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Tutti i nei di Stefano Nottoli, l’intervista

Nottoli, da dove vieni, chi sei e dove sei diretto. Insomma, tre domande potenzialmente difficilissime.

Ciao, togliamo pure l’avverbio potenzialmente, ma ci provo. Geograficamente parlando, vengo da Lucca. Per quanto riguarda chi sono, beh, a 42 anni inizio ad avere più incertezze che certezze, posso dire che sono un musicista a cui piace scrivere canzoni e cantarle, che sono un’insegnante di scienze nella scuola secondaria di secondo grado, anche se preferisco definirmi un accompagnatore nel processo di crescita di un adolescente. Infine sono un babbo di due figli e compagno di Silvia. Sono diretto verso tutto ciò che non conosco e che suscita in me curiosità. 

E’ da qualche settimana online il tuo nuovo singolo “DNA”, che ha tutto il sapore della hit, sì, ma con un testo per niente facilone, anzi. Credi sia ancora possibile coniugare, in qualche modo, poesia e mainstream?

Scrivo nel modo in cui mi sento più comodo, se poi il risultato è quello di essere poetico, ne sono felice. Sicuramente non posso fare a meno di toccare certi temi, ma non ho pregiudizi su canzoni più scanzonate, alla fine musica è anche intrattenimento.

Ci parli più approfonditamente di “DNA”?

Sicuri? DNA è una riflessione personale sul giorno della memoria che si celebra ogni 27 gennaio, per ricordare le vittime dell’olocausto. Confrontandomi con i miei alunni ho avuto la sensazione che quegli eventi stiano assumendo i caratteri di un fatto storico molto distante, per provare un’emozione forte al riguardo e che ci metta al sicuro dal fatto che un evento simile non ritorni più. Poi ho pensato a mio nonno che è stato combattente durante la seconda guerra mondiale, il quale mi raccontava spesso di quei giorni, oggi pagherei affinché fosse ancora qua a testimoniare ciò che ha vissuto e poter ascoltare la sua voce ricca di emozione e di immagini vive, vere. Questa testimonianza diretta andrà a sparire ed io che ho un po’ del suo DNA, credo di avere il dovere di portarne la memoria cercando modi accattivanti per le nuove generazioni.

Tra l’altro, di “DNA” hai realizzato anche il videoclip, che sembra fotografare in qualche modo il mutare delle cose e dell’età di fronte all’immutabile nocciolo di ciò che siamo, e rimaniamo. E’ una possibile lettura del tutto, o sono del tutto fuori strada?

Sei sulla strada giusta, l’intento era proprio quello e sono felice che il messaggio sia chiaro. Aggiungerei anche ciò che resterà di noi, attraverso quei pezzetti di noi che generano i nostri figli, almeno biologicamente parlando; ma d’altronde per la mia generazione cresciuta con il cartone animato siamo fatti così, ce lo aveva già insegnato il Maestro dalla lunga barba bianca.

Invece tu, ti senti cresciuto rispetto a quello che eri? Quali sono – se ci sono – le cose che, nel perenne mutare degli eventi, non potranno mai cambiare (perché scritte nel DNA) per Stefano Nottoli?

Come età percepita oscillo tra i 16 e i 23 anni, dentro di me la crescita è lenta e ne sono felice. Poi ci sono gli eventi che accadono intorno a noi e un po’ ci cambiano, anche se non so se ci fanno crescere, dovremmo definire cosa si intende per crescita. Per quanto mi riguarda, una cosa che ho capito e che non potrà mai cambiare è la mia voglia di fare musica, molte volte ho pensato di smettere, vendere tutto, fare altro.

Ti fa paura la possibilità di un nuovo lockdown? E sopratutto, nell’era della velocità e della liquisdità estrema, è servito al mondo fermarsi un po’? Oppure, come direbbe Guccini, siamo rimasti gli stessi “polli” di sempre?

In riferimento a questa pandemia, un nuovo lockdown si, mi fa paura perché vuol dire che o l’evento in corso è molto grave o non abbiamo capito niente di cosa stiamo vivendo. Fermarsi un po’ fa bene, ma sembra sia stata una opportunità sprecata come al solito e non posso fare a meno di dar ragione al maestro; abbiamo avuto l’occasione di imparare a vivere un tempo migliore, ma appena riaperti i cancelli ho visto persone correre più di prima e mandarsi più facilmente in culo l’uno con l’altro. 

Sei incaricato di formare il nuovo governo italiano – in tempi di elezioni e referendum, un po’ di fantascienza politica male non fa – e puoi scegliere solo cantautori. Dammi il nome del nuovo Premier, e scegli almeno altri due ministri possibili. Vogliamo anche le motivazioni, ovviamente.

Tra i cantautori in vita, come Premier sceglierei Brunori, persona equilibrata in grado di mettere d’accordo le varie parti, molto pop. Come Ministro dell’interno Edda, con il suo essere punk darebbe una spinta alla politica interna, mentre agli esteri Fiorella Mannoia, che essendo un’interprete, potrebbe rappresentare il nostro paese nel mondo.

Siamo ai saluti finali. Spazio libero alla tua creatività. Puoi dire qualsiasi cosa, meglio ancora se impopolare: noi di Perindiepoi amiamo gli scandali.

Approfitto di questo spazio libero per dire che Battiato lo farei Presidente della Repubblica. Saluti, abbracci, ascoltate DNA e guardate il video! Ah, ho un neo sul…

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Pop

Stefano Nottoli, il resistente

Conoscete Stefano Nottoli?

Io, sono sincero, fino a stamattina no. Ma da stamattina non posso più fare a meno della sua musica e sopratutto del suo ultimo singolo “DNA”, fuori ovunque da un paio di settimane ma scoperto – e con colpevole ritardo – solo oggi; non fatemene (e non fatevene, nel caso foste anche voi anime problematiche con deficit d’attenzione) una colpa troppo grossa: è anche vero che, nel grande supermercato di Spotify, è difficile orientarsi con sicurezza, e tra i prodotti di plastica e pre-confenzionati da major che saprebbero far sembrare un pavone anche un pollo da cortile le cose belle (per davvero) finiscono col dover sgomitare per ricavarsi uno spiraglio d’attenzione.

Ecco, facciamo così: assolviamoci dalla responsabilità di non aver dato prima la giusta sterzata ai nostri ascolti del weekend promettendoci di non lasciar più scivolare via un brano come “DNA” e assicurandoci (e rassicurandoci) l’un l’altro di tutelare l’emergenza dell’emergente ricordandoci, da ora in poi, di Nottoli. Perché la bellezza richiede attenzione, protezione e militanza, e la musica che emerge (o che quanto meno prova a farlo) ha bisogno di un pubblico che emerga, e che la aiuti a non rimanere con le ali inchiodate al suolo da chili di plastica da discomarket.

“DNA” è inno generazionale per noi, dispersi alla ricerca di certezze che ancora crediamo esistere al di fuori del nostro cielo stellato interiore, e della legge dei nostri filamenti genetici: siamo la risposta alle nostre domande, anche se a volte, quella risposta, non ci piace; dietro l’albi del miglioramento, spesso, nascondiamo la paura di essere quello che siamo, con tutto il nostro bagaglio di meravigliosi difetti e particolarissime malformazioni che ci appartengono, ci distinguono e ci permettono – in fondo alla notte – di riconoscerci a vicenda. E si riconoscono, eccome, anche tutti i riferimenti musicali di una penna che sembra aver superato l’idolatria dei Maestri nel tratto sicuro di una scrittura memore della tradizione, certo, ma con lo sguardo ben piantato sul futuro: sonorità pop ’20 si combinano, con virtuosa alchimia, alla devozione per Battiato e Gazzé che, all’ascoltatore malizioso come me, ammiccano tra gli incisi di un brano originale e identitario perché consapevole del suo percorso formativo.

Insomma, una bella scoperta che dà fiducia a chi troppo spesso finisce con il rassegnarsi all’abitudine e al consumismo musicale; brani come “DNA” fanno bene proprio perché incoraggianti: un mondo migliore esiste e resiste.

Siamo noi, a non dover smettere di credere alla Resistenza. In tutti i sensi.

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Lumache o l’io lirico e musicale di Gabriele Troisi.

Avete presente quelle notti in cui siete a letto e non basterà un intero gregge di pecore da contare per farvi addormentare? Ecco, la caffeina ve la danno i pensieri di un amore finito senza neanche capire il perché. C’è chi in queste situazioni inizia a inventare calcoli algebrici per spiegare il tutto e chi della matematica non ne vuole sapere e preferisce affidarsi al potere delle note. Così ha fatto anche Gabriele Troisi nella sua ultima Lumache.

Uscito per Futura Dischi e distribuito da Sony Music, il cantautore irpino non si è lasciato sopraffare nemmeno un momento dall’afa e dalla torrida stagione apatica che ha colpito un po’ tutti quest’anno. Sì, perché dopo la pubblicazione di Nonsense all’apertura delle frontiere post lockdown, Gabriele ha scelto bene di regalarci questa piccola perla scaramazza, ora che l’estate sta finendo; così prima di tornare in letargo sapremo bene come consolarci e cosa ascoltare.

Il mood è quello di un personaggio tormentato, tribolante, in conflitto con sé stesso, spaccato a metà tra l’orgoglio e l’onestà, al centro della dualità dell’essere e dell’apparire. È pur vero che, in questo gioco di finzione, ad avere la meglio è ciò che poi realmente accade, inconsapevolmente e incondizionatamente: calde gocce d’acqua che rigano il volto di chi, seppure in lotta con sé stesso, non può mentire al proprio cuore che gli sussurra ancora, durante la notte, il nome della persona che ha perduto.

Non mi soffermerei però troppo sulla semantica del testo, perché, tralasciando la solidarietà emotiva con l’uomo ferito per amore, a fare da padrone è l’aspetto lirico, dunque poetico delle parole. Per cui, se le parole sono il corpo, la voce R&B è il vestito di piume che adorna e impreziosisce le membra che nasconde. Impossibile non restare affascinati dall’armonia dolce e quieta del pianoforte di Troisi. Chi sa, magari qualcuno ha sperimentato sulla propria pelle, proprio ascoltando questo brano, la sensazione che si prova quando delle lumache ti scorrono lungo la faccia.

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Boetti, un’intervista e un aperitivo

Boetti sono un duo pratese alla seconda pubblicazione da indipendenti (ma per davvero: cani sciolti veri, i Boetti) e sembrano avere cattivissime intenzioni per il futuro. Abbiamo parlato di questo e altro ancora nell’intervista che segue.

Ciao Boetti, dopo tre mesi di assenza siete fuori con “Golden Boy”, il vostro secondo singolo da totali indipendenti. Come state, e quali sono le prime sensazioni dopo il battesimo?

Ci sentiamo inaspettatamente bene. Aver lavorato sodo alla pubblicazione e alla promozione del primo singolo è stata un palestra preziosissima che ci ha permesso di capire meglio gli altri e noi stessi: avvicinare il miracolo della condivisione con l’esterno, godersi il senso di soddisfazione a traguardo raggiunto.

“Golden Boy”, la generazione di ragazzi d’oro cullati come eterni figli da madri psicotiche (che con la “Psicomadre” di cui cantavate nel vostro primo singolo poco hanno a che fare.. oppure no?) capaci solo di dimenticarsi di sé stessi, per non aprire gli occhi sulla propria mediocrità. Quanto vi fa paura l’idea di appartenere, in un modo o nell’altro, a questa generazione?

In realtà siamo molto grati alla nostra condizione generazionale. Abitare in provincia, nell’eterno ritorno dei suoi incontri, atteggiamenti, esibizioni, è tra i principali motori che muovono la nostra urgenza di espressione. Se raccontiamo determinate dinamiche di aggregazione è perché in quelle dinamiche, nel bene e nel male, ci abbiamo sguazzato con consapevolezza. Siamo per il vivere dentro al tempo, dentro alle cose. Difficilmente riusciremmo a scrivere di ciò che non conosciamo e che non ci appartiene.

“Siamo figli delle stelle, pronipoti di sua maestà il Denaro”, il tempo passa ma in qualche modo le dinamiche storiche sembrano ripetersi senza tempo. C’è un modo per rompere questo circolo eterno, o senti che non esiste via alternativa all’eterno ritorno dell’uguale?

L’esemplarità di una generazione precedente diventa tale nel momento in cui noi per primi ci dimostriamo in grado di discernere il giusto dallo sbagliato. Eppure esiste un qualcosa di fisiologico per cui la crescita di un individuo nella società finisce spesso per diventarne la sistemazione e regolarizzazione al suo interno, un subentro (in termini economici, professionali, caratteriali etc.) al posto dei nostri predecessori. Tutti i bambini nascono naturalmente predisposti al disegno, alla danza, al calcio, ma solo pochissimi riescono a coltivare quel talento senza che un’imposizione esterna non sia loro di ostacolo. Quando si è giovani ci ribelliamo al pensiero dominante dei nostri genitori, senza considerare il fatto che probabilmente diventeremo identici a loro. Alcuni nostri coetanei per esempio si comportano, si vestono e parlano già come i loro padri.

Se doveste dare un consiglio ad un “Golden Boy”, quale sarebbe?

È l’avvertimento (più che un consiglio) che diamo a noi stessi tutti i giorni. Divertiti, goditi la vita, ma ricordati che sei quello che sei grazie agli insuccessi e ai lutti e alle difficoltà. Non semplificare. Possedere, possedere e basta, un paio di scarpe o una macchina, non ti farà dimenticare la merda quotidiana. E sbattitene ogni tanto del giudizio degli altri.

E la musica? Ascoltare cose belle – così come educarsi alla bellezza in generale – potrebbe essere una via di rinascita, una resistenza efficace alla deriva dell’imbruttimento?

Sicuramente la cultura tutta può in generale essere d’aiuto. L’arte è resistenza e fornisce le giuste armi per difendersi da forme contemporanee di violenza come l’odio razziale, il bullismo, l’insensibilità. Se hai domande riceverai risposte, se sei triste verrai consolato.

La quarantena ha tagliato le gambe a molte realtà e oggi l’incubo della ricaduta sembra davvero essere dietro l’angolo. Se ci dicessero che da domani si torna in lockdown, cosa farebbe di diverso (e di uguale) Boetti rispetto all’esperienza del primo “ingabbiamento”?

Crediamo fortemente nel fatto che ogni cosa, ogni esperienza, dalla più gloriosa alla più fallimentare, esista e si manifesti per un senso preciso e che ognuno di noi abbia il dovere di interpretarla e “sfruttarla” per raggiungere nuove conquiste personali. La solitudine della quarantena ci ha di certo spaventati, ma ha anche portato nuove canzoni e riflessioni generiche sul nostro percorso come musicisti e come esseri umani. L’unica cosa che vorremmo cancellare dai mesi passati è piuttosto la sofferenza di chi ha perso il lavoro o, peggio ancora, i propri cari.

Ma un brindisi da veri “Golden Boy”, all’uscita del singolo, l’avete fatto? O avete preferito la via ascetica della riflessione e della meditazione?

Siamo ormai dei veri professionisti dell’hangover, niente di più lontano dall’ascesi e dal misticismo. In quanto tali, abbiamo abbondantemente festeggiato per le vie del centro storico insieme alle persone che ci vogliono bene e che in questi mesi/anni ci stanno aiutando davvero tanto a portare la croce.

Consigliateci tre artisti emergenti, tre libri e tre film da non perderci.

Floridi, Emma Nolde, Nervi / “Scritti corsari” di Pier Paolo Pasolini, “Woobinda” di Aldo Nove, “Cecità” di José Saramago / “La grande bellezza” – Paolo Sorrentino, “Reality” – Matteo Garrone, “Kill me please” – Olias Barco.

Salutiamoci da veri “Golden Boy”.

Aperitiviamo in centro?

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Federico Cacciatori, il batterista dallo Spazio

Federico, tre aggettivi per descriverti e uno che senti non appartenerti affatto.

Tre aggettivi per definirmi: alternativo, fantasioso, umile. Uno che proprio non mi appartiene, direi introverso.

Vieni dal jazz, hai suonato rock, ora ti dai alla musica strumentale. Come stai vivendo il tuo esordio da solista?

Sto vivendo il mio esordio da solista, sono molto sereno e curioso nell’attendere una risposta dal pubblico, che sia essa positiva o negativa.

Dentro “Moments from space” che messaggio si nasconde? Sembra esserci qualcosa di quasi lisergico nel viaggio musicale che ci hai regalato.

Il messaggio che si nasconde dietro al viaggio musicale di “Moments from space” è molto personale, un invito a non fuggire dalla realtà anche se a volte sarebbe bene farlo. È meglio rimanere con i piedi ben saldati al terreno e pensare a cosa possiamo fare per migliorare questa Terra, è un invito a spronare le persone a parlare e dialogare col proprio Io. Credo che il dialogo interiore ci aiuti a regolare il nostro comportamento: tramite di esso possiamo valutare quello che abbiamo fatto nel passato, comprendere come migliorare e fare
piani su come comportarci nel futuro. Parlando con noi stessi ci aiutiamo a mettere assieme le informazioni, a congiungere i momenti della nostra vita. Per conoscere sé stessi occorre parlare con sé stessi, godendosi l’ attimo. Consiglio a tutti vivamente di farsi un viaggio immaginario (laddove non sia possibile farlo “reale”) in qualche luogo solitario dove potrete dialogare solo con voi stessi per dialogare meglio con il mondo che vi circonda.

Ma hai suonato tutto tu? Ci racconti come hai fatto a gestire tutta la produzione del disco?

Sì, ho suonato tutti gli strumenti presenti all’interno del disco eccetto la chitarra del primo brano, per la quale registrazione mi sono avvalso di un ottimo chitarrista: Leonardo Padroni, un giovane talentuoso e preparatissimo chitarrista della mia zona. La produzione è stata tutta progettata nel mio homestudio. Mi sono servito dei mezzi elettronici straordinari che ti permettono di riprodurre quanto più verosimilmente strumenti classici, come strumenti ad arco o a fiato, e poi di sintetizzatori e arpeggiatori di ultima generazione.
La batteria ovviamente non è progettata in modo elettronico ma è tutta quanta suonata. I discorsi musicali sono tutti nati sul pianoforte, il mio secondo amore dopo la batteria. Virtualmente mi sono costruito un orchestra ultramoderna di 70 elementi e ho scritto tutti gli arrangiamenti per ogni singolo strumento.

Oggi sei indipendente, ma secondo te è davvero così importante – nel 2020 – avere un’etichetta discografica?

Sicuramente ci sono dei pro e dei contro. Alcune etichette discografiche investono sulla tua musica pagando, ad esempio, la stampa dei tuoi dischi, supportando le spese di produzione, investendo nella promozione del tuo progetto musicale. Un investimento da parte dell’etichetta ti permette di ottimizzare le spese ed ammortizzare eventuali perdite. Sono ormai rarissime le etichette che ti offrono un sostegno economico: molto spesso, un’etichetta fa il minimo indispensabile a causa di mancanza di fondi e di investimenti a lungo termine sulla carriera di un artista. Quando ci sono investimenti sono sempre “prestiti” che spesso devono essere recuperati. L’altro fattore da valutare è che spesso più investe l’etichetta più vorrà avere controllo sul prodotto finale e meno libertà avrà l’artista. Etichetta sì o no ? Direi etichetta sì e no.

Cosa ne pensi delle playlist Spotify? Alcuni dicono che siano dei modi per monoplizzare l’ascolto: il pubblico si impigrisce e si affida alle riproduzioni casuali, ed ecco fatto che chi è in playlist è salvo, mentre chi non c’è… 

Le playlist di Spotify le trovo noiose, adoro ascoltare gli album da cima a fondo per godermeli. Questa generazione (la mia generazione) è molto pigra e vuole l’ascolto immediato. Diciamocelo onestamente: chi è che ha tempo di mettersi a casa davanti ad un bel impianto stereo ad ascoltarsi un disco quando con qualche semplice click e due cuffie da pochi soldi riesci ad ascoltarti tutta la musica che vuoi, da quasi parte del pianeta a qualsiasi ora e in certi casi anche gratis? Pochi giorni fa mi sono reso conto che la maggior parte delle case automobilistiche hanno deciso di non inserire più il lettore CD all’ interno delle macchine. Già da una piccola considerazione del genere ci si rende conto verso dove siamo proiettati nel futuro. Vi è mai capitato di sentirvi dire da un lettore accanito che “leggere il libro e sentirselo tra le mani è centomila volte meglio di leggerlo su un dispositivo elettronico”?. Io la penso così per quanto riguarda l’ascolto della musica oggi. Ascoltare musica con materiale di qualità darà sempre quella botta in più. Per me la musica oltre a far vibrare l’ anima deve far vibrare anche il pavimento. Chi è nelle playlist è salvo mentre chi non c’è è un musicista fallito e infelice? Può darsi, io mi sentirò un artista felice sia che la mia musica finirà in qualche playlist oppure no. L’ importante è che il messaggio arrivi, poi se tramite playlist o un aeroplanino di carta va bene comunque!

Come ti immagini la musica fra cent’anni? Regalaci una fotografia di una possibile “Music from space”!

Eh… Bella domanda. Io credo che se non ci saranno persone che ricorderanno e tramanderanno la vera musica, quella del futuro sarebbe priva di melodia e magia. Forse verrebbe solo ricordata e prodotta ma non più scritta e composta, perché non ci sarebbe più niente da inventare. Oppure verranno inventati nuovi strumenti o tecniche e sarà tutto basato su quelle nuove creazioni, ma dubito che possa succedere; prova ad immaginare: alle nostre origini gli uomini suonavano tamburi, flauti e strumenti simili. Oggi, seppure modificati e migliorati, usiamo le stesse tecniche. Se cambiassimo strumenti, ne inventassimo altri e se ci basassimo solo su quelli, tutta la tradizione si perderebbe e a nessuno interesserebbe più. Credo che ci sarà sempre qualcuno che si ricorderà delle generazioni passate. Una possibile fotografia di “music from space“? Se oggi consideriamo il mio album moderno, un domani verrà considerato sicuramente come un reperto preistorico!

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Cacciatori a spasso per lo Spazio

Volevate un disco diverso, qualcosa che vi desse l’idea che sì, si può fare ancora muscia che non sia solo indie, o post-indie, o pre-indie et similaria? Ecco, per voi tenaci perseguitori del giusto ed edonisti come il sottoscritto da oggi è disponibile ovunque il disco d’esordio di Cacciatori, batterista toscano classe 1999 (mio figlio, in pratica) ma con idee già più che chiare. Forse, fin troppo chiare, oserei dire: chi ha il coraggio e la pazzia, nel 2020, di tirar fuori dal cilindro un disco completamente strumentale, senza ritornelloni facili e ostinate metafore forzate, buone solo per condire l’insalata?

Ed è così che nasce “Moments from space”, una guida intergalattica per autostoppisti musicali stufi di rincorrere il trend sulle playlist Spotify, che corrono come treni macinando ogni forma di vita diversa da quella preimpostata dall’omino col bottone (bello, mi piace vederla così): sei tracce dense di note, atmosfere e melodie capaci di farsi volano per l’ascesa ad un altrove lontano il più possibile da qui. La terra trema, le foreste bruciano, il Papa schiaffeggia e la pandemia non molla: quale luogo più sicuro dello spazio?

Ecco, io credo possa essere nata da pensieri simili la divagazione musicale di Cacciatori, che a ventun’anni (e con un passato già ricco di soddisfazioni in termini accademici e musicali) si lancia a capofitto nella discografia musicale, e con un progetto che sà di schiaffo al sistema: nell’era della velocità e dell’iperverbosità, Federico concepisce un set di tracce anomale perché diverse, suonando i tre quarti degli strumenti presenti nel disco e creando una degustazione musicale che procede per sapori, odori e visioni capaci di proiettare (in HD) una realtà parallela attraverso i padiglioni auricolari dell’ascoltatore. Tra l’altro, oggi, esce anche il bel videoclip della titletrack del disco, per chi avesse la fantasia frenata e non riuscisse a fantasticare a dovere:

Inutile pensare “Moments from space” in maniera divisoria, più utile vederne la gestalt finale: un melpot di sei tracce diverse (ma coerenti fra loro) che respirano come un polmone unico, in un sali e scendi emotivo che trova in “Orion” (la traccia di apertura) e in “Where Are My Feelings?” i picchi più alti.

Nella circolarità del disco (una partenza, uno sviluppo e un ritorno dal viaggio cosmico-musicale) si esprime lo slancio vitale di un cuore giovane e certamente in crescita: la strada è lunga, ma Cacciatori sembra aver già trovato la direzione giusta per raggiungere la seconda stella a destra.

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Stagi, spiccioli e pomodori di mare

Ho scoperto Stagi quando ancora era €l€0nora (no, non è una storia alla “Princesa” di De André: Stagi si chiama davvero Stagi e avremo modo di conoscerlo meglio nei prossimi mesi, me lo sento) e mi innamorai follemente di “Stalattiti”, il suo singolo d’esordio per La Clinica Dischi. Un paio di fatti curiosi: da allora è passato un anno, Stagi è diventato (o è rimasto?) Stagi, io ascolto ancora “Stalattiti” e negli ultimi 365 giorni ho scoperto che si può sentire la mancanza di profumi, aromi e sapori che hai solo sfiorato. Sì, perché Stagi è uno che si lascia sfiorare appena, e che da l’impressione di essere come i pomodori di mare (vi piace l’ardita similitudine? A me tanto): toccalo, e lui si ritrarrà.

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Il fatto è che Stagi, al primo contatto con il mercato discografico che conta, ha deciso di ritrarsi per un anno (un anno! Cosa ne penserà il Megadirettore Galattico di Spotify?) lasciando tutti noi folgorati dalla sua prima ballad e in attesa – con ansia ogni giorno crescente – di un ritorno di fiamma, che suggellasse l’impegno di un amore nuovo perché oggi più che mai abbiamo bisogno di innamorarci di qualcosa di diverso. Ecco, Stagi è quel qualcosa di diverso che – come tutti gli amori più grandi e disperati – non dà sicurezze, né certezze che non siano caleidoscopicamente ruotabili all’infinito: “Spiccioli” sfrutta le convergenze e le rifrazioni del sentimento rendendole attraverso il patchwork di immagini ardite, metafore impensabili (e quindi, una volta pensate e rese così, ammirabili: ma vi pare possibile una connessione tra amore e parchimetri?) e atmosfere a cavallo tra Lou Reed e Calcutta, tra Van Morrison e Galeffi. Insomma, già così il seme della follia è evidente, ma per chi avesse dubbi in merito alla meravigliosa insanità di “Spiccioli” da oggi il brano lo trovate su tutti i digital stores, oltre che nella mia personale playlist (ma di questa, a voi, che ve frega).

Unico avvertimento: non abituatevi troppo a questo ritorno. Stagi è come le nuvole che vanno, vengono e a volte ritornano, spinte da correnti e tempeste nuove. La cosa più bella è pensare che per una volta ci sia qualcuno che abbia rinunciato ad essere vento: Stagi è come tutti noi, in balia delle onde e di sé stesso, ed è questo che rende digeribile l’attesa di un anno che ha anticipato l’uscita di “Spiccioli”, anche se nell’intimo non smetto di sperare che, questa volta, il digiuno possa essere più breve.

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Boetti, guerra ai Golden Boy

Boetti torna a farsi sentire dopo un’estate paranoica – fatta di distanze e di stanze bollenti, un po’ come le nostre fronti e i nostri letti sudati – con un brano che più che mai appare in linea (o almeno, al sottoscritto) con l’andamento dei fatti contemporanei; “Golden boy” si apre sul mercato discografico con il piglio dell’urlo di denuncia, attraverso la clava di una produzione ben pensata e strutturata per farsi invettiva rock, certo, ma senza per questo doversi privare a priori di possibili slanci radiofonici.

Sì, perchè “Golden Boy” – curata da Andrea Pachetti (Zen Circus, Bobo Rondelli, Dente…) ha tutta l’aria del pezzo che spettina, schiaffeggia e violenta l’ascoltatore per poi lasciarlo agonizzante col cuore e la testa divelta sul marciapiede ad interrogarsi sulle proprie responsabilità generazionali (perché, diciamocelo, siamo tutti stati un po’ dei “golden boy“, almeno una volta nella vita); insomma, la pacca e il pugno nello stomaco è quello che senti dopo aver detto qualcosa di troppo ad un armadio di tre metri per tre metri, è vero, ma la struttura del brano presenta tutte le caratteristiche utili a lenire le ferite attraverso la carezza di una forte melodicità, pronta ad utilizzare il volano di una durata davvero radiofonica (e attenzione, non è un limite se in tre minuti scarsi riesci a dire tutto quello che serve) per farsi strada anche nei cervelli dei meno avvezzi all’auto-riflessione, e nei cuori con bassa soglia del dolore.

Ma perché, invece, dicevamo essere “Golden Boy” in linea con la contemporaneità? Perché, dopotutto, la zona grigia di Hannah Arendt, la massa (poco) silenziosa di chi fa numero senza saper contare ha nelle mani il destino dell’umanità futura. Ecco, in un mondo di “Golden Boy” senza mascherina (mi lancio in quest’invettiva anche io, caricato dall’orda barbarica innescata dall’ascolto mattutino di Boetti) il duo pratese ci ricorda l’esigenza di respirare a pieni polmoni la libertà di sentirci diversi, la felicità di non aderire allo schema svilente di questa involuzione generazionale.

Magari, se possibile, indossando anche la mascherina.

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Pop

Ciao for now: il telefono senza fili di Jesse the Faccio e Nico LaOnda.

Che sia ai fisici quantistici che non sono ancora riusciti a dimostrare la presenza dei buchi spazio-temporali o a quelli che del wormhole ne hanno sentito parlare solo per aver seguito Dark, a entrambi consiglio caldamente l’ascolto dell’ultimo brano di Jesse the Faccio, Ciao for now. Mi rivolgo in modo particolare a queste due tipologie di persone proprio perché so che apprezzeranno un salto temporale nell’Italia degli anni Novanta, e perché no, (e qui si consolida l’alone di mistero di questa sottospecie di scorciatoia dell’universo) al giorno in cui a Brooklyn erano state lanciate sul mercato le prime Reebok Pump.

Jesse the Faccio ritorna al futuro, o meglio, al presente, in coppia con Nico LaOnda, rendendoci gli spettatori di una conversazione simile a quella fatta al telefono senza fili o su una chat di MSN. Le immagini di Ciao for now restano in pieno stile Jesse the Faccio: oniriche, semplici, low-fi. Non si smentisce nemmeno la chitarra che fa il verso a tanti sintetizzatori e distorsori sovrasfruttati da dicenti musicisti indie. Un singolo che, restando umile e senza troppe pretese, disegna l’asse del jangle pop e della bassa fedeltà tra l’Italia e gli Stati Uniti.

Se arrivati a questo punto ci sono ancora degli scettici riguardo i viaggi nel tempo, non mi resta che esporre empiricamente la prova provata di quanto detto finora. Come si fa? Mettete su il pezzo e a chiudete gli occhi per poco meno di tre minuti. Tranquilli, non occorre respirare col naso o fare la posizione del loto. Due minuti e cinquantasette secondi è quanto basta per sentire il caldo dell’asfalto dopo la caduta dallo skate, dopo essere scivolati da una rampa in un parchetto a Brooklyn e magari è proprio il 26 novembre 1989 e sta per andare in onda la prima di MTV Unplugged.

Riaprite gli occhi per tornare di nuovo nel 2020, l’anno in cui ci si ritrova a “giocare i mondiali in casa per davvero”, nel frattempo Jesse e Nico hanno buttato giù, senza più nulla da dirsi, non possono che congedarci con un “ciao for now”.

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Pop

Robbe’, il mare e la rivoluzione

Avete mai sentito dentro quel rumore sordo che fa il cuore quando si spaura e cade giù dallo sterno fino alla bocca chiusa dello stomaco, e la deriva dei pensieri porta l’anima a cercare un angolino sicuro da cui proteggersi dalla risacca, e dal sale che brucia occhi e ferite? Ecco, questa è su per giù la sensazione tremenda che dà l’appiattimento di ogni moto interiore e la cesura drastica con ciò che chiamiamo “casa” quando, di fronte al riflusso dell’esistenza, ci troviamo a fare i conti con annebbiamenti padani che si stendono non solo sulla Cisa e sulla via per Milano ma anche sulle nostre stanche membra di giovani naufraghi, impegnati a non colare a picco di fronte a tutto questo mare di niente che la Storia offre alla nostra generazione.

Robbé è un puro, e si sente da come canta prima ancora che da cosa canta: cuore irlandese per elezione, pugliese per nascita e ramingo per necessità nel valzer infinito che da anni ha deciso di ballare su e giù per il Paese, ben consapevole che la fissità della quiete altro non è che lo stagnamento della resa, il palliativo della paura. Nell’era del pop a tutti i costi e del tripudio del digitale, il cantautore di stanza a Bologna va in controtendenza e ritorna alle radici – che, come raccontano in Africa, di ombre non ne hanno – con un singolo d’esordio così “tradizionale” (nel senso migliore del termine, ossia realizzato secondo i valori e i segreti della miglior tradizione autorale nostrana; insomma, una canzone DOP) da essere quasi “innovativo”: al giogo del mercato e alle ricette per il successo, Robbé preferisce il sapore del pane fatto in casa, sapendo rispettare i tempi di lievitazione e conscio che la degustazione sarà per pochi, magari, ma giusti e consapevoli.

“Vorrei vivere al mare”, infatti, è il classico brano cesoia; in che senso, cesoia? Nel senso che pota, snellisce e spunta la ricezione di massa, la rende mirata solo nel suo esistere in un certo modo: puro songwriting a cavallo tra Americhe e Magna Grecia e arrangiamenti folk con la giusta dose di Irlanda (vedi Modena City Ramblers, ma solo per un fatto di popolarità del brand) fanno da volano ad un testo ben scritto, equilibrato e sincero. La “cesoia” spaventa l’avventore casuale e ineducato, certo, ma dall’altra parte fidelizza l’intenditore attraverso il gesto estremo di una scelta quasi rivoluzionaria, nel 2020: fare musica suonata, che abbia un senso e che possa ancora raccontare qualcosa di “vero”. E si sa che, come direbbe George Orwell, dire la verità nell’era della bugia universale è di certo un atto rivoluzionario.

Ottimo esordio, ora altro non resta che aspettare, presto, conferme.