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Indie Pop

“Gandhi” è il singolo alla non violenza contro il tempo di Leuca

Leuca è il nuovo arrivato nel roster di Revubs Dischi e noi siamo pronti ad accogliere il suo singolo d’esordio “Gandhi” in uscita il 12 marzo su tutte le piattaforme.

Un nome che cela in sé un periodo vissuto a Londra, che ha saputo donare all’artista non solo il suo nome peculiare, ma anche la vocazione verso una musica multiculturale. I riferimenti musicali sono tra i più disparati, senza però abbandonare del tutto la patina pop che gli conferisce un piglio immediato anche da parte di quel pubblico che si avvicina a lui per la prima volta.

Gandhi” è il titolo con cui Leuca si presenta al mondo dell’indie, “Gandhi” diventa l’emblema della lotta non violenta e quotidiana a tutto quel mondo degli haters e degli influencers che affollano le nostre home, i commenti ai post, ma che seppure virtuali riescono ad avere un impatto sul reale che forse dieci anni fa non avremmo nemmeno immaginato.

Gandhi” è anche il modo per fermare il tempo quando, guardandosi allo specchio, si nota il primo cappello bianco. Anche noi abbiamo provato ad immortalare qualche informazione in più sul brano, chiedendolo direttamente all’artista nell’intervista qui sotto:  

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Indie Pop

Supernino mi ha portato in giro per Torino

Supernino ha di recente pubblicato un nuovo singolo dal titolo Bastava Dirlo (fuori per Sony Music). Lui è un supereroe con pochi poteri e questa volta ha deciso di rivolgersi alla propria Lei, raccontando su una calda base R&B di una storia d’amore eccessivamente bollente, così bollente da bruciarti vivo e diventare la tua “morte a prima vista”, come dice lui. Il brano narra in modo iperbolico la voracità della passione di un rapporto, dandone una visione grottesca: l’artista non si sofferma sulla bellezza di quei momenti, ma sul disagio fisico e psicologico che quella passione crea in lui, descrivendo in maniera dettagliata i sintomi e paragonando tutto questo ad un’esperienza di pre-morte. Nel brano non mancano i riferimenti a Torino, citando alcune delle poche cose che uccidono, in città, tra queste la pizza Da Gianni e il celebre Tamango, di cui solo i veri torinesi conoscono i leggendari effetti.

Per l’occasione, ho fatto una passeggiata con lui per Torino.

Qual è il tuo rapporto con la città di Torino?
Amo Torino. È una città che trovo perfettamente a misura d’uomo, è grande abbastanza da offrirti tutto ciò di cui puoi aver bisogno nell’arco della tua intera vita ma non troppo da diventare caotica. E poi è così bella e nobile… per non parlare della scena musicale torinese, che secondo me è una spanna sopra tutte le altre. Per motivi di lavoro ammetto che la odiatissima concorrente lombarda sta pian piano trovando spazio nel mio cuore, ma Torino per me è e resterà sempre la mia casa.

Dov’eri nel periodo della famosa prima quarantena? Com’è andata?
Quel weekend ero appena tornato a Torino, avevo già tutti i biglietti prenotati per ritornare a Milano il lunedì successivo ma come tutti sapete poi l’Italia si è fermata. La mia quarantena è andata quindi relativamente bene rispetto a tanti altri, sono sempre stato in compagnia dei miei familiari anche se ho sofferto molto per tutto quello che è successo alla musica: il disco che sta per uscire ad esempio in realtà sarebbe dovuto uscire proprio la primavera scorsa, ma abbiamo preferito aspettare.

Cosa è successo nella pizzeria Da Gianni e al Tamango?
Per me e molti miei amici la pizzeria Da Gianni è un posto incredibile. Entrando ti ritrovi catapultato nel far west, attorno a te vedi solo oggetti tribali e quadri di Indiani d’America. Le tovaglie sono viola scuro e le pizze sono delle “navicelle spaziali” sottili e larghe 50 centimetri. Leggenda vuole che il pizzaiolo, Gianni appunto, sia un cavallo, il quale viene raffigurato in diverse foto nel locale. Ho solo bei ricordi di questo posto. Per quanto riguarda il leggendario Tamango invece… di ricordi non ne ho.

