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Pop

Lamette, il duo più nudo del momento

Dateci una lametta. Anzi, due. Lamette apre ferite profonde solo per il tormento di vedere sotto pelle che c’è, e lo fa con la precisione del chirurgo ma con il sadismo del carnefice. Insomma, nei tre singoli fin quei rilasciati (per ultimo, “spoglio di te”) per Aurora Dischi c’è tanto malessere, profondo disagio generazionale e spinta verso l’altro, come Icaro lanciato contro il Sole immemore delle sue alucce di cera. Ma che male c’é? Se proprio si deve cadere, tanto vale godersi il volo.

Ciao Lamette, domanda d’esordio nel mondo, come direbbe il buon vecchio Brunori: come state?

Vasco+Cristian: Tutto bene grazie!

Ma il vostro nome, Lamette, da dove deriva? 

V.: “Lamette” è un nome che non ha un vero e proprio significato dietro… a noi richiama un po’ il mood che puoi avere quando non hai voglia di fare niente e stai tutto il giorno sul divano, un po’ come viviamo noi.

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Tu non mi sopporti 🦄

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Vuoi anche per il nome, ma c’è qualcosa di doloroso e di addolorato, nella vostra musica. Quanto sentite “generazionale” la vostra condizione? Nel senso che questa sensazione, questo modo di fondo che si respira nei vostri brani sembra appartenere a tutti, pur nell’intimismo della vostra scrittura.

C.: Nel testo di un nostro brano non ancora uscito diciamo “generazione di ragazzi depressi”, perciò penso che la nostra condizione sia estremamente generazionale, come per molti ragazzi della nostra età, e ovviamente ciò influenza il nostro processo creativo.

Nel giro di pochi mesi – dal vostro esordio quest’anno – tre singoli fuori, tre conferme di un percorso in crescita. Ma quanto sono cambiati Lamette da “rotto di te” e cambierebbero qualcosa di quello che è stato?

V.: Lamette è un progetto che abbiamo iniziato con l’intento di differenziarci dalla massa, cercando di mischiare generi e sonorità diverse. La nostra musica è in continua evoluzione e “rotto di te” rappresenta per noi l’inizio di questo percorso, perciò non cambieremmo nulla di quello che è stato… ogni tassello è importante per la nostra crescita artistica.

E invece, “quando ti spogli”?

C.: “quando ti spogli” è nata nel periodo di lockdown, siamo partiti dal giro di chitarra e dal vocalizzo che segue tutta la canzone, poi il ritornello e il resto è venuto naturale. L’intenzione era quella di fare un pezzo chill ma allo stesso tempo incisivo, e anche grazie alla collaborazione con Zioda direi che siamo riusciti nel nostro intento.

Quanto è importante, oggi, recuperare il senso nudo delle cose? La nudità è ormai mercificata e sdoganata ovunque, ma di “anime nude” – e più che mai nella musica – se ne sentono davvero poche. 

V.: Per recuperare il senso nudo delle cose bisogna essere se stessi al 100% (soprattutto nel settore musicale) e non è facile per tutti. Ormai si vedono e si sentono troppi prodotti finti e ciò penalizza la creatività che ha sempre caratterizzato il mondo della musica.

E a voi, la nudità fa paura? Non quella che si ottiene levandosi i vestiti (o almeno, non solo quella) ma la totale vulnerabilità che deriva dall’abbandonare ogni resistenza, ogni armatura e maschera.

C.: Nella musica non mi spaventa essere me stesso, ma non essere capito… mentre in amore la totale vulnerabilità a volte può essere un pericolo. Come dice Capo Plaza in una sua canzone: “Bravo sì, ma mica fesso”.

Il 2020 è l’anno del vostro esordio, coinciso con lo scoppio della pandemia. Ci raccontate un po’ com’è andata, e come pensate che potrà andare, da ora in poi, per la musica italiana e sopratutto per il suo pubblico? Proviamo a fare previsioni impossibili, al massimo vi acclameremo come novelli Nostradamus!

V.: La musica in Italia è molto stagionale… la nostra visione invece è più internazionale, nel senso che se un pezzo è forte lo è sia d’estate che d’inverno. Secondo me il pubblico italiano si avvicinerà molto di più a quest’ottica.

Se vi dicessi di scegliere tre dischi da far sentire alle nuove generazioni per “educarle” al bello, quali scegliereste? C’è bisogno, ora più che mai, di inseguire la bellezza…

V.: “Dr. Feelgood” dei Mötley Crüe, “Whack World” di Tierra Whack e “IGOR” di Tyler, The Creator.


C.: “Electric Ladyland” di Jimi Hendrix, “AM” degli Arctic Monkeys e “I like it when you sleep, for you are so beautiful yet so unaware of it” dei The 1975.

Tre singoli sono il numero giusto per lanciare un album, oppure ci farete penare ancora un po’ prima di ascoltarvi in maniera più completa?

V.: Se l’album fosse una casa i tre singoli sono le fondamenta, ora manca tutto il resto…

Salutateci a modo vostro, e fateci una promessa che domani non vi potremmo rinfacciare di aver disatteso!

C.: Ciao raga, vi prometto che l’album uscirà presto!

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Pop

Il funerale di Laurino

Funerale è il nuovo singolo di LAURINO, pubblicato il 29 maggio da Xo La Factory e disponibile su tutte le piattaforme digitali. Funerale è il terzo singolo del cantautore dopo Volume, brano che ha segnato l’inizio di un nuovo percorso artistico e Buddha. Continua il viaggio introspettivo e sonoro del cantautore LAURINO, il suo terzo singolo evidenzia una scrittura più matura sia dal punto di vista tematico che stilistico e ha un titolo evocativo: FUNERALE

Il funerale come occasione di analisi, espediente narrativo che consente a LAURINO di indagare il rapporto con il padre. Quello che fa Laurino è un duplice viaggio: il viaggio di chi se n’è andato e il viaggio di chi è rimasto. In quei momenti di commiato silenzioso, chi rimane è spinto a mettere in prospettiva la propria esistenza. L’intervista della nostra redazione!

Cosa vuol dire “fare pop” per te?

In realtà nulla, faccio canzoni. Poi se dal cappello viene fuori qualcosa che entra, per virtù o per caso fortuito, in un immaginario collettivo ecco che lì la canzone è diventata pop. Chiaro che non faccio cose alla Aphex Twin, ci sono più possibilità di un riconoscimento popolare, c’è una melodia e c’è un testo, ci sono le strofe e ci sono i ritornelli. 

E invece cosa vuol dire “essere pop”?

Letteralmente “essere popolari” anche se credo che a questa frase venga associata una componente estetica e sonora oggigiorno. Chessò, Mozart nel diciottesimo e nel diciannovesimo secolo era pop ma perché le sue melodie erano popolari, cioè conosciute e apprezzate da molte persone. Poi alla musica si è unita la persona, il divo diciamo. Al giorno d’oggi credo che “essere pop” sia “essere divi”, la cosa non è cambiata più di tanto. Poi c’è chi è divo ed è anche molto bravo e c’è chi è divo e basta. 

Quando hai scritto Funerale era successo qualcosa di particolare nella tua vita o hai semplicemente attinto dal bagaglio emotivo che ti portavi dietro da anni?

Entrambe direi, l’una è stata la conseguenza dell’altra. Sono stato a un funerale della madre di un mio amico e lì si è acceso qualcosa. Lì è scattato un interruttore che mi ha portato a scrivere questo pezzo e a scavare dentro di me. 

Ad un primo ascolto può sembrare che tu abbia subito la perdita fisica di tuo padre, invece il funerale è un espediente narrativo che usi nel testo per descrivere il rapporto conflittuale con questa figura della tua famiglia. Scrivere ti ha aiutato a metabolizzare?

Molto ma derivava anche da una profonda analisi, diciamo che scrivere su carta mi ha aiutato a portare su un piano reale i pensieri che mi fluttuavano dentro. Parlare in maniera completamente disinibita di una cosa che non è esattamente la prima cosa che racconterei di me mi ha aiutato ad esorcizzare molte cose. 

Sul tuo profilo instagram qualche giorno fa hai dichiarato che non ti importa stare dietro ai numeri di spotify o delle playlist, quindi non vivi la musica come una competizione?

Non me ne frega nulla. Anche perché non sento una competizione sana. Vedo numeri su numeri su numeri e io mi rompo i coglioni. Non c’è una ricerca nel provare a fare davvero qualcosa di bello, c’è un forte desiderio di popolarità e anche di mero riscatto sociale in alcuni casi. Io vorrei scrivere canzoni che mi piacciono, già quello per me sarebbe un gran risultato. 

In questa gara a “chi ce l’ha più lungo”, che ruolo ha per te la musica e come ti vedi tra dieci anni?

La musica è un mezzo di evasione dalla frenesia e dal cattivo pensare, una grande lente di ingrandimento che permette di vedere dei macigni come piume (se il trick riesce). Tra dieci anni non riesco proprio a vedermi! 

La top 3 delle canzoni che ti faranno compagnia in questa insolita estate…

Ti direi “Algorythm” di Childish Gambino (l’ultimo disco è pazzesco), “Dragonball Durag” di Thundercat e per le sere più calde e buie “This night has opened my eyes” dei The Smiths. 

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Pop

Un giro con i Malvax

La nostra redazione ha incontrato la band modenese, in occasione dell’uscita del nuovo singolo Esci Col Cane, fuori su tutte le piattaforme dal 17 Luglio 2020.

Partiamo da una domanda di rito, chi sono i Malvax e da dove nasce l’idea di chiamarvi così?

Siamo un gruppo di cinque ragazzi che vengono da Pavullo del Frignano, una piccola città nell’appennino modenese. La band è composta da Lorenzo Morandi (voce), Francesco Ferrari (piano e synth), Francesco Lelli (chitarra), Alessandro Covili (basso) e Giacomo Corsini (batteria).


Anche se la band è attiva ormai da qualche anno, precisamente dal 2014, abbiamo deciso di chiamarci Malvax solo nel 2018; il nome viene da una pianta, la Malva, che da sempre è usata per i suoi effetti antinfiammatori, mentre la “X” finale l’abbiamo aggiunta perché il risultato ci ricordava il nome di un farmaco. L’idea nasce dall’idea che la musica, in fondo, sia in qualche modo una medicina, per il cuore, la testa… per qualsiasi cosa.

Fresca di qualche giorno fa è la notizia dello scioglimento dei Canova, prima di loro i Siberia e tempo fa i Thegiornalisti. Sembra che ormai sia una sfida a chi resiste di più, voi come vi immaginate tra 10 anni?

In effetti, per quanto riguarda la longevità delle band, quella dell’ultimo periodo non è esattamente una tendenza positiva. Sicuramente ognuno di questi scioglimenti avrà una sua vicenda personale e avranno tutti i loro buoni motivi per aver fatto queste scelte.

Senza entrare nelle dinamiche dei singoli gruppi, che non possiamo conoscere e tantomeno giudicare, quello che si può certamente dire è che, se in generale è un periodo in cui emergere nella musica è sempre più difficile, per una band lo è ancora di più; ogni scelta, che sia artistica, contrattuale o di qualsiasi altro tipo, deve andare incontro a persone e pensieri diversi che inevitabilmente tendono, prima o poi, a scontrarsi. Quello della musica è un mondo particolare, dove ogni scelta può diventare determinante, e tutto quello che succede può mettere a dura prova qualsiasi rapporto.


Per quanto ci riguarda, almeno per il momento, possiamo dire di essere un gruppo molto unito: litighiamo ogni giorno perché siamo 5 persone molto diverse tra loro, ma stiamo imparando a fare tesoro delle nostre diversità e a unire pensieri diversi per una visione totale più ampia.
Come ci vediamo tra 10 anni è una bella domanda… 10 anni sono tanti e noi siamo solo all’inizio!
La cosa migliore che possiamo desiderare è trovarci ancora al pub per una birra, a prescindere da come andrà questo viaggio. Se poi tra una birra e l’altra parleremo ancora di quale pezzo far uscire per primo o di dove andremo a suonare la settimana successiva, allora vorrà dire che le cose sono andate bene!!

Esci col cane
Forse il problema reale è che c’è la sindrome da leader del gruppo, si sta lentamente perdendo l’importanza di suonare in una band, come se fosse più veloce arrivare come singolo che come gruppo. Voi come la pensate?

Anche questo può succedere. Negli ultimi tempi gli artisti più “cantautorali” hanno sicuramente trovato più spazio rispetto alle band, e già questo per un cantante può essere uno stimolo, una tentazione a preferire progetti solisti; questo può accadere ancora più facilmente quando la band comincia a orbitare attorno alla figura del cantante, e quando la sua immagine va a coprire quella della band.
Da questo punto di vista abbiamo avuto la “fortuna” di aver messo in piedi un progetto in cui ognuno dei componenti da un contributo unico; questa crescita, che è stata in realtà casuale e naturale, ha permesso a ognuno di noi di avere un ruolo fondamentale e di essere a suo modo insostituibile. Questo fa sì che tra di noi ci sia sempre rispetto e unione, e ci tiene sempre tutti con i piedi per terra.

“Esci col cane” è il vostro nuovo singolo, il ritorno sulla scena musicale dopo un anno dal vostro album d’esordio. Un brano estivo che racconta la fine di una storia d’amore, in maniera non drammatica. Cosa volevate trasmettere a chi vi ascolta?

Esci col cane si può definire una canzone d’amore non convenzionale. È la classica storia d’amore della vita reale, che a volte finisce e che ancora più spesso nemmeno inizia. È la storia di un rifiuto come tanti, la storia di tutte le storie d’amore che non sono la storia perfetta.
Come canzone vuol essere qualcosa di semplice, un brano che si limita a raccontare una storia, e carca di farlo con una certa dose di spensieratezza, di leggerezza; poi ogni storia diventa diversa e soggettiva attraverso chi l’ascolta, ed è proprio questo il bello!
In generale è un invito a prendere queste situazioni con filosofia, e a pensare che anche queste storie hanno il loro fascino e che sono proprio queste che un giorno, guardandoci indietro, ci faranno sorridere.

In un sistema che ci costringe a guardare sempre i numeri dei social e su Spotify, come combattete l’ansia da prestazione?

Il mondo dei social e delle piattaforme di streaming musicale è un qualcosa di estremamente controverso, che da un lato permette a chiunque di “esistere”, di mettersi in mostra davanti al mondo, ma in cui allo stesso tempo è difficilissimo farsi notare e ricavarne qualcosa di concreto.
L’obiettivo che ci poniamo è cercare di estrapolare ogni possibilità che questi mezzi offrono, mantenendo però sempre un distacco che ci permetta di seguire la nostra strada in modo sano, con spensieratezza e sincerità. Per rispondere alla domanda, quindi, non abbiamo mai avuto particolari ansie o paure riguardo a questa realtà: siamo una band e il nostro obiettivo è fare musica, il resto viene dopo.


È importante essere consapevoli che questo è il mondo al quale apparteniamo e cercare sempre di sfruttare al massimo tutte le possibilità che ci passano davanti, senza però farsi impressionare o cadere nell’ossessione dei numeri e delle statistiche; tutto quello che vogliamo fare è divertirci, scrivere canzoni e farle sentire a più persone possibili, e questo lo facciamo al massimo, con i social, con Spotify e con i concerti. Il resto, se è destino, arriverà.

Da poco è uscito anche il video del nuovo singolo ed è ambientato a bologna, che rapporto avete con questa città?

Amiamo Bologna. È un posto speciale per noi emiliani, non può essere altrimenti.
Quando nasci dalle nostre parti, Bologna è la prima grande città che senti, che vedi e che respiri; è la città dove ti senti grande già quando, da bambino, la visiti per la prima volta. È un aria diversa, nuova, libera. È la terra che ci ha dato Lucio Dalla, Cesare Cremonini, artisti che ci hanno presi in braccio da piccoli e ci hanno fatto diventare grandi.


È una città unica, che riesce a essere sempre nuova e un po’ estranea, ma allo stesso tempo è anche familiare e, in un certo senso, romantica.
Se sei emiliano non puoi fare altro che amare questa città, te ne innamori da piccolo e per qualche motivo la ami per sempre.


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Pop

Tutte le cose a metà

Cose a metà è il nuovo singolo dei 7mbre, pubblicato il 10 luglio da Romolo Dischi e distribuito da Pirames International su tutte le piattaforme di streaming.

Prodotto da Sara Focaracci (voce del gruppo), Cose a metà è il quarto singolo del trio nepesino dopo i precedenti brani che hanno segnato l’inizio del loro percorso artistico Barche, Pendolari e Forze Aeree.

Il brano racconta di una persona che si accorge di non vivere al cento per cento, come se tutte le cose fatte quotidianamente la travolgessero fino a perdere la loro vera essenza, i dettagli.

Si parte da un ricordo tra i banchi di scuola, il disegno di un gatto difficile da disegnare, dubbi che assalgono la mente: la vita la sto vivendo a pieno o mi sto solo accontentando? Questa è la domanda che si pone la protagonista del brano, partendo da ciò che la circonda fino ad arrivare all’aspetto più intimo e vero della sua relazione. 

E dimmi come posso amare se ho visto un gatto mille volte e non lo so disegnare

Ecco l’intervista a cura della nostra redazione!

Partiamo dalla scelta del vostro nome d’arte, perché avete scelto questo mese dell’anno?

Il progetto nasce a settembre, mix tra nostalgia e voglia di ricominciare che è un po’ lo spirito che seguono i testi delle nostre canzoni. Aggiungiamo che siamo molto legati a questo numero che è diventato una specie di persecuzione e per tutti questi motivi nasce 7mbre.

Entrando nello specifico, da quanti componenti è formata la band nella formazione attuale e cosa fate nella vita quando non suonate o scrivete canzoni?

La band è formata da 3 componenti: Sara, Simone, Davide.

Sara lavora presso il salone di sua sorella, che fa la parrucchiera, e frequenta il Saint Louis College of Music.  Simone lavora in un archivio, Davide attualmente è uno studente dell’Università degli studi della Tuscia.

Quanto è difficile mantenere insieme i membri di un gruppo? Vi capita spesso di litigare?

Ci capita nei periodi di stress, il motivo principale è che ci riduciamo sempre all’ultimo e ci troviamo in qualche modo sempre a fare le cose di corsa, considerando tutti gli impegni esterni gli animi si scaldano più facilmente in questi casi. Siamo tre persone molto diverse ma l’obbiettivo è lo stesso per tutti, ed è questo che ci unisce.

“Cose a metà” è il titolo del vostro nuovo singolo, che storia racconta?

Si tratta di una persona che si accorge di non vivere al cento per cento, tutto parte da un ricordo. Un giorno, durante un’ora di buca a scuola, si fanno ritratti. Chiedono di disegnare un gatto e spontaneamente lo rappresenta senza coda e senza orecchie.

In contemporanea alle prese in giro degli amici si scatenano in lui un’infinità di dubbi sul modo che ha di vedere e vivere le cose. È come se tutte le cose che lo riguardano fossero lontane da lui, pur essendo vicinissime nella realtà. I dettagli sfuggono. Si chiede se la sua vita sia vissuta davvero o solo parzialmente.

Qual è il filo conduttore che lega i vostri brani?

Abbiamo pubblicato 4 singoli totalmente diversi, ma in ognuno di loro emerge questa voglia di raccontare le cose più semplici che possano accadere nella vita di una persona, tramite immagini, visioni, metafore, un po’ come se i brani   dovessero prendere vita nella testa dell’ascoltatore.

Come passerete l’estate? C’è all’orizzonte il progetto di un album?

C’è all’orizzonte il progetto di un album, ci dedicheremo principalmente a questo nei prossimi mesi

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Elettronica

Milano 84 – Awesome

Il progetto Milano 84 è un mondo al quale sono ormai affezionato da diversi mesi. “Awesome” è il terzo singolo pubblicato in poco meno di un anno dal duo composto da Fabio Di Ranno e Fabio Fraschini. Entrambi musicisti e producer, stanno velocemente trasportando i suoni dell’Italopop nel presente, con sapiente maestria. Dopo “Play” e “Suspiria on Tv” in collaborazione con le cantanti Laura Serra ed Eleonora Cardellini si è scelto di utilizzare la lingua inglese per il terzo singolo grazie al bellissimo featuring con Killme Alice.

L’inevitabile ritorno delle sonorità anni 80 era più che pronosticabile data l’ampia versatilità di un genere che riesce ad abbinarsi spesso ad altri. Nel caso di “Awesome” i Milano84 ci regalano un viaggio temporale attraverso il pop, un pizzico synthwave e perchè no, qualche sprazzo delle colonne sonore di film cult, soprattutto americani e italiani.

Il video Lyrics di Awesome

La bellissima notizia è che questi tre singoli finora pubblicati, anticipano un disco che sarà in uscita a Novembre 2020, il primo per i Milano 84 . Ancor più piacevole è la notizia che l’album sarà disponibile in vinile grazie a Lost Generation Records, distribuito da Bordello a Parigi.

C’è qualcosa che mi fa sentire bene quando metto play e ascolto i brani di Milano 84 e mi regala un pò di spensieratezza, quella sana malinconia di un periodo storico che avrei voluto vivere da protagonista. Di contro, il periodo storico attuale, non lo tollero molto, perciò se con le loro idee musicali riescono a farmi dimenticare in quale anno siamo, significa che l’esperimento funziona!

Mantenere un livello alto sia in lingua italiana che inglese era una scommessa molto rischiosa. Ebbene, i Fabio dell’Italopop, sono andati secondo me ancora meglio con la sperimentazione al fianco di Killme Alice. Bisognerà pure iniziare ad ampliare la visione nel panorama musicale attuale. Non limitiamoci ai copia/incolla del famoso Indie super saturo di produzioni da manuale che non restituiscono nessuna nuova emozione.

Non fermiamoci ai confini del nostro ingresso di casa o della nostra ripetitiva playlist su Spotify. Spaziamo l’orizzonte verso un approccio internazionale che, sfortunatamente, solo pochissimi artisti italiani hanno avuto il piacere di sperimentare.

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Pop

Disarmo : Finale col botto

Quattro chiacchiere con Disarmo, cantautore della scuderia Fonoprint, in occasione dell’uscita del nuovo singolo “Finale col botto”. Un brano dalle sonorità ibride, un racconto nostalgico e rabbioso di una storia d’amore che finisce e lascia spazio a domande, riflessioni e perplessità. 

Artwork “Finale col Botto”
Ce ne faremo una ragione. È una dichiarazione di sconfitta oppure doveva andare semplicemente così? Siamo una generazione più avvezza a rassegnarsi per gli amori finiti?

Rassegnarsi per un amore finito il più delle volte significa essere forti, non sconfitti. Farsene una ragione vuol dire “sai che c’è? Va bene, la mia vita non finisce qui, ma da qui ricostruisco qualcosa di nuovo

Amore fisico, odio platonico. Lasciarsi rappresenta ancora una ferita da ricucire oppure è solo l’occasione per manifestare odio di plastica a mezzo social?

Mi viene completamente innaturale manifestare tramite social qualsiasi tipo di stato d’animo, figuriamoci esternare la fine di una relazione; lasciarsi è sempre una ferita e lo è sempre per entrambi anche se non brucia subito… dopo arriva sempre.

La fine di una storia d’amore. L’attimo in cui ci si riappropria, volenti o nolenti, dei propri spazi. Sentirsi soli in mura che poco prima erano condivise. Cosa rappresenta per te casa? Ti sei mai sentito straniero in casa tua a causa/per un’altra persona?

No, non mi sono sentito mai straniero in casa mia, infatti “finale col botto” è un’esperienza che ho vissuto quasi completamente nella mia immaginazione. Doversi riappropriare dei propri spazi è già di per sé una causa della fine di una relazione; quelli non andrebbero mai persi, non del tutto almeno; infatti per me “casa” è lo spazio in cui non devi chiedere permesso e non ci sono costrizioni… sotto questo auspicio anche un’altra persona può essere casa.

Vorrei un finale col botto. Non mi sembra di averlo mai sentito. Quale è la cosa più assurda che hai fatto per amore/amicizia/altro?

Ah, credevo fosse un modo di dire abbastanza conosciuto, poi mi sembra fosse lo slogan di una pubblicità delle merendine Buondì! La cosa più assurda è stata pensare di regalarle un cucciolo di bulldog, partire il giorno stesso e farsi 800km (andata e ritorno) per andarlo a prendere e irrompere in casa alle tre e mezza di notte mettendole il cane sul letto. (La bestiola è tutt’ora tra noi e sta bene)

 Il tuo stile, nella traccia, è molto ibrido. Quali sono i tuoi riferimenti musicali? A chi senti di dire grazie?

I miei riferimenti musicali sono più che altro tutto il movimento indie rock degli anni ‘90, ma senza dubbio il mio brano pesca qualcosa anche dal decennio precedente, soprattutto per quanto riguarda la linea di basso. 

 Progetti futuri? Come hai vissuto questi mesi di quarantena? Sono stati fonte di inspirazione?

No, poca ispirazione durante la quarantena, ho solo mangiato e bevuto senza fondo. Progetti futuri sono tornare a scrivere e beccare un’onda ancora più forte della precedente.

Disarmo. È un nome d’arte o un concetto?

Prima di tutto la parola “disarmo” è un suono che mi piace; poi sì, è un concetto: disarmare è privare qualcuno di uno strumento d’odio (arma), quindi è una forma di amore espressa tramite un azione, un po’ come la musica.

L’esperienza con la Fonoprint. Pregi e limiti. 

Il pregio più grande è la struttura; Fonoprint è uno degli studi più belli d’Italia e già solo entrando capisci che lì dentro sono stati realizzati tanti dischi che hanno fatto la storia della musica italiana.
Il limite più grande per adesso è che come etichetta è giovane, ma credo stiano muovendo i passi giusti per imporsi come una realtà valida.

Consigliaci un disco ed un libro. 

Urban Hymns – Verve
Last love parade – Marco Mancassola

A cura di
Francesco Pastore

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Pop

La rinascita del Pop

E’ tempo di scrollarsi di dosso alcune strutture che si sono venute a creare negli ultimi anni. Si sto parlando del termine Indie per essere più preciso. So che questo magazine nasce da quell’incipit ma è bene specificare che esiste una netta differenza tra l’Indie e la musica indipendente. Ed è giunto il momento di tracciare una linea che separa questi due mondi totalmente differenti.

La trappola più facile dove siamo caduti tutti negli ultimi tempi, è stata quella di inserire il Pop nel calderone dell’Indie, un genere che, per quanto mi riguarda, è ben rappresentato da artisti e band che sono di fatto un mondo a parte. Tuttavia è qualcosa che è destinato a cambiare nuovamente e credo che finalmente ritorneremo ad assegnare il giusto vestito ad ogni progetto musicale.

E’ così che torno immediatamente al Pop. Oggi è uscito un brano realizzato da Magli, il suo esordio assoluto nel mercato musicale, con la produzione di Media Wave . Semplicemente un tormentone proprio come deve essere strutturato, rispettando i canoni delle canzoni estive che hanno il fondamentale obiettivo di far ballare e di spegnere un attimo il cervello da tutto quello che di oscuro ci circonda.

Più che mai, in questo periodo storico, gli artisti hanno bisogno di seguire una determinata linea e crearsi un’identità ben precisa. La propria. Da queste basi possono intraprendere un percorso musicale serio e professionale. Tutto il resto, come ad esempio seguire la moda del momento o copiare palesemente un altro progetto solo perchè ha funzionato, saranno tentativi a vuoto.

Federico ha scritto questo brano durante il periodo di lockdown forzato, causa pendemia, dove ha trovato la giusta ispirazione per mettere da parte certi pensieri negativi, lasciando emergere la spensieratezza e la leggerezza, che probabilmente aiutano la maggior parte di noi a superare certe brutte esperienze. Di base sono un tizio cupo e poco avvezzo alle hit estive, ma devo riconoscere che, quando un pezzo è fatto con i relativi crismi, deve essere necessariamente omaggiato.

Federico Magli

Amore amici e divertimento si fondono in un brano che invita a non fermarsi mai e a non perdere mai l’occasione di fare ciò in cui si crede!

“In testa ho sempre te” è una traccia che corre dritta, senza pause, e che, magicamente, ti rimane in testa. Senza bisogno di trovare chissà quali incantesimi di letteratura. Un messaggio chiaro : dimenticarti non è facile nonostante gli artifici che posso creare ogni giorno, ogni notte. Tra ricordi e momenti indelebili, stampati inesorabilmente nella testa, il viaggio verso la cura delle ferite ha un ritmo incessante, senza soluzione di continuità.

“In testa ho sempre Te” da questa domenica sarà la sigla del programma Sunday Night di Radio Nostalgia che va in onda dall’Ostras Beach della Versilia.

a cura di
Daniele Bomboi

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Pop

Quattro chiacchiere con Immune

Immune mi piace da quando ha fatto capolino sul mercato discografico con il suo primo singolo per Revubs Dischi, dal titolo “Scura“: mi colpì la sua verve elettronica, capace di non sminuire la portata pop del brano. Oggi è al terzo singolo, e di cose ne sono cambiate, ma di certo non è mutata la mia fascinazione nei suoi confronti, che continua a perdurare fino a spingermi alla deriva della molestia. Qui sotto, il resoconto dello stalking operato ai danni di Immune, con la sola scusa dell’uscita di “Prima di te“, il suo ultimo singolo per Revubs Dischi.

Benvenuto Immune, partiamo subito dalle cose serie e rompiamo il ghiaccio con la domanda che non si fa: “Prima di te” è il nostro pezzo preferito, è così anche per te?

Grazie a voi per l’ospitalità. Diciamo che “Prima di te” e’ il brano con cui vado più d’accordo fin ora tra quelli pubblicati. Anche con gli altri ho una certa affinità e affezione ma con quest’ultimo singolo siamo sempre più vicini al cuore musicale (e non) di Immune.

Ma parliamo per prima cosa di tutto quello che è prima di “Prima di te”. “Scura” è una hit di livello, un bel biglietto da visita al mondo della musica. Ma non sa di esordio, dietro c’è l’esperienza del veterano: mi sbaglio? Ci racconti un po’ della tua gavetta, dei tuoi percorsi di formazione (se così possiamo chiamarli)?

In realtà non è tantissimo che scrivo canzoni, diciamo che mi viene naturale. Sicuramente ho sempre ascoltato tanta musica fin da piccolo e ho un attitudine musicale molto forte e questo è stato di grande aiuto. Poi certo, ho militato in qualche band, partecipato a qualche concorso e fatto diversi live. Niente di diverso da molti altri. Ma son del parere che la gavetta non si smette mai di farla. Ogni esperienza è formativa in ogni momento del tuo percorso. Ma la cosa che piu’ incide a parere mio, sono le persone che incontri durante il percorso, oltre al talento ovviamente, quello serve eccome.

Poi, qualche mese dopo “Scura”, “Profondo blu” ha messo in luce la tua vena più pop. Quanto si sente pop immune, da 1 a Umberto Tozzi?

Immune è pop, ma ha un’anima che sa di “alternative” per rimanere in tema musicale. Ispirazioni da mainstream ma con una vena introspettiva mai banale. Un pò come mettere i glitter ai Radiohead.

Ora sbarchi su Spotify con “Prima di te”. Nostalgia canaglia, amore impossibile o sogno di una notte di inizio estate?

Ma in realtà nessuna delle tre. O forse tutte e tre… decidete voi.

Come avviene la scrittura dei tuoi brani? Da cosa parti, di solito, per affrontare la “crisi da foglio bianco”?

Bella domanda. “La crisi da foglio bianco” mi si presenta ultimamente con i testi più che con la musica. Soluzione? Banalmente per esempio mi metto a guardare Netflix, spesso trovo ispirazione da storie raccontate da altri attraverso immagini ed emozioni. Provo seguendo una serie tv coinvolgente o comunque qualsiasi mezzo mi porti ad emozionarmi al punto da farmi scattare una scintilla. Tante mie canzoni parlano di qualcun altro o non sono essenzialmente legate a esperienze della mia vita.

Nell’era delle distanze, il mondo dello spettacolo sta cercando – nel preoccupante silenzio istituzionale – modi per riabbracciare i palchi. Quanto ti manca il live, e cosa credi ci abbia lasciato questa quarantena, a livello di consapevolezze?

I live in generale si mi mancano, anche perche’ non sono ancora riuscito a portare “Immune” dal vivo. Doveva succedere quest’estate ma come sapete tutto tace, tutti sono fermi. Credo che questa quarantena abbia lasciato un senso di allerta, non solo per la pandemia ma su diversi piani emotivi e morali. La consapevolezza di massa è un’utopia, altrimenti vivremo in un “Eden”.

Tre artisti che hanno cambiato la tua vita e la tua musica, e altri tre che in futuro la cambieranno ad altri (solo emergenti, spazio alla novità!).

Che hanno cambiato la mia vita: Muse (post-adolescenza, quindi i primi dischi), Coldplay (ho iniziato a cantare con le loro canzoni), Radiohead e in particolare Thom Yorke (in assoluto caposaldo delle mie influenze e ispirazioni musicali); ad honorem dico Subsonica (son cresciuto con le loro canzoni, e Torino è sempre nel mio cuore). Che la cambieranno ad altri non saprei, è una domanda troppo intima e soggettiva. Posso dirvi su chi punterei: Apice (vena poetica e sentimenti veri, poca patina da superficie, tanta profondità emotiva), Qoio (sperimentazione generazionale che oggi serve, pop da intenditori) e Cmqmartina (per l’elettronica da club c’è speranza in Italia, pop da queen of the dancefloor).

Chiusura classica, evergreen di tutte le interviste: progetti per il futuro?

Far uscire il disco e suonare dal vivo. Nel frattempo raccolgo feedback e reazioni e vediamo cosa succede. Grazie mille ragazzi per l’occasione.

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Elettronica

Eliza Tron e i suoi computer

Eliza Tron è un progetto dietro cui si nascondono Andrea Pieragostini e Marco Zamuner. Nato all’ombra della Mole e coccolato dall’abbraccio della Bliss Corporation, rappresenta un cyborg piombato in un futuribile mercato musicale armato di sonorità ibride e rime iperboliche.

Partendo da una romantica e democratica idea di DIY (tradotto: mi piace e lo produco), si pongono all’estremità della gaussiana, raccontando un mondo non ascrivibile a schemi musicali prestabiliti. Ascoltando la produzione precedente (vi consiglio Papi break per farvi un idea), l’idea di fare quattro chiacchiere. 

Rompiamo il ghiaccio. Eliza Tron: cosa significa, perché lo avete scelto e cosa rappresenta il kanji immediatamente successivo?

Andrea​: Il nome è un anagramma di “ItzNoReal” un progetto Future Bass/Dance in inglese su cui abbiamo lavorato come stagisti e il cui artista era mascherato. Con eliza tron abbiamo sostituito l’italiano all’inglese e abbiamo mostrato le nostre facce invece di nasconderci dietro una maschera.

Marco​: …abbiamo​ ​scelto tra tanti anagrammi di ItzNoReal quello che ci piaceva di più perchè “eliza” è il nome di una ragazza e “tron” ricorda la musica elettronica e (ovviamente) il film.
Andrea​: Il kanji è lì perchè sono appassionato di arti orientali e ci prende bene e anche perché lo ho abbiamo fatto ma non sappiamo cosa significhi… così ognuno ci vedrà quello che vuole. Lo scopo dell’arte è fare domande no?

Le vostre influenze musicali. Chi sono i vostri numi tutelari e a chi sentite di dover dire grazie.

Andrea​: In ordine cronologico: Ho iniziato con i dischi di mio padre, che è appassionato di Nick Drake, John Mclaughlin e tutta la musica fusion in generale. Per ribellione adolescenziale ho amato il punk sia italiano che estero in tutte le sue forme, mangiandomi i dischi dei CCCP, Rancid, NOFX e chiunque avesse chitarre distorte e dicesse cose strane. Poi il mio lato pop represso ha prevalso, facendomi avvicinare ai computer. È così che mi sono appassionato a Flume, Mura Masa, Porter Robinson, 100 gecs, e tutti quelli che stanno portando suoni nuovi e rivoluzioni nella musica.


Marco​: Io da piccolo ascoltavo quello che mettevano i miei, quindi tutta la musica dei cantautori. Poi mi sono preso bene con l’hard rock e tutti i vari generi di metal e punk. Ma il mio vero amore è la musica elettronica che ho scoperto alle superiori. Se devo fare dei nomi: Led Zeppelin, Genesis, Beatles, Metallica, Placebo, My Chemical Romance, Skrillex, Flume. Dico solo i famosissimi per non fare torti a nessuno. Ma in realtà ce ne sono tantissimi altri meno noti.

I miei pensieri. Quasi una canzone d’amore, eh? Un amore virtuale, un’attrazione che rischia di esplodere, la monopolizzazione del pensiero. Più cantato, più testo. Rappresenta un’evoluzione della vostra poetica musicale o è una tavolozza uscita così?

Andrea​:​ ​Sì, esatto, è una canzone d’amore.E l’amore è una tavolozza che ti dà la possibilità di mischiare mille colori, anche quelli che non sapevi di possedere . Parla di amore un po’ 2.0, l’unico possibile durante la quarantena, così ci siamo chiesti: “Quanto influiscono i pensieri sulla fedeltà di un rapporto? Quanto è diverso tradire attraverso mente e schermo dal tradire nella realtà?”

L’esperienza in Bliss Corporation. Un movimento storico. Pregi e limiti della vostra militanza al suo interno.

(​Andrea & Marco) Limiti ben pochi: la Bliss è una macchina da sperimentazione continua in un sacco di campi, dalla musica ai video alla comunicazione…Dal primo giorno in cui siamo entrati (tramite stage, tra l’altro) abbiamo assimilato ogni cosa che potesse migliorarci continuando a essere liberi di poter fare e sperimentare tutto ciò che ci piace. Ci ha permesso di lavorare in squadra, migliorare noi stessi migliorando le idee degli altri, in modo da creare qualcosa che nessuno aveva pianificato prima e che sia superiore alla somma delle parti.

Come avete vissuto il lockdown. Cosa vi ha insegnato, quale porta sentite invece chiusa dopo questi mesi?

Andrea​: Il lockdown è stata un’esperienza positiva per me. Ho avuto occasione di concentrarmi sulla musica, mantenendo i contatti (seppur digitali) con le persone a me più care. È stato come entrare in una dimensione parallela, dove tutto è sempre stato così sin dalla mia nascita e avere il tempo di fare tutto quello che ho sempre voluto fare senza sosta. Per questo mi sento di dire di non aver visto nessuna porta chiudersi, in questi mesi.


Marco​: Anche io l’ho vissuto piuttosto bene. Mi sono ammazzato di musica e serie tv.Verso la fine è diventato un po’ pesante non poter staccare mai. Lavorare da casa ha il suo fascino ma ho capito che è molto meglio avere un luogo adibito solo al lavoro. Credo che mi abbia insegnato a non dare per scontato nulla, neanche la possibilità di uscire di casa.

Come sarà la musica in Italia tra 10 anni? Cosa ascolteremo?

Andrea​: Sono abbastanza convinto che il panorama culturale influenzi esponenzialmente la musica. Nella nostra generazione sento un po’ un ritorno del “no future” alla Sex Pistols, che sta generando un sacco di incertezze; questo, credo, si tradurrà in musica con ritmiche sempre più indefinite e progressioni armoniche sempre più imprevedibili, facendoci uscire dal pop alla quattro accordi.


Marco​: Non ci avevo mai pensato, quindi per risponderti sono andato a vedere quali sono state le hit in italia di dieci anni fa e le ho confrontate con quelle di oggi. Le cose che ho notato sono l’esplosione del rap e l’incremento di giovani nelle classifiche. Quindi se devo fare una previsione direi che il rap continuerà a crescere perchè penso che attualmente sia il linguaggio che appartiene di più alle nuove generazioni. Probabilmente cambieranno i suoni e l’estetica ma non è una moda passeggera. E poi lo sviluppo della tecnologia darà sempre di più la possibilità a tutti di autoprodursi musica in casa. Quindi sicuramente spunteranno fuori tanti talenti giovanissimi che rinnoveranno la scena e sconvolgeranno le classifiche.

Cosa è la future bass? Ha senso parlarne in Italia?

Andrea​: Diciamola con Wikipedia: “Future Bass è un termine per indicare un sottogenere di musica dance elettronica che prende influenze da vari stili di Wonky, Trap e Dubstep.” È tipicamente Australiano, del Regno Unito e degli USA. Bisognerebbe trovare una via italiana,​ ​così com’è stato per la trap e per l’indie. In realtà non mi dispiacerebbe scrivere una “Never Be Like You” formato spaghetti, e non ti nascondo che è un po’ il mio obiettivo attuale, in effetti.


Marco​: Anche se ha il termine “future” nel nome ormai è un genere che esiste da tanti anni e benché in italia non sia molto popolare ha sicuramente contaminato le produzioni degli altri generi come il pop o il rap.Ho sempre inteso la future bass come un’attitudine più che un genere. La ricerca di innovazione sonora. Creare il suono che nessuno ha mai sentito prendendolo dal ”future” per stupire chi ascolta e smuoverlo con il “bass”. In questo senso penso che non morirà mai ma verrà inglobata dagli altri generi come è successo per esempio con il Rock

Come vi approcciate al mondo dei social? Per sfondare è tutta questione di like e stream?

Andrea​: Ho 22 anni, e come ogni 22enne mi approccio ai social meglio del 50enne medio e peggio del 16enne medio. Fortuna che lavoriamo in team. Grazie​ ​alla nostra amica​ ​Chiara che si occupa dei social in BlissCo riusciamo a fare emergere le cose che ci piacciono. E anche se la creazione di materiale è una sfida giornaliera è una soddisfazione sapere di avere il proprio microfono per far sentire quello che facciamo. Like e stream sono senza dubbio motivanti, però non è quello l’obiettivo, a mio parere. C’è molto di più, in un brano di successo, che molti pollici in su e views. “E cos’è questo molto di più?” Error 404 – not found.


Marco​: Sicuramente i social network sono uno strumento potentissimo e indispensabile per promuoversi. Ma sinceramente è la parte di questo lavoro che “mi chiude” di più. sono un po’ a-social. Non credo che per sfondare sia tutta questione di like e stream ma non so… appena sfondiamo ti dico.

Come evolverà il progetto? EP, album, collaborazioni?

Andrea​: Sicuramente collaborazioni. Sicuramente altre canzoni ma in realtà non lo sappiamo nemmeno noi come si evolverà. Ogni giorno è un passo in più per capirci meglio e per conoscere noi stessi. L’unica cosa che posso sperare è di riuscire a interpretare questo cammino al meglio nelle nostre canzoni.


Marco​: Io ho il sogno di fare una collaborazione con Al Bano

 Consigliateci un libro ed un album.

Andrea​: Album:<< The Residents – Commercial Album >> Libro:<< Musica – Yukio Mishima >> (No, non parla di musica).


Marco​: Come album ti dico “things happen, it’s ok!” di Fromtheheart perché l’ho risentito ieri.Invece libri non ne leggo perchè mi annoio quindi ti consiglio la serie di Netflix “Dark” perché ho appena finito l’ultima stagione e sono ancora sconvolto.

A cura di
Francesco Pastore

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Pop

A Tuma piacerebbe evitare

Tuma rispolvera un suo vecchio pezzo vestendolo di un nuovo sound, si tratta di una versione 2.0 del singolo Mi piacere evitare. Il brano ha sancito l’inizio del suo percorso artistico quando ancora non sapeva di voler fare il cantautore. E allora proviamo a fare un gioco. Proviamo a tornare indietro a due anni fa, ad un Tuma ventenne, politicamente scorretto, a un Tuma che iniziava a cantare ironicamente il suo modo di vedere il mondo. In radio una musica giocosa e frizzante, addosso un balletto stupido e in testa tanti ricci.

Mi piacerebbe evitare è una canzone politicamente scorretta il cui obiettivo è quello di urlare a gran voce tutto ciò che avremmo sempre voluto dire, ma non ne abbiamo mai avuto il coraggio. E voi quante cose avreste voluto evitare?

Tuma, nasce a Nardò il 9 giugno 1997 e fin da piccolo dimostra di essere un abile intrattenitore delle masse. Dopo il diploma si iscrive al conservatorio Tito Schipa di Lecce dove inizia a studiare chitarra Jazz, tramutando in studio la sua passione per la musica, accompagnata da quella della scrittura.

Le sue canzoni raccontano storie di vita quotidiana, storie semplici, vissute e non, guardate dalla prospettiva di uno studente squattrinato qualsiasi che vive alla giornata insieme ai suoi coinquilini, con la convinzione che spesso, come direbbe un suo caro amico, basta una chitarra e una bottiglia di rum per star bene.

Dopo lʼesperienza nel gruppo “I Segreti di Oscar”, ha iniziato la sua esperienza da solista pubblicando due singoli (Semplice, pubblicata il 10 ottobre 2018, e Annapaola, pubblicata il 26 marzo 2019) con la produzione Artistica di Raf Qu.

Nel 2019 inizia il percorso dei suoi traguardi, venendo notato dalle realtà più attive del territorio: è stato infatti finalista della seconda edizione del Wau Contest (Radio Wau), del contest Ci Vuole una Band (CiVuoleUnPaese) e vincitore del contest della Notte della rivolta (La Rivolta Records).

l 27 luglio 2019 si è esibito al Sud Est Indipendente Festival (CoolClub).  Il 25 marzo 2020 pubblica il suo nuovo singolo Una canzone sconcia sotto l’etichetta Discographia Clandestina, a seguire Ti piacerebbe evitare #2, al momento l’artista sta lavorando al suo primo album.

Ironico, sfacciato, cantautore per passione. Questa è la tua carta di identità, ma chi è Tuma quando non scrive canzoni?

Un musicista. Sono laureato in Chitarra Jazz al conservatorio, e insegno per un’associazione a bambini e ragazzi dai 6 ai 13 anni. Ci tengo a precisare che con “cantautore per passione” non escludo il fatto che sia anche il mio lavoro (messaggio rivolto a tutti quelli che mi hanno chiesto se oltre alla musica avessi un lavoro vero). Come penso abbiate capito dalle numerose citazioni nei miei pezzi, amo lo sport, e oltre ad essere un appassionato di calcio, Mi dedico  anche alla pallavolo. Sono dirigente e membro dello staff tecnico di una società di un paese vicino al mio.

Dopo i primi esordi in un gruppo, hai deciso di intraprendere la strada da solista. Quando hai capito che avevi bisogno di un percorso solo tuo?

Non è facile riuscire a coordinare quattro cervelli. Ad un certo punto ci siamo resi conto che si andava troppo a rilento. È brutto dirlo, ma quando in una band c’è troppa democrazia si finisce sempre per arenarsi. Così abbiamo deciso insieme di scioglierci, con grande dispiacere di tutti. Siamo rimasti in ottimi rapporti, tanto che collaboriamo ancora (alcuni dei componenti suonano tutt’ora nella mia band). Diciamo che le motivazioni sono state unicamente logistiche.

“Annapaola” e “Semplice” sono i primi brani che ti hanno fatto conoscere al pubblico, diversi rispetto agli ultimi due singoli. Possiamo dire che hai avuto un’evoluzione nella scrittura e nel modo di esprimerti?

Indubbiamente sono cambiato molto negli ultimi due anni. Sono maturato artisticamente, sono diventato più sicuro dei miei mezzi e consapevole dei miei limiti. Di questo sicuramente ne ha risentito la mia “penna”. Lo spirito, invece, è sempre quello… Il solito ragazzo squattrinato che cerca di sopravvivere in questo mondo bislacco.

I tuoi testi sono ironici ma anche politicamente s(corretti). Che rapporto hai con il giudizio degli altri?

Ho imparato col tempo un po’ a fregarmene e a seguire i miei gusti, senza sentirmi obbligato a piacere alla gente. Ho 23 anni e sono totalmente svincolato da alcun compromesso che non sia il mio gusto o la mia dimensione musicale. Finchè posso, voglio godermi queste libertà artistiche. Ovviamente mi fa molto piacere ricevere recensioni o essere fermato dalla gente che vuole dirmi la sua su un pezzo, sia che siano commenti positivi, sia che siano commenti negativi, ma cerco sempre di essere analitico sulle critiche e di prendere il giusto da esse, senza mai andare contro il mio gusto.

A tal proposito ti chiedo anche, che rapporto hai con i social e qual è il tuo modo di comunicare con le persone che ti seguono?

Ho un rapporto di amore e odio con i social, ci sono periodi che mi piace dedicarci più tempo, ed altri in cui la mia misantropia prevale su tutto. In questo periodo sto abbastanza preso bene. Sui social mi piace scherzare con i miei followers, alle volte anche facendo un po’ la parodia ai vari tipi di utenti che si trovano in questo grottesco mondo. Una cosa che odio dei social, però, è l’ostentazione e spesso si incontrano dei veri e propri ostentatori seriali. 

“Mi piacerebbe evitare #2” è il tuo nuovo singolo ed  è un brano che hai scritto a vent’anni. Se dovessi dire qualcosa al Tuma di qualche anno fa, cosa diresti?

Se incontrassi me a vent’anni probabilmente non direi nulla, non mi pento di nessuna delle scelte che ho fatto in questi 3 anni… al massimo mi darei una pacca sulla spalla e direi: “alla grande, campione!”, in un pacchiano stile statunitense.