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Indie Pop

Siamo di nuovo “Punto” e a capo con svegliaginevra

Lo scorso 27 novembre esce un nuovo episodio della serie d’amore (e delusioni) di svegliaginevra, dal titolo è “Punto”, sempre per La Clinica Dischi. Una canzone che sin dal titolo ci trae in inganno: non un punto fermo, ma un “punto e a capo”. Questo ci lascia presagire che forse la scrittura dell’artista ha in serbo per noi un sequel di quella che sta diventando una “saga” di racconti di un amore che sembra non essere mai stato superato e che ritorna come un fantasma a fare visita nei suoi testi.

Resta inalterato lo stile sussurrato, che sin da “senza di me.” ha da sempre contraddistinto Ginevra. Stavolta gli echi del pop si fanno più forti e i rimandi a una “gazzelliana” memoria sono piuttosto evidenti, magari spinti da una malinconia comune, che fa da propulsione al racconto.

I cocci di un amore infranto tracciano il sentiero per l’elaborazione di una separazione, e i protagonisti di “Punto”, come veri recidivi raccolgono i vetri a mani nude, cosa che farebbe chi ancora non ha capito come si fa a mostrare il cuore senza farsi del male. Se in “senza di me.” c’è l’incapacità e l’impossibilità di dimenticare i momenti di un amore ormai finito, con “Simone” non solo abbiamo un nome, un riferimento al reale, ma anche un rammarico, un rimpianto di quello che “sarebbe potuto succedere, se…”. Proseguiamo con “Come fanno le onde”, con cui svegliaginevra un po’ ci ha ingannato, facendoci credere che finalmente in questa coppia che guarda la tv senza amarsi più sia sopraggiunta la consapevolezza di lasciarsi, defluendo come onde…o volendo come due barche distese in mezzo al mare.

E invece no, pure stavolta svegliaginevra ha deciso di trafiggerci il cuore con un’altra storia, che ancora non giunge ad un lieto fine, anzi, resta in sospeso tra quello che non è più e quello che non è ancora.

 
 
 
 
 
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Indie Pop

TATAMI CI RACCONTA LA SUA “WAO”

Abbiamo fatto qualche domanda a TATAMI in occasione dell’uscita del suo nuovo singolo “WAO”, un’ironica love story ai tempi della “generazione z”

Mattia Loiacono, in arte Tatami, è un artista emergente nato a Taranto nel 1999. Si appassiona alla musica all’età di 14 anni, iniziando a scrivere i suoi pensieri sotto forma di “diario a rime”. A 16 anni decide di imparare a produrre, prima per gli altri, poi per sé. Inizia producendo beats rap e trap, poi sceglie di spostarsi sulla vaporwave, sugli anni ’80 e infine sull’alternative pop e sull’indie.

https://www.instagram.com/tatami.lo/

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Indie Pop

Mondre racconta il suo singolo “cartapesta”

Mondre 

Il singolo d’esordio di Mondre ha sonorità pop sognanti e crepuscolari; il testo è introspettivo e alquanto malinconico.

Ne abbiamo parlato con il cantautore partenopeo.

Il mio ego è di cartapesta: mi racconti cosa intendi?

Partendo dal presupposto che come persona non sembro sempre allegro e spensierato. Non abito a Napoli, bensì a Venezia. Mi sono ritrovato allora da solo, fuori casa ad affrontare le mi storie. Sto sempre a combattere con me stesso, con le mie ansie. Ego di cartapesta mi si addice come espressione.

Cartapesta è un brano dalle sonorità indie-pop: com’è andata la fase di produzione? Avevi tutto chiaro in mente quando sei entrato in studio?

Il progetto Mondre è ponderato. Ho sempre suonato la chitarra e in diverse produzioni che ho valutato, questa è quella che mi rappresenta di più, un po’ lo-fi. È stata scritta di getto, in cinque minuti, un flusso di coscienza. Uscivo da una relazione un po’ particolare. In realtà ci sono ancora (ride, ndr). La produzione è andata molto bene però.

Sei un artista emergente ma il concept del tuo singolo sembra ben definito, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Dovrei far uscire una serie di singoli, da raccogliere in un’EP. Per adesso, quasi sicuramente a ottobre esce un altro singolo. Qualcosa con più movimento. Atmosfera però sempre non molto allegra. 

Chiudiamo con un aneddoto: qual è il tuo album preferito?

Il mio album preferito va un po’ in direzione contraria rispetto a quello che sono. “Nightmare” degli Avanged sevenfold (Ride, ndr). In passato suonavo metal, hard rock poi ho avuto una sorta di cambio generazionale, rap, indie, trap. Poi ho pensato, se devo cantare, faccio quello che piace a me.

Grazie

Michela Moramarco 

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Indie Pop

“Supertele” un inno lo-fi alla perseveranza

SUPERTELE debutta con “Come fai sbagli”, un brano pop-funk dal taglio lo-fi e psichedelico. I suoni della città e il vociare dei passanti aprono il brano e si confondono con synth fluidi, e il basso legnoso.

La canzone descrive come la debolezza a volte possa anche diventare perseveranza. Il sentirsi costantemente nel posto sbagliato al momento sbagliato, con i vestiti sbagliati, i pensieri sbagliati, le scarpe sbagliate. Tutto, insomma, sempre fuori posto. Eppure è proprio scoprendo che questa condizione è necessaria all’essere umano per sentirsi vivo, che si può pensare a rimandare il suicidio a un altro momento, magari dopo l’estate, dopo l’amore, o chi lo sa. 

Fai quello che vuoi fare, quando ti senti di farlo, tanto per qualcuno sbagli sempre. 

La canzone alla fine è un inno alla perseveranza. Ma non con la retorica tipo “se insisti, se vai avanti per la tua strada, un giorno ce la farai”, piuttosto intendo che qualsiasi cosa fai, in qualunque momento, per qualcuno sarà sicuramente incompleta, difettosa, fuori fuoco. 

Abbiamo fatto due chiacchiere con Francesco ( alias Supertele ) che rompe subito il ghiaccio raccontandoci come nasce un suo brano:

Per preparare un mio servono le foglie tenere di sample freschi (meglio presi da vecchi vinili, rumori di città, voci di passanti). E’ Ideale raccogliere al mattino il campione tenero, appena trovato. Lo laviamo e lo lasciamo asciugare su un panno pulito. Una volta asciugato passiamo a preparare il Brano vero e proprio fatto in casa. Lo prepariamo metà per volta, così evitiamo che si surriscaldi. Mettiamo quindi in un boccale metà dei sample lavati, (50 g circa) con metà degli ingredienti che ci servono (batterie elettroniche, chitarre, synth), uno spicchio d’aglio, un po’ di delay,  e ancora metà compressore e metà parmigiano, così come i 20 g di basso, fondamentali. Aggiungiamo anche qualche granello di parole cantate in cameretta, e mixiamo tutto con un frullatore ad immersione, possiamo usare anche un tritatutto, oppure Logic Pro. Copriamo appena sarà pronto con un po’ di riverbero, così da conservare il suo perfetto colore. Siamo pronti per servire gli ospiti.

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Murdaca, “Identikit” di un esordio

Buona la prima per Murdaca, che – nel weekend più denso della storia discografica recente – sgomita per trovare un posto alla sua “Identikit”, fuori ovunque per Revubs Dischi: mood che ricorda un po’ la prima scena 2000 italiana (spero non si offenda, il buon Murdaca: per me è un complimento) da Neffa ai primi Gemelli Diversi, tingendosi però di sonorità fortemente esterofile nei richiami evidenti a Tame Impala e lo-fi d’oltreoceano.

Sì, perché “Identikit”, in questo senso, su rivela essere alchimia azzeccata di correnti diverse, che trovano sbocco nella produzione intelligente (realizzata gomito a gomito da Altrove e Murdaca stesso) di un brano giusto, con la giusta durata da hit senza per questo sedersi sui cliché di convenienza, sull’emulazione da playlist: Murdaca – se volessimo a tutti costi trovare all’artista un corrispettivo contemporaneo nazionale – ricorda i Post-Nebbia, ma è più pop, più melodico della band padovana; in “Identikit”, le melodie si involano sulla trama di un ritornello giocoso, quasi radiofonico, reso speciale da un approccio al mix che pare essere già un marchio.

Insomma, le carte in tavola sono state scoperte e Murdaca non può più nascondersi dietro identikit sfocati: la sua musica sembra essere più che definita, e a noi non resta che aspettare nuovi termini di paragone per un esordio felice, perché vero.

Come sempre, ora, spazio alle risposte dell’artista alle nostre sagacissime domande:

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La tempesta di “Asteroidi” di Leo Caleo

Leo Caleo non è l’ennesimo pasto che passa al convento, anzi.

Il cantautore toscano si era già fatto conoscere dai più curiosi con un disco d’esordio, ormai un anno fa, che aveva messo in luce le idee blues di una penna ispirata, sebbene lontana dalla forma luminosa raggiunta con “Asteroidi”, l’ultima fatica di Caleo nel segno di una rinascita musicale ed estetica che sembra destinata a lasciare un segno evidente, aprendo una strada sterrata e imprevedibile diretta a colpire nel centro, con gentilezza e gusto, il cuore del nuovo pop.

“Asteroidi”, in effetti, non è una semplice canzone d’amore. Il sentimento, qui, si rarefà nel disegno cosmologico di un nuovo Big Bang emotivo, lasciando esplodere il filo del discorso in una frammentazione di pulviscoli immaginifici, nella tempesta serrata di metafore e simboli utili ad accompagnare le nuove speculazioni musicali di Caleo: nella texture stilistica di “Asteroidi” – figlia dell’incontro virtuoso tra cantautorato nostrano ed estero -, Caleo nasconde in piena vista l’estro funambolico dell’esteta, lasciando respirare il brano attraverso una riuscita gestione delle tensioni narrative e musicali che trova nella coda finale l’akmé della propria potenza poetica; i toni si schiariscono, la nebbia sospesa che avvolge il missaggio delle strofe si dirada per dar spazio alla luminosità potente di un nuovo inizio. Il nuovo mondo disegnato da Caleo prende vita proprio alla conclusione del brano, lasciando nell’ascoltatore la feroce e affamata urgenza di nuove esplorazioni musicali che possano dar respiro alla continuità del discorso inaugurato dal nuovo esordio, presto.

Con “Asteroidi”, Caleo si erge al ruolo demiurgico del creatore, restituendo al pubblico la sensazione di trovarsi di fronte ad un universo – finalmente – nuovo; un “idioverso“, per dirla in quel modo tecnico tanto caro all’antropologia, che riflette nell’universalità del suo irriducibile nucleo di autenticità la radice della propria umanità: il privato che si fa pubblico, il personale che appartiene ad ognuno, universalmente condivisibile.

Un po’ come sembra raccontare lo stesso Caleo attraverso le immagini del suo nuovo videoclip – uscito oggi -, film di una rinascita quasi ancestrale raccontata dalla regia esperta di Francesco Quadrelli (nome a noi già conosciuto e deus ex machina nascosto dietro le collaborazioni con diversi artisti della scena).

Per andare fino in fondo alla questione, abbiamo fatto qualche domanda a Leo Caleo:

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Indie Pop

In “Guerra” con Frambo

Frambo è appena nato (passatemi l’iperbole) e già cammina da solo. Ma che dico, corre. Sì, perché il primo singolo del giovanissimo (classe 2002) cantautore toscano è un missile puntato verso lo spazio, che dopo il primo ascolto obbliga a ripartire da capo e da capo ancora.

“Guerra” parte con un incipit saltellante che ricorda una riuscita fusione tra i Beatles più giocosi e il moderno brit-pop, mantenendo la patina indie originale che deriva dall’ascolto significativo di un genere che, oggi più che mai, sembra essere al capolinea della sua sincerità e onestà intellettuale, e che trova in brani come questo nuova linfa vitale e una rinnovata urgenza. Il risultato è una hit giusta, che nei suoi tre minuti scarsi dà la giusta dimensione ad una personalità artistica in definizione, sì, ma capace di rivelare fin dai primi passi la bontà della direzione presa. Ottimo esordio, che chiede, sin da subito, altre incoraggianti conferme, il più presto possibile: abbiamo fame!

Per andare fino in fondo alla questione, abbiamo fatto qualche domanda a Frambo:

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Ad un metro da Miglio

Io, per Miglio, ho un debole da sempre: la cantautrice lombarda possiede una cifra stilistica identitaria, che ad ogni nuovo singolo spalanca ponti con l’attualità storico-emotiva di tutti; anche con “Erasmusplus”, che di certo non parla di lockdown ma del dramma della distanza umana (che appartiene da sempre all’uomo e al suo genetico dannarsi relazionale), si sono spalancate oggi le porte della metafora, del richiamo al presente. La forza dell’arte, quando è vera ed autentica, sta nella capacità del senso di involarsi verso derive sconosciute ed impreviste: Miglio c’è riuscita di nuovo, e fargli qualche domanda sul suo nuovo singolo e sulla nostra contemporaneità è diventata da subito un’impellenza dalla quale non sono riuscito a sottrarmi. Il risultato del nostro sfogo differito sta tutto qui, nell’intervista che segue.

Ciao Miglio, partiamo subito con le domande intense: un tuo pensiero circa la situazione di totale collasso che sta vivendo il settore culturale. Cosa vuol dire, per Miglio, essenziale?

La cultura è per me essenziale. In ogni sua forma possibile. Teatri, club, cinema, musei e luoghi di ritrovo dove condividere e fare cultura. Adesso la stanno bloccando, manca poco e poi forse bruciano anche i libri. E non sono ironica. Credo però che la colpa non stia solo in chi prende queste decisioni ma bensì anche nostra e del cittadino italiano medio. La cultura non interessa a tutti, anzi, molti la trovano superflua, un qualcosa che non interessa e che non è di prima necessità. Credo sia sempre e solo una questione di educazione, di formazione e di abitudine. Siamo un po’ abituati male. È un settore, quello dello spettacolo in generale, per cui non si spenderebbero tutti cittadini. In ogni caso mi auguro si possano fare Cose concrete, appunto essenziali per permettere a tutto ciò di ripartire. 

Oggi, nel giorno dell’entrata in vigore del nuovo DPCM annunciato qualche giorno fa da Conte, tu pubblichi il tuo, di decreto, con “Erasmusplus”; ma quando e come nasce il brano? Appartiene ai brani nati durante la scorsa quarantena o Miglio ha giocato a fare Nostradamus, prevedendo un nuovo lockdown (seppur differenziato)?

“Erasmusplus” è solo una canzone, niente di più. È un brano che ho scritto a Marzo ma la sua cronologia temporale ha poco peso. L’ho scritta insieme a tante altre cose che scrivo perché quotidianamente faccio questo, da sempre. Spesso mi capita di scrivere di me e altre volte degli altri. “Erasmusplus” nasce proprio da una storia di altri, l’ho vista, mi ha colpita e ci ho scritto una canzone. 

Nel brano, utilizzi una formula particolare, che mi ha tanto colpito; parli infatti di “futuro geniale”. Qual’è il futuro che vedi per la nostra generazione, al termine di tutto questo?

Non lo so, non mi sento di parlare per generazioni. Vedo semplicemente uno stato di confusione e a tratti di perdizione generale, che colpisce un po’ tutti. Mi auguro che niente si fermi davvero, mi auguro che ognuno possa andare avanti con le proprie progettualità senza essere schiavi di limitazioni individuali e generali. 

Dall’altra parte, ad inizio brano fotografi in maniera quasi cinematografica la follia di massa e il disordine emotivo di un popolo allo sbando, tanto da correre all’assalto dei discount, da rifugiarsi tra le corsie di un supermercato o nelle cabine telefoniche per poter trovare un contatto umano. L’Italia sembra già essere sull’orlo di una crisi sociale, spinta da fame e disperazione: come sta Miglio, oggi? Si sente più gialla, arancione o rossa? Sembra una domanda tra il serio e il faceto, ma in realtà è più che impegnativa…

Sono un po’ arrabbiata e a tratti stanca. Questa condizione influisce su tanti aspetti e anche nel mio quotidiano e personale ha influito. Mi sento limitata e tutto ciò a lungo andare stanca i pensieri. 

Quali tracce lascerà secondo te tutto questo trasformarsi delle relazioni umane? Al termine dell’incubo, rimarremo in qualche modo “incastrati” nella Rete (intesa in senso tecnologico, sì, ma anche squisitamente metaforico) come racconti tu in “Erasmusplus”? Dovremo pensare ad una nuova “fenomenologia dell’amore”?

Io in “Erasmusplus” descrivo una condizione. Parlo di distanze fisiche ed emotive, della difficoltà nel rapportarsi con l’altro, di intenti e obbiettivi diversi, di viaggi, del tentativo di dare e di darsi a tutti i costi pur di non rimanere soli. È un brano che in qualche modo parla di solitudini e questa condizione io la percepisco da tempo, a prescindere dal momento storico drammatico che stiamo vivendo. Il mondo virtuale ha i suoi lati positivi ma allo stesso tempo ha creato e crea distanze, conosco tantissime persone recintate in quel tipo di mondo digitale, che scelgono di comunicare attraverso questi mezzi e poi si ritrovano in totale difficoltà nel mondo analogico e reale. È un problema radicato. Io sono per i rapporti veri in carne ed ossa, ad ogni costo. 

Ormai, sembra esserci una precisa cifra stilistica in quello che fai: anche nelle tue declinazioni più pop (come “Bagno Paradiso”) Miglio resta Miglio, al punto che potresti riconoscerne lo stile anche se cantata da altri. Ma quali sono gli ingredienti principali, se dovessi scrivere una ricetta impossibile, di una tua canzone? Cosa cerchi da un brano?

Cerco sempre la verità e l’anima. Se una canzone non mi trasmette verità non la scrivo, non l’ascolto. Ieri ho scritto un brano nuovo, poco dopo mi sono emozionata. Questo per me è il senso di fare musica.

Vetrina dei consigli solita: tre artist* emergenti che ti hanno colpito particolarmente in questo 2020 funestato.

Elasi, Laurino, Calabi.  

E ora? Cosa c’è nel “futuro geniale” di Miglio?

Sempre tante canzoni. 

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Intervista a Frances Aravel

In occasione dell’uscita del suo ultimo singolo “Gentle Night”, abbiamo fatto qualche domanda alla cantautrice Frances Aravel.

Ciao Frances! Da oggi è disponibile “Gentle Night”, il tuo nuovo singolo. Come ti senti?

Sono molto emozionata! Spero piaccia a più persone possibili, e vista la situazione generale, spero che una canzone come questa aiuti soprattutto a staccarsi un po’ dalla realtà.

Con questo brano prosegui il tuo cammino cantautorale, fatto di dream pop e atmosfere nostalgiche. Da dove nascono le tue canzoni e cosa vuoi trasmettere con esse?

Le mie canzoni nascono dal bisogno di evasione. La musica in generale credo che ci debba portare da un’altra parte, il fatto che il mio genere si avvicini al dream pop potrebbe far capire anche mi piacerebbe vivere in un modo di unicorni, luce e amore (ride, ndr), cosa che nel mondo reale non penso accadrà mai. Quindi mi piacerebbe che nel mio mondo entrassero tutte le persone che ascoltano le mie canzoni.

Perché hai scelto di cantare in inglese? Non pensi che la lingua italiana possa essere uno strumento più diretto per condividere le tue idee?

È assolutamente più diretto per il pubblico italiano, però per quello che voglio fare io lo è troppo, rispetto all’inglese è troppo duro, quadrato, io ho bisogno di suoni morbidi e che cullino, è una lingua più melodica, malleabile, tenendo conto del fatto che è anche più semplice per me rispetto all’italiano perché sono cresciuta ascoltando solamente musica inglese.

Il genere che fai tu ha un folto seguito su piattaforme digitali come Soundcloud, soprattutto oltreoceano. Che rapporto hai con internet e la musica liquida?

Se devo dire la verità sono molto imbranata con la tecnologia, ma è fondamentale per farsi conoscere in modo semplice e rapido, e alla portata di tutti oggi giorno. La musica è vibrazione, e le vibrazioni si muovono nell’aria, nuotano nell’aria. Il fatto che finora si abbia avuto dei supporti fisici per ascoltarla è soddisfacente a livello visivo e tattile ma anche se ora è tutto online la cosa importante è che la musica emozioni. E basta. Non è il contenitore che fa la differenza per me.

Visto che la tua musica è molto onirica, ti chiediamo: qual è il tuo sogno nel cassetto, in ambito musicale?

Il mio sogno nel cassetto sarebbe quello di riuscire a far di questa mia grande passione un lavoro stabile, che mi permetta di scrivere sempre nuove canzoni per poi poter viaggiare per portare a tutti le mie emozioni e vibrazioni, tutto questo sempre accompagnata dai miei musicisti che per il momento sono: Angelo Crespi, Gabriele Valsecchi e Dario Rossini.

https://www.instagram.com/p/CHKYVkShNRw/
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“Rondò”, il nuovo singolo di Stefanelli

E’ da qualche giorno a questa parte disponibile ovunque l’ascolto (corredato dalla pubblicazione, oggi, del relativo videoclip) del nuovo singolo di Stefanelli, cantautore napoletano frontman dei Kafka Sulla Spiaggia e musicista di Blindur, al ritorno sulla scena pop contemporanea con “Rondò” (Dischi Rurali).

Fin da subito, risulta evidente la continuità poetica e stilistica con quello che Stefanelli sembrava aver già detto in “Controcorrente”: la bassa qualità ricercata e quasi vezzosamente ostentata sin dagli esordi solistici del cantautore è infatti il perno centrale della produzione di un brano anomalo, in perpetuo moto centripeto verso la ricerca di una stabilità impossibile perché non voluta.

La struttura del pezzo non presenta picchi ma si sviluppa per galleggiamento, rimanendo a pelo d’acqua perché emblema, verrebbe da dire, di una condizione di apparente anestesia; ed è così che, in “Rondò”, il lead di sintetizzatore – che fa da ri-equilibratore dell’errare onirico delle strofe – si rivela essere pungolo per l’intorpidimento, necessario a non far entropicamente avviluppare il brano su sé stesso, certo, ma anche a tenere la resa del tutto lontana dalla deriva del ritornello da hit.

La scelta, qui, passa dall’estetico all’etico: se “Controcorrente” aveva gettato le basi per una rigenerazione dell’autenticità, “Rondò” continua sul tracciato di una poetica convincente perché identitaria e sincera.

Qui, di seguito, la nostra video intervista a Stefanelli: