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Comunicato stampa

Ecco a voi Casa, il terzo singolo di Dinosauro

Dinosauro è un estinto animale che risorge ogni notte. Il terzo singolo si intitola Casa, fuori su tutti i Digital Store il 29 settembre per Management Russo, distribuito da Artist First. Casa è il brano più intimo del racconto che l’artista sta tracciando.

Da dove arriva Dinosauro? Ecco svelato l’arcano, il brano snoda casa, raccontandola nell’accezione più completa possibile: la malinconia e il conforto che ne deriva, il posto in cui sentirsi al sicuro, il racconto delle origini nelle intenzioni, nella vita scelta, nella città d’appartenenza, nei modi, nei sogni in cui si è incastrati, nell’educazione ricevuta.  È il primo brano  scritto da Dinosauro, ma ci voleva un po’ di coraggio per tirarlo fuori dal cassetto. 

La produzione, decisamente più aggressiva, il ritmo serrato di ogni parola e le immagini scaturite da questo eccellente connubio, riportano alla mente i frame che il brano vuol suggerire a gran voce: persino 

la copertina racconta la canzone con una foto, ovvero una scultura in  acciaio di Agapito Minucchi del 1980 che rappresentava la grandezza industriale e tecnologica di una città fondata sull’acciaio come Terni. Si leggeva, fino a qualche tempo fa, sulla parte frontale della scultura, un graffito con la scritta “Benvenuti in California”. Questa sfumatura è ironica, pungente, significativa di ciò che rende la provincia un posto prezioso in cui voler tornare. 

Le grafiche sono di Lorenzo Lanni a partire da una foto in cui Dinosauro aveva bisogno di esserci. Produzione artistica, arrangiamento, mix e master di Marco Testa (Sinusoide Studio). Il progetto Dinosauro nasce dall’esigenza di raccontare una storia fatta di tanti pezzi, tutti fondamentali, per reagire ad un’estinzione intellettuale ed emotiva. Dinosauro è un progetto che prima di tutto ha bisogno di una voce più che di un volto.

La produzione musicale dei brani è affidata di volta in volta a musicisti e produttori diversi nessuno a caso per dare i giusti colori alle parole scelte per raccontare un pezzo di una storia più complessa. Il nome del progetto è Dinosauro perché i dinosauri sono un retaggio del passato di tutti, ci affascinano sempre ma, ancora c’è chi ha il dubbio che siano esistiti. La verità è che si sono estinti. Un bel segnale nei confronti di un mondo che ci piace sempre meno.

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Comunicato stampa

Ecco a voi “Le cose che non mi dici” di Biba

Biba è una giovane cantautrice romana: studia visual design e odia il mare ad agosto. Inizia a suonare la chitarra con il sogno di diventare una rockstar tipo quelle degli anni ’90, ma crescendo si accorge che scrivere è una necessità che va ben oltre il bisogno di farcela, diviene piuttosto la maniera più immediata di dire la sua ad ogni costo. 

Le canzoni per lei servono a prendere a calci qualcosa di grande. Anche quando sono delicate. 

Sonorità elettroniche e dure si contrappongono alla trasparenza di testi prettamente cantautoriali, con l’intenzione netta di rompere qualsiasi tipo di schema.

Il primo ottobre Biba ritorna a mettersi in gioco con il brano “Le cose che non mi dici”, edito Romolo Dischi, distribuito da Pirames International, prodotto da Aurelio Rizzuti per Il Cubo Rosso Recording, scritto e composto da lei stessa. 

Il brano è tutto ciò che rimane incastrato tra gli angoli della bocca e della pelle. È il bisogno di urlarsi in faccia tutto quello che spesso non si ha il coraggio di dire per paura di essere lasciati soli con se stessi; nato da una riflessione personale sulle difficoltà di comunicazioni odierne all’interno di una relazione, Biba, nel suo singolo, traspone le ultime battute di un storia esprimendo il bisogno viscerale di ricevere delle risposte dritte in pancia, chiare e taglienti. 

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01.10 ph. @ciccio_savi

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Pop

Chiudimi in una parentesi

Parentesi è il nuovo singolo della band Erbe Officinali, rilasciato lo scorso 14 luglio per Matilde Dischi e Artist First. 

Nonostante il pezzo sia avvolto da un mood un po’ nostalgico, non dobbiamo farci ingannare. Parentesi è un brano che parla d’amore, che lo preserva custodendolo in un luogo sicuro come due parentesi chiuse. È una dedica da fare a qualcuno, un desiderio di isolarsi dal resto del mondo per restare insieme: “e chiudimi in una parentesi, e giuro che poi vengo a prenderti“.

Le Erbe Officinali sono una band emergente nel panorama musicale italiano, nata grazie a Daniel Riggione e Riccardo Fabris. Il loro sound è quello tipico del genere comunemente definito indie pop ma che viene perfettamente legato al cantautorato italiano. 

Nel 2017 vincono il Contest musicale Anxur Festival, dedicato agli artisti emergenti e da lì aprono poi una serie di concerti (Discoverland, Bussoletti). Nell’aprile 2018 rilasciano il loro primo album, intitolato Sospesi, una piccola perla da ascoltare tutto di fila. 

Quello dell’amore non è tuttavia il tema principale soltanto di Parentesi, ma rappresenta un po’ una costante in tutti i brani della band. Lo troviamo infatti anche in “Un altro mondo“, brano realizzato assieme a Neverbh, e in “Schiena“. Ma in Parentesi l’amore raccontato è quello dai toni più dolci e meno dolorosi, quell’amore che ci rincuora e ci fa sentire sicuri. 

Erbe Officinali

In generale i brani della band sono sempre molto dolci e riflessivi, una perfetta compagnia per le notti insonni e per i cuori smarriti. Erbe Officinali è una band che sembra interrogarsi molto su sé stessa, costantemente alla ricerca di una direzione da seguire, del posto da occupare nel mondo. 

Io credo che lo abbiano trovato.

a cura di
Marianna Montemarano

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Pop

Lamette, il duo più nudo del momento

Dateci una lametta. Anzi, due. Lamette apre ferite profonde solo per il tormento di vedere sotto pelle che c’è, e lo fa con la precisione del chirurgo ma con il sadismo del carnefice. Insomma, nei tre singoli fin quei rilasciati (per ultimo, “spoglio di te”) per Aurora Dischi c’è tanto malessere, profondo disagio generazionale e spinta verso l’altro, come Icaro lanciato contro il Sole immemore delle sue alucce di cera. Ma che male c’é? Se proprio si deve cadere, tanto vale godersi il volo.

Ciao Lamette, domanda d’esordio nel mondo, come direbbe il buon vecchio Brunori: come state?

Vasco+Cristian: Tutto bene grazie!

Ma il vostro nome, Lamette, da dove deriva? 

V.: “Lamette” è un nome che non ha un vero e proprio significato dietro… a noi richiama un po’ il mood che puoi avere quando non hai voglia di fare niente e stai tutto il giorno sul divano, un po’ come viviamo noi.

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Tu non mi sopporti 🦄

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Vuoi anche per il nome, ma c’è qualcosa di doloroso e di addolorato, nella vostra musica. Quanto sentite “generazionale” la vostra condizione? Nel senso che questa sensazione, questo modo di fondo che si respira nei vostri brani sembra appartenere a tutti, pur nell’intimismo della vostra scrittura.

C.: Nel testo di un nostro brano non ancora uscito diciamo “generazione di ragazzi depressi”, perciò penso che la nostra condizione sia estremamente generazionale, come per molti ragazzi della nostra età, e ovviamente ciò influenza il nostro processo creativo.

Nel giro di pochi mesi – dal vostro esordio quest’anno – tre singoli fuori, tre conferme di un percorso in crescita. Ma quanto sono cambiati Lamette da “rotto di te” e cambierebbero qualcosa di quello che è stato?

V.: Lamette è un progetto che abbiamo iniziato con l’intento di differenziarci dalla massa, cercando di mischiare generi e sonorità diverse. La nostra musica è in continua evoluzione e “rotto di te” rappresenta per noi l’inizio di questo percorso, perciò non cambieremmo nulla di quello che è stato… ogni tassello è importante per la nostra crescita artistica.

E invece, “quando ti spogli”?

C.: “quando ti spogli” è nata nel periodo di lockdown, siamo partiti dal giro di chitarra e dal vocalizzo che segue tutta la canzone, poi il ritornello e il resto è venuto naturale. L’intenzione era quella di fare un pezzo chill ma allo stesso tempo incisivo, e anche grazie alla collaborazione con Zioda direi che siamo riusciti nel nostro intento.

Quanto è importante, oggi, recuperare il senso nudo delle cose? La nudità è ormai mercificata e sdoganata ovunque, ma di “anime nude” – e più che mai nella musica – se ne sentono davvero poche. 

V.: Per recuperare il senso nudo delle cose bisogna essere se stessi al 100% (soprattutto nel settore musicale) e non è facile per tutti. Ormai si vedono e si sentono troppi prodotti finti e ciò penalizza la creatività che ha sempre caratterizzato il mondo della musica.

E a voi, la nudità fa paura? Non quella che si ottiene levandosi i vestiti (o almeno, non solo quella) ma la totale vulnerabilità che deriva dall’abbandonare ogni resistenza, ogni armatura e maschera.

C.: Nella musica non mi spaventa essere me stesso, ma non essere capito… mentre in amore la totale vulnerabilità a volte può essere un pericolo. Come dice Capo Plaza in una sua canzone: “Bravo sì, ma mica fesso”.

Il 2020 è l’anno del vostro esordio, coinciso con lo scoppio della pandemia. Ci raccontate un po’ com’è andata, e come pensate che potrà andare, da ora in poi, per la musica italiana e sopratutto per il suo pubblico? Proviamo a fare previsioni impossibili, al massimo vi acclameremo come novelli Nostradamus!

V.: La musica in Italia è molto stagionale… la nostra visione invece è più internazionale, nel senso che se un pezzo è forte lo è sia d’estate che d’inverno. Secondo me il pubblico italiano si avvicinerà molto di più a quest’ottica.

Se vi dicessi di scegliere tre dischi da far sentire alle nuove generazioni per “educarle” al bello, quali scegliereste? C’è bisogno, ora più che mai, di inseguire la bellezza…

V.: “Dr. Feelgood” dei Mötley Crüe, “Whack World” di Tierra Whack e “IGOR” di Tyler, The Creator.


C.: “Electric Ladyland” di Jimi Hendrix, “AM” degli Arctic Monkeys e “I like it when you sleep, for you are so beautiful yet so unaware of it” dei The 1975.

Tre singoli sono il numero giusto per lanciare un album, oppure ci farete penare ancora un po’ prima di ascoltarvi in maniera più completa?

V.: Se l’album fosse una casa i tre singoli sono le fondamenta, ora manca tutto il resto…

Salutateci a modo vostro, e fateci una promessa che domani non vi potremmo rinfacciare di aver disatteso!

C.: Ciao raga, vi prometto che l’album uscirà presto!

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Pop

Il funerale di Laurino

Funerale è il nuovo singolo di LAURINO, pubblicato il 29 maggio da Xo La Factory e disponibile su tutte le piattaforme digitali. Funerale è il terzo singolo del cantautore dopo Volume, brano che ha segnato l’inizio di un nuovo percorso artistico e Buddha. Continua il viaggio introspettivo e sonoro del cantautore LAURINO, il suo terzo singolo evidenzia una scrittura più matura sia dal punto di vista tematico che stilistico e ha un titolo evocativo: FUNERALE

Il funerale come occasione di analisi, espediente narrativo che consente a LAURINO di indagare il rapporto con il padre. Quello che fa Laurino è un duplice viaggio: il viaggio di chi se n’è andato e il viaggio di chi è rimasto. In quei momenti di commiato silenzioso, chi rimane è spinto a mettere in prospettiva la propria esistenza. L’intervista della nostra redazione!

Cosa vuol dire “fare pop” per te?

In realtà nulla, faccio canzoni. Poi se dal cappello viene fuori qualcosa che entra, per virtù o per caso fortuito, in un immaginario collettivo ecco che lì la canzone è diventata pop. Chiaro che non faccio cose alla Aphex Twin, ci sono più possibilità di un riconoscimento popolare, c’è una melodia e c’è un testo, ci sono le strofe e ci sono i ritornelli. 

E invece cosa vuol dire “essere pop”?

Letteralmente “essere popolari” anche se credo che a questa frase venga associata una componente estetica e sonora oggigiorno. Chessò, Mozart nel diciottesimo e nel diciannovesimo secolo era pop ma perché le sue melodie erano popolari, cioè conosciute e apprezzate da molte persone. Poi alla musica si è unita la persona, il divo diciamo. Al giorno d’oggi credo che “essere pop” sia “essere divi”, la cosa non è cambiata più di tanto. Poi c’è chi è divo ed è anche molto bravo e c’è chi è divo e basta. 

Quando hai scritto Funerale era successo qualcosa di particolare nella tua vita o hai semplicemente attinto dal bagaglio emotivo che ti portavi dietro da anni?

Entrambe direi, l’una è stata la conseguenza dell’altra. Sono stato a un funerale della madre di un mio amico e lì si è acceso qualcosa. Lì è scattato un interruttore che mi ha portato a scrivere questo pezzo e a scavare dentro di me. 

Ad un primo ascolto può sembrare che tu abbia subito la perdita fisica di tuo padre, invece il funerale è un espediente narrativo che usi nel testo per descrivere il rapporto conflittuale con questa figura della tua famiglia. Scrivere ti ha aiutato a metabolizzare?

Molto ma derivava anche da una profonda analisi, diciamo che scrivere su carta mi ha aiutato a portare su un piano reale i pensieri che mi fluttuavano dentro. Parlare in maniera completamente disinibita di una cosa che non è esattamente la prima cosa che racconterei di me mi ha aiutato ad esorcizzare molte cose. 

Sul tuo profilo instagram qualche giorno fa hai dichiarato che non ti importa stare dietro ai numeri di spotify o delle playlist, quindi non vivi la musica come una competizione?

Non me ne frega nulla. Anche perché non sento una competizione sana. Vedo numeri su numeri su numeri e io mi rompo i coglioni. Non c’è una ricerca nel provare a fare davvero qualcosa di bello, c’è un forte desiderio di popolarità e anche di mero riscatto sociale in alcuni casi. Io vorrei scrivere canzoni che mi piacciono, già quello per me sarebbe un gran risultato. 

In questa gara a “chi ce l’ha più lungo”, che ruolo ha per te la musica e come ti vedi tra dieci anni?

La musica è un mezzo di evasione dalla frenesia e dal cattivo pensare, una grande lente di ingrandimento che permette di vedere dei macigni come piume (se il trick riesce). Tra dieci anni non riesco proprio a vedermi! 

La top 3 delle canzoni che ti faranno compagnia in questa insolita estate…

Ti direi “Algorythm” di Childish Gambino (l’ultimo disco è pazzesco), “Dragonball Durag” di Thundercat e per le sere più calde e buie “This night has opened my eyes” dei The Smiths. 

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Pop

Un giro con i Malvax

La nostra redazione ha incontrato la band modenese, in occasione dell’uscita del nuovo singolo Esci Col Cane, fuori su tutte le piattaforme dal 17 Luglio 2020.

Partiamo da una domanda di rito, chi sono i Malvax e da dove nasce l’idea di chiamarvi così?

Siamo un gruppo di cinque ragazzi che vengono da Pavullo del Frignano, una piccola città nell’appennino modenese. La band è composta da Lorenzo Morandi (voce), Francesco Ferrari (piano e synth), Francesco Lelli (chitarra), Alessandro Covili (basso) e Giacomo Corsini (batteria).


Anche se la band è attiva ormai da qualche anno, precisamente dal 2014, abbiamo deciso di chiamarci Malvax solo nel 2018; il nome viene da una pianta, la Malva, che da sempre è usata per i suoi effetti antinfiammatori, mentre la “X” finale l’abbiamo aggiunta perché il risultato ci ricordava il nome di un farmaco. L’idea nasce dall’idea che la musica, in fondo, sia in qualche modo una medicina, per il cuore, la testa… per qualsiasi cosa.

Fresca di qualche giorno fa è la notizia dello scioglimento dei Canova, prima di loro i Siberia e tempo fa i Thegiornalisti. Sembra che ormai sia una sfida a chi resiste di più, voi come vi immaginate tra 10 anni?

In effetti, per quanto riguarda la longevità delle band, quella dell’ultimo periodo non è esattamente una tendenza positiva. Sicuramente ognuno di questi scioglimenti avrà una sua vicenda personale e avranno tutti i loro buoni motivi per aver fatto queste scelte.

Senza entrare nelle dinamiche dei singoli gruppi, che non possiamo conoscere e tantomeno giudicare, quello che si può certamente dire è che, se in generale è un periodo in cui emergere nella musica è sempre più difficile, per una band lo è ancora di più; ogni scelta, che sia artistica, contrattuale o di qualsiasi altro tipo, deve andare incontro a persone e pensieri diversi che inevitabilmente tendono, prima o poi, a scontrarsi. Quello della musica è un mondo particolare, dove ogni scelta può diventare determinante, e tutto quello che succede può mettere a dura prova qualsiasi rapporto.


Per quanto ci riguarda, almeno per il momento, possiamo dire di essere un gruppo molto unito: litighiamo ogni giorno perché siamo 5 persone molto diverse tra loro, ma stiamo imparando a fare tesoro delle nostre diversità e a unire pensieri diversi per una visione totale più ampia.
Come ci vediamo tra 10 anni è una bella domanda… 10 anni sono tanti e noi siamo solo all’inizio!
La cosa migliore che possiamo desiderare è trovarci ancora al pub per una birra, a prescindere da come andrà questo viaggio. Se poi tra una birra e l’altra parleremo ancora di quale pezzo far uscire per primo o di dove andremo a suonare la settimana successiva, allora vorrà dire che le cose sono andate bene!!

Esci col cane
Forse il problema reale è che c’è la sindrome da leader del gruppo, si sta lentamente perdendo l’importanza di suonare in una band, come se fosse più veloce arrivare come singolo che come gruppo. Voi come la pensate?

Anche questo può succedere. Negli ultimi tempi gli artisti più “cantautorali” hanno sicuramente trovato più spazio rispetto alle band, e già questo per un cantante può essere uno stimolo, una tentazione a preferire progetti solisti; questo può accadere ancora più facilmente quando la band comincia a orbitare attorno alla figura del cantante, e quando la sua immagine va a coprire quella della band.
Da questo punto di vista abbiamo avuto la “fortuna” di aver messo in piedi un progetto in cui ognuno dei componenti da un contributo unico; questa crescita, che è stata in realtà casuale e naturale, ha permesso a ognuno di noi di avere un ruolo fondamentale e di essere a suo modo insostituibile. Questo fa sì che tra di noi ci sia sempre rispetto e unione, e ci tiene sempre tutti con i piedi per terra.

“Esci col cane” è il vostro nuovo singolo, il ritorno sulla scena musicale dopo un anno dal vostro album d’esordio. Un brano estivo che racconta la fine di una storia d’amore, in maniera non drammatica. Cosa volevate trasmettere a chi vi ascolta?

Esci col cane si può definire una canzone d’amore non convenzionale. È la classica storia d’amore della vita reale, che a volte finisce e che ancora più spesso nemmeno inizia. È la storia di un rifiuto come tanti, la storia di tutte le storie d’amore che non sono la storia perfetta.
Come canzone vuol essere qualcosa di semplice, un brano che si limita a raccontare una storia, e carca di farlo con una certa dose di spensieratezza, di leggerezza; poi ogni storia diventa diversa e soggettiva attraverso chi l’ascolta, ed è proprio questo il bello!
In generale è un invito a prendere queste situazioni con filosofia, e a pensare che anche queste storie hanno il loro fascino e che sono proprio queste che un giorno, guardandoci indietro, ci faranno sorridere.

In un sistema che ci costringe a guardare sempre i numeri dei social e su Spotify, come combattete l’ansia da prestazione?

Il mondo dei social e delle piattaforme di streaming musicale è un qualcosa di estremamente controverso, che da un lato permette a chiunque di “esistere”, di mettersi in mostra davanti al mondo, ma in cui allo stesso tempo è difficilissimo farsi notare e ricavarne qualcosa di concreto.
L’obiettivo che ci poniamo è cercare di estrapolare ogni possibilità che questi mezzi offrono, mantenendo però sempre un distacco che ci permetta di seguire la nostra strada in modo sano, con spensieratezza e sincerità. Per rispondere alla domanda, quindi, non abbiamo mai avuto particolari ansie o paure riguardo a questa realtà: siamo una band e il nostro obiettivo è fare musica, il resto viene dopo.


È importante essere consapevoli che questo è il mondo al quale apparteniamo e cercare sempre di sfruttare al massimo tutte le possibilità che ci passano davanti, senza però farsi impressionare o cadere nell’ossessione dei numeri e delle statistiche; tutto quello che vogliamo fare è divertirci, scrivere canzoni e farle sentire a più persone possibili, e questo lo facciamo al massimo, con i social, con Spotify e con i concerti. Il resto, se è destino, arriverà.

Da poco è uscito anche il video del nuovo singolo ed è ambientato a bologna, che rapporto avete con questa città?

Amiamo Bologna. È un posto speciale per noi emiliani, non può essere altrimenti.
Quando nasci dalle nostre parti, Bologna è la prima grande città che senti, che vedi e che respiri; è la città dove ti senti grande già quando, da bambino, la visiti per la prima volta. È un aria diversa, nuova, libera. È la terra che ci ha dato Lucio Dalla, Cesare Cremonini, artisti che ci hanno presi in braccio da piccoli e ci hanno fatto diventare grandi.


È una città unica, che riesce a essere sempre nuova e un po’ estranea, ma allo stesso tempo è anche familiare e, in un certo senso, romantica.
Se sei emiliano non puoi fare altro che amare questa città, te ne innamori da piccolo e per qualche motivo la ami per sempre.


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Elettronica

Milano 84 – Awesome

Il progetto Milano 84 è un mondo al quale sono ormai affezionato da diversi mesi. “Awesome” è il terzo singolo pubblicato in poco meno di un anno dal duo composto da Fabio Di Ranno e Fabio Fraschini. Entrambi musicisti e producer, stanno velocemente trasportando i suoni dell’Italopop nel presente, con sapiente maestria. Dopo “Play” e “Suspiria on Tv” in collaborazione con le cantanti Laura Serra ed Eleonora Cardellini si è scelto di utilizzare la lingua inglese per il terzo singolo grazie al bellissimo featuring con Killme Alice.

L’inevitabile ritorno delle sonorità anni 80 era più che pronosticabile data l’ampia versatilità di un genere che riesce ad abbinarsi spesso ad altri. Nel caso di “Awesome” i Milano84 ci regalano un viaggio temporale attraverso il pop, un pizzico synthwave e perchè no, qualche sprazzo delle colonne sonore di film cult, soprattutto americani e italiani.

Il video Lyrics di Awesome

La bellissima notizia è che questi tre singoli finora pubblicati, anticipano un disco che sarà in uscita a Novembre 2020, il primo per i Milano 84 . Ancor più piacevole è la notizia che l’album sarà disponibile in vinile grazie a Lost Generation Records, distribuito da Bordello a Parigi.

C’è qualcosa che mi fa sentire bene quando metto play e ascolto i brani di Milano 84 e mi regala un pò di spensieratezza, quella sana malinconia di un periodo storico che avrei voluto vivere da protagonista. Di contro, il periodo storico attuale, non lo tollero molto, perciò se con le loro idee musicali riescono a farmi dimenticare in quale anno siamo, significa che l’esperimento funziona!

Mantenere un livello alto sia in lingua italiana che inglese era una scommessa molto rischiosa. Ebbene, i Fabio dell’Italopop, sono andati secondo me ancora meglio con la sperimentazione al fianco di Killme Alice. Bisognerà pure iniziare ad ampliare la visione nel panorama musicale attuale. Non limitiamoci ai copia/incolla del famoso Indie super saturo di produzioni da manuale che non restituiscono nessuna nuova emozione.

Non fermiamoci ai confini del nostro ingresso di casa o della nostra ripetitiva playlist su Spotify. Spaziamo l’orizzonte verso un approccio internazionale che, sfortunatamente, solo pochissimi artisti italiani hanno avuto il piacere di sperimentare.

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Pop

Disarmo : Finale col botto

Quattro chiacchiere con Disarmo, cantautore della scuderia Fonoprint, in occasione dell’uscita del nuovo singolo “Finale col botto”. Un brano dalle sonorità ibride, un racconto nostalgico e rabbioso di una storia d’amore che finisce e lascia spazio a domande, riflessioni e perplessità. 

Artwork “Finale col Botto”
Ce ne faremo una ragione. È una dichiarazione di sconfitta oppure doveva andare semplicemente così? Siamo una generazione più avvezza a rassegnarsi per gli amori finiti?

Rassegnarsi per un amore finito il più delle volte significa essere forti, non sconfitti. Farsene una ragione vuol dire “sai che c’è? Va bene, la mia vita non finisce qui, ma da qui ricostruisco qualcosa di nuovo

Amore fisico, odio platonico. Lasciarsi rappresenta ancora una ferita da ricucire oppure è solo l’occasione per manifestare odio di plastica a mezzo social?

Mi viene completamente innaturale manifestare tramite social qualsiasi tipo di stato d’animo, figuriamoci esternare la fine di una relazione; lasciarsi è sempre una ferita e lo è sempre per entrambi anche se non brucia subito… dopo arriva sempre.

La fine di una storia d’amore. L’attimo in cui ci si riappropria, volenti o nolenti, dei propri spazi. Sentirsi soli in mura che poco prima erano condivise. Cosa rappresenta per te casa? Ti sei mai sentito straniero in casa tua a causa/per un’altra persona?

No, non mi sono sentito mai straniero in casa mia, infatti “finale col botto” è un’esperienza che ho vissuto quasi completamente nella mia immaginazione. Doversi riappropriare dei propri spazi è già di per sé una causa della fine di una relazione; quelli non andrebbero mai persi, non del tutto almeno; infatti per me “casa” è lo spazio in cui non devi chiedere permesso e non ci sono costrizioni… sotto questo auspicio anche un’altra persona può essere casa.

Vorrei un finale col botto. Non mi sembra di averlo mai sentito. Quale è la cosa più assurda che hai fatto per amore/amicizia/altro?

Ah, credevo fosse un modo di dire abbastanza conosciuto, poi mi sembra fosse lo slogan di una pubblicità delle merendine Buondì! La cosa più assurda è stata pensare di regalarle un cucciolo di bulldog, partire il giorno stesso e farsi 800km (andata e ritorno) per andarlo a prendere e irrompere in casa alle tre e mezza di notte mettendole il cane sul letto. (La bestiola è tutt’ora tra noi e sta bene)

 Il tuo stile, nella traccia, è molto ibrido. Quali sono i tuoi riferimenti musicali? A chi senti di dire grazie?

I miei riferimenti musicali sono più che altro tutto il movimento indie rock degli anni ‘90, ma senza dubbio il mio brano pesca qualcosa anche dal decennio precedente, soprattutto per quanto riguarda la linea di basso. 

 Progetti futuri? Come hai vissuto questi mesi di quarantena? Sono stati fonte di inspirazione?

No, poca ispirazione durante la quarantena, ho solo mangiato e bevuto senza fondo. Progetti futuri sono tornare a scrivere e beccare un’onda ancora più forte della precedente.

Disarmo. È un nome d’arte o un concetto?

Prima di tutto la parola “disarmo” è un suono che mi piace; poi sì, è un concetto: disarmare è privare qualcuno di uno strumento d’odio (arma), quindi è una forma di amore espressa tramite un azione, un po’ come la musica.

L’esperienza con la Fonoprint. Pregi e limiti. 

Il pregio più grande è la struttura; Fonoprint è uno degli studi più belli d’Italia e già solo entrando capisci che lì dentro sono stati realizzati tanti dischi che hanno fatto la storia della musica italiana.
Il limite più grande per adesso è che come etichetta è giovane, ma credo stiano muovendo i passi giusti per imporsi come una realtà valida.

Consigliaci un disco ed un libro. 

Urban Hymns – Verve
Last love parade – Marco Mancassola

A cura di
Francesco Pastore

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Pop

Quattro chiacchiere con Immune

Immune mi piace da quando ha fatto capolino sul mercato discografico con il suo primo singolo per Revubs Dischi, dal titolo “Scura“: mi colpì la sua verve elettronica, capace di non sminuire la portata pop del brano. Oggi è al terzo singolo, e di cose ne sono cambiate, ma di certo non è mutata la mia fascinazione nei suoi confronti, che continua a perdurare fino a spingermi alla deriva della molestia. Qui sotto, il resoconto dello stalking operato ai danni di Immune, con la sola scusa dell’uscita di “Prima di te“, il suo ultimo singolo per Revubs Dischi.

Benvenuto Immune, partiamo subito dalle cose serie e rompiamo il ghiaccio con la domanda che non si fa: “Prima di te” è il nostro pezzo preferito, è così anche per te?

Grazie a voi per l’ospitalità. Diciamo che “Prima di te” e’ il brano con cui vado più d’accordo fin ora tra quelli pubblicati. Anche con gli altri ho una certa affinità e affezione ma con quest’ultimo singolo siamo sempre più vicini al cuore musicale (e non) di Immune.

Ma parliamo per prima cosa di tutto quello che è prima di “Prima di te”. “Scura” è una hit di livello, un bel biglietto da visita al mondo della musica. Ma non sa di esordio, dietro c’è l’esperienza del veterano: mi sbaglio? Ci racconti un po’ della tua gavetta, dei tuoi percorsi di formazione (se così possiamo chiamarli)?

In realtà non è tantissimo che scrivo canzoni, diciamo che mi viene naturale. Sicuramente ho sempre ascoltato tanta musica fin da piccolo e ho un attitudine musicale molto forte e questo è stato di grande aiuto. Poi certo, ho militato in qualche band, partecipato a qualche concorso e fatto diversi live. Niente di diverso da molti altri. Ma son del parere che la gavetta non si smette mai di farla. Ogni esperienza è formativa in ogni momento del tuo percorso. Ma la cosa che piu’ incide a parere mio, sono le persone che incontri durante il percorso, oltre al talento ovviamente, quello serve eccome.

Poi, qualche mese dopo “Scura”, “Profondo blu” ha messo in luce la tua vena più pop. Quanto si sente pop immune, da 1 a Umberto Tozzi?

Immune è pop, ma ha un’anima che sa di “alternative” per rimanere in tema musicale. Ispirazioni da mainstream ma con una vena introspettiva mai banale. Un pò come mettere i glitter ai Radiohead.

Ora sbarchi su Spotify con “Prima di te”. Nostalgia canaglia, amore impossibile o sogno di una notte di inizio estate?

Ma in realtà nessuna delle tre. O forse tutte e tre… decidete voi.

Come avviene la scrittura dei tuoi brani? Da cosa parti, di solito, per affrontare la “crisi da foglio bianco”?

Bella domanda. “La crisi da foglio bianco” mi si presenta ultimamente con i testi più che con la musica. Soluzione? Banalmente per esempio mi metto a guardare Netflix, spesso trovo ispirazione da storie raccontate da altri attraverso immagini ed emozioni. Provo seguendo una serie tv coinvolgente o comunque qualsiasi mezzo mi porti ad emozionarmi al punto da farmi scattare una scintilla. Tante mie canzoni parlano di qualcun altro o non sono essenzialmente legate a esperienze della mia vita.

Nell’era delle distanze, il mondo dello spettacolo sta cercando – nel preoccupante silenzio istituzionale – modi per riabbracciare i palchi. Quanto ti manca il live, e cosa credi ci abbia lasciato questa quarantena, a livello di consapevolezze?

I live in generale si mi mancano, anche perche’ non sono ancora riuscito a portare “Immune” dal vivo. Doveva succedere quest’estate ma come sapete tutto tace, tutti sono fermi. Credo che questa quarantena abbia lasciato un senso di allerta, non solo per la pandemia ma su diversi piani emotivi e morali. La consapevolezza di massa è un’utopia, altrimenti vivremo in un “Eden”.

Tre artisti che hanno cambiato la tua vita e la tua musica, e altri tre che in futuro la cambieranno ad altri (solo emergenti, spazio alla novità!).

Che hanno cambiato la mia vita: Muse (post-adolescenza, quindi i primi dischi), Coldplay (ho iniziato a cantare con le loro canzoni), Radiohead e in particolare Thom Yorke (in assoluto caposaldo delle mie influenze e ispirazioni musicali); ad honorem dico Subsonica (son cresciuto con le loro canzoni, e Torino è sempre nel mio cuore). Che la cambieranno ad altri non saprei, è una domanda troppo intima e soggettiva. Posso dirvi su chi punterei: Apice (vena poetica e sentimenti veri, poca patina da superficie, tanta profondità emotiva), Qoio (sperimentazione generazionale che oggi serve, pop da intenditori) e Cmqmartina (per l’elettronica da club c’è speranza in Italia, pop da queen of the dancefloor).

Chiusura classica, evergreen di tutte le interviste: progetti per il futuro?

Far uscire il disco e suonare dal vivo. Nel frattempo raccolgo feedback e reazioni e vediamo cosa succede. Grazie mille ragazzi per l’occasione.

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Elettronica

Eliza Tron e i suoi computer

Eliza Tron è un progetto dietro cui si nascondono Andrea Pieragostini e Marco Zamuner. Nato all’ombra della Mole e coccolato dall’abbraccio della Bliss Corporation, rappresenta un cyborg piombato in un futuribile mercato musicale armato di sonorità ibride e rime iperboliche.

Partendo da una romantica e democratica idea di DIY (tradotto: mi piace e lo produco), si pongono all’estremità della gaussiana, raccontando un mondo non ascrivibile a schemi musicali prestabiliti. Ascoltando la produzione precedente (vi consiglio Papi break per farvi un idea), l’idea di fare quattro chiacchiere. 

Rompiamo il ghiaccio. Eliza Tron: cosa significa, perché lo avete scelto e cosa rappresenta il kanji immediatamente successivo?

Andrea​: Il nome è un anagramma di “ItzNoReal” un progetto Future Bass/Dance in inglese su cui abbiamo lavorato come stagisti e il cui artista era mascherato. Con eliza tron abbiamo sostituito l’italiano all’inglese e abbiamo mostrato le nostre facce invece di nasconderci dietro una maschera.

Marco​: …abbiamo​ ​scelto tra tanti anagrammi di ItzNoReal quello che ci piaceva di più perchè “eliza” è il nome di una ragazza e “tron” ricorda la musica elettronica e (ovviamente) il film.
Andrea​: Il kanji è lì perchè sono appassionato di arti orientali e ci prende bene e anche perché lo ho abbiamo fatto ma non sappiamo cosa significhi… così ognuno ci vedrà quello che vuole. Lo scopo dell’arte è fare domande no?

Le vostre influenze musicali. Chi sono i vostri numi tutelari e a chi sentite di dover dire grazie.

Andrea​: In ordine cronologico: Ho iniziato con i dischi di mio padre, che è appassionato di Nick Drake, John Mclaughlin e tutta la musica fusion in generale. Per ribellione adolescenziale ho amato il punk sia italiano che estero in tutte le sue forme, mangiandomi i dischi dei CCCP, Rancid, NOFX e chiunque avesse chitarre distorte e dicesse cose strane. Poi il mio lato pop represso ha prevalso, facendomi avvicinare ai computer. È così che mi sono appassionato a Flume, Mura Masa, Porter Robinson, 100 gecs, e tutti quelli che stanno portando suoni nuovi e rivoluzioni nella musica.


Marco​: Io da piccolo ascoltavo quello che mettevano i miei, quindi tutta la musica dei cantautori. Poi mi sono preso bene con l’hard rock e tutti i vari generi di metal e punk. Ma il mio vero amore è la musica elettronica che ho scoperto alle superiori. Se devo fare dei nomi: Led Zeppelin, Genesis, Beatles, Metallica, Placebo, My Chemical Romance, Skrillex, Flume. Dico solo i famosissimi per non fare torti a nessuno. Ma in realtà ce ne sono tantissimi altri meno noti.

I miei pensieri. Quasi una canzone d’amore, eh? Un amore virtuale, un’attrazione che rischia di esplodere, la monopolizzazione del pensiero. Più cantato, più testo. Rappresenta un’evoluzione della vostra poetica musicale o è una tavolozza uscita così?

Andrea​:​ ​Sì, esatto, è una canzone d’amore.E l’amore è una tavolozza che ti dà la possibilità di mischiare mille colori, anche quelli che non sapevi di possedere . Parla di amore un po’ 2.0, l’unico possibile durante la quarantena, così ci siamo chiesti: “Quanto influiscono i pensieri sulla fedeltà di un rapporto? Quanto è diverso tradire attraverso mente e schermo dal tradire nella realtà?”

L’esperienza in Bliss Corporation. Un movimento storico. Pregi e limiti della vostra militanza al suo interno.

(​Andrea & Marco) Limiti ben pochi: la Bliss è una macchina da sperimentazione continua in un sacco di campi, dalla musica ai video alla comunicazione…Dal primo giorno in cui siamo entrati (tramite stage, tra l’altro) abbiamo assimilato ogni cosa che potesse migliorarci continuando a essere liberi di poter fare e sperimentare tutto ciò che ci piace. Ci ha permesso di lavorare in squadra, migliorare noi stessi migliorando le idee degli altri, in modo da creare qualcosa che nessuno aveva pianificato prima e che sia superiore alla somma delle parti.

Come avete vissuto il lockdown. Cosa vi ha insegnato, quale porta sentite invece chiusa dopo questi mesi?

Andrea​: Il lockdown è stata un’esperienza positiva per me. Ho avuto occasione di concentrarmi sulla musica, mantenendo i contatti (seppur digitali) con le persone a me più care. È stato come entrare in una dimensione parallela, dove tutto è sempre stato così sin dalla mia nascita e avere il tempo di fare tutto quello che ho sempre voluto fare senza sosta. Per questo mi sento di dire di non aver visto nessuna porta chiudersi, in questi mesi.


Marco​: Anche io l’ho vissuto piuttosto bene. Mi sono ammazzato di musica e serie tv.Verso la fine è diventato un po’ pesante non poter staccare mai. Lavorare da casa ha il suo fascino ma ho capito che è molto meglio avere un luogo adibito solo al lavoro. Credo che mi abbia insegnato a non dare per scontato nulla, neanche la possibilità di uscire di casa.

Come sarà la musica in Italia tra 10 anni? Cosa ascolteremo?

Andrea​: Sono abbastanza convinto che il panorama culturale influenzi esponenzialmente la musica. Nella nostra generazione sento un po’ un ritorno del “no future” alla Sex Pistols, che sta generando un sacco di incertezze; questo, credo, si tradurrà in musica con ritmiche sempre più indefinite e progressioni armoniche sempre più imprevedibili, facendoci uscire dal pop alla quattro accordi.


Marco​: Non ci avevo mai pensato, quindi per risponderti sono andato a vedere quali sono state le hit in italia di dieci anni fa e le ho confrontate con quelle di oggi. Le cose che ho notato sono l’esplosione del rap e l’incremento di giovani nelle classifiche. Quindi se devo fare una previsione direi che il rap continuerà a crescere perchè penso che attualmente sia il linguaggio che appartiene di più alle nuove generazioni. Probabilmente cambieranno i suoni e l’estetica ma non è una moda passeggera. E poi lo sviluppo della tecnologia darà sempre di più la possibilità a tutti di autoprodursi musica in casa. Quindi sicuramente spunteranno fuori tanti talenti giovanissimi che rinnoveranno la scena e sconvolgeranno le classifiche.

Cosa è la future bass? Ha senso parlarne in Italia?

Andrea​: Diciamola con Wikipedia: “Future Bass è un termine per indicare un sottogenere di musica dance elettronica che prende influenze da vari stili di Wonky, Trap e Dubstep.” È tipicamente Australiano, del Regno Unito e degli USA. Bisognerebbe trovare una via italiana,​ ​così com’è stato per la trap e per l’indie. In realtà non mi dispiacerebbe scrivere una “Never Be Like You” formato spaghetti, e non ti nascondo che è un po’ il mio obiettivo attuale, in effetti.


Marco​: Anche se ha il termine “future” nel nome ormai è un genere che esiste da tanti anni e benché in italia non sia molto popolare ha sicuramente contaminato le produzioni degli altri generi come il pop o il rap.Ho sempre inteso la future bass come un’attitudine più che un genere. La ricerca di innovazione sonora. Creare il suono che nessuno ha mai sentito prendendolo dal ”future” per stupire chi ascolta e smuoverlo con il “bass”. In questo senso penso che non morirà mai ma verrà inglobata dagli altri generi come è successo per esempio con il Rock

Come vi approcciate al mondo dei social? Per sfondare è tutta questione di like e stream?

Andrea​: Ho 22 anni, e come ogni 22enne mi approccio ai social meglio del 50enne medio e peggio del 16enne medio. Fortuna che lavoriamo in team. Grazie​ ​alla nostra amica​ ​Chiara che si occupa dei social in BlissCo riusciamo a fare emergere le cose che ci piacciono. E anche se la creazione di materiale è una sfida giornaliera è una soddisfazione sapere di avere il proprio microfono per far sentire quello che facciamo. Like e stream sono senza dubbio motivanti, però non è quello l’obiettivo, a mio parere. C’è molto di più, in un brano di successo, che molti pollici in su e views. “E cos’è questo molto di più?” Error 404 – not found.


Marco​: Sicuramente i social network sono uno strumento potentissimo e indispensabile per promuoversi. Ma sinceramente è la parte di questo lavoro che “mi chiude” di più. sono un po’ a-social. Non credo che per sfondare sia tutta questione di like e stream ma non so… appena sfondiamo ti dico.

Come evolverà il progetto? EP, album, collaborazioni?

Andrea​: Sicuramente collaborazioni. Sicuramente altre canzoni ma in realtà non lo sappiamo nemmeno noi come si evolverà. Ogni giorno è un passo in più per capirci meglio e per conoscere noi stessi. L’unica cosa che posso sperare è di riuscire a interpretare questo cammino al meglio nelle nostre canzoni.


Marco​: Io ho il sogno di fare una collaborazione con Al Bano

 Consigliateci un libro ed un album.

Andrea​: Album:<< The Residents – Commercial Album >> Libro:<< Musica – Yukio Mishima >> (No, non parla di musica).


Marco​: Come album ti dico “things happen, it’s ok!” di Fromtheheart perché l’ho risentito ieri.Invece libri non ne leggo perchè mi annoio quindi ti consiglio la serie di Netflix “Dark” perché ho appena finito l’ultima stagione e sono ancora sconvolto.

A cura di
Francesco Pastore