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La tempesta di “Asteroidi” di Leo Caleo

Leo Caleo non è l’ennesimo pasto che passa al convento, anzi.

Il cantautore toscano si era già fatto conoscere dai più curiosi con un disco d’esordio, ormai un anno fa, che aveva messo in luce le idee blues di una penna ispirata, sebbene lontana dalla forma luminosa raggiunta con “Asteroidi”, l’ultima fatica di Caleo nel segno di una rinascita musicale ed estetica che sembra destinata a lasciare un segno evidente, aprendo una strada sterrata e imprevedibile diretta a colpire nel centro, con gentilezza e gusto, il cuore del nuovo pop.

“Asteroidi”, in effetti, non è una semplice canzone d’amore. Il sentimento, qui, si rarefà nel disegno cosmologico di un nuovo Big Bang emotivo, lasciando esplodere il filo del discorso in una frammentazione di pulviscoli immaginifici, nella tempesta serrata di metafore e simboli utili ad accompagnare le nuove speculazioni musicali di Caleo: nella texture stilistica di “Asteroidi” – figlia dell’incontro virtuoso tra cantautorato nostrano ed estero -, Caleo nasconde in piena vista l’estro funambolico dell’esteta, lasciando respirare il brano attraverso una riuscita gestione delle tensioni narrative e musicali che trova nella coda finale l’akmé della propria potenza poetica; i toni si schiariscono, la nebbia sospesa che avvolge il missaggio delle strofe si dirada per dar spazio alla luminosità potente di un nuovo inizio. Il nuovo mondo disegnato da Caleo prende vita proprio alla conclusione del brano, lasciando nell’ascoltatore la feroce e affamata urgenza di nuove esplorazioni musicali che possano dar respiro alla continuità del discorso inaugurato dal nuovo esordio, presto.

Con “Asteroidi”, Caleo si erge al ruolo demiurgico del creatore, restituendo al pubblico la sensazione di trovarsi di fronte ad un universo – finalmente – nuovo; un “idioverso“, per dirla in quel modo tecnico tanto caro all’antropologia, che riflette nell’universalità del suo irriducibile nucleo di autenticità la radice della propria umanità: il privato che si fa pubblico, il personale che appartiene ad ognuno, universalmente condivisibile.

Un po’ come sembra raccontare lo stesso Caleo attraverso le immagini del suo nuovo videoclip – uscito oggi -, film di una rinascita quasi ancestrale raccontata dalla regia esperta di Francesco Quadrelli (nome a noi già conosciuto e deus ex machina nascosto dietro le collaborazioni con diversi artisti della scena).

Per andare fino in fondo alla questione, abbiamo fatto qualche domanda a Leo Caleo:

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Indie Pop

In “Guerra” con Frambo

Frambo è appena nato (passatemi l’iperbole) e già cammina da solo. Ma che dico, corre. Sì, perché il primo singolo del giovanissimo (classe 2002) cantautore toscano è un missile puntato verso lo spazio, che dopo il primo ascolto obbliga a ripartire da capo e da capo ancora.

“Guerra” parte con un incipit saltellante che ricorda una riuscita fusione tra i Beatles più giocosi e il moderno brit-pop, mantenendo la patina indie originale che deriva dall’ascolto significativo di un genere che, oggi più che mai, sembra essere al capolinea della sua sincerità e onestà intellettuale, e che trova in brani come questo nuova linfa vitale e una rinnovata urgenza. Il risultato è una hit giusta, che nei suoi tre minuti scarsi dà la giusta dimensione ad una personalità artistica in definizione, sì, ma capace di rivelare fin dai primi passi la bontà della direzione presa. Ottimo esordio, che chiede, sin da subito, altre incoraggianti conferme, il più presto possibile: abbiamo fame!

Per andare fino in fondo alla questione, abbiamo fatto qualche domanda a Frambo:

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Indie Pop

Ad un metro da Miglio

Io, per Miglio, ho un debole da sempre: la cantautrice lombarda possiede una cifra stilistica identitaria, che ad ogni nuovo singolo spalanca ponti con l’attualità storico-emotiva di tutti; anche con “Erasmusplus”, che di certo non parla di lockdown ma del dramma della distanza umana (che appartiene da sempre all’uomo e al suo genetico dannarsi relazionale), si sono spalancate oggi le porte della metafora, del richiamo al presente. La forza dell’arte, quando è vera ed autentica, sta nella capacità del senso di involarsi verso derive sconosciute ed impreviste: Miglio c’è riuscita di nuovo, e fargli qualche domanda sul suo nuovo singolo e sulla nostra contemporaneità è diventata da subito un’impellenza dalla quale non sono riuscito a sottrarmi. Il risultato del nostro sfogo differito sta tutto qui, nell’intervista che segue.

Ciao Miglio, partiamo subito con le domande intense: un tuo pensiero circa la situazione di totale collasso che sta vivendo il settore culturale. Cosa vuol dire, per Miglio, essenziale?

La cultura è per me essenziale. In ogni sua forma possibile. Teatri, club, cinema, musei e luoghi di ritrovo dove condividere e fare cultura. Adesso la stanno bloccando, manca poco e poi forse bruciano anche i libri. E non sono ironica. Credo però che la colpa non stia solo in chi prende queste decisioni ma bensì anche nostra e del cittadino italiano medio. La cultura non interessa a tutti, anzi, molti la trovano superflua, un qualcosa che non interessa e che non è di prima necessità. Credo sia sempre e solo una questione di educazione, di formazione e di abitudine. Siamo un po’ abituati male. È un settore, quello dello spettacolo in generale, per cui non si spenderebbero tutti cittadini. In ogni caso mi auguro si possano fare Cose concrete, appunto essenziali per permettere a tutto ciò di ripartire. 

Oggi, nel giorno dell’entrata in vigore del nuovo DPCM annunciato qualche giorno fa da Conte, tu pubblichi il tuo, di decreto, con “Erasmusplus”; ma quando e come nasce il brano? Appartiene ai brani nati durante la scorsa quarantena o Miglio ha giocato a fare Nostradamus, prevedendo un nuovo lockdown (seppur differenziato)?

“Erasmusplus” è solo una canzone, niente di più. È un brano che ho scritto a Marzo ma la sua cronologia temporale ha poco peso. L’ho scritta insieme a tante altre cose che scrivo perché quotidianamente faccio questo, da sempre. Spesso mi capita di scrivere di me e altre volte degli altri. “Erasmusplus” nasce proprio da una storia di altri, l’ho vista, mi ha colpita e ci ho scritto una canzone. 

Nel brano, utilizzi una formula particolare, che mi ha tanto colpito; parli infatti di “futuro geniale”. Qual’è il futuro che vedi per la nostra generazione, al termine di tutto questo?

Non lo so, non mi sento di parlare per generazioni. Vedo semplicemente uno stato di confusione e a tratti di perdizione generale, che colpisce un po’ tutti. Mi auguro che niente si fermi davvero, mi auguro che ognuno possa andare avanti con le proprie progettualità senza essere schiavi di limitazioni individuali e generali. 

Dall’altra parte, ad inizio brano fotografi in maniera quasi cinematografica la follia di massa e il disordine emotivo di un popolo allo sbando, tanto da correre all’assalto dei discount, da rifugiarsi tra le corsie di un supermercato o nelle cabine telefoniche per poter trovare un contatto umano. L’Italia sembra già essere sull’orlo di una crisi sociale, spinta da fame e disperazione: come sta Miglio, oggi? Si sente più gialla, arancione o rossa? Sembra una domanda tra il serio e il faceto, ma in realtà è più che impegnativa…

Sono un po’ arrabbiata e a tratti stanca. Questa condizione influisce su tanti aspetti e anche nel mio quotidiano e personale ha influito. Mi sento limitata e tutto ciò a lungo andare stanca i pensieri. 

Quali tracce lascerà secondo te tutto questo trasformarsi delle relazioni umane? Al termine dell’incubo, rimarremo in qualche modo “incastrati” nella Rete (intesa in senso tecnologico, sì, ma anche squisitamente metaforico) come racconti tu in “Erasmusplus”? Dovremo pensare ad una nuova “fenomenologia dell’amore”?

Io in “Erasmusplus” descrivo una condizione. Parlo di distanze fisiche ed emotive, della difficoltà nel rapportarsi con l’altro, di intenti e obbiettivi diversi, di viaggi, del tentativo di dare e di darsi a tutti i costi pur di non rimanere soli. È un brano che in qualche modo parla di solitudini e questa condizione io la percepisco da tempo, a prescindere dal momento storico drammatico che stiamo vivendo. Il mondo virtuale ha i suoi lati positivi ma allo stesso tempo ha creato e crea distanze, conosco tantissime persone recintate in quel tipo di mondo digitale, che scelgono di comunicare attraverso questi mezzi e poi si ritrovano in totale difficoltà nel mondo analogico e reale. È un problema radicato. Io sono per i rapporti veri in carne ed ossa, ad ogni costo. 

Ormai, sembra esserci una precisa cifra stilistica in quello che fai: anche nelle tue declinazioni più pop (come “Bagno Paradiso”) Miglio resta Miglio, al punto che potresti riconoscerne lo stile anche se cantata da altri. Ma quali sono gli ingredienti principali, se dovessi scrivere una ricetta impossibile, di una tua canzone? Cosa cerchi da un brano?

Cerco sempre la verità e l’anima. Se una canzone non mi trasmette verità non la scrivo, non l’ascolto. Ieri ho scritto un brano nuovo, poco dopo mi sono emozionata. Questo per me è il senso di fare musica.

Vetrina dei consigli solita: tre artist* emergenti che ti hanno colpito particolarmente in questo 2020 funestato.

Elasi, Laurino, Calabi.  

E ora? Cosa c’è nel “futuro geniale” di Miglio?

Sempre tante canzoni. 

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Indie Pop

Intervista a Frances Aravel

In occasione dell’uscita del suo ultimo singolo “Gentle Night”, abbiamo fatto qualche domanda alla cantautrice Frances Aravel.

Ciao Frances! Da oggi è disponibile “Gentle Night”, il tuo nuovo singolo. Come ti senti?

Sono molto emozionata! Spero piaccia a più persone possibili, e vista la situazione generale, spero che una canzone come questa aiuti soprattutto a staccarsi un po’ dalla realtà.

Con questo brano prosegui il tuo cammino cantautorale, fatto di dream pop e atmosfere nostalgiche. Da dove nascono le tue canzoni e cosa vuoi trasmettere con esse?

Le mie canzoni nascono dal bisogno di evasione. La musica in generale credo che ci debba portare da un’altra parte, il fatto che il mio genere si avvicini al dream pop potrebbe far capire anche mi piacerebbe vivere in un modo di unicorni, luce e amore (ride, ndr), cosa che nel mondo reale non penso accadrà mai. Quindi mi piacerebbe che nel mio mondo entrassero tutte le persone che ascoltano le mie canzoni.

Perché hai scelto di cantare in inglese? Non pensi che la lingua italiana possa essere uno strumento più diretto per condividere le tue idee?

È assolutamente più diretto per il pubblico italiano, però per quello che voglio fare io lo è troppo, rispetto all’inglese è troppo duro, quadrato, io ho bisogno di suoni morbidi e che cullino, è una lingua più melodica, malleabile, tenendo conto del fatto che è anche più semplice per me rispetto all’italiano perché sono cresciuta ascoltando solamente musica inglese.

Il genere che fai tu ha un folto seguito su piattaforme digitali come Soundcloud, soprattutto oltreoceano. Che rapporto hai con internet e la musica liquida?

Se devo dire la verità sono molto imbranata con la tecnologia, ma è fondamentale per farsi conoscere in modo semplice e rapido, e alla portata di tutti oggi giorno. La musica è vibrazione, e le vibrazioni si muovono nell’aria, nuotano nell’aria. Il fatto che finora si abbia avuto dei supporti fisici per ascoltarla è soddisfacente a livello visivo e tattile ma anche se ora è tutto online la cosa importante è che la musica emozioni. E basta. Non è il contenitore che fa la differenza per me.

Visto che la tua musica è molto onirica, ti chiediamo: qual è il tuo sogno nel cassetto, in ambito musicale?

Il mio sogno nel cassetto sarebbe quello di riuscire a far di questa mia grande passione un lavoro stabile, che mi permetta di scrivere sempre nuove canzoni per poi poter viaggiare per portare a tutti le mie emozioni e vibrazioni, tutto questo sempre accompagnata dai miei musicisti che per il momento sono: Angelo Crespi, Gabriele Valsecchi e Dario Rossini.

https://www.instagram.com/p/CHKYVkShNRw/
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Indie Pop

“Rondò”, il nuovo singolo di Stefanelli

E’ da qualche giorno a questa parte disponibile ovunque l’ascolto (corredato dalla pubblicazione, oggi, del relativo videoclip) del nuovo singolo di Stefanelli, cantautore napoletano frontman dei Kafka Sulla Spiaggia e musicista di Blindur, al ritorno sulla scena pop contemporanea con “Rondò” (Dischi Rurali).

Fin da subito, risulta evidente la continuità poetica e stilistica con quello che Stefanelli sembrava aver già detto in “Controcorrente”: la bassa qualità ricercata e quasi vezzosamente ostentata sin dagli esordi solistici del cantautore è infatti il perno centrale della produzione di un brano anomalo, in perpetuo moto centripeto verso la ricerca di una stabilità impossibile perché non voluta.

La struttura del pezzo non presenta picchi ma si sviluppa per galleggiamento, rimanendo a pelo d’acqua perché emblema, verrebbe da dire, di una condizione di apparente anestesia; ed è così che, in “Rondò”, il lead di sintetizzatore – che fa da ri-equilibratore dell’errare onirico delle strofe – si rivela essere pungolo per l’intorpidimento, necessario a non far entropicamente avviluppare il brano su sé stesso, certo, ma anche a tenere la resa del tutto lontana dalla deriva del ritornello da hit.

La scelta, qui, passa dall’estetico all’etico: se “Controcorrente” aveva gettato le basi per una rigenerazione dell’autenticità, “Rondò” continua sul tracciato di una poetica convincente perché identitaria e sincera.

Qui, di seguito, la nostra video intervista a Stefanelli: