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Pop

Lamette, il duo più nudo del momento

Dateci una lametta. Anzi, due. Lamette apre ferite profonde solo per il tormento di vedere sotto pelle che c’è, e lo fa con la precisione del chirurgo ma con il sadismo del carnefice. Insomma, nei tre singoli fin quei rilasciati (per ultimo, “spoglio di te”) per Aurora Dischi c’è tanto malessere, profondo disagio generazionale e spinta verso l’altro, come Icaro lanciato contro il Sole immemore delle sue alucce di cera. Ma che male c’é? Se proprio si deve cadere, tanto vale godersi il volo.

Ciao Lamette, domanda d’esordio nel mondo, come direbbe il buon vecchio Brunori: come state?

Vasco+Cristian: Tutto bene grazie!

Ma il vostro nome, Lamette, da dove deriva? 

V.: “Lamette” è un nome che non ha un vero e proprio significato dietro… a noi richiama un po’ il mood che puoi avere quando non hai voglia di fare niente e stai tutto il giorno sul divano, un po’ come viviamo noi.

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Tu non mi sopporti 🦄

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Vuoi anche per il nome, ma c’è qualcosa di doloroso e di addolorato, nella vostra musica. Quanto sentite “generazionale” la vostra condizione? Nel senso che questa sensazione, questo modo di fondo che si respira nei vostri brani sembra appartenere a tutti, pur nell’intimismo della vostra scrittura.

C.: Nel testo di un nostro brano non ancora uscito diciamo “generazione di ragazzi depressi”, perciò penso che la nostra condizione sia estremamente generazionale, come per molti ragazzi della nostra età, e ovviamente ciò influenza il nostro processo creativo.

Nel giro di pochi mesi – dal vostro esordio quest’anno – tre singoli fuori, tre conferme di un percorso in crescita. Ma quanto sono cambiati Lamette da “rotto di te” e cambierebbero qualcosa di quello che è stato?

V.: Lamette è un progetto che abbiamo iniziato con l’intento di differenziarci dalla massa, cercando di mischiare generi e sonorità diverse. La nostra musica è in continua evoluzione e “rotto di te” rappresenta per noi l’inizio di questo percorso, perciò non cambieremmo nulla di quello che è stato… ogni tassello è importante per la nostra crescita artistica.

E invece, “quando ti spogli”?

C.: “quando ti spogli” è nata nel periodo di lockdown, siamo partiti dal giro di chitarra e dal vocalizzo che segue tutta la canzone, poi il ritornello e il resto è venuto naturale. L’intenzione era quella di fare un pezzo chill ma allo stesso tempo incisivo, e anche grazie alla collaborazione con Zioda direi che siamo riusciti nel nostro intento.

Quanto è importante, oggi, recuperare il senso nudo delle cose? La nudità è ormai mercificata e sdoganata ovunque, ma di “anime nude” – e più che mai nella musica – se ne sentono davvero poche. 

V.: Per recuperare il senso nudo delle cose bisogna essere se stessi al 100% (soprattutto nel settore musicale) e non è facile per tutti. Ormai si vedono e si sentono troppi prodotti finti e ciò penalizza la creatività che ha sempre caratterizzato il mondo della musica.

E a voi, la nudità fa paura? Non quella che si ottiene levandosi i vestiti (o almeno, non solo quella) ma la totale vulnerabilità che deriva dall’abbandonare ogni resistenza, ogni armatura e maschera.

C.: Nella musica non mi spaventa essere me stesso, ma non essere capito… mentre in amore la totale vulnerabilità a volte può essere un pericolo. Come dice Capo Plaza in una sua canzone: “Bravo sì, ma mica fesso”.

Il 2020 è l’anno del vostro esordio, coinciso con lo scoppio della pandemia. Ci raccontate un po’ com’è andata, e come pensate che potrà andare, da ora in poi, per la musica italiana e sopratutto per il suo pubblico? Proviamo a fare previsioni impossibili, al massimo vi acclameremo come novelli Nostradamus!

V.: La musica in Italia è molto stagionale… la nostra visione invece è più internazionale, nel senso che se un pezzo è forte lo è sia d’estate che d’inverno. Secondo me il pubblico italiano si avvicinerà molto di più a quest’ottica.

Se vi dicessi di scegliere tre dischi da far sentire alle nuove generazioni per “educarle” al bello, quali scegliereste? C’è bisogno, ora più che mai, di inseguire la bellezza…

V.: “Dr. Feelgood” dei Mötley Crüe, “Whack World” di Tierra Whack e “IGOR” di Tyler, The Creator.


C.: “Electric Ladyland” di Jimi Hendrix, “AM” degli Arctic Monkeys e “I like it when you sleep, for you are so beautiful yet so unaware of it” dei The 1975.

Tre singoli sono il numero giusto per lanciare un album, oppure ci farete penare ancora un po’ prima di ascoltarvi in maniera più completa?

V.: Se l’album fosse una casa i tre singoli sono le fondamenta, ora manca tutto il resto…

Salutateci a modo vostro, e fateci una promessa che domani non vi potremmo rinfacciare di aver disatteso!

C.: Ciao raga, vi prometto che l’album uscirà presto!

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Pop

Tutte le cose a metà

Cose a metà è il nuovo singolo dei 7mbre, pubblicato il 10 luglio da Romolo Dischi e distribuito da Pirames International su tutte le piattaforme di streaming.

Prodotto da Sara Focaracci (voce del gruppo), Cose a metà è il quarto singolo del trio nepesino dopo i precedenti brani che hanno segnato l’inizio del loro percorso artistico Barche, Pendolari e Forze Aeree.

Il brano racconta di una persona che si accorge di non vivere al cento per cento, come se tutte le cose fatte quotidianamente la travolgessero fino a perdere la loro vera essenza, i dettagli.

Si parte da un ricordo tra i banchi di scuola, il disegno di un gatto difficile da disegnare, dubbi che assalgono la mente: la vita la sto vivendo a pieno o mi sto solo accontentando? Questa è la domanda che si pone la protagonista del brano, partendo da ciò che la circonda fino ad arrivare all’aspetto più intimo e vero della sua relazione. 

E dimmi come posso amare se ho visto un gatto mille volte e non lo so disegnare

Ecco l’intervista a cura della nostra redazione!

Partiamo dalla scelta del vostro nome d’arte, perché avete scelto questo mese dell’anno?

Il progetto nasce a settembre, mix tra nostalgia e voglia di ricominciare che è un po’ lo spirito che seguono i testi delle nostre canzoni. Aggiungiamo che siamo molto legati a questo numero che è diventato una specie di persecuzione e per tutti questi motivi nasce 7mbre.

Entrando nello specifico, da quanti componenti è formata la band nella formazione attuale e cosa fate nella vita quando non suonate o scrivete canzoni?

La band è formata da 3 componenti: Sara, Simone, Davide.

Sara lavora presso il salone di sua sorella, che fa la parrucchiera, e frequenta il Saint Louis College of Music.  Simone lavora in un archivio, Davide attualmente è uno studente dell’Università degli studi della Tuscia.

Quanto è difficile mantenere insieme i membri di un gruppo? Vi capita spesso di litigare?

Ci capita nei periodi di stress, il motivo principale è che ci riduciamo sempre all’ultimo e ci troviamo in qualche modo sempre a fare le cose di corsa, considerando tutti gli impegni esterni gli animi si scaldano più facilmente in questi casi. Siamo tre persone molto diverse ma l’obbiettivo è lo stesso per tutti, ed è questo che ci unisce.

“Cose a metà” è il titolo del vostro nuovo singolo, che storia racconta?

Si tratta di una persona che si accorge di non vivere al cento per cento, tutto parte da un ricordo. Un giorno, durante un’ora di buca a scuola, si fanno ritratti. Chiedono di disegnare un gatto e spontaneamente lo rappresenta senza coda e senza orecchie.

In contemporanea alle prese in giro degli amici si scatenano in lui un’infinità di dubbi sul modo che ha di vedere e vivere le cose. È come se tutte le cose che lo riguardano fossero lontane da lui, pur essendo vicinissime nella realtà. I dettagli sfuggono. Si chiede se la sua vita sia vissuta davvero o solo parzialmente.

Qual è il filo conduttore che lega i vostri brani?

Abbiamo pubblicato 4 singoli totalmente diversi, ma in ognuno di loro emerge questa voglia di raccontare le cose più semplici che possano accadere nella vita di una persona, tramite immagini, visioni, metafore, un po’ come se i brani   dovessero prendere vita nella testa dell’ascoltatore.

Come passerete l’estate? C’è all’orizzonte il progetto di un album?

C’è all’orizzonte il progetto di un album, ci dedicheremo principalmente a questo nei prossimi mesi

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Pop

Disarmo : Finale col botto

Quattro chiacchiere con Disarmo, cantautore della scuderia Fonoprint, in occasione dell’uscita del nuovo singolo “Finale col botto”. Un brano dalle sonorità ibride, un racconto nostalgico e rabbioso di una storia d’amore che finisce e lascia spazio a domande, riflessioni e perplessità. 

Artwork “Finale col Botto”
Ce ne faremo una ragione. È una dichiarazione di sconfitta oppure doveva andare semplicemente così? Siamo una generazione più avvezza a rassegnarsi per gli amori finiti?

Rassegnarsi per un amore finito il più delle volte significa essere forti, non sconfitti. Farsene una ragione vuol dire “sai che c’è? Va bene, la mia vita non finisce qui, ma da qui ricostruisco qualcosa di nuovo

Amore fisico, odio platonico. Lasciarsi rappresenta ancora una ferita da ricucire oppure è solo l’occasione per manifestare odio di plastica a mezzo social?

Mi viene completamente innaturale manifestare tramite social qualsiasi tipo di stato d’animo, figuriamoci esternare la fine di una relazione; lasciarsi è sempre una ferita e lo è sempre per entrambi anche se non brucia subito… dopo arriva sempre.

La fine di una storia d’amore. L’attimo in cui ci si riappropria, volenti o nolenti, dei propri spazi. Sentirsi soli in mura che poco prima erano condivise. Cosa rappresenta per te casa? Ti sei mai sentito straniero in casa tua a causa/per un’altra persona?

No, non mi sono sentito mai straniero in casa mia, infatti “finale col botto” è un’esperienza che ho vissuto quasi completamente nella mia immaginazione. Doversi riappropriare dei propri spazi è già di per sé una causa della fine di una relazione; quelli non andrebbero mai persi, non del tutto almeno; infatti per me “casa” è lo spazio in cui non devi chiedere permesso e non ci sono costrizioni… sotto questo auspicio anche un’altra persona può essere casa.

Vorrei un finale col botto. Non mi sembra di averlo mai sentito. Quale è la cosa più assurda che hai fatto per amore/amicizia/altro?

Ah, credevo fosse un modo di dire abbastanza conosciuto, poi mi sembra fosse lo slogan di una pubblicità delle merendine Buondì! La cosa più assurda è stata pensare di regalarle un cucciolo di bulldog, partire il giorno stesso e farsi 800km (andata e ritorno) per andarlo a prendere e irrompere in casa alle tre e mezza di notte mettendole il cane sul letto. (La bestiola è tutt’ora tra noi e sta bene)

 Il tuo stile, nella traccia, è molto ibrido. Quali sono i tuoi riferimenti musicali? A chi senti di dire grazie?

I miei riferimenti musicali sono più che altro tutto il movimento indie rock degli anni ‘90, ma senza dubbio il mio brano pesca qualcosa anche dal decennio precedente, soprattutto per quanto riguarda la linea di basso. 

 Progetti futuri? Come hai vissuto questi mesi di quarantena? Sono stati fonte di inspirazione?

No, poca ispirazione durante la quarantena, ho solo mangiato e bevuto senza fondo. Progetti futuri sono tornare a scrivere e beccare un’onda ancora più forte della precedente.

Disarmo. È un nome d’arte o un concetto?

Prima di tutto la parola “disarmo” è un suono che mi piace; poi sì, è un concetto: disarmare è privare qualcuno di uno strumento d’odio (arma), quindi è una forma di amore espressa tramite un azione, un po’ come la musica.

L’esperienza con la Fonoprint. Pregi e limiti. 

Il pregio più grande è la struttura; Fonoprint è uno degli studi più belli d’Italia e già solo entrando capisci che lì dentro sono stati realizzati tanti dischi che hanno fatto la storia della musica italiana.
Il limite più grande per adesso è che come etichetta è giovane, ma credo stiano muovendo i passi giusti per imporsi come una realtà valida.

Consigliaci un disco ed un libro. 

Urban Hymns – Verve
Last love parade – Marco Mancassola

A cura di
Francesco Pastore

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Pop

Quattro chiacchiere con Immune

Immune mi piace da quando ha fatto capolino sul mercato discografico con il suo primo singolo per Revubs Dischi, dal titolo “Scura“: mi colpì la sua verve elettronica, capace di non sminuire la portata pop del brano. Oggi è al terzo singolo, e di cose ne sono cambiate, ma di certo non è mutata la mia fascinazione nei suoi confronti, che continua a perdurare fino a spingermi alla deriva della molestia. Qui sotto, il resoconto dello stalking operato ai danni di Immune, con la sola scusa dell’uscita di “Prima di te“, il suo ultimo singolo per Revubs Dischi.

Benvenuto Immune, partiamo subito dalle cose serie e rompiamo il ghiaccio con la domanda che non si fa: “Prima di te” è il nostro pezzo preferito, è così anche per te?

Grazie a voi per l’ospitalità. Diciamo che “Prima di te” e’ il brano con cui vado più d’accordo fin ora tra quelli pubblicati. Anche con gli altri ho una certa affinità e affezione ma con quest’ultimo singolo siamo sempre più vicini al cuore musicale (e non) di Immune.

Ma parliamo per prima cosa di tutto quello che è prima di “Prima di te”. “Scura” è una hit di livello, un bel biglietto da visita al mondo della musica. Ma non sa di esordio, dietro c’è l’esperienza del veterano: mi sbaglio? Ci racconti un po’ della tua gavetta, dei tuoi percorsi di formazione (se così possiamo chiamarli)?

In realtà non è tantissimo che scrivo canzoni, diciamo che mi viene naturale. Sicuramente ho sempre ascoltato tanta musica fin da piccolo e ho un attitudine musicale molto forte e questo è stato di grande aiuto. Poi certo, ho militato in qualche band, partecipato a qualche concorso e fatto diversi live. Niente di diverso da molti altri. Ma son del parere che la gavetta non si smette mai di farla. Ogni esperienza è formativa in ogni momento del tuo percorso. Ma la cosa che piu’ incide a parere mio, sono le persone che incontri durante il percorso, oltre al talento ovviamente, quello serve eccome.

Poi, qualche mese dopo “Scura”, “Profondo blu” ha messo in luce la tua vena più pop. Quanto si sente pop immune, da 1 a Umberto Tozzi?

Immune è pop, ma ha un’anima che sa di “alternative” per rimanere in tema musicale. Ispirazioni da mainstream ma con una vena introspettiva mai banale. Un pò come mettere i glitter ai Radiohead.

Ora sbarchi su Spotify con “Prima di te”. Nostalgia canaglia, amore impossibile o sogno di una notte di inizio estate?

Ma in realtà nessuna delle tre. O forse tutte e tre… decidete voi.

Come avviene la scrittura dei tuoi brani? Da cosa parti, di solito, per affrontare la “crisi da foglio bianco”?

Bella domanda. “La crisi da foglio bianco” mi si presenta ultimamente con i testi più che con la musica. Soluzione? Banalmente per esempio mi metto a guardare Netflix, spesso trovo ispirazione da storie raccontate da altri attraverso immagini ed emozioni. Provo seguendo una serie tv coinvolgente o comunque qualsiasi mezzo mi porti ad emozionarmi al punto da farmi scattare una scintilla. Tante mie canzoni parlano di qualcun altro o non sono essenzialmente legate a esperienze della mia vita.

Nell’era delle distanze, il mondo dello spettacolo sta cercando – nel preoccupante silenzio istituzionale – modi per riabbracciare i palchi. Quanto ti manca il live, e cosa credi ci abbia lasciato questa quarantena, a livello di consapevolezze?

I live in generale si mi mancano, anche perche’ non sono ancora riuscito a portare “Immune” dal vivo. Doveva succedere quest’estate ma come sapete tutto tace, tutti sono fermi. Credo che questa quarantena abbia lasciato un senso di allerta, non solo per la pandemia ma su diversi piani emotivi e morali. La consapevolezza di massa è un’utopia, altrimenti vivremo in un “Eden”.

Tre artisti che hanno cambiato la tua vita e la tua musica, e altri tre che in futuro la cambieranno ad altri (solo emergenti, spazio alla novità!).

Che hanno cambiato la mia vita: Muse (post-adolescenza, quindi i primi dischi), Coldplay (ho iniziato a cantare con le loro canzoni), Radiohead e in particolare Thom Yorke (in assoluto caposaldo delle mie influenze e ispirazioni musicali); ad honorem dico Subsonica (son cresciuto con le loro canzoni, e Torino è sempre nel mio cuore). Che la cambieranno ad altri non saprei, è una domanda troppo intima e soggettiva. Posso dirvi su chi punterei: Apice (vena poetica e sentimenti veri, poca patina da superficie, tanta profondità emotiva), Qoio (sperimentazione generazionale che oggi serve, pop da intenditori) e Cmqmartina (per l’elettronica da club c’è speranza in Italia, pop da queen of the dancefloor).

Chiusura classica, evergreen di tutte le interviste: progetti per il futuro?

Far uscire il disco e suonare dal vivo. Nel frattempo raccolgo feedback e reazioni e vediamo cosa succede. Grazie mille ragazzi per l’occasione.

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Pop

A Tuma piacerebbe evitare

Tuma rispolvera un suo vecchio pezzo vestendolo di un nuovo sound, si tratta di una versione 2.0 del singolo Mi piacere evitare. Il brano ha sancito l’inizio del suo percorso artistico quando ancora non sapeva di voler fare il cantautore. E allora proviamo a fare un gioco. Proviamo a tornare indietro a due anni fa, ad un Tuma ventenne, politicamente scorretto, a un Tuma che iniziava a cantare ironicamente il suo modo di vedere il mondo. In radio una musica giocosa e frizzante, addosso un balletto stupido e in testa tanti ricci.

Mi piacerebbe evitare è una canzone politicamente scorretta il cui obiettivo è quello di urlare a gran voce tutto ciò che avremmo sempre voluto dire, ma non ne abbiamo mai avuto il coraggio. E voi quante cose avreste voluto evitare?

Tuma, nasce a Nardò il 9 giugno 1997 e fin da piccolo dimostra di essere un abile intrattenitore delle masse. Dopo il diploma si iscrive al conservatorio Tito Schipa di Lecce dove inizia a studiare chitarra Jazz, tramutando in studio la sua passione per la musica, accompagnata da quella della scrittura.

Le sue canzoni raccontano storie di vita quotidiana, storie semplici, vissute e non, guardate dalla prospettiva di uno studente squattrinato qualsiasi che vive alla giornata insieme ai suoi coinquilini, con la convinzione che spesso, come direbbe un suo caro amico, basta una chitarra e una bottiglia di rum per star bene.

Dopo lʼesperienza nel gruppo “I Segreti di Oscar”, ha iniziato la sua esperienza da solista pubblicando due singoli (Semplice, pubblicata il 10 ottobre 2018, e Annapaola, pubblicata il 26 marzo 2019) con la produzione Artistica di Raf Qu.

Nel 2019 inizia il percorso dei suoi traguardi, venendo notato dalle realtà più attive del territorio: è stato infatti finalista della seconda edizione del Wau Contest (Radio Wau), del contest Ci Vuole una Band (CiVuoleUnPaese) e vincitore del contest della Notte della rivolta (La Rivolta Records).

l 27 luglio 2019 si è esibito al Sud Est Indipendente Festival (CoolClub).  Il 25 marzo 2020 pubblica il suo nuovo singolo Una canzone sconcia sotto l’etichetta Discographia Clandestina, a seguire Ti piacerebbe evitare #2, al momento l’artista sta lavorando al suo primo album.

Ironico, sfacciato, cantautore per passione. Questa è la tua carta di identità, ma chi è Tuma quando non scrive canzoni?

Un musicista. Sono laureato in Chitarra Jazz al conservatorio, e insegno per un’associazione a bambini e ragazzi dai 6 ai 13 anni. Ci tengo a precisare che con “cantautore per passione” non escludo il fatto che sia anche il mio lavoro (messaggio rivolto a tutti quelli che mi hanno chiesto se oltre alla musica avessi un lavoro vero). Come penso abbiate capito dalle numerose citazioni nei miei pezzi, amo lo sport, e oltre ad essere un appassionato di calcio, Mi dedico  anche alla pallavolo. Sono dirigente e membro dello staff tecnico di una società di un paese vicino al mio.

Dopo i primi esordi in un gruppo, hai deciso di intraprendere la strada da solista. Quando hai capito che avevi bisogno di un percorso solo tuo?

Non è facile riuscire a coordinare quattro cervelli. Ad un certo punto ci siamo resi conto che si andava troppo a rilento. È brutto dirlo, ma quando in una band c’è troppa democrazia si finisce sempre per arenarsi. Così abbiamo deciso insieme di scioglierci, con grande dispiacere di tutti. Siamo rimasti in ottimi rapporti, tanto che collaboriamo ancora (alcuni dei componenti suonano tutt’ora nella mia band). Diciamo che le motivazioni sono state unicamente logistiche.

“Annapaola” e “Semplice” sono i primi brani che ti hanno fatto conoscere al pubblico, diversi rispetto agli ultimi due singoli. Possiamo dire che hai avuto un’evoluzione nella scrittura e nel modo di esprimerti?

Indubbiamente sono cambiato molto negli ultimi due anni. Sono maturato artisticamente, sono diventato più sicuro dei miei mezzi e consapevole dei miei limiti. Di questo sicuramente ne ha risentito la mia “penna”. Lo spirito, invece, è sempre quello… Il solito ragazzo squattrinato che cerca di sopravvivere in questo mondo bislacco.

I tuoi testi sono ironici ma anche politicamente s(corretti). Che rapporto hai con il giudizio degli altri?

Ho imparato col tempo un po’ a fregarmene e a seguire i miei gusti, senza sentirmi obbligato a piacere alla gente. Ho 23 anni e sono totalmente svincolato da alcun compromesso che non sia il mio gusto o la mia dimensione musicale. Finchè posso, voglio godermi queste libertà artistiche. Ovviamente mi fa molto piacere ricevere recensioni o essere fermato dalla gente che vuole dirmi la sua su un pezzo, sia che siano commenti positivi, sia che siano commenti negativi, ma cerco sempre di essere analitico sulle critiche e di prendere il giusto da esse, senza mai andare contro il mio gusto.

A tal proposito ti chiedo anche, che rapporto hai con i social e qual è il tuo modo di comunicare con le persone che ti seguono?

Ho un rapporto di amore e odio con i social, ci sono periodi che mi piace dedicarci più tempo, ed altri in cui la mia misantropia prevale su tutto. In questo periodo sto abbastanza preso bene. Sui social mi piace scherzare con i miei followers, alle volte anche facendo un po’ la parodia ai vari tipi di utenti che si trovano in questo grottesco mondo. Una cosa che odio dei social, però, è l’ostentazione e spesso si incontrano dei veri e propri ostentatori seriali. 

“Mi piacerebbe evitare #2” è il tuo nuovo singolo ed  è un brano che hai scritto a vent’anni. Se dovessi dire qualcosa al Tuma di qualche anno fa, cosa diresti?

Se incontrassi me a vent’anni probabilmente non direi nulla, non mi pento di nessuna delle scelte che ho fatto in questi 3 anni… al massimo mi darei una pacca sulla spalla e direi: “alla grande, campione!”, in un pacchiano stile statunitense.

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Pop

Nei luoghi sacri di Svevo

L’urgente bisogno di sentirsi visceralmente e fottutamente esistenti. Aggrapparsi all’esigenza di possedere una certezza, un camino che riscalda le nostre fredde incertezze, un luogo familiare, un volto amichevole, talvolta complice. Mentre ascoltavo il ritornello del nuovo brano “Luoghi Sacri” di Svevo Susa mi sono immaginato a correre disperatamente ai bordi di una strada trafficata, tra i clacson e i rumori dei motori surriscaldati, dalle urla nevrotiche della gente.

Mi sono sentito anche in trappola, con le mani a stringere le tempie, dentro una stanza asettica, buia, quadrata. Senza via d’uscita. Non è possibile pronosticare quando arriverà il momento in cui saremo saturi e raggiungeremo l’esplosione. Perciò dobbiamo continuare a correre, alla ricerca di spazi accoglienti, di mantenerci in una comfort zone che è puramente illusione, ma dannatamente necessaria.

Daniele Bomboi ha chiesto un paio di informazioni a Svevo Susa per saperne di più sui luoghi sacri e sulle prossime intenzioni musicali. Ecco la nostra intervista disponibile anche sul canale Youtube di @perindiepoi.

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Pop

Altrove e la sua bolla

Fresco di album d’esordio, Marco Barbieri detto Altrove, ha acconsentito a rispondere ad alcune nostre curiosità. Un disco uscito su tutti i Digital Stores il 26 Giugno 2020, per La Clinica Dischi, distribuito da Artist First.

Un importante banco di prova per il giovane artista di Sarzana che ha disegnato il suo Pop con mano sapiente negli otto brani, di cui quattro inediti, tra i quali spicca, in maniera evidente, la track title. Una semplicità che permette a Marco di arrivare in pochissimo tempo al soggetto ricevente, senza dover effettuare rocambolesche evoluzioni liriche.

Daniele Bomboi ha incontrato Marco per sapere quali sono le sensazioni dopo il lungo lavoro svolto negli studi liguri de La Clinica , con una produzione che ha visto protagonista anche Leonardo Lombardi, grazie al quale i brani hanno un sound Pop si, ma carichi di un alone anni 80 che rende il disco un prodotto di estrema qualità.

Bolle Artwork

Altrove

Una bolla estremamente fragile dove basta un tocco per farla esplodere
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Mi sa che non torno per cena 💿🛁

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È difficile scrivere qualcosa su BOLLE 🛁⁣Parto da un recap veloce: a novembre 2018 sono un ragazzino che ha scritto due…

Pubblicato da Altrove su Venerdì 26 giugno 2020
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Pop

Forse dovremmo parlare…

In occasione dell’ultimo singolo di Manuel Finotti, uscito il 29 Maggio 2020 per Universal Music Italia, “Forse Dovremmo Parlare“, Francesco Pastore ha fatto qualche domanda al giovane cantautore di Roma che sembra possedere, nascosta nella penna, una poetica d’altri tempi, che trasuda veridicità, qualità più che mai rara negli ultimi tempi.

E’ al suo secondo singolo di un anno molto prolifico che, oltre al sodalizio con Giordana Angi, la quale ha conquistato due dischi d’oro anche grazie alla collaborazione di Manuel, lo ha visto partecipare al Festival di Sanremo con il brano “Come mia madre“.

Ciao Manuel! Il tuo nuovo singolo è un inno alla forza delle parole. Siamo una generazione che ha paura di parlarsi e di raccontare i propri sentimenti in maniera sincera? 

È proprio questo il problema, ci sentiamo perennemente difesi da una “tastiera” al punto che perdiamo il contatto con le cose reali e che realmente possono cambiarci la vita. Il brano racconta esattamente questa sensazione che nella maggior parte dei casi non ci aiuta ad essere sinceri per paura di sbagliare.

Un amore, un volto capace di monopolizzare ogni nostro discorso. È una canzone autobiografica? Non ti spaventa mostrarti così vulnerabile? 

Assolutamente sì, la canzone racconta la mia storia e credo che raccontarsi nelle canzoni sia l’unico modo per un cantautore di difendere le proprie emozioni. 

Il potere delle parole è stato fondamentale anche alla luce del recente lockdown. Cosa hanno significato per te questi mesi?

Sono stati dei mesi di importante riflessione sulle cose realmente essenziali della vita, ci hanno obbligato a restare a casa è come se avessimo tutti noi fatto i conti con la nostra vita, nel bene e nel male. 

Imparare dai bambini, dal loro modo innocente di raccontare, senza sovrastrutture. Che bambino sei stato?

Un bambino completamente fuori di testa per fortuna poi la scuola e le amicizie con il tempo mi hanno aiutato a migliorare cercando di sistemare questo bug.

Dovesse essere la colonna sonora di un film, dove ti piacerebbe fosse inserita?

In una scena dove i protagonisti non riescono a dirsi la verità per paura delle conseguenze, intanto fuori dalla finestra c’è un temporale importante che rende il tutto più malinconico.

Il rapporto con il live. Le tue linee narrative sembrano perfette per serate intime con un pubblico capace di emozionarsi. Quali sono i tuoi progetti a riguardo?

Mi piacerebbe moltissimo portare dal vivo questo format che hai descritto, è esattamente quello che spero di creare un giorno quando sarà possibile di nuovo tornare alla normalità. 

È in programma l’uscita di un EP, di un lavoro più organico?

Stiamo lavorando moltissimo sui singoli per creare una strada precisa con la speranza di radunarli in un disco in un futuro prossimo.

Consigliaci un disco ed un libro. 

D’io di Dargen D’amico e 1984 di Orwell