliori amici, Lorenzo, che al tempo stava combinando un po’ di disastri col gentil sesso. Da quella chiacchierata è nato il testo della canzone, una sorta di mia tirata d’orecchie a lui e un invito a cercare la propria pace e stabilità dentro sé stesso. La felicità e la pace viene sempre da ognuno di noi prima che dagli altri. Ora pare averlo capito. 

Come ti trovi a lavorare in team? Oggi, tutti sembrano buoni a far tutto da soli. Invece credo che il bello del fare musica sia proprio non farla in solitudine…

In realtà questo e gli altri brani che seguiranno sono nati in solitudine. Lavorare e portare a termine le idee col team è bello, ma per scrivere i testi e soprattuto l’embrione musicale del brano penso ci voglia intimità con se stessi. Almeno per me pare funzioni meglio così. E ho i miei posti ancestrali in cui farlo, dove riesco meglio a connettere la mia musica s quello che sento. Dopo anni di gruppi e varie vicissitudini e dinamiche che si creano al loro interno,  mi ero deciso a fare tutto da solo. Per un periodo l’ho fatto. Mi sono dovuto però ricredere grazie alle persone che ho conosciuto in questi mesi, con le quali mi trovo molto bene, e con le quali piano piano abbiamo costruito un team fatto di persone splendide e molto valide artisticamente parlando. Ci aggiorneremo poi all’uscita dei brani futuri così mi direte pure, una volta rodato, che ve ne pare. 

Il tuo progetto odora di America. Quali sono i tuoi riferimenti principali a livello musicale?

Beh i riferimenti musicali sono molti e molto variegati. Non basterebbe forse un intervista per elencarli tutti. Per citare qualche nome a taglio e qualche genere diciamo che ho veramente fatto sanguinare i cd dei Soundgarden, Pearl Jam e tutta la scena post grunge, Radiohead, Incubus, fino ad arrivare a gruppi un po’ più particolari come i Tool, ai grandi classici The Beatles e Creadence Clearwater Revival, ma anche per esempio la scena Country d’autore come Crosby Stills Nash and Young e Johnny Cash. Poi come detto sarebbero veramente tanti i gruppi da citare ma senz’altro diciamo che questi tra i miei ascolti sono i più presenti ad oggi. 

Ma le chitarre, in questo mondo di produzioni plasticose realizzate su campioni MIDI, ce l’hanno un futuro o il rock è davvero morto?

Guarda, io credo che il fascino degli strumenti analogici non svanirà mai del tutto. Anche perché ad oggi non conosco nessun musicista, produttore o dj che vada a fare una classica spiaggiata con chitarra al mare, che diciamocelo avrà sempre il suo fascino, utilizzando al suo posto campionatori o tastiere midi. Scherzi a parte, il rock non è morto e probabilmente non lo sarà mai in quanto prima ancora di un genere è un attitudine al voler infrangere gli schemi e le regole e spingersi oltre. Potrà cambiare linguaggio ed essere più o meno glitterato o nascosto da vari effetti o fuochi d’artificio ma il rock è vivo e fa parte un po’ di ognuno di noi. Poi dati i numeri, il pubblico e le date che fanno ancora gli Stones e compagnia bella nonostante l’età, non credo che morirà mai del tutto. Tagliando corto, diciamo che magari non gode di moltissima salute ma in un modo o nell’altro vivrà sempre in ognuno di noi e troverà il modo di splendere nuovamente.

Consigliaci tre artisti emergenti che dovremmo scoprire.

Sono di zona e sarò di parte ma sono molto validi a mio avviso Apice, Feelingenuo e Leo Caleo. Aggiungerei anche per par condicio Roberta Finocchiaro. Mi piace molto come scrivono e le loro canzoni.

Salutaci a modo tuo, e facci una promessa che potremo, un domani, rinfacciarti di aver infranto!

Vi prometto che non scriverò mai un brano in italiano.
Grazie ancora per questa intervista e per le domande stimolanti che avete fatto. Ciao a tutti & Stay Tuned!! “At last you’ll find your way”

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Pop

Robbe’, il mare e la rivoluzione

Avete mai sentito dentro quel rumore sordo che fa il cuore quando si spaura e cade giù dallo sterno fino alla bocca chiusa dello stomaco, e la deriva dei pensieri porta l’anima a cercare un angolino sicuro da cui proteggersi dalla risacca, e dal sale che brucia occhi e ferite? Ecco, questa è su per giù la sensazione tremenda che dà l’appiattimento di ogni moto interiore e la cesura drastica con ciò che chiamiamo “casa” quando, di fronte al riflusso dell’esistenza, ci troviamo a fare i conti con annebbiamenti padani che si stendono non solo sulla Cisa e sulla via per Milano ma anche sulle nostre stanche membra di giovani naufraghi, impegnati a non colare a picco di fronte a tutto questo mare di niente che la Storia offre alla nostra generazione.

Robbé è un puro, e si sente da come canta prima ancora che da cosa canta: cuore irlandese per elezione, pugliese per nascita e ramingo per necessità nel valzer infinito che da anni ha deciso di ballare su e giù per il Paese, ben consapevole che la fissità della quiete altro non è che lo stagnamento della resa, il palliativo della paura. Nell’era del pop a tutti i costi e del tripudio del digitale, il cantautore di stanza a Bologna va in controtendenza e ritorna alle radici – che, come raccontano in Africa, di ombre non ne hanno – con un singolo d’esordio così “tradizionale” (nel senso migliore del termine, ossia realizzato secondo i valori e i segreti della miglior tradizione autorale nostrana; insomma, una canzone DOP) da essere quasi “innovativo”: al giogo del mercato e alle ricette per il successo, Robbé preferisce il sapore del pane fatto in casa, sapendo rispettare i tempi di lievitazione e conscio che la degustazione sarà per pochi, magari, ma giusti e consapevoli.

“Vorrei vivere al mare”, infatti, è il classico brano cesoia; in che senso, cesoia? Nel senso che pota, snellisce e spunta la ricezione di massa, la rende mirata solo nel suo esistere in un certo modo: puro songwriting a cavallo tra Americhe e Magna Grecia e arrangiamenti folk con la giusta dose di Irlanda (vedi Modena City Ramblers, ma solo per un fatto di popolarità del brand) fanno da volano ad un testo ben scritto, equilibrato e sincero. La “cesoia” spaventa l’avventore casuale e ineducato, certo, ma dall’altra parte fidelizza l’intenditore attraverso il gesto estremo di una scelta quasi rivoluzionaria, nel 2020: fare musica suonata, che abbia un senso e che possa ancora raccontare qualcosa di “vero”. E si sa che, come direbbe George Orwell, dire la verità nell’era della bugia universale è di certo un atto rivoluzionario.

Ottimo esordio, ora altro non resta che aspettare, presto, conferme.

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Pop

Protto, Cinismo E Sentimento

Abbiamo fatto due chiacchiere con PROTTO, cantautorato audace per cuori sfrontati: dopo l’esordio con il suo primo EP, l’artista torinese torna l’8 settembre con “Fossi ricco”. Noi, intanto, ne abbiamo approfittato per fare il punto di un percorso fatto di gavetta, sperimentazione e tanta caustica ironia.

Ciao PROTTO! Parlaci del tuo progetto. Come nasce, come si evolve e dove vuoi arrivare.

E’ un progetto di musica indipendente, nel senso della Svizzera, che va per i fatti suoi. Il tutto è iniziato nel 2016 a Torino, quando ancora lavoravo come consulente finanziario. Ho sentito il bisogno di esorcizzare con l’ironia e la risata amara alcune tematiche di costume e di società, dal lavoro alla frenesia di vita, dalla saccenza all’indolenza. Dentro il mio primo EP (“Di cattivo busto”, 2018, prodotto da Giuvazza, Torino) c’era già tutto il conflitto interiore tra lavoro e musica che mi ha portato quest’anno a lasciare il primo per abbracciare la seconda (con un tempismo ideale, vista la pandemia). Il progetto evolve insieme a me, ai miei gusti e ai miei ascolti, che da pianista classico di un tempo mi hanno portato ai giorni nostri, all’RnB, all’HipHop, al new soul, alla musica elettronica e all’indie rock. Sto esplorando aspetti più intimi ed emozionali, senza però mai abbandonare il mio cinismo a 34 denti e la soda caustica con cui accompagno ogni pasto.

Il tuo prossimo singolo è alle porte, cosa possiamo aspettarci?

Un po’ di cafonaggine politicamente scorretta, oltre ad un distorsore per chitarra buono per un’impresa di demolizione edile. Fossi ricco parla di quella ricchezza esteriore meschina e truce che rende l’uomo povero dentro, nel costante tentativo di ottenerla. E’ una critica verso un’inversione di valori sempre più diffusa, in cui la forma prevarica sulla sostanza, e dove ciò che si è e ciò che si ha coincidono in un medesimo significato.

Anticiperà un nuovo album? 

Sì, uscirà un EP di tre brani a dicembre, frutto della collaborazione con Fabrizio Cit Chiapello del Transeuropa Recording Studio (Torino), realizzato durante il corso del 2019. Un piccolo lavoro che racchiude la metamorfosi che sto vivendo, in termini di vita, di scrittura e di sonorità, evoluzione che spero mi possa traghettare verso una nuova fase e un PROTTO diverso.

Cosa ne pensi dell’attuale panorama italiano? C’è ancora spazio per la musica d’autore?

Ho sempre ascoltato poca musica italiana, preferendo semmai la scena britannica tedesca e americana, e in questo momento la confusione stilistica e l’appiattimento compositivo dilaganti non mi portano certo ad incuriosirmi. Faccio fatica a trovare un genere in cui rispecchiarmi, o che mi tocchi delle corde profonde, ma capisco che si tratta di una mia mancanza: il rischio che corro è quello di fare la fine di un Balto del panorama musicale, che sa solamente quello che non è.

Hai abbandonato tutto per la musica. Cosa vorresti consigliare a qualche giovane “musicista/contabile”?

Non potrei che consigliargli di lanciarsi senza riserve, per non avere rimpianti e frustrazioni in futuro, ma questo solo perché di natura sono un sognatore e spesso un po’ incauto. Personalmente ho preso la decisione mentre tornavo in autostrada da un concerto fuori Torino. L’indomani sarei dovuto entrare alle 8 in ufficio e mentre guidavo sono stato colto da un colpo di sonno. Mi hanno svegliato le bande rumorose. A quel punto ho capito che dovevo scegliere: o la musica o il lavoro. Ma se mi sono riuscito immaginare senza uno stipendio fisso a fine mese non sono riuscito ad immaginarmi senza musica. 

Quali saranno i tuoi prossimi progetti?

Lanciarmi a capofitto nella scrittura e arrangiamento di nuovi brani, continuare con i live in giro per l’Italia (appena l’emergenza ci farà la cortesia di rientrare) e far ascoltare la mia musica ad un pubblico sempre più ampio e a nuovi “addetti ai lavori”. Insomma, non demordere che la strada è ancora lunga!

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Internazionale

A-lex, La Faccia Giusta Dell’america

Alessandro Gatti è la faccia giusta dell’America (cit.) e il vero nome che si nasconde dietro il superominico nickname di A-lex (e subito pensi ai fumetti, a Lex Luthor e a mantelli che sorvegliano la città).

La faccia è giusta perché pulita, come quando sei sicuro che di macchie indelebili sui tuoi vestiti migliori ancora non ne hai lasciati (e in questi tempi di sotterfugi, leoni che si fanno pecore e pecore guidate da iene, potrebbe essere elisir di guarigione); l’America, poi, sembra urlargli forte con il suo canto di sirena solo le parole giuste e le giuste vibrazioni: l’America di Gatti è quella del blues, dello Zio Tom e non dello Zio Sam, dei fiori nei cannoni e non dei cannoni suoi fiori, o peggio, sulle folle. Infine, Alessandro Gatti è anche un po’ un supereroe perché di questi tempi è difficile trovare, nelle nuove produzioni, quel sano vecchio rock’n’roll che ancora sa far muovere i fianchi alle cariatidi della musica come noi, giovani vecchi in attesa di ricongiungerci con quel passato che mai abbiamo vissuto ma che tanto sentiamo appartenerci.

Insomma, “Inner Paece” è il brano d’esordio di un musicista che sulle spalle ha il risultato di anni di gavetta passati a scavallare da un progetto all’altro, senza mai fermarsi nella ricerca del giusto linguaggio che – con questo primo vagito al mercato musicale – sembra cominciare a trovare la degna quadratura, e meritevole certo di attenzione e ascolto fosse solo per l’ardita decisione di cantare in inglese nell’era della violenza sull’italiano (di cui in troppi fanno scempio invece che preferire il silenzio) riprendendo ascolti e riferiementi che vengono dritti dritti dai Settanta, senza però sdegnare accenni alla gloriosa scena degli anni Novanta d’oltreoceano: dai Credeence ai Soundgarden, dai Fleetwood ai Pearl Jam in un patchwork musicale dal retrogusto nostalgico, ma fresco.

Sì, perché quello che alla fine rimane in bocca è il sapore del ricordo, sì, ma sopratutto la consapevolezza che certe cose non passeranno mai di moda. E allora, non resta che augurarci che il buon A-lex confermi di poter essere uno che sa rimanere: di certo, questo primo sussulto sembra dare segnali positivi per il futuro.

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Pop

A Tu Per Tu Con Giacomo De Rosa

Giacomo De Rosa, identikit al volo: chi sei, da dove vieni e sopratutto dove sei diretto. 

Ho 37 anni, sono un cantautore e vivo a Carrara. Vengo da un ventennio di esperienze musicali di varia amenità. Mi dirigo là dove la mia inusitata pigrizia mi consente di avventurarmi.

Dopo “Il cuore oltre l’Aurelia”, in primavera ha visto la luce “Segnali di fumo”. Che gestazione è stata?

Molto più fluida e piacevole della precedente. La materia prima, ovvero le canzoni, era già pronta e definita da tempo. Per il resto è stato un “parto naturale”: il merito va essenzialmente a Marco Baracchino di Vinile Recording, che si è occupato della produzione artistica e degli arrangiamenti, e di Giacomo Lorè del G.Lab Studio, che ha gestito la fase di mixaggio. È privilegio raro poter lavorare con persone in cui riponi massima fiducia, non solo a livello di professionalità ma anche di gusto e creatività.

Ma perché proprio “Segnali di fumo”? Di certo, un titolo così evocativo non è stato scelto a caso…

Direi che è un titolo programmatico. Innanzitutto i segnali di fumo evocano qualcosa di segreto e inafferrabile: si tratta di una caratteristica comune a tutte le canzoni del disco, che sono come avvolte da un alone di “poetico mistero”. Oltre a questo, però, i segnali di fumo sono un messaggio che può decifrare solo chi conosce la chiave di lettura, un modo per parlarsi e riconoscersi a distanza. Le mie nuvolette, nella fattispecie, sono destinate a chi cerca un approccio diverso alla musica, all’arte e al pensiero.

Tra le tracce, si annidano riferimenti a poeti e linguaggi che non è comune trovare nei dischi del nuovo pop. Coraggio, follia, fede o un mix di tutte e tre le cose?

Direi semplicemente necessità: questo sono io, non mi era possibile fare altrimenti. Capisco chi sceglie strade più mainstream, anche perché spesso si tratta di giovani che lottano per farsi largo in un ambiente difficilissimo. Mi diverto però a pungolarli perché credo che la curiosità sia un requisito fondamentale per un artista, soprattutto se non vuole correre il rischio di ripetersi: per fortuna abbiamo almeno venticinque secoli di bellezza da cui prendere ispirazione.

Quanto ti senti, in questo momento della tua vita, nel posto giusto e nel tempo giusto? Sei diverso da tutto ciò che il mercato promuove, ma a mio parere sta proprio in questo la virtù del tuo lavoro…

E se fossero gli altri ad essere fuori posto e fuori tempo? Quando dai voce alla tua visione più intima e pura, quando esprimi in modo sincero il tuo mondo artistico, sei senz’altro nel posto e nel momento giusto. Risultare diverso dagli altri è il complimento più bello che posso ricevere, perché significa che ho sviluppato con successo un’identità mia e mia soltanto. Certo, il mercato, la fama e il successo hanno un’utilità pratica, ma vale davvero la pena di barattare la propria libertà creativa per raggiungerli? E soprattutto: è davvero il miglior modo?

E se dovessi consigliare a qualcuno di ascoltare Segnali di Fumo, da quale traccia consiglieresti di partire?

Dipende dal porto di provenienza di questo ipotetico ascoltatore. Per gli amanti della tradizione pop italiana, consiglio “Nessuno da amare”. Chi viene dal mondo indie si troverà a suo agio con “Dea dei misteri”. Ai cultori del cantautorato classico, suggerisco “Pleiadi”. Per tutti gli altri c’è sempre la traccia che dà nome al disco.

E invece, in quale dei nove brani dell’album (tutti impegnati in spesso intime confessioni, senza mai perdere il gioco e il filo dell’ironia) si sente più a nudo, Giacomo De Rosa?

“Nessuno da amare”, senza dubbio. Nelle altre canzoni mi posso riparare tra veli ed enigmi, qui invece devo rivelare tutto. Non a caso nutro nei confronti di questo brano un rapporto di amore-odio: per una persona timida e scorbutica come me, non c’è nulla di più irritante che dover mostrare agli occhi degli altri la propria emotività quotidiana.

Ragalaci un motto, una rima o una citazione che sia solo per noi di Perindiepoi. Facci questo dono, e salutaci come preferisci!

Vi lascio con una frase che Flaiano attribuì a Mino Maccari, artista di rara intelligenza e ironia che, per qualche strana ragione, oggi non ha la considerazione che meriterebbe. La frase in questione è: “Ho poche idee, ma confuse”. Un abbraccio, alla prossima!

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Pop

Stefanelli E’ Controcorrente

Controcorrente, e già il titolo dice tutto.

No, non è uno specchietto per le allodole, anzi. Per tutti i miscredenti e i malfidati di turno (tipo me), inciampare in un titolo simile aziona subito condanne da bar a priori contro tutti questi rivoluzionari da cortile, che controcorrente sanno andare ma solo a parole, un po’ come me, un po’ come noi.

E allora, ascoltare il singolo d’esordio di Stefanelli (che esordiente non è, affatto, e lo si evince non solo dalla sua biografia ma anche dalla maturità della sua poetica) fa bene alla fede, e male all’invidia di che da sempre si professa essere in direzione ostinata e contraria, annegando negli spritz del sabato sera: Stefanelli ha coraggio, e lo mette tutto – o almeno, quanto basta a farci strabuzzare gli occhi ed allargare cuore e orecchie – nel brano che da inizio al suo nuovo giro di danze; l’andamento imprevedibile della produzione rende “Controcorrente” inadatta ai deboli di cuore nel suo saliscendi emotivo archittato per evadere – ma con coscienza – ogni forma di prevedibilità: svuotamenti improvvisi si fanno contraltari di esplosioni incontrollate e libere di deflagrare nella bolla di un singolo che è tutto tranne che mainstream.

Stefanelli è indipendente, sì, ma a livello più alto, concettuale, laddove indipendenza e libertà finiscono con il coincidere e farsi manifesto: non c’è emulazione, e per quanto i riferimenti possano essere più o meno evidenti (da DeMarco a De Leo, da Colombre a Tame Impala) tutta la produzione va nella direzione di una precisa autonomia rispetto ad ogni mercato.

Ed ecco che, nell’ascoltatore famelico, la domanda si crea di fronte alla bontà di un’offerta irrifiutabile; insomma, a noi l’acquolina in bocca è venuta. Speriamo solo che il buon Stefanelli non ci costringa a digiuni troppo lunghi, ora che ci siamo ricordati cosa voglia dire godersi un pasto, senza doverlo per forza consumare.

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Pop

Feelingenuo e il valore della stranezza

Feelingenuo è uno che dice pane al pane, vino al vino: nessun fronzolo, nessuna retorica nello sviamento di ogni cliché che – pur senza dimenticare l’eredità di una tradizione che spesso grava fin troppo sulle spalle delle nuove leve del cantautorato, costrette a paragoni ingiusti e demotivanti – il cantautore toscano mette in atto, puntualmente, ad ogni nuova pubblicazione.

Sull’onda lunga di un’estate lisergica, Niccolai torna a far sentire la sua voce con un singolo fresco, dal sapore di hit e dal perfetto tempismo per non sedersi sulla scorta di reggaeton che, come di consueto, i mesi più caldi dell’anno hanno saputo regalarci – indesideratamente – : “Che strano” è il brano degli addii mancati e rincorsi, giusta metafora di un 2020 che non sa mollare la presa dei nostri polpacci e che è destinato a lasciare segni che non andranno più via.

Feelingenuo racconta ancora d’amore, come già aveva fatto in “Colpa del Sudamerica” e in “Stringertings” (le sue precedenti pubblicazioni sempre per Revubs Dischi) ma lo fa in modo sempre diverso, e mai risolto: la mancanza, l’assenza, il ricordo e la distanza continuano a confermarsi temi centrali di una rincorsa generazionale ad un posto nella Storia che il tempo sembra aver precluso agli ultimi suoi figli, resi orfani di certezze e per questo in eterna ricerca di una dimensione che gli sia propria nel disastro della precarietà. Ecco perché parlare d’amore rimane l’unica cosa che si possa fare: nella frattura dei sentimenti sta tutto il disagio di chi non sente il cuore a regime, e tra i veli sottili della nostalgia si annida l’insoddisfazione tutt’altro che latente di chi è in cerca di qualcosa che non conosce, ma che paradossalmente ricorda.

L’Arcadia, i Paradisi Perduti e i Posti delle Fragole coincidono dopotutto con questo immaginario di cuori infranti e profeti dello smarrimento, e la colonna sonora non può che essere la giusta iniezione di pop – ben pensato, come in questo caso, e ben fatto – atto ad addolcire l’inevitabile siero della Verità, ovvero che – come direbbe uno di quei padri di cui la vetusta critica fa abuso per riuscire ad impallidire le nuove leve di cui sopra si parlava – “siamo tutti soli, ed è nostro destino/ tentare goffi voli di azioni o di parola/ volando come vola il tacchino”.

E allora bravo Feelingenuo, che le ali sembra averle robuste. Ora, però, aspettiamo il decollo di un disco.

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Pop

I Segnali di Fumo di Giacomo De Rosa

Di certo un ottimo ritorno sulle scene quello di Giacomo De Rosa, che dopo l’esordio discografico con “Il cuore oltre l’Aurelia” – lavoro ben pregevole, con una precisa identità poetica ma forse appesantito qua e là da qualche manierismo di troppo – torna a far sentire la sua voce (e più che mai, le sue parole) con “Segnali di fumo”, il suo nuovo disco per Vinile Produzioni.

Già il titolo dell’album (suffragato dal contenuto di una title-track atta a fugare ogni dubbio in merito) sembra suggerire l’essenza di una ricerca capace di insinuarsi tra le anse di un ascolto che ha l’obbligo di farsi attento, per non perdersi nei meandri del consumismo pop: i segnali di fumo lanciati da De Rosa sono lucciole in una notte che sembra essere profonda e buia, almeno per chi – come il cantautore toscano – si muove a mò di Zarathustra su strade dimenticate, armato della sola lanterna della poesia. Al fragile lume del linguaggio, risplendono le opacità del presente e tornano a brillare i contorni del passato: il futuro ha cuore antico e De Rosa lo sa, ben piantato nella tradizione ma con lo sguardo dritto e aperto sul futuro.

L’ascolto del disco non è semplice, e che questo possa essere incentivo e non deterrente: “Segnali di fumo” è un lavoro complesso, minuzioso e quasi amanuense nelle sue miniature musicali, porte aperte su mondi sconosciuti – o quantomeno obliati. Non è un disco da ascoltare in macchina, mentre sei impegnato a non sbagliare incrocio o a conversare con il passeggero riguardo alla giusta intensità e temperatura dell’aria condizionata; non è un disco che – per fortuna! o purtroppo… – sentirete nelle filo-diffusioni dei supermercati, o in qualche sala d’attesa affollata di sudori e malumore; non è il disco che si fa cantare sotto la doccia, o che necessita di ricevere la benedizione da playlist per vedersi consacrata l’autorità e la credibilità estetica.

Tutto questo perché “Segnali di fumo” impegna l’ascolto e affatica il cervello, nel modo utile a purificare e a lasciar sudar via tutti i detriti della pigrizia e dell’abuso del quotidiano (quello che banalizza invece che normalizzare, e che immobilizza anziché incentivare la riflessione): nascosti tra le tracce ammiccano riferimenti a Foscolo, alla poesia beat, alla canzone francese e ad ideali poetici ormai perduti o relegati da educazioni fasulle e formazioni stantie alle quattro mura scolastiche di studenti e insegnanti magazzinieri, votati più ad inscatolare il passato che ha renderne contemporanea la dialettica col presente.

Non c’è retorica, in “Segnali di fumo”, ma tanta fede e abnegazione verso un Mondo Nuovo che sappia ricordare i suoi Paradisi Perduti senza abbandonarsi all’accettazione della propria Terra Desolata.

E sono sicuro che il buon De Rosa gradirà questa tripla citazione, lui, che di citazionismo (quello creativo, che non si limita a ripetere ciò che è stato ma a ricontestualizzarlo, con forza decostruttiva e rivoluzionaria in questi anni di amnesia) è maestro e giocoliere. Da ascoltare con attenzione, e più volte: una non basta, fidatevi.

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Internazionale

Imperfect Trio : l’intervista

“L’utopia sarebbe tornare per strada, chiudere i pc e ascoltarsi dal vivo”, due chiacchiere con Imperfect Trio.

Ciao ragazzi, benvenuti su Perindiepoi! Innanzitutto, domanda d’esordio classicama mai scontata: come state?

Grazie e stiamo bene, appena tornati da una data al Sile Jazz Festival, vicino Treviso!

Non è cosa da tutti i giorni trovarsi di fronte a qualcosa come Imperfect Trio. Ma ci raccontate chi siete, da dove venite e sopratutto dove siete diretti? 

Il trio nasce circa 4 anni fa, grazie al gruppo Perfect Trio, dove il pianista, Alfonso Santimone, mio caro amico e grande musicista, non potendo suonare quel giorno a Roma propose me come sostituto, nonostante io suoni il sax tenore. Uno dei  motivi per cui fui chiamato è anche per l’uso insolito che faccio dell’elettronica, ovvero processare il mio suono attraverso l’uso di pedali che normalmente usano i chitarristi. Siccome nel Perfect Trio c’era anche Pierpaolo al basso elettrico, decidemmo di portare avanti il progetto, visto che quella sera ci divertimmo molto e chiaramente continuiamo a divertirci, cercando di andare sempre più in profondità nella ricerca sia timbrica che dell’interplay.

È di quest’anno la pubblicazione del vostro disco d’esordio “To Be ImperfecTrio”. Ma cosa ci vuole per essere davvero “da Imperfect Trio”? Quali trovate che siano i pilastri del vostro credo musicale, le basi inalienabili del vostro fare musica?

I nostri pilastri credo siano la ricerca costante di sonorità per noi interessanti, sia che vengano eseguite composizioni originali sia che vengano  reinterpretati standard di grandi compositori come Duke Ellington o Thelonoius Monk. E sopratutto sonorità a noi congeniali, brani a cui possiamo dare una nostra identità, seppur provenienti da mondi diversi come “How Deep is Your Love” dei Bee Gees o “Monks Mood”.

In “To Be ImperfecTrio”, otto pezzi che lasciano tra loro dialogare jazz, musica elettronica, classica progressive rock, fusion… Insomma, quanto  sono inutili le etichette, nella musica? Quando ti trovi di fronte a lavori come  questo, è spontaneo pensare che tutte queste categorie servano solo chi parla di musica, e non a chi la fa…

Già! Non penso però solo a questo disco ma a tutta la musica, che ritengo sia – come tutte le forme d’arte – libera e  fuori  da ogni catalogazione…

Poi, ora, nel grande inverno delle idee e dello svuotamento dei contenuti è scelta coraggiosa affacciarsi sul mercato con un progetto impegnato ed impegnativo, capace di sfidare l’ascoltatore all’ascolto. Ecco, cosa ne pensate in generale del pubblico italiano? Perché secondo me il mercato non fa altro che sottovalutarlo e svalutarlo, abituandolo alle vie semplici e a trincerarsi dietro al “è troppo difficile,non può essere capito”. In questo modo, tante cose bellissime sfuggono alla vista, e all’ascolto…

Non penso sia un problema solo italiano, ma purtroppo stiamo assistendo ad una omologazione a livello mondiale, anzi il pubblico italiano è tra i più preparati…

Oggi non sembra più necessario saper davvero suonare uno strumento per scrivere musica (nell’era del MIDI, degli home studio, della simulazione musicale), e continuare a far musica d’arte diventa una forma di resistenza allo svilimento del tempo. Ecco, io temo molto le derive diseducative di un processo simile, perché faccio parte di coloro che dalla musica sono stati salvati nel corso di adolescenze complicate addolcite e stemperate dal suono di un pianoforte, di un sax, di una batteria. Si arriverà davvero alla scomparsa dello strumento fisico, ora che tutto – o quasi – può essere riprodotto e simulato da un PC?

No! La passione che nasce da un cuore umano non è replicabile, per fortuna! Si possono campionare i suoni, ma durante questo lungo lockdown ci siamo resi conto che ascoltare concerti dal vivo sono esperienze irriproducibili o sostituibili dal web…

Vi va di salutarci lanciando un accorato appello a tutti i giovani che vi stanno leggendo? Vedete voi, potete sceglierne messaggio e contenuto!

Un appello  che mandiamo ai giovani è quello di perseguire sempre  i propri sogni e renderli parte integrante della propria vita, avere coraggio.Vivere la vita vuol dire condividere con gli altri le passioni e i sentimenti, e l’utopia sarebbe tornare per strada, chiudere i pc e ascoltarsi dal vivo….

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Pop

Lamette, il duo più nudo del momento

Dateci una lametta. Anzi, due. Lamette apre ferite profonde solo per il tormento di vedere sotto pelle che c’è, e lo fa con la precisione del chirurgo ma con il sadismo del carnefice. Insomma, nei tre singoli fin quei rilasciati (per ultimo, “spoglio di te”) per Aurora Dischi c’è tanto malessere, profondo disagio generazionale e spinta verso l’altro, come Icaro lanciato contro il Sole immemore delle sue alucce di cera. Ma che male c’é? Se proprio si deve cadere, tanto vale godersi il volo.

Ciao Lamette, domanda d’esordio nel mondo, come direbbe il buon vecchio Brunori: come state?

Vasco+Cristian: Tutto bene grazie!

Ma il vostro nome, Lamette, da dove deriva? 

V.: “Lamette” è un nome che non ha un vero e proprio significato dietro… a noi richiama un po’ il mood che puoi avere quando non hai voglia di fare niente e stai tutto il giorno sul divano, un po’ come viviamo noi.

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Tu non mi sopporti 🦄

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Vuoi anche per il nome, ma c’è qualcosa di doloroso e di addolorato, nella vostra musica. Quanto sentite “generazionale” la vostra condizione? Nel senso che questa sensazione, questo modo di fondo che si respira nei vostri brani sembra appartenere a tutti, pur nell’intimismo della vostra scrittura.

C.: Nel testo di un nostro brano non ancora uscito diciamo “generazione di ragazzi depressi”, perciò penso che la nostra condizione sia estremamente generazionale, come per molti ragazzi della nostra età, e ovviamente ciò influenza il nostro processo creativo.

Nel giro di pochi mesi – dal vostro esordio quest’anno – tre singoli fuori, tre conferme di un percorso in crescita. Ma quanto sono cambiati Lamette da “rotto di te” e cambierebbero qualcosa di quello che è stato?

V.: Lamette è un progetto che abbiamo iniziato con l’intento di differenziarci dalla massa, cercando di mischiare generi e sonorità diverse. La nostra musica è in continua evoluzione e “rotto di te” rappresenta per noi l’inizio di questo percorso, perciò non cambieremmo nulla di quello che è stato… ogni tassello è importante per la nostra crescita artistica.

E invece, “quando ti spogli”?

C.: “quando ti spogli” è nata nel periodo di lockdown, siamo partiti dal giro di chitarra e dal vocalizzo che segue tutta la canzone, poi il ritornello e il resto è venuto naturale. L’intenzione era quella di fare un pezzo chill ma allo stesso tempo incisivo, e anche grazie alla collaborazione con Zioda direi che siamo riusciti nel nostro intento.

Quanto è importante, oggi, recuperare il senso nudo delle cose? La nudità è ormai mercificata e sdoganata ovunque, ma di “anime nude” – e più che mai nella musica – se ne sentono davvero poche. 

V.: Per recuperare il senso nudo delle cose bisogna essere se stessi al 100% (soprattutto nel settore musicale) e non è facile per tutti. Ormai si vedono e si sentono troppi prodotti finti e ciò penalizza la creatività che ha sempre caratterizzato il mondo della musica.

E a voi, la nudità fa paura? Non quella che si ottiene levandosi i vestiti (o almeno, non solo quella) ma la totale vulnerabilità che deriva dall’abbandonare ogni resistenza, ogni armatura e maschera.

C.: Nella musica non mi spaventa essere me stesso, ma non essere capito… mentre in amore la totale vulnerabilità a volte può essere un pericolo. Come dice Capo Plaza in una sua canzone: “Bravo sì, ma mica fesso”.

Il 2020 è l’anno del vostro esordio, coinciso con lo scoppio della pandemia. Ci raccontate un po’ com’è andata, e come pensate che potrà andare, da ora in poi, per la musica italiana e sopratutto per il suo pubblico? Proviamo a fare previsioni impossibili, al massimo vi acclameremo come novelli Nostradamus!

V.: La musica in Italia è molto stagionale… la nostra visione invece è più internazionale, nel senso che se un pezzo è forte lo è sia d’estate che d’inverno. Secondo me il pubblico italiano si avvicinerà molto di più a quest’ottica.

Se vi dicessi di scegliere tre dischi da far sentire alle nuove generazioni per “educarle” al bello, quali scegliereste? C’è bisogno, ora più che mai, di inseguire la bellezza…

V.: “Dr. Feelgood” dei Mötley Crüe, “Whack World” di Tierra Whack e “IGOR” di Tyler, The Creator.


C.: “Electric Ladyland” di Jimi Hendrix, “AM” degli Arctic Monkeys e “I like it when you sleep, for you are so beautiful yet so unaware of it” dei The 1975.

Tre singoli sono il numero giusto per lanciare un album, oppure ci farete penare ancora un po’ prima di ascoltarvi in maniera più completa?

V.: Se l’album fosse una casa i tre singoli sono le fondamenta, ora manca tutto il resto…

Salutateci a modo vostro, e fateci una promessa che domani non vi potremmo rinfacciare di aver disatteso!

C.: Ciao raga, vi prometto che l’album uscirà presto!