Cosa c’entra l’intelligenza artificiale con la musica?
Nulla, o tutto, dipende come la si vuol vedere. L’AI può avere infinite applicazioni e già oggi esistono algoritmi utilizzati in ambito musicale che fanno cose incredibili. Quello dell’intelligenza artificiale è un percorso parallelo al mio progetto musicale che sono contento di aver intrapreso e che in realtà mi sta dando tanti spunti creativi!

E’ vero quello che dicono che in realtà, nonostante il Supercinema, non sei un appassionato di cinema? Come mai allora questa fascinazione?
È vero, il nome del mio prossimo disco non ha a che fare con una passione particolare per il cinema, ma direi anche meno male, sarebbe stato un po’ troppo banale altrimenti no? È vero però che il cinema inteso come luogo fisico è un qualcosa che mi ha sempre affascinato: l’odore di pop corn, la grana della pellicola, è tutto così anni 80… sono contento che un qualcosa di così “vecchio” sia sopravvissuto ancora oggi (e spero possa continuare a farlo nonostante l’enorme sfida che si trova ad affrontare ultimamente).

Continui a studiare pianoforte?
Lo continuo a suonare ma ammetto che di studiare in generale non ne ho più così voglia. In ogni caso se dovessi riprendere prima o poi mi piacerebbe approfondire lo studio del pianoforte jazz.

Che fine ha fatto la ragazza di “Bastava dirlo”?
È a piede libero e sta mietendo vittime… STATE ATTENTI!

Alla fine sei sopravvissuto, sì?
Posso garantirvi che tutti i protagonisti del brano sono cerebralmente in vita e che la loro situazione clinica pare buona.

foto inedite di Simone Pezzolati

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Indie Pop

Carezze è l’augurio di rinascita di Daniele Vino

Daniele di cognome fa proprio Vino e nella vita si occupa di cucina. Dopo “Vita semplice” arriva il secondo brano del cantautore pugliese prodotto da Luca Giura (Molla), intitolato “Carezze”.

Un racconto ottimista che parla in modo spontaneo e genuino di vita quotidiana e di primavera. Mettere un po’ la testa fra le nuvole e lasciarsi accarezzare dal vento e dal sole tiepido, una chitarra ed un morso ad un pezzo di cioccolato!

Daniele Vino, classe 1993, pugliese. Racconta le sue storie chitarra e voce, cercando di portare in musica la sua terra, con i suoi profumi. Gli piace definirsi metà cuoco e metà cantautore e ci ha raccontato di aver costruito la sua prima chitarra con dei ritagli di cartone e degli elastici di mazzi di fiori ad appena nove anni.

“Carezze l’ho scritta a Novembre, di fronte ad un cassone giallo di quelli dove si lasciano gli indumenti usati. Con Luca, abbiamo arrangiato il brano cercando di creare una sinergia fra tutti gli strumenti, un po’ come quando in campagna fai l’orto e metti un po’ di fiori attorno alle piante di fagiolino!”.

 Daniele Vino ha risposto alle nostre domande in questa intervista

“Nelle mie canzoni voglio sempre essere ottimista, cosa che non riesco sempre a fare nella vita quotidiana, e cerco sempre di raccontare le mie storie in modo più spontaneo e genuino possibile. Per me questa canzone è una primavera, un augurio ad una rinascita di tutto e di tutti, per questo sono convintissimo che tutti questi guai che ci capita di seminare un giorno diventeranno carezze”.

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Indie Internazionale Pop

Ho intervistato Ponee, in un cimitero

Jo, Kid, Ipa, Role è il debut Ep di Ponee, pubblicato lo scorso 16 febbraio 2021 per UMA Records, distribuzione Sony Music Italy. L’EP rinnova quelle formule espressive pop fresche e variegate già intraviste nei primi tre singoli e definisce un nuovo capitolo dell’avventura musicale di Ponee. Quello di Ponee un disco dolce-amore, triste e allo stesso tempo ironico, un po’ come una passeggiata durante un pomeriggio soleggiato, in un cimitero. Per l’occasione, l’ho portato a fare un giro al Cimitero Monumentale di Milano, e gli ho fatto qualche domanda.

Ma il tuo nome si legge con pronuncia british che fa venire fuori una roba tipo Pony o Ponee in senso letterale italiano?
Guarda, già che uno ha il dubbio su come si pronuncia per me è un successo. Non ho ancora fatto inserire la parola nei grandi libri dell’Accademia della Crusca perciò al momento non ci sono direttive ufficiali. Io lo pronuncio “pony” ma oramai mi sto abituando a girarmi anche quando qualcuno mi urla “ponee”.

Diversi autori hanno scritto su di te e nessuno, compreso me, è riuscito a dare un solo nome al genere di musica che fai. Tu come la chiameresti?
Mi metterei anche io tra gli autori che non riescono a definirlo. Non te lo so dire; ma non tanto perchè sia affascinante non essere catalogati, ma piuttosto perchè davvero non lo so. Anche perchè tendenzialmente sono molto influenzato dagli input del momento quindi spesso vado in una direzione e a volte in un’altra, a livello musicale. Però se fossi legato, minacciato e obbligato a scegliere un genere, direi pop…forse.

Abbiamo ascoltato il tuo ultimo ep Jo, Kid, Ipa, Role. I testi delle tue canzoni esplodono con una certa espressività, le abbiamo trovato belle incazzate, dai. Da dove ti viene fuori tutto sto tormento?
In realtà mi fa davvero piacere che – nonostante il sound non troppo sad – ci abbiate colto delle sfumature di “tormento”. Diciamo che tendenzialmente sono abbastanza allegro nella apparenza quotidiana e quindi mi piace usare la vena creativa per sfogare quello che non sfogo in altre situazioni. Di base sono uno insoddisfatto nel profondo, perciò mi viene spontaneo scrivere quello che non va, piuttosto che quello che va; mi coinvolge di più.

Nei tuoi ultimi brani parli un sacco degli effetti dell’emergenza pandemica sulle persone. Quali sono i cambiamenti – sia nel piccolo che nel grande – che ti aspetti di più quando questa situazione si riassesterà? 
Diciamo che ogni giorno ho nuove opinioni e nuove sensazioni a riguardo; in questo esatto momento sono in una fase di leggero scoraggiamento. Forse una delle cose che più mi colpisce è questo continuo cambiamento di approccio alla pandemia, soprattutto da un punto di vista mentale. Faccio fatica a decifrarne gli effetti sulla mente delle persone e credo che in molti facciano fatica a decifrarsi. Io per esempio per un periodo ho avuto la difficoltà a percepire il tempo e lo spazio, come fossi in un luogo metafisico. Spero che tutto questo porti in qualche modo a una maggiore attenzione a quelle che sono le necessità e i bisogni che fanno bene non solo al fisico ma anche alla psiche; perchè è forse la cosa di cui si parla meno.

Come stai vivendo Milano in questo periodo? Pensi che torneremo mai alla Milano di prima o senti che si è rotto qualcosa?
La sto vivendo in un modo davvero strano perchè faccio cose ma non so il perchè. Già prima era un po’ così ma ora mi è più difficile applicarmi al massimo su determinate cose perchè è sempre poco chiaro se determinati piani potranno essere attuati o no. Considera che io lavoro anche nel mondo degli eventi come organizzatore, per cui mi capita di lavorare a progetti che neanche so quando e se potranno essere fatti. Dopo diverso tempo inizia a essere pesante, però sono fiducioso sul fatto che certe necessità sono proprio parte di noi e quindi anche tutto quello che riguarda il mondo di musica, spettacoli, teatri inevitabilmente chiederà e troverà soluzioni per ripartire.

Anticipazioni su progetti futuri?
Ora come ora sto lavorando molto in studio, sto scrivendo tantissimo e sto ampliando le collaborazioni. In generale ti posso dire che la volontà è quella di sviluppare il progetto “Ponee” su più fronti, andare oltre a l’aspetto prettamente musicale. In questa creazione di contenuti a 360 gradi mi sto affidando, oltre ai vari collaboratori, a due realtà molto interessanti: Ohana Studio e Superfluo Project.

foto inedite di Simone Pezzolati

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Indie Pop

Avarello: “il mio disco è la metafora di ciò che provo

Ormai Avarello fa parte dei nostri schermi fin dal suo primo singolo di esordio “Indigestione”, possiamo dire che noi di Perindiepoi, insieme alla sua etichetta Revubs Dischi, lo abbiamo preso un po sotto la nostra ala. Non poteva dunque mancare un’intervista in seguito all’uscita del primo album del nostro autore siciliano, dal titolo “Mentre ballo mi annoio”, un disco in cui Avarello ci mostra i suoi lati deboli senza mai prendersi troppo sul serio.

Ma non perdiamo altro tempo e andiamo diretti con le domande:

Ciao Avarello, il 19 esce il tuo primo disco “Mentre ballo mi annoio” per Revubs Dischi. Come ci si sente ad aver pubblicato un album dopo un percorso musicale nato e cresciuto tutto in un periodo di pandemia?

Ciao ragazzi, ma non ne ho idea, non saprei fare neanche il paragone, non ho avuto la fortuna di far uscire qualcosa in un periodo normale, quindi non riconosco nessuna sensazione che possa essere collegata alla situazione attuale. Forse l’unica differenza è non poter suonare dal vivo. Per il resto sono emozionato, entro in para e come qualsiasi altro sto là a pensare “chissa che pensa di sto disco la gente che l’ascolta”

È paradossale pensare che tutti hanno voglia di ballare e divertirsi, come mai te invece ti annoi anche quando ci si può distrarre in qualche modo?

Beh, diciamo è una metafora, anche a me capitano le serate dove mi diverto un sacco a ballare, mi scateno proprio, posso dirvi anche di essere abbastanza bravo. Ma c’è da ammettere che nel periodo di gestazione delle “Le cento cose” brano da cui prendo il titolo dell’album, mi capitava spesso di fare serata e non riuscire a distrarmi dai turbamenti e quindi sì, in un certo senso mi annoiavo non vedevo l’ora di tornare a casa.

Quali sono state le tue ispirazioni maggiori per la stesura di questo disco?

Di certo mi ha ispirato l’ambiente che frequentavo, aldilà degli ascolti, molte sono nate da conversazioni avute con amici, coinquilini e altra gente conosciuta su qualche scalino davanti a una birra.

“Le cento cose” credo sia il brano focale dell’album, in cui ci sono descritte tutte e cento le cose che immagino vorresti realizzare, i buoni propositi da seguire…c’è effettivamente qualcosa che sai di per certo che farai non appena sarà possibile?

A fine anno, molti hanno l’abitudine di scrivere una lista di buoni propositi. È una cosa che non ho mai fatto, un’usanza mai presa sul serio, ma alla fine per gioco ho provato a fare una lista di buoni propositi inverosimili, anche io. Ma una cosa che vorrei fare appena ci sarà occasione è quel lancio in paracadute!

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Indie Pop

Una risacca di domande per Riviere

Riviere, e già senti la risacca, la salsedine che si incolla alla pelle e l’ultimo ombrellone colorato che si chiude per dar spazio all’autunno.

Non mi chiedete perché, ma appena ho ascoltato il primo singolo di Riviere per Revubs Dischi non ho pensato alla costa adriatica e alla celeberrima riviera romagnola, ma a qualcosa di più impervio e difficile, complesso; il mare, sì, ma quello che tortura e scuota per smuovere maree, che si infrange contro la nuda roccia di spelonche avide di ossigeno, mentre dalla somma di promontori lontani un ulivo selvatico si protende verso il precipizio del salto nel vuoto, a strapiombo sugli abissi che sovrasta.

“Quando parlano di te” è questo: un continuo sciabordio di domande e dubbi sul tutto che culla l’ascoltatore portando al largo e avvisandolo che, se non fa attenzione, quegli stessi interrogativi diverranno naufragi.

 
 
 
 
 
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Poi, leggendo il materiale stampa, ho capito che Edoardo (vero nome di Riviere), per quanto milanese di nascita è cresciuto e vive in Liguria; tutto si è fatto più chiaro, a partire da quell’immagine tempestosa e romantica che il suo nickname artistico aveva saputo evocare.

Per andare più a fondo con i nostri, di dubbi, abbiamo fatto qualche domanda all’artista: le sue risposte, seguono qui.

Ciao Riviere, presentati ai nostri lettori con tre aggettivi che ti rappresentano e uno che proprio non ti appartiene. 

Ciao! Parto con “paziente”, “entusiasta” e “determinato”. Un aggettivo che non mi appartiene sono sicuro che sia “egoista”.

La prima cosa a cui fai caso quando ascolti un brano e lo strumento che ritieni indispensabile nella musica pop di oggi. 

Nel pop di oggi sicuramente ritengo indispensabile la coerenza dell’intero arrangiamento. “Coerenza” in Musica è davvero un parolone, tutti i linguaggi possono essere usati a proprio piacimento e mai come da pochi anni a questa parte sento che ogni brano che esce ha mille e mille influenze diverse: la coerenza che un produttore artistico deve avere sta nel conoscere bene la materia che sta maneggiando, mettendosi al servizio dello “scheletro” del brano (piano e voce o chitarra e voce, per intenderci) trovandogli una veste nuova e organizzandoci intorno quella che è la sua idea. È diventato un lavoro difficile e prezioso. Seppure noi artisti abbiamo ormai tutti gli strumenti per avvicinarci al risultato finale, c’è chi nasce per fare il lavoro del produttore e, se si crea un rapporto di rispetto reciproco, possono nascere sodalizi destinati a durare nel tempo.

“Quando parlano di te” è un brano dal sapore esistenziale che alla fine, però, sembra voler dire che “solo d’amore si può cantare”, come direbbe Brunori. Cosa significa, per te, essere cantautore? E qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Dario è un esempio ed è sempre utile citarlo. Ho imparato tuttavia che si possono cantare molte altre cose oltre all’amore “italiano” a cui siamo abituati, plasmo dunque la frase di Brunori a mio piacimento e dico questo: “solo d’amore si può cantare” perché l’amore non è altro che uno dei mille aspetti, sempre presenti, di ogni cosa che viviamo. Si può cantare d’amore nello specifico, di una storia finita come in “Quando parlano di te” ma per esempio Guccini, in “Canzone per un’amica”, canta un amore diverso, quello per la vita. Il grande Lucio Dalla nella sua “Henna” ci dice “Io credo che l’amore, è l’amore che ci salverà”. Penso sia questo il significato di essere un cantautore, cantare l’amore in ogni sua manifestazione.

Regalaci un’opinione impopolare che accenda un dibattito tra i lettori di Perindiepoi. 

Vi regalo un’opinione cinefila, forse nemmeno troppo impopolare: il film “Whiplash” propone una narrazione assurdamente tossica ed esageratamente stereotipata dello studio e dell’impegno musicale. A visione finita non avevo parole per descrivere l’imbarazzo per terzi provato per Chazelle. Un film davvero davvero non richiesto.

Tre artisti emergenti che hai scoperto ultimamente e che ci consigli di ascoltare. 

Consiglio sicuramente Avarello e MURDACA, anche loro della famiglia di Revubs Dischi! Mi sono piaciute molto, rispettivamente, “Preferirei rallentare” e “Identikit”. Ho scoperto recentemente anche Vespro, del quale consiglio “Agave”.

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Indie Pop

A tu per tu (sul Pianeta Terra) con Aigì

In occasione dell’uscita del suo primo singolo – da totale indipendente – abbiamo fatto quattro chiacchiere con il cantautore calabrese Aigì riguarda a “Notte sul Pianeta Terra”.

Benvenuto su Perindiepoi, Aigì. Partiamo subito dalle cose semplici: da dove deriva il tuo nome d’arte?

Praticamente è come si pronunciano le iniziali del mio nome, che è Antonio Il Grande e sembra già di per sé un nome d’arte.

Ti presenti al pubblico in piena pandemia, sfidando come tanti l’impossibilità di non poter promuovere la tua musica attraverso il live. Qual è l’ultimo concerto che hai visto e sopratutto, pensi esista un’alternativa di valore alla “performance”? 

L’ultimo, poco prima che si arrivasse al lockdown, è stato quello di Fabrizio Moro. Sicuramente i social e i vari canali sparsi per il web sono un modo per evitare una fruizione unica della musica, quella dello stream. Non credo, però, che questi possano rimpiazzare un concerto dal vivo, che è un’esperienza che si fa con tutti i cinque sensi.

Che cosa cerchi da una canzone? Quando capisci che il brano che stai scrivendo è “quello giusto”?

Di solito, quando mi metto a scrivere, lo faccio con l’intento di dare sfogo al bisogno di esprimermi. Cerco di essere estremamente onesto, per questo lo faccio quando è veramente necessario. Sento che è quello giusto quando, cantandolo, avverto che mi appartiene, che è sincero e che mi emoziona veramente.

Parliamo del tuo primo singolo. Come nasce “Notte sul pianeta Terra”? 

Ascoltavo al TG le notizie sulla seconda ondata e sulla zona rossa in tutta Italia, è stato come un déjà vu. Non so se per cercare conforto e coraggio, ma mi sono messo subito al piano e ho sentito dal primo riff che avevo trovato la mia luce nel buio.

Tra l’altro, la tematica del buio/luce richiama ad una contemporaneità sempre più tenebrosa. Oggi, sembriamo esserci spenti e non sapere più dove si trova l’interruttore utile a riaccenderci. Qual è la cosa che hai scoperto essere più importante per te, durante questo infinito 2020?

Io credo che ogni singola sfumatura di quello che viviamo sia un’occasione per una comprensione più ampia della vita. Il 2020 in questo senso è stato per me un anno fondamentale: ho lavorato moltissimo su me stesso, sia a livello artistico che personale, e sono cresciuto tanto. Ho scoperto che in ogni crisi c’è l’opportunità di crescere tanto.

Ti senti più da luce o da tenebre? E sopratutto, che rapporto hai con le tue, di tenebre?

Siamo fatti di luce e di tenebre. Caratterialmente, sono più da luce e forse lo dimostra il fatto che sono molto meteoropatico. Le nostre tenebre spesso ci spaventano, ma lavorando con la consapevolezza si può arrivare a capire che sono solo l’assenza di luce e non possono minacciarci se non le scegliamo. Io l’ho capito meglio nell’ultimo anno: il trucco sta nel convertirle in luce.

Consigliaci un film per stasera, ovviamente che sia collegato al tuo nuovo singolo. 

Che l’abbiate visto o no, consiglio, assolutamente, “Interstellar”.

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CALZINI: IRONIA E MALINCONIA NEL NUOVO SINGOLO DI DARTE

Calzini è il nuovo singolo di Darte, cantautore di origine Calabrese impiantato a Milano. Un brano che racconta come ci si può sentire soli per l’assenza di qualcuno.

Il brano, che è stato prodotto da Antonio Condello, strizza l’occhio al sound indie-pop con riferimenti al vaporwave. L’ironia e la malinconia, caratteristiche ricorrenti nei testi di Darte, sono mescolate ai momenti di vita quotidiana di una relazione tanto complicata quanto intensa “come il cammino di Santiago” che rendono il brano una buona canzone indie pop.

“E’ una canzone d’amore e quindi potrebbe sembrare scontata, ma è un sentimento che nasconde così tante sfaccettature che si potrebbero scrivere pagine e pagine di discografia. Per creare qualcosa di unico si deve raccontare la verità. Agli ascoltatori non sfugge niente”.

La canzone è stata scritta lo scorso anno quando era da poco finito il primo lockdown generale. Periodo in cui – ammette Carmelo ( Darte ) – era abbastanza scosso, e non aveva stimoli per scrivere nuove canzoni. Poi un giorno per caso, così come mi accade spesso, ha iniziato a buttare giù i primi versi ed è nata Calzini cosi come la conosciamo oggi.

 Darte ha risposto alle nostre domande in questa intervista.

“Ho iniziato a ripensare ai momenti passati durante il periodo di quarantena e a quanto fossero importanti alcune persone”. Per me l’amore è un po’ come il cammino di Santiago: un’avventura ardua, difficile, profonda, che solo con un pizzico di coraggio e di sana follia ti sa regalare tanto”.

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BOVA : Vanessa Paradiso è il debut single da solista

Simone Bova, cantautore romano, in arte solo BOVA. Dopo anni come leader del progetto Bue e l’album uscito per Maciste Dischi, torna con un nuovo lavoro prodotto da Riccardo Schiavello ( già al fianco di artisti come Cannella ) e Matteo Portelli.

Il brano, scritto a quattro mani da Simone Bova e suo fratello Daniele, parla delle buone idee rimaste su qualche foglio in un vecchio cassetto, e di tutti quelli per cui c’è sempre qualche cosa tra il dire e il fare, tra il progettare e l’eseguire, tra l’amore pensato e quello manifestato. Una scatola di bei progetti che spesso rimangono tali o che si perdono nel tempo tra le promesse non mantenute. La fuga da qualcuno che non è “tuo”, il pensiero costante di quell’incontro fugace e clandestino, che lascia in un limbo di malinconia ed incertezza.

“Vanessa l’ho incontrata la mattina che ballava mentre portava fuori il cane, nella metro con un libro aperto in una mano e un panino nell’altra”.

Il sound del brano, spiccatamente indie pop, si rende da subito piacevole anche grazie ad una melodia accattivante ed orecchiabile spinta da una linea di basso quasi in stile Dempsey . Un brano, che in un clima generale fatto di campionatori e sintetizzatori, ci ricorda il sapore degli strumenti suonati dalle band nei garage e nelle rimesse sotto casa.

Un singolo, Vanessa Paradiso, che fa riferimento a una bella e incompiuta musa del pop francese di qualche anno fa. Bova ci racconta qualcosa di più in questa intervista.

“Vanessa Paradiso è una ragazza con i capelli chiari, gli occhi verdi e una fessura tra i denti che ci entra una monetina da un euro. Una di quelle che incontri in qualche concerto, col maglione di lana pesante e la birra in bilico”.

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Indie Pop

Le Notti Bianche e le storie nate sulla Circumvesuviana

Inverno 3310” dà il titolo all’ultima uscita de Le notti bianche, pubblicato il 5 febbraio per l’etichetta Revubs Dischi.

Inverno 3310” inaugura la galleria fotografica fatta di ricordi ed emozioni passate, che fuoriescono prepotenti in un presente sempre più grigio. Una pizza a portafoglio, un giro in motorino sul lungomare di Mergellina, il sole che si tuffa nel mare all’ora del tramonto: sono queste le immagini che ci riempiono il cuore, che ci fanno venire la pelle d’oca soltanto a pensarle, e non delle storie su Instagram in cui ad essere protagonista è la smania di far sapere al mondo che siamo felici, anche quando non lo siamo.

Le Notti Bianche hanno saputo mettere insieme un mood più cantautorale a un gusto più marcatamente pop per quanto riguarda le linee musicali. Ciò non va ad essere visto come un punto a loro sfavore, anzi, “Inverno 3310” è la manifestazione del fatto che è ancora possibile creare un testo bello, anche se pop. Ciò che importa è quello che il brano intende raccontarci, quanto il testo ci prende tanto da farci immedesimare in ogni parola che contiene.

Il duo campano, che riprende il proprio nome dall’omonimo racconto di Dostoevskij, omaggia quest’ultimo prendendo in prestito dall’autore russo la sua capacità di farci sognare pur restando vincolati al realismo della narrazione. Con la speranza di non avervi annoiato, quanto piuttosto suscitato curiosità, vi invitiamo a cliccare play sulla video intervista, per scoprire qualcosa in più su Le Notti Bianche e il loro ultimo singolo!