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Pop

Disarmo : Finale col botto

Quattro chiacchiere con Disarmo, cantautore della scuderia Fonoprint, in occasione dell’uscita del nuovo singolo “Finale col botto”. Un brano dalle sonorità ibride, un racconto nostalgico e rabbioso di una storia d’amore che finisce e lascia spazio a domande, riflessioni e perplessità. 

Artwork “Finale col Botto”
Ce ne faremo una ragione. È una dichiarazione di sconfitta oppure doveva andare semplicemente così? Siamo una generazione più avvezza a rassegnarsi per gli amori finiti?

Rassegnarsi per un amore finito il più delle volte significa essere forti, non sconfitti. Farsene una ragione vuol dire “sai che c’è? Va bene, la mia vita non finisce qui, ma da qui ricostruisco qualcosa di nuovo

Amore fisico, odio platonico. Lasciarsi rappresenta ancora una ferita da ricucire oppure è solo l’occasione per manifestare odio di plastica a mezzo social?

Mi viene completamente innaturale manifestare tramite social qualsiasi tipo di stato d’animo, figuriamoci esternare la fine di una relazione; lasciarsi è sempre una ferita e lo è sempre per entrambi anche se non brucia subito… dopo arriva sempre.

La fine di una storia d’amore. L’attimo in cui ci si riappropria, volenti o nolenti, dei propri spazi. Sentirsi soli in mura che poco prima erano condivise. Cosa rappresenta per te casa? Ti sei mai sentito straniero in casa tua a causa/per un’altra persona?

No, non mi sono sentito mai straniero in casa mia, infatti “finale col botto” è un’esperienza che ho vissuto quasi completamente nella mia immaginazione. Doversi riappropriare dei propri spazi è già di per sé una causa della fine di una relazione; quelli non andrebbero mai persi, non del tutto almeno; infatti per me “casa” è lo spazio in cui non devi chiedere permesso e non ci sono costrizioni… sotto questo auspicio anche un’altra persona può essere casa.

Vorrei un finale col botto. Non mi sembra di averlo mai sentito. Quale è la cosa più assurda che hai fatto per amore/amicizia/altro?

Ah, credevo fosse un modo di dire abbastanza conosciuto, poi mi sembra fosse lo slogan di una pubblicità delle merendine Buondì! La cosa più assurda è stata pensare di regalarle un cucciolo di bulldog, partire il giorno stesso e farsi 800km (andata e ritorno) per andarlo a prendere e irrompere in casa alle tre e mezza di notte mettendole il cane sul letto. (La bestiola è tutt’ora tra noi e sta bene)

 Il tuo stile, nella traccia, è molto ibrido. Quali sono i tuoi riferimenti musicali? A chi senti di dire grazie?

I miei riferimenti musicali sono più che altro tutto il movimento indie rock degli anni ‘90, ma senza dubbio il mio brano pesca qualcosa anche dal decennio precedente, soprattutto per quanto riguarda la linea di basso. 

 Progetti futuri? Come hai vissuto questi mesi di quarantena? Sono stati fonte di inspirazione?

No, poca ispirazione durante la quarantena, ho solo mangiato e bevuto senza fondo. Progetti futuri sono tornare a scrivere e beccare un’onda ancora più forte della precedente.

Disarmo. È un nome d’arte o un concetto?

Prima di tutto la parola “disarmo” è un suono che mi piace; poi sì, è un concetto: disarmare è privare qualcuno di uno strumento d’odio (arma), quindi è una forma di amore espressa tramite un azione, un po’ come la musica.

L’esperienza con la Fonoprint. Pregi e limiti. 

Il pregio più grande è la struttura; Fonoprint è uno degli studi più belli d’Italia e già solo entrando capisci che lì dentro sono stati realizzati tanti dischi che hanno fatto la storia della musica italiana.
Il limite più grande per adesso è che come etichetta è giovane, ma credo stiano muovendo i passi giusti per imporsi come una realtà valida.

Consigliaci un disco ed un libro. 

Urban Hymns – Verve
Last love parade – Marco Mancassola

A cura di
Francesco Pastore

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Pop

La rinascita del Pop

E’ tempo di scrollarsi di dosso alcune strutture che si sono venute a creare negli ultimi anni. Si sto parlando del termine Indie per essere più preciso. So che questo magazine nasce da quell’incipit ma è bene specificare che esiste una netta differenza tra l’Indie e la musica indipendente. Ed è giunto il momento di tracciare una linea che separa questi due mondi totalmente differenti.

La trappola più facile dove siamo caduti tutti negli ultimi tempi, è stata quella di inserire il Pop nel calderone dell’Indie, un genere che, per quanto mi riguarda, è ben rappresentato da artisti e band che sono di fatto un mondo a parte. Tuttavia è qualcosa che è destinato a cambiare nuovamente e credo che finalmente ritorneremo ad assegnare il giusto vestito ad ogni progetto musicale.

E’ così che torno immediatamente al Pop. Oggi è uscito un brano realizzato da Magli, il suo esordio assoluto nel mercato musicale, con la produzione di Media Wave . Semplicemente un tormentone proprio come deve essere strutturato, rispettando i canoni delle canzoni estive che hanno il fondamentale obiettivo di far ballare e di spegnere un attimo il cervello da tutto quello che di oscuro ci circonda.

Più che mai, in questo periodo storico, gli artisti hanno bisogno di seguire una determinata linea e crearsi un’identità ben precisa. La propria. Da queste basi possono intraprendere un percorso musicale serio e professionale. Tutto il resto, come ad esempio seguire la moda del momento o copiare palesemente un altro progetto solo perchè ha funzionato, saranno tentativi a vuoto.

Federico ha scritto questo brano durante il periodo di lockdown forzato, causa pendemia, dove ha trovato la giusta ispirazione per mettere da parte certi pensieri negativi, lasciando emergere la spensieratezza e la leggerezza, che probabilmente aiutano la maggior parte di noi a superare certe brutte esperienze. Di base sono un tizio cupo e poco avvezzo alle hit estive, ma devo riconoscere che, quando un pezzo è fatto con i relativi crismi, deve essere necessariamente omaggiato.

Federico Magli

Amore amici e divertimento si fondono in un brano che invita a non fermarsi mai e a non perdere mai l’occasione di fare ciò in cui si crede!

“In testa ho sempre te” è una traccia che corre dritta, senza pause, e che, magicamente, ti rimane in testa. Senza bisogno di trovare chissà quali incantesimi di letteratura. Un messaggio chiaro : dimenticarti non è facile nonostante gli artifici che posso creare ogni giorno, ogni notte. Tra ricordi e momenti indelebili, stampati inesorabilmente nella testa, il viaggio verso la cura delle ferite ha un ritmo incessante, senza soluzione di continuità.

“In testa ho sempre Te” da questa domenica sarà la sigla del programma Sunday Night di Radio Nostalgia che va in onda dall’Ostras Beach della Versilia.

a cura di
Daniele Bomboi

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Pop

Quattro chiacchiere con Immune

Immune mi piace da quando ha fatto capolino sul mercato discografico con il suo primo singolo per Revubs Dischi, dal titolo “Scura“: mi colpì la sua verve elettronica, capace di non sminuire la portata pop del brano. Oggi è al terzo singolo, e di cose ne sono cambiate, ma di certo non è mutata la mia fascinazione nei suoi confronti, che continua a perdurare fino a spingermi alla deriva della molestia. Qui sotto, il resoconto dello stalking operato ai danni di Immune, con la sola scusa dell’uscita di “Prima di te“, il suo ultimo singolo per Revubs Dischi.

Benvenuto Immune, partiamo subito dalle cose serie e rompiamo il ghiaccio con la domanda che non si fa: “Prima di te” è il nostro pezzo preferito, è così anche per te?

Grazie a voi per l’ospitalità. Diciamo che “Prima di te” e’ il brano con cui vado più d’accordo fin ora tra quelli pubblicati. Anche con gli altri ho una certa affinità e affezione ma con quest’ultimo singolo siamo sempre più vicini al cuore musicale (e non) di Immune.

Ma parliamo per prima cosa di tutto quello che è prima di “Prima di te”. “Scura” è una hit di livello, un bel biglietto da visita al mondo della musica. Ma non sa di esordio, dietro c’è l’esperienza del veterano: mi sbaglio? Ci racconti un po’ della tua gavetta, dei tuoi percorsi di formazione (se così possiamo chiamarli)?

In realtà non è tantissimo che scrivo canzoni, diciamo che mi viene naturale. Sicuramente ho sempre ascoltato tanta musica fin da piccolo e ho un attitudine musicale molto forte e questo è stato di grande aiuto. Poi certo, ho militato in qualche band, partecipato a qualche concorso e fatto diversi live. Niente di diverso da molti altri. Ma son del parere che la gavetta non si smette mai di farla. Ogni esperienza è formativa in ogni momento del tuo percorso. Ma la cosa che piu’ incide a parere mio, sono le persone che incontri durante il percorso, oltre al talento ovviamente, quello serve eccome.

Poi, qualche mese dopo “Scura”, “Profondo blu” ha messo in luce la tua vena più pop. Quanto si sente pop immune, da 1 a Umberto Tozzi?

Immune è pop, ma ha un’anima che sa di “alternative” per rimanere in tema musicale. Ispirazioni da mainstream ma con una vena introspettiva mai banale. Un pò come mettere i glitter ai Radiohead.

Ora sbarchi su Spotify con “Prima di te”. Nostalgia canaglia, amore impossibile o sogno di una notte di inizio estate?

Ma in realtà nessuna delle tre. O forse tutte e tre… decidete voi.

Come avviene la scrittura dei tuoi brani? Da cosa parti, di solito, per affrontare la “crisi da foglio bianco”?

Bella domanda. “La crisi da foglio bianco” mi si presenta ultimamente con i testi più che con la musica. Soluzione? Banalmente per esempio mi metto a guardare Netflix, spesso trovo ispirazione da storie raccontate da altri attraverso immagini ed emozioni. Provo seguendo una serie tv coinvolgente o comunque qualsiasi mezzo mi porti ad emozionarmi al punto da farmi scattare una scintilla. Tante mie canzoni parlano di qualcun altro o non sono essenzialmente legate a esperienze della mia vita.

Nell’era delle distanze, il mondo dello spettacolo sta cercando – nel preoccupante silenzio istituzionale – modi per riabbracciare i palchi. Quanto ti manca il live, e cosa credi ci abbia lasciato questa quarantena, a livello di consapevolezze?

I live in generale si mi mancano, anche perche’ non sono ancora riuscito a portare “Immune” dal vivo. Doveva succedere quest’estate ma come sapete tutto tace, tutti sono fermi. Credo che questa quarantena abbia lasciato un senso di allerta, non solo per la pandemia ma su diversi piani emotivi e morali. La consapevolezza di massa è un’utopia, altrimenti vivremo in un “Eden”.

Tre artisti che hanno cambiato la tua vita e la tua musica, e altri tre che in futuro la cambieranno ad altri (solo emergenti, spazio alla novità!).

Che hanno cambiato la mia vita: Muse (post-adolescenza, quindi i primi dischi), Coldplay (ho iniziato a cantare con le loro canzoni), Radiohead e in particolare Thom Yorke (in assoluto caposaldo delle mie influenze e ispirazioni musicali); ad honorem dico Subsonica (son cresciuto con le loro canzoni, e Torino è sempre nel mio cuore). Che la cambieranno ad altri non saprei, è una domanda troppo intima e soggettiva. Posso dirvi su chi punterei: Apice (vena poetica e sentimenti veri, poca patina da superficie, tanta profondità emotiva), Qoio (sperimentazione generazionale che oggi serve, pop da intenditori) e Cmqmartina (per l’elettronica da club c’è speranza in Italia, pop da queen of the dancefloor).

Chiusura classica, evergreen di tutte le interviste: progetti per il futuro?

Far uscire il disco e suonare dal vivo. Nel frattempo raccolgo feedback e reazioni e vediamo cosa succede. Grazie mille ragazzi per l’occasione.

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Pop

A Tuma piacerebbe evitare

Tuma rispolvera un suo vecchio pezzo vestendolo di un nuovo sound, si tratta di una versione 2.0 del singolo Mi piacere evitare. Il brano ha sancito l’inizio del suo percorso artistico quando ancora non sapeva di voler fare il cantautore. E allora proviamo a fare un gioco. Proviamo a tornare indietro a due anni fa, ad un Tuma ventenne, politicamente scorretto, a un Tuma che iniziava a cantare ironicamente il suo modo di vedere il mondo. In radio una musica giocosa e frizzante, addosso un balletto stupido e in testa tanti ricci.

Mi piacerebbe evitare è una canzone politicamente scorretta il cui obiettivo è quello di urlare a gran voce tutto ciò che avremmo sempre voluto dire, ma non ne abbiamo mai avuto il coraggio. E voi quante cose avreste voluto evitare?

Tuma, nasce a Nardò il 9 giugno 1997 e fin da piccolo dimostra di essere un abile intrattenitore delle masse. Dopo il diploma si iscrive al conservatorio Tito Schipa di Lecce dove inizia a studiare chitarra Jazz, tramutando in studio la sua passione per la musica, accompagnata da quella della scrittura.

Le sue canzoni raccontano storie di vita quotidiana, storie semplici, vissute e non, guardate dalla prospettiva di uno studente squattrinato qualsiasi che vive alla giornata insieme ai suoi coinquilini, con la convinzione che spesso, come direbbe un suo caro amico, basta una chitarra e una bottiglia di rum per star bene.

Dopo lʼesperienza nel gruppo “I Segreti di Oscar”, ha iniziato la sua esperienza da solista pubblicando due singoli (Semplice, pubblicata il 10 ottobre 2018, e Annapaola, pubblicata il 26 marzo 2019) con la produzione Artistica di Raf Qu.

Nel 2019 inizia il percorso dei suoi traguardi, venendo notato dalle realtà più attive del territorio: è stato infatti finalista della seconda edizione del Wau Contest (Radio Wau), del contest Ci Vuole una Band (CiVuoleUnPaese) e vincitore del contest della Notte della rivolta (La Rivolta Records).

l 27 luglio 2019 si è esibito al Sud Est Indipendente Festival (CoolClub).  Il 25 marzo 2020 pubblica il suo nuovo singolo Una canzone sconcia sotto l’etichetta Discographia Clandestina, a seguire Ti piacerebbe evitare #2, al momento l’artista sta lavorando al suo primo album.

Ironico, sfacciato, cantautore per passione. Questa è la tua carta di identità, ma chi è Tuma quando non scrive canzoni?

Un musicista. Sono laureato in Chitarra Jazz al conservatorio, e insegno per un’associazione a bambini e ragazzi dai 6 ai 13 anni. Ci tengo a precisare che con “cantautore per passione” non escludo il fatto che sia anche il mio lavoro (messaggio rivolto a tutti quelli che mi hanno chiesto se oltre alla musica avessi un lavoro vero). Come penso abbiate capito dalle numerose citazioni nei miei pezzi, amo lo sport, e oltre ad essere un appassionato di calcio, Mi dedico  anche alla pallavolo. Sono dirigente e membro dello staff tecnico di una società di un paese vicino al mio.

Dopo i primi esordi in un gruppo, hai deciso di intraprendere la strada da solista. Quando hai capito che avevi bisogno di un percorso solo tuo?

Non è facile riuscire a coordinare quattro cervelli. Ad un certo punto ci siamo resi conto che si andava troppo a rilento. È brutto dirlo, ma quando in una band c’è troppa democrazia si finisce sempre per arenarsi. Così abbiamo deciso insieme di scioglierci, con grande dispiacere di tutti. Siamo rimasti in ottimi rapporti, tanto che collaboriamo ancora (alcuni dei componenti suonano tutt’ora nella mia band). Diciamo che le motivazioni sono state unicamente logistiche.

“Annapaola” e “Semplice” sono i primi brani che ti hanno fatto conoscere al pubblico, diversi rispetto agli ultimi due singoli. Possiamo dire che hai avuto un’evoluzione nella scrittura e nel modo di esprimerti?

Indubbiamente sono cambiato molto negli ultimi due anni. Sono maturato artisticamente, sono diventato più sicuro dei miei mezzi e consapevole dei miei limiti. Di questo sicuramente ne ha risentito la mia “penna”. Lo spirito, invece, è sempre quello… Il solito ragazzo squattrinato che cerca di sopravvivere in questo mondo bislacco.

I tuoi testi sono ironici ma anche politicamente s(corretti). Che rapporto hai con il giudizio degli altri?

Ho imparato col tempo un po’ a fregarmene e a seguire i miei gusti, senza sentirmi obbligato a piacere alla gente. Ho 23 anni e sono totalmente svincolato da alcun compromesso che non sia il mio gusto o la mia dimensione musicale. Finchè posso, voglio godermi queste libertà artistiche. Ovviamente mi fa molto piacere ricevere recensioni o essere fermato dalla gente che vuole dirmi la sua su un pezzo, sia che siano commenti positivi, sia che siano commenti negativi, ma cerco sempre di essere analitico sulle critiche e di prendere il giusto da esse, senza mai andare contro il mio gusto.

A tal proposito ti chiedo anche, che rapporto hai con i social e qual è il tuo modo di comunicare con le persone che ti seguono?

Ho un rapporto di amore e odio con i social, ci sono periodi che mi piace dedicarci più tempo, ed altri in cui la mia misantropia prevale su tutto. In questo periodo sto abbastanza preso bene. Sui social mi piace scherzare con i miei followers, alle volte anche facendo un po’ la parodia ai vari tipi di utenti che si trovano in questo grottesco mondo. Una cosa che odio dei social, però, è l’ostentazione e spesso si incontrano dei veri e propri ostentatori seriali. 

“Mi piacerebbe evitare #2” è il tuo nuovo singolo ed  è un brano che hai scritto a vent’anni. Se dovessi dire qualcosa al Tuma di qualche anno fa, cosa diresti?

Se incontrassi me a vent’anni probabilmente non direi nulla, non mi pento di nessuna delle scelte che ho fatto in questi 3 anni… al massimo mi darei una pacca sulla spalla e direi: “alla grande, campione!”, in un pacchiano stile statunitense.

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Comunicato stampa

latleta – Miraggi

Miraggi” è l’album d’esordio de LATLETA in uscita il 31 gennaio 2020 in vinile per Labellascheggia.Un lavoro artigianale, che non guarda alle mode del momento: cassa dritta della drum machine e arpeggiatore danno un ritmo semplice e scandito ad un album nato in solitudine, a casa, col pianoforte e la chitarra e poi sviluppato tra computer e vecchi synth anni ’70 dal suono ruvido e ancestrale.

Miraggi” è il disco d’esordio de LATLETA, Claudio Cosimato, già noto come Vittorio Cane, “il poeta delle cose semplici”. Registrato e mixato da LATLETA e masterizzato da Gianluca Patrito al G-effectstudio di Torino, uscirà il 12 dicembre per Labellascheggia, etichetta che ha pubblicato il primo disco in vinile di Cosmo e prodotto artisti come Effe Punto, Camillas e Bonetti. La copertina è stata curata da Labellascheggia in collaborazione con Emiliano Ponzi, uno dei più importanti disegnatori mondiali contemporanei – lavora con The New York Times, The New Yorker, L’Internazionale, PenguinBooks, la Feltrinelli, Newsweeke molti altri – che ha apprezzato moltissimo il disco e ha scelto di dare il suo contributo alla parte grafica. 

“Miraggi” ha dentro una drum machine, un arpeggiatore, diversi sintetizzatori, qualche chitarra elettrica e tante cose da dire, cose che camminano sulle nostre vite in punta di piedi e le guardano dall’alto col sorriso. Poi attenzione, esistono tanti tipi di sorrisi: ci sono quelli ironici, quelli finti, quelli sarcastici, quelli innamorati, quelli divertiti. Quello de LATLETA è un sorriso diverso, benevolo, che viene da lontano, che ci dice che non c’è “nessuna colpa nelle nostre anime”. Un sorriso di chi forse ha colto qualcosa in più di noi e ci tranquillizza con “viva la vita”. Perché intanto la vita scivola, non si può stringerla troppo nelle mani: noi crediamo di fotografarla, immortalarla, però spesso ciò che fissiamo non sono gli oggetti nella loro concretezza, ma dei “miraggi”. Si fanno errori e le cose prendono una via tutta loro, e alla fine va bene così.

E allora anche LATLETA prende una via tutta sua, si allontana dal passato e ci regala questo bel lavoro artigianale e una voce sussurrata, perché ciò che dice non va gridato o intonato, quello lo fanno i cantanti, non gli osservatori. LATLETA guarda il mondo intorno, il suo presente e il suo passato, le sue cose, insomma – che poi sono le nostre – e le spoglia dalle insegne luminose, per farle brillare di luce naturale. Forse oggi si inizia ad aver bisogno di dischi così: sussurrati, sinceri, scritti vivendo il momento e non pensando al dopo, alle strategie per venderli meglio. Come dice in uno dei brani dell’album “ci vuole amore per uscire dal terrore”. 

Tutto questo vento che hai messo nelle tasche/che ti dà la forza/questa è la mia rivolta. Con ‘Miraggi’ vi ritroverete un sacco di vento in tasca e il presente vi parlerà da un po’ più vicino ‘Miraggi’ perché? Per veder oltre, è un illusione che fa bene, è rilassare la vista guardando in lontananza, scoprendo l’avvicendarsi di nuovi mondi. E poi suona bene, mi ricorda gli anni ‘80 e gli ultimi ‘70 di cui sono innamorato: erano gli anni in cui iniziava l’hi-fi e morivano gli organi e i synth italiani con la loro ruvidezza e imprevedibilità. Per vivere e per passione vado alla ricerca di strumenti vintage nei mercati cittadini, imbattendomi a volte in tastieroni che non riseco a non portami a casa, pulire e far belli e pronti a darmi soddisfazioni ed emozioni. Purtroppo molti di questi strumenti migrano verso l’estero via ebay, così si è amplificata la passione per i rudimentali synth nostrani degli anni ‘70, con i loro suoni ruvidi, primordiali, a volte quasi scomodi, e sono quelli che ho ampiamente utilizzato in questo disco, come il Crumar Trylogi, il Farfisa Synthorchestra 4 o il Siel Cruise. 

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Pop

L’america del dinosauro

Entrare dentro il mondo di Dinosauro è un esercizio per me tanto complicato quanto affascinante. Ancora non conosco la sua identità ( e nemmeno voi ) ed è già diventata un ossessione la sua musica. C’è qualcosa che non so spiegare, e siamo al secondo singolo da quando si è palesato questo progetto. Qualcosa che mi ipnotizza e che mi spinge ad ascoltare in modalità loop i suoi brani.

Le produzioni sono di quel mood che personalmente amo alla follia perché composte da suoni digitali che, diciamocelo onestamente, da quando sono apparsi nel mondo della composizione, non sono mai passati di moda. La cosa più bella che posso affermare, inoltre, è che Dinosauro, non assomiglia a nessuno. Ha una sua precisa identità e un modo di scrivere i testi che mi letteralmente uscire fuori di testa.

Anche se vi sembrerà esagerato, sono sicuro di scrivere con cognizione di causa. In questo nuovo brano l’incipit del testo è ispirato da una lettura del 1981. Nello specifico una raccolta di lettere che Emanuel Carnevali aveva inviato a Benedetto Croce e Giovanni Panini, in merito all’urgenza espressiva. Questo è un sentimento che oggi più che mai sembra aver contagiato la maggior parte della popolazione ( tanto per rimanere in tema di pandemie ).

Visto che ci lamentiamo sempre che le nuove proposte musicali sembrano essere prive di contenuti, è giusto sottolineare quando premiamo su un play che merita la nostra attenzione. La sapiente modalità di costruzione lirica nel caso di “America” ci accompagna per tutta la durata del brano.

Ogni settimana, oserei dire ogni giorno, ascolto fiumi di brani e, per dirla tutta, l’handicap di cotanta abbondanza è che qualcosa rimane indietro. Inevitabilmente. Talvolta mi perdo delle perle, ma fortunatamente, non sono solo io a scrivere di musica. Sono felice di aver incontrato nel percorso questo progetto dall’inizio perché quando un artista come Dinosauro propone un progetto innovativo e sperimentale, vuol dire che siamo vivi e che guardiamo al futuro.

America

“Sputarsi con il cuore in mano, non ci rende liberi”

Caro Dinosauro voglio che tu sappia che a noi non disturbi affatto. Dal 10 Luglio 2020 per Management Russo distribuito da Artist First, è fuori “America” ed io sono felice di condividere con voi questa bella notizia!

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Pop

Gli Acquari

Dal 26 Giugno, su tutte le piattaforme digitali, per Maionese Project di Matilde Dischi, è fuori “Tu non ci sei” , il nuovo singolo degli Acquari. Un brano fresco che si presta bene all’arrivo dell’estate con un ostinato beat dance-pop.

Un brano che parla di quella sensazione che ti assale quando ti svegli la mattina catapultato in una vita che non riconosci più. Non riconosci più nemmeno chi ti sta accanto.  La quotidianità, la vanità, le ambizioni, le illusioni in cui ti eri crogiolato, ti hanno fatto perdere totalmente di vista l’obiettivo principale e sei ormai un altro anche tu. 

Inutile rifugiarsi in facili evasioni, torni sempre a guardarti allo specchio… ma chi sei davvero adesso

Acquari

“Tu non ci sei come vorrei, tu non ci sei come vorrei”

Acquari non è un artista musicale come tutti gli altri. In realtà non è neