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Elettronica Internazionale Pop

Le 5 cose preferite dei Low Polygon

Con un nome che fa riferimento diretto alla grafica tridimensionale – in particolare ai poligoni – i Low Polygon si pongono l’obiettivo di tradurre in musica quello che sentiresti nel tenere in mano un cubo. Da un lato dinamiche nette e affilate. Dall’altro lato, loop sia nella musica che nei testi. Una tridimensionalità che viene trasportata live con strumenti acustici ed elettronici. Low Polygon è un progetto che nasce nel 2018 a Dalmine in provincia di Bergamo. Inizialmente concepito come un progetto di musica elettronica prende nel tempo la forma di un ibrido acustico/elettronico per poter essere portato sui palchi.

Dietro Low Polygon ci sono Giorgio, Davide, Marco e Omar; un team a metà tra la musica e l’arte grafica con una concezione stilistica, sonora e artistica improntata sul concetto “low poly”.

Ecco quali sono le loro cinque cose preferite.

BABASUCCO
Eravamo all’Off Topic di Torino e Omar aveva queste bustine di “babasucco” che gli avevano dato giorni prima come energizzante con caffeina e/o ingredienti con effetti simili. L’utilizzo era semplice: busta, acqua, mescola. Sta di fatto che abbiamo deciso di testarla su Marco senza dirgli niente per vedere se effettivamente funzionasse, per essere sicuri abbiamo usato qualche busta in più. C’è da dire che Marco non è mai stato un gran fruitore di caffeina e la botta di energia si è manifestata in modo piuttosto massiccio: pochi minuti dopo averlo bevuto non riusciva a smettere di muoversi, è stato un razzo a smontare tutte le cose sul palco ed è uscito dal retro del locale facendo avanti e indietro più volte sulla via, l’effetto è durato in modo considerevole contando che nella pausa autogrill tra Torino e Bergamo è sceso dalla macchina per fare svariati giri di corsa attorno all’autogrill alle 2 di notte.

POLIZIA
Chi ci conosce sa che abbiamo sempre avuto difficoltà a descrivere il nostro genere musicale, c’è dell’elettronica ma con molti riferimenti suonati, delay piuttosto ricercati ma anche fuzz ignoranti e quando i poliziotti in un controllo di routine fuori dall’autostrada ci hanno chiesto “ah si, eravate a suonare? e che genere fate?” siamo caduti in un silenzio di riflessione che è risultato estremamente sospetto. Marco cercando di riempire il vuoto esordisce con “prima cantavamo in inglese ora cantiamo in italiano” la risposta dell’agente è stata “avete fatto bene, potete andare”; è da quel momento che abbiamo deciso definitivamente di cantare in italiano.

IL LICEO ARTISTICO PIERO PELÙ
La prima volta che siamo andati a suonare a Firenze è nata una legge non scritta interna al gruppo per cui Giorgio non può guidare.
Non c’è un vero motivo anche perchè io (Giorgio) ho sempre guidato, ma da allora nelle trasferte più lunghe sto seduto dietro e mi faccio portare, top. Mentre mi godevo il viaggio dai sedili posteriori ho convinto tutti che a Firenze ci fosse un liceo artistico dedicato a Piero Pelù. Ci piace ricordare quel momento.

IL GIOCO DI OMAR
Esiste un gioco alcolico che dopo averlo giocato nessuno ricorda più le regole e vanno riscritte, è il gioco di Omar.
Omar è l’unico che se lo ricorda: tra i nostri amici esistono molte varianti di questo gioco perché ogni volta viene ricreato, anche se onestamente ora non me le ricordo.

LA PASTA PRE CONCERTO
Alcuni la mangiano prima, altri la mangiano dopo, altri come Cesti scompaiono fino all’inizio del concerto perchè si ritira a meditare nell’angolo più isolato del locale. Insomma la abbiamo provata di tutti i tipi: calda, fredda, buona, e soprattutto dimmerda.
Nonostante l’imprevisto che il cibo svolge nel periodo tra il soundcheck e il live, questa pasta di Schrödinger è il momento che aspetti prima di salire sul palco. Contiamo di tornare presto a mangiarla e di conseguenza a suonare.

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Indie Internazionale Pop

Le 6 giornate storte di Adelasia

Esce venerdì 28 maggio 2021 per Sbaglio Dischi (distr. The Orchard) il nuovo singolo di Adelasia dal titolo Giornata Storta. Un nuovo capitolo che segue l’uscita del suo album di debutto 2021 pubblicato alla fine dell’anno scorso.   Giornata storta è un brano che si impone come un singolo estivo per chi, un po’ come tutti, vive continuamente giornate storte, psicodrammi e amori non corrisposti, e riesce comunque a riderne e a lasciar correre. Ironia e malinconia convivono qui con sussurri, riverberi e atmosfere subacquee. 
 
“Giornata storta è un piccolo atto d’amore verso se stessi, è guardare le cose che ti accadono con distacco e riuscire a vederle per quello che sono, delle piccole gocce in un mare di eventi. La mia è stata solo una giornata storta: lui scappava da me e quindi il sole alla fine l’ho inseguito io e inseguendolo in macchina è nata questa canzone. Ogni evento che mi accade, se lo uso come pretesto per scrivere una canzone, assume un colore più bello. A questo brano sono particolarmente affezionata: c’e stato un lungo periodo quest’anno in cui non riuscivo a scrivere, non ero ispirata e questo mi frustrava molto poi fortunatamente quel giorno in macchina ho iniziato a canticchiare melodie ed è nato questo brano che consiglio di ascoltare proprio in macchina, finestrini spalancati e vento in faccia.”

Gli abbiamo chiesto di elencarci le sue 5 giornate storte.

Al ristorante mi succede spesso di ordinare qualcosa ma di ricevere un altro piatto o di non ricevere proprio nessun piatto.

Mi piace andare in bici ma spesso mi esce la catena e arrivo nei posti sporca di grasso ovunque.

Prendersi il diluvio in motorino

Quando lavoravo nei ristoranti mi è successo più volte di mettere il detersivo per i piatti nella lavastoviglie e di inondare la pedana di schiuma.

Al casello entri nella corsia telepass ma il telepass non ti funziona


Andarsi a tagliare i capelli e portare come reference una foto di bella hadid ma uscire dal parrucchiere con i capelli dei Cugini di campagna.


 

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Internazionale

Chi (e cosa) è IL COSA, lo iato dell’elettronica lo-fi italiana

Buon ritorno per IL COSA, che in “Iato” mette alla prova l’assopita capacità d’ascolto del pubblico italiano con un disco coraggioso, che non vuole ammiccare ad altro che non sia l’urgente ricerca di libertà creativa del suo autore.

IL COSA è il nome d’arte di Ilario Promutico, bassista e musicista elettronico ciociaro di stanza a Bologna. Passa gli anni dell’adolescenza coltivando l’interesse per l’arte e la cultura underground – in tutte le sue varie sfaccettature: fumetto, post-punk, grindcore, writing, hacking; dopo essere stato attivo in molteplici progetti musicali di stampo post-rock, dal 2011 intraprende una ricerca personale estetica imperniata sulla sperimentazione (di stampo eminentemente elettronico) di nuove sonorità e nuove pratiche creative: campionatori e sintetizzatori diventano pian piano padroni della sua scrittura, rimanendo particolarmente legato al dub industriale e alla bass music britannica. Un coacervo di influenze che, in effetti, emergono con prepotenza anche in “Iato”, “fumetto” musicale che certamente sarebbe piaciuto al mitico Prof. Bad Trip (nome d’arte del compianto Gianluca Lerici, grande fumettista ligure) e che di certo fa compiacere gli amanti di un certo tipo di “cultura alternativa” che oggi rischia di rimanere schiacciata sotto il peso della trasformazione radicale subita dal concetto di “indipendenza” negli ultimi dieci anni.

IL COSA è, infatti, più indie di tanti che oggi potreste trovare all’apice delle playlist editoriali dedicate al genere, reclamando per sé stesso la libertà di fare quello che gli pare. Sei tracce filtrate attraverso modificazioni diverse, contaminate da influenze che vanno dalla trap al lirismo lisergico della prima scena indipendente italiana; “Razza di idiota” restituisce un testo infuocato alle strumentali “Black Box” e “Nullipotent”, senza per questo preservarsi dalla livellazione distorcente di “Che non può essere salvato” e contribuendo a dare all’ascoltatore la sensazione di trovarsi al centro di un vortice risucchiante.

Un buon ritorno, che conferma l’attitudine alla sperimentazione di un artista eclettico, da scoprire. 

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Internazionale

Il lockdown secondo i Maldimarte

Dalle costole dei Vinylika, prende il via la seconda vita artistica di Vincenzo Genuardi e Domenico Mistretta, rei di una collaborazione ultradecennale. In una decade di rock’n roll e chitarre distorte, l’armonia sempre in primo piano aveva dato vita ad un trascinante power pop, con testi in italiano e melodie ammiccanti atte a conquistare al primo ascolto. Un approccio compositivo che ora, con una rinnovata ispirazione e la maturità acquisita sul campo tra palchi e home studio, sterza verso una nuova veste più moderno/cantautorale. L’urgenza espressiva in chiave rock si è trasformata in pacata osservazione degli eventi che accadono intorno, in una narrazione che prende spunto più dalla realtà esterna che dall’introspezione. In “Maldimarte” le chitarre fanno un passo indietro rispetto ai synth e i brani diventano un osservatorio passivo su un futuro cronico e individualista. Rallentare diventa la nuova urgenza, per riprendere il contatto con gli elementi fondamentali della vita e la percezione di un mondo che non è e non sarà più lo stesso.

Abbiamo chiesto loro di raccontarci il loro lockdown.

L’arrivo della pandemia vi ha sconvolto qualche piano? Quale?
Ha sconvolto tutto, sul piano personale e lavorativo, ma l’assenza dall’occupazione principale ci ha dato più tempo per dedicarci alla musica, tempo che aspettavamo da anni, quindi ne abbiamo approfittato per comporre nuova musica e fare uscire il nostro primo Ep.

Come state passando questo strano periodo, qual è la vostra routine?
Purtroppo nel persistere delle restrizioni non è cambiato molto, continuiamo a promuovere ”Vicini di Caos”. Probabilmente ricorderemo e ringrazieremo a vita questa pubblicazione perché in un momento cosi assurdo è stato per noi motivo di crescita e sviluppo sul piano artistico, ci ha tenuti occupati con la promozione, e quindi ha riempito intensamente le giornate. Nel frattempo si lavora a nuovi singoli.

Ve la ricordate la primissima quarantena? Come la passaste?
Periodo epico difficile da dimenticare, reclusi come tutti da un giorno all’altro, tra cucina, studio, videochiamate, qualche suonato live in dirette organizzate… un paio di volte abbiamo trasgredito il DPCM per scambiarci pedali, chitarre etc., in perfetto stile proibizionismo.

Di cosa parla il vostro ultimo singolo? L’avete scritto nell’ultimo anno?
Respirerò” è una finestra che si affaccia sul mondo, una disamina contemporanea su un mondo flesso a logiche assurde non conservative. L’idea è che si possa posticipare qualsiasi comportamento scorretto ai posteri, consegnando loro un vero inferno. La terra ha a disposizione miglia di anni per metabolizzare il nostro funesto passaggio e tornerà a respirare prima o poi. Questo ci consola.

É stato scritto nel 2018 e inciso alla fine del 2019. Spesso, durante le nostre conversazioni, veniva fuori questa frase: “C’è troppa felicità immotivata e troppa stasi, sta per succedere qualcosa”. Detto fatto. Non so perché ma ce lo aspettavamo, il singolo, ne è prova documentale; molti invocano una normalità come se fosse l’eden, sappiamo benissimo che non è così.

Cosa vi manca più di qualsiasi cosa?
Le chitarre sul palco, la botta della cassa e il basso che scuote, i post concerto, i lunghi viaggi per andare a suonare, l’arrangiarsi per fare musica e goderne.

Vi ricordate ancora l’ultima serata che avete fatto post 22.00?
A dire il vero facciamo un pò fatica a ricordarlo, forse è passato troppo tempo.

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Internazionale

SDENG: Il suono delle scelte sbagliate e del nuovo capitolo delle Altre di B

Altre di B, la band indie – rock made in Bolo, sono Giacomo, Andrea, Giovanni e Alberto e sono tornati il 14 maggio su tutte le piattaforme digitali con un nuovo progetto, un album concettualmente legato ad una fase nuova della loro storia personale: SDENG.

La campagna è la meta prediletta per il loro quarto trasloco, a cui corrisponde come da tradizione un album, il quarto, che ci regala dieci tracce, anticipate dall’uscita di coppie di singoli, a loro volta associate a coppie di artwork sui muri della loro città, realizzati dallo street artist Mannaggia. La scrittura non ruota più intorno ad un tema unico, come nei precedenti progetti Sport e Miranda!, ma il risultato è comunque organico e coerente, ma mai privo della spontaneità tipica del loro sound, che li ha portati alla conquista di importanti palchi internazionali (Primavera Sound, SXSW, Sziget, Europavox).

In questo quarto capitolo ci sono ritmi più rilassati, in una miscela ben riuscita stili post-punk e jangle pop. Stavolta il loro suono è quello delle scelte sbagliate, degli “scontri della vita”, nella quotidianità come nei rapporti interpersonali, indagati perfettamente in brani come Mommy e Green Tea Tiramisù, personalissimo pezzo dedicato all’ex tastierista della band.

Abbiamo chiacchierato un po’ con loro ed ecco cosa ci hanno raccontato!

Ciao ragazzi! SDENG è il vostro quarto album, ma immagino che ogni volta sia un po’ la prima volta. Come state?

Ciao Futura 1993! Noi stiamo bene, anche se come tutti veniamo da un anno e mezzo gravoso, nel quale abbiamo dovuto rimandare l’uscita di un disco pronto da tempo, vederci attraverso la webcam del computer e rinunciare all’attività dal vivo. Ciononostante è stata una gestazione divertente e una produzione d’altri tempi, una nuova prima volta, come fosse il primo disco. SDENG è un album registrato come negli anni Sessanta, in presa diretta e con post-produzione analogica e nessun artificio: un orecchio attento noterà stonature, difetti, spigoli e qualche errore. È a tutti gli effetti un manufatto.

SDENG è stato realizzato in un granaio e in questo periodo storico si parla spesso di un ritorno generale alla vita semplice, rurale – una sorta di deurbanizzazione. Perché avete scelto la campagna e cos’ha rappresentato per voi e per questo progetto?

Andrea ha in affitto un granaio, utilizzato come deposito di chincaglieria, sacchi di grano, mobili in disuso e vecchia attrezzatura agricola. Così dopo esser stati sfrattati dal garage che utilizzavamo per le prove abbiamo deciso di ottenere il massimo rendimento da un granaio, che non è propriamente un luogo adatto alla musica, ma riadattandolo un poco è diventato un ambiente straordinario. Dopotutto sei circondato dal silenzio, dai cani, gatti, pavoni e volpi. Quando hai tanto spazio attorno le cose diventano più semplici: è né più né meno il concetto del foglio bianco da scarabocchiare. Non ci siamo imposti limiti di tempo, limiti di scrittura e dettami discografici. Per noi è un lavoro schietto e diretto.

SDENG è un rumore che avete rappresentato graficamente con un pallone che non entra in canestro, ma risuona sul ferro. A me, d’impatto, ha ricordato un colpo forte, preso di testa, di quelli che ti stendono. Come mai questo titolo?

È il suono secco e immediato di tutti gli scontri della vita: è un incidente, è un battibecco, è un canestro sbagliato da un metro di distanza, è l’ingiustizia e la prevaricazione. Ma è anche il rumore della rivalsa e dello sfogo, dell’innamoramento, della capacità di dire no e della riconquista dei propri spazi. È stata una scelta molto semplice: passeggiando per Bologna abbiamo visto quel disegno su un muro (è dello street artist e sassofonista Mannaggia, che abbiamo successivamente contattato per il resto delle grafiche) ed è stato un rumoroso colpo di fulmine. Era il tassello mancante allo spirito con cui abbiamo affrontato questo lavoro.

L’unica featuring del disco è con i regaz dello Stato Sociale, nello specifico Checco e in un brano in italiano. Parlatecene.

SDENG ha visto la partecipazione di diversi musicisti che ci piacciono (Luca Lovisetto di Baseball Gregg, Ilaria Ciampolini di Pop-X e Immanuel Casto, Dario Nipoti e Lorenzo Musca dei Blaus). Avevamo questo brano samba che volevamo assolutamente cantare in portoghese e avevamo pensato alla voce di Asia Morabito (Sleap-e), ma con lo scoppio del lockdown abbiamo dovuto rimandare i lavori. La scorsa estate, dato che Giacomo stava lavorando al disco di Checco (quello che è andato a comporre l’ultimo lavoro de Lo Stato Sociale) abbiamo pensato che per praticità potevamo avvalerci della sua voce ed di accantonare il portoghese, del quale avevamo sottovalutato la musicalità. Siamo comunque in debito con Asia e ci rifaremo.

L’arte e il linguaggio dei muri. Qual è il vostro legame con l’arte figurativa, che vi ha portato a voler rappresentare le dieci tracce del disco sui muri della vostra città?

I muri di Bologna sono da sempre un pot-pourri di creatività autentica e, al di là di quello che uno pensi in materia di arte di strada e vandalismo, è un tipo di espressività estremamente relazionato col tempo in cui si vive. E i disegni sono materia viva, non pelle morta. A Bologna si parla di droga, anticlericalismo militante, assassins de la police, musica, espressioni lapalissiane ed emancipazione. Tutto però ha inizio anni fa a San Francisco, dove vediamo l’immagine di una nuvola gigante con al centro le parole It’s a cloudy day in San Francisco. Lampante, potente, bello. È il primo di tanti SDENG. Di arte di strada ne parlato anche qua.

Quanto ha inciso su di voi, come artisti e come ascoltatori di musica, e su quest’album l’assenza dell’assembramento sotto palco?

In tutta onestà non ha spostato granché. Certo, è cambiata l’interazione palco-pubblico, ma è una lunga stagione delle vite di tutti destinata a cambiare e tornare ai vecchi canoni. E, detta francamente, i concerti con le sedie ci sono sempre stati. Ahimè.

Il vostro concerto dal balcone in Bolognina quest’anno ha avuto un sapore diverso, quello del tempo storico che stiamo vivendo. Come musicisti, avete avuto modo di entrare in contatto con realtà musicali fuori dall’Italia: secondo voi esiste nel nostro Paese un problema, istituzionale e non, con il settore artistico?

Il 6 gennaio eravamo a un passo dall’eseguire il solito concerto della Befana, che suoniamo dal balcone di casa di Giacomo dal 2011: ma, viste le circostanze, ci sembrava una mancanza di rispetto. Abbiamo deciso di fare la cosa più sensata, ovvero di salire sul balcone con gli strumenti e di non suonare. Questa lunga stasi è stata (è da lungo tempo) la condizione dell’arte per oltre un anno, arte che è stata messa alla porta dalle istituzioni, quasi criminalizzata, depennata dalle agende governative, dimenticata e ridicolizzata. Tutto questo mentre il resto della macchina blaterava di riaperture a fronte di migliaia di contagi giornalieri e dei morti nelle terapie intensive. Il problema esiste ed è legato al fatto che, sia chiaro generalizzando, questo non è considerato un lavoro a meno che non si riempiano gli stadi, o non si vada in televisione. Esistono lavori di serie A e lavori di serie B, questo è il problema.

 Il posto più bello dove vi ha portato la vostra musica e il palco sui cui ancora non siete salite, ma che sognate di calpestare?

La prima volta in America (Shrine di New York City) è il posto più bello dove ci ha portati la musica. Il mio sogno (Giacomo) è il tendone BBC del festival di Glastonbury.

Di Elisabetta Picariello

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Internazionale Pop

Il tema natale di Gionta

È stato pubblicato lo scorso 26 marzo Eyes of a desperate soul, il nuovo album di Antonio Francesco Daga, in arte Gionta. Si tratta di un disco vario, ricco di influenze musicali, dal reggae alla dub, dall’elettronica al cantautorato, con elementi che vanno dal pop al tribale. Talvolta pare di essere sospesi, senza il sostengo della struttura canonica della forma canzone. I testi sono un’analisi intima e personale di sé, del passato, della vita, passando in rassegna le emozioni del giovane cantautore in un viaggio talvolta ermetico, talvolta cristallino nella sua interiorità. Una commistione innovativa in cui la parola sperimentare è il fil rouge che tiene unito l’impianto compositivo, abbinato all’energia e all’esplosività di ritmi incalzanti e il costante gioco di contrasti.

Gli abbiamo calcolato il suo tema natale.

Sole in Capricorno
Il tuo carattere un po’ ombroso e taciturno e il tuo ‘self control’ spesso eccessivo arrivano ad imbarazzare gli altri, che ti vedono anche un po’ ‘snob’. Di certo ami leggere molto, spesso ti rinchiudi in te stesso e lo studio delle materie scientifiche è spesso uno dei tuoi punti forti. Vero o falso?

Vero. Verissimo! Spesso mi capita di isolarmi e non essere compreso in questo comportamento… Ci ho fatto l’abitudine ormai. Amo leggere ed amo approfondire gli argomenti scientifici, storici, mitologici e tanto altro.

Ascendente in Scorpione
Solo quando costruisci una famiglia ritorni ai valori tradizionali della coppia e, non di rado, prima di raggiungere una perfetta armonia, combatti col partner per stabilire chi dei due avrà la supremazia. Vero o falso?

Falso. Ma solo perché ho smesso da tempo di volere la supremazia (e anche perché attualmente non ho una partner) a tutti i costi. Ho frequentato alcune persone di questo segno e alcuni aspetti sono veritieri e li posso confermare… Ma non posso andare sulla risposta “vero”.

Luna in Vergine
Per l’uomo spesso indica un sottile malessere di fronte alla seduzione, e difatti in questi casi è presente una tipica timidezza. Vero o falso?

Vero. Ho sempre avuto un certo “timore reverenziale” rispetto all’altro sesso. Sono stato cresciuto da mia madre e mia nonna ed ho un grandissimo rispetto per le donne. Sono molto, molto timido (tranne quando canto :D). Aneddoto: il mio primo bacio (non bacio) fu dato sul lato delle labbra perché avevo paura di mancare di rispetto alla persona alla quale andavo ad approcciarmi (che è poi diventata la mia partner di allora). Impacciatissimo, la salutai in questo modo…

Venere in Sagittario
La realizzazione affettiva si raggiunge più con uno scambio intellettuale che non nel rapporto fisico. Vero o falso?

Vero. Sono una persona romantica e, spesso, basta solo l’affinità mentale a farmi innamorare follemente di una persona. Certo che, ovviamente, il rapporto fisico ha la sua incidenza, ma non è fondamentale per la realizzazione affettiva (o comunque non è la prima cosa che cerco!). Aneddoto: avevo molta più voglia di portarmi a letto una ragazza che mi piaceva tantissimo mentre ci parlavo, rispetto a quando nel letto ci siamo effettivamente finiti. Non è stato un caso isolato ahimè.

Marte in Vergine
È indubbiamente una posizione molto felice per ciò che riguarda la conquista delle mete lavorative, ottenute grazie alla tenacia, al metodo ed al rigore sistematico dell’autodisciplina. Vero o falso?

Generalmente risponderei VERO… Ultimamente, la situazione che stiamo vivendo mi fa vivere dei momenti in cui mi chiedo che cosa io ne stia facendo dell mia vita, però la tenacia non manca e mi fa rinsavire da questi brutti pensieri. Ho pubblicato il mio ultimo album “Eyes of a desperate soul” proprio durante la pandemia da Covid19 ed ho dimostrato a me stesso e a chi segue la mia musica di avere coraggio e soprattutto rispetto per ciò che ho sempre fatto con rigore e dedizione da quando ero ragazzino. Ho avuto tante belle soddisfazioni dalla mia carriera musicale e sono certo ne avrò tante altre. Grazie per questo spazio che mi avete gentilmente offerto!

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Indie Internazionale Pop

Il lockdown secondo i Pillheads

Da venerdì 21 maggio sarà disponibile in rotazione radiofonica e su tutte le piattaforme digitali “Domani voglio farlo ancora”, il nuovo singolo dei The Pillheads. Domani voglio farlo ancora è un brano dall’impronta inconfondibilmente British e rappresenta metaforicamente i comportamenti rischiosi ma necessari per vivere la vita fino in fondo. Spiega Paolo a proposito del loro nuovo inedito: «Mi lancio tutti i giorni da altezze vertiginose senza paracadute, con un gesto che parrebbe un sicuro suicidio. Tuttavia c’è sempre qualcuno o qualcosa che magicamente mi salva. Lo so e non me ne preoccupo: ogni giorno ripeto il mio gesto, folle per la gente, ma irrinunciabile per me».
 
Pillheads è un termine inglese che definisce “coloro che assumono ossessivamente farmaci senza averne una reale necessità”, da un’idea di Phil Strongman, collaboratore di Malcom McLaren e regista dei Sex Pistols, con cui i Pillheads produssero un film nel 2017.

Abbiamo chiesto loro qualche info su come hanno passato il lockdown.

Come state passando questo strano periodo, qual è la vostra routine?
Stiamo ultimando il nostro nuovo disco in lingua italiana. Nel frattempo stiamo producendo nuovi video. Siamo molto contenti del risultato, stiamo utilizzando tecnologie sperimentali per la registrazione e missaggio. Stiamo utilizzando una gamma dinamica eccezionalmente ampia in controtendenza con la tendenza contemporanea a schiacciare i mix con dei mastering da schifo. Stiamo pensando che sarà un vinile. Anzi ne siamo ormai certi.

L’arrivo della pandemia vi ha sconvolto qualche piano? Quale?

I nostri piani non hanno mai avuto alcuno sconvolgimento, abbiamo semai avuto più tempo per registrare in studio.

Ve la ricordate la primissima quarantena? Come la passaste?
No, non ce la ricordiamo, è passato troppo tempo…

Di cosa parla il vostro ultimo singolo? L’avete scritto nell’ultimo anno?
“Il Libero Pensiero” è la versione italiana di “Bleeding Clone”, brano che abbiamo scritto nel 2019 durante una settimana di registrazioni presso lo studio che la nostra Banksville Records tiene a Berlino, in Kottbusser Tor. Parla di libero pensiero, che abbiamo notato essere molto simile, nelle sue caratteristiche, a un disturbo neurologico clinicamente denominato “sindrome di Tourette”, che causa improvvise manifestazioni inopportune del linguaggio e del comportamento. Tali similitudini possono essere così brevemente riassunte: entrambi si manifestano evidenti in tenera età, con la tendenza poi a svanire; entrambi portano i soggetti a dire troppe parole, spesso considerate sconvenienti; entrambi, nei casi più gravi, vengono curati con i farmaci. L’ uso spropositato delle parole, giunge al limite della personale sopportazione ma non ci basta mai e ne vogliamo ancora e ancora.

Cosa vi manca più di qualsiasi cosa?
Assolutamente nulla. Abbiamo noi stessi. Siamo dei ragazzi fortunati.

Vi ricordate ancora l’ultima serata che avete fatto post 22.00?
Ieri notte, abbiamo lavorato al nuovo video di “Domani voglio farlo ancora” fino alle 6 del mattino, bevendo Grignolino nelle pause. Non è tanto tempo fa… Vedi, questa ce la ricordiamo!

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Internazionale

Il lockdown secondo Henna

Esce venerdì 23 aprile 2021 Au Revoir, il nuovo singolo di Henna.
Vi presentiamo la cantautrice valtellinese ma di stanza a Milano, tra i 16 finalisti della nuova edizione di Musicultura, con un nuovo capitolo che ci porta nel suo personalissimo mondo subacqueo dove le influenze del cantautorato indie si contaminano di elementi di folklore e di sonorità più vintage. Questo brano è un viaggio on the road in Europa, tra Francia, Italia e Germania, con il cuore spezzato e una salvifica autoironia, che diventa spesso la nostra migliore amica.

Au revoir è un brano nato per scherzo e alla fine è davvero uno scherzoso modo di dire che stai bruciando dentro. A volte mi viene difficile spiegare le cose per come le sento davvero, in questo caso il modo migliore per esorcizzare mi sembrava portare il concetto all’esatto opposto: ci avrei sicuramente pianto e quindi mi metto nella condizione di riderci su. Posso dire che l’ironia è un’amica bestiale.

Le abbiamo chiesto di raccontarci il suo lockdown.

Come stai passando questo strano periodo, qual è la tua routine?
Non sono grande fan della routine eppure questo periodo mi ha portata nel loop. Un boomerang di situazioni, posti, persone, pasti, bevande, parole e canzoni. Niente serate, niente live, niente nuove persone con cui scambiare conversazioni sul senso della vita durante serate senza aspettative, niente. La fortuna vera è stata Musicultura: mi ha dato la possibilità di fare una cosa che aveva la parvenza di un viaggio e di suonare dal vivo in un teatro (concetto praticamente utopico ad oggi), questo si che è stato un privilegio.

L’arrivo della pandemia ti ha sconvolto qualche piano? Quale? 
Diciamo che l’infame è arrivata nel momento in cui dovevo (teoricamente) entrare a bomba nel mondo del lavoro, dopo gli anni di studio e il diploma, dopo aver passato il momento terribile di transizione in cui capisci che è finita la pacchia ed è arrivata l’ora di prendere la bici e pedalare ero veramente pronta per partire, avrei voluto fare tanto, adrenalina, progetti e idee a mille; direi che ci troviamo nella situazione perfetta per usare il modo di dire “mi ha messo i bastoni tra le ruote”. Però adesso il bastone l’ho congedato e pedaliamo.

Te la ricordi la primissima quarantena? Come la passasti?
Mi sento fortunata per essere rimasta bloccata a casa mia in Valtellina con i miei genitori e mia sorella. All’inizio ricordo che, non sapendo le tempistiche perché proprio non conoscevamo questo grande mostro, la vedevo come una sfiga l’essere rimasta lontana da Milano. Invece mi sono goduta la mia famiglia come non succedeva da anni, ci siamo ritrovati tutti e quattro insieme sotto lo stesso tetto come prima ed è stato un regalo preziosissimo. Ho lavorato molto durante il primo lockdown, in tutta quella tristezza e paura io potevo lavorare alla mia musica senza la pressione del tempo che passava, potevo permettermi di riprendere in mano delle cose che avevo lasciato al caso ed è stato un momento anche per dedicarsi a delle attività che non facevo da un po’ per questioni di priorità, come dipingere, ricamare e studiare per curiosità.

Di cosa parla il tuo ultimo singolo? L’hai scritto nell’ultimo anno?
Au revoir è una canzone d’amore, l’ho scritta a fine 2016 in realtà. Ci sono le canzoni della buonanotte e questa ad esempio è la canzone del malocchio, e allora perché dico “canzone d’amore”? (domanda auto-posta nella domanda). Perché il narratore (aka io) è nella fase del cuore spezzato in cui gliele vuoi augurare tutte, che poi alla fine non è mai vero, ci si fa un po’ grossi per reggersi in piedi, però quello è stato un mio gioco per mandare via la sofferenza di quello che per me è stato un innamoramento particolare, un gioco che non voleva manco essere una canzone ma un esercizio di terapia che poi è diventato il mio primo singolo.

Cosa ti manca più di qualsiasi cosa? 

Ora mi mancano i contenuti. Mi sento privata della mia libertà (come tutti) a causa di questo stile di vita, io amo scrivere le canzoni, è proprio una cosa naturale e il fatto che io mi stupisca spesso delle cose, dalle più piccole alle più grandi è un tassello importante per il mio approccio alla scrittura. Ora ho poco da dire, poco da raccontare perché non succede un accidenti. Eppure mi sforzo ma tutto quello che scrivo ora proviene da un ricordo preso in prestito dal passato, non che mi dispiaccia perché comunque l’ho sempre fatto, ma ora non posso scegliere di scrivere di me nel 2021 perché questa pandemia mi ha mangiato le esperienze.

Ti ricordi ancora l’ultima serata che hai fatto post 22.00?

Se devo essere sincera non riesco a ricordare come fosse, pensare che questa estate non c’era il coprifuoco mi sembra assurdo. Ci siamo talmente tanto abituati a questa vita che quella vera sembra un ricordo offuscato. Il che è terribile. So solo che quando sarà finito tutto quanto non voglio vedere casa mia per qualche giorno.

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Il lockdown secondo Metcalfa

Esce martedì 23 marzo 2021Siolence (titolo che viene dall’incontro tra “silence” e “violence”), il disco di debutto di Metcalfa, già anticipato dal singolo Missing. Si tratta del mondo oscuro del progetto solista di Metello Bonanno, primo esponente della hybrid music, che viene finalmente svelato, che presenta un suono che mischia elettronica, influenze jazz, atipiche soluzioni timbriche e ritmiche: SIOLENCE, un incontro tra le parole “silence” e “violence”. La scelta di questo titolo vuole tradurre in parole quello che succede all’interno del disco e le sensazioni che, si spera, possa suscitare nell’ascoltatore. Attimi di pura quiete affiancati ad elementi più ruvidi, in modo da creare un interessante connubio sonoro.

Ecco come è andato il suo lockdown.

Come stai passando questo strano periodo, qual è la tua routine?
Guarda, fortunatamente riesco a lavorare un po’ con la sala prove che gestisco presso il CEMM School of Music e con le lezioni di strumento. Inoltre sto lavorando a del materiale nuovo. La mattina alle 7 mi sveglio per allenarmi, il resto della giornata lo dedico alla musica e ai miei
progetti. Cerco di tenermi occupato e lavorare sulla mia autodisciplina.

L’arrivo della pandemia ti ha sconvolto qualche piano? Quale?
Bè, sicuramente diverse date che avevo in programma con due progetti sono sfumate nel nulla. Grossi progetti “fortunatamente” non ne avevo, quindi ho evitate uno sconvolgimento particolare da questo punto di vista.

Te la ricordi la primissima quarantena? Come la passasti?
La ricordo come un momento estremamente pacifico e per me anche molto edificante. L’ho passata in Toscana, dai miei. Ho continuato a studiare, a migliorarmi, a lavorare su ciò che era meno solido. Non posso assolutamente lamentarmi, in fondo stavo in aperta campagna e c’erano
anche un sacco di animaletti.

Di cosa parla il tuo ultimo singolo? L’hai scritto nell’ultimo anno?
Ti riferisci a MISSING? L’ho scritto due anni fa, più o meno. In realtà non parla di un argomento unico, è più un insieme di emozioni che provavo, uno stato in cui ero al momento della scrittura del pezzo. Come recita il testo “I am far from Earth, and I like to be lost”, mi sentivo esattamente
in quel modo. Inoltre il testo è un omaggio a un gruppo che ho scoperto molto tempo fa, ma qui la storia si fa complicata.

Cosa ti manca più di qualsiasi cosa?
Suonare live.

Ti ricordi ancora l’ultima serata che hai fatto post 22.00?
Una delle ultime è stata quando mi sono mollato con la mia ex. Un anno decisamene allegro, non trovi?

foto di Simone Pezzolati

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Indie Internazionale Pop

Il lockdown secondo Kolè

Esce il venerdì 23 aprile 2021 Your Mouth, singolo di debutto di Kolè.  Un esordio che ci trasporta nel mondo onirico dell’atipica cantautrice romana classe 1993, che si lascia influenzare da Radiohead e Portishead, Moltheni e Afterhours, ma anche da Quantic Soul Orchestra e Fela Kuti. Un mix unico che ci porta nel territorio inesplorato all’interno di un esperimento sussurrato ed elegantissimo tra trip hop, funk e nu soul. Your Mouth è il primo capitolo di un EP di 5 pezzi di prossima uscita.

Kolè ci ha raccontato il suo lockdown.

Come stai passando questo strano periodo, qual è la tua routine?

Cerco di definire per ciascuna giornata una tabella di marcia, non troppo fitta, di modo da continuare a coltivare le mie attività anche se secondo nuove e particolari modalità. Cerco ogni giorno di camminare per almeno un’ora e di tenermi in contatto con le persone a me più care. In particolare ho iniziato a sfruttare il tempo serale come momento per igienizzare la mente e lasciarle un respiro e ritmo più dilatato per poter coltivare senza fretta ciò a cui non riesco a dedicarmi durante il giorno e che coi ritmi passati mi vedevo costretta a procrastinare o lasciare incompleto.

L’arrivo della pandemia ti ha sconvolto qualche piano? Quale? 

Sicuramente sì. A cominciare dal non aver potuto concludere il mio percorso di studi “live”, non ho potuto salutare degnamente il mio ateneo e celebrare con momenti di festa degli avvenimenti importanti. A parte questo ho assistito all’inevitabile deroga di alcune prove concorsuali, come è naturale che sia.

Te la ricordi la primissima quarantena? Come la passasti?

La trascorsi a suonare, studiare e allenarmi. Odio l’attività fisica ma mi accorsi che per qualche strano meccanismo alchemico mi rendeva felice, le endorfine suppongo. Il fattore non trascurabile che funse da jolly fu il fatto che dovevo concludere i miei studi in filosofia partorendo una tesi sperimentale, attività che grazie al cielo mi ha tenuto molto impegnata.

Di cosa parla il tuo ultimo singolo? L’hai scritto nell’ultimo anno?

Your mouth è un singolo che ho composto un paio di anni fa, nel 2019, in un periodo dove avvertivo una forte esigenza espressiva che volevo concretizzare senza farmi troppe domande sullo schema in cui farla confluire. È un pezzo molto semplice dai toni shoegaze dove emerge una certa purezza nel modo di vivere e sentire le cose, è una specie di poesia d’amore profondamente sentita ma al contempo leggera.

Cosa ti manca più di qualsiasi cosa? 

La musica dal vivo, le ragioni sono molteplici e lascerò spazio all’immaginazione di ciascuno. Di certo sentirmi libera fuori casa, intendo dire poter vivere le esperienze senza dovermi chiedere se sono le 22 o se posso spostarmi fino a x. È un esercizio che mi rende difficile rilassarmi e vivere con spensieratezza alcuni avvenimenti.

Ti ricordi ancora l’ultima serata che hai fatto post 22.00?

Sì. Anche se al momento è più il ricordo di una precisa sensazione piuttosto che di una serata specifica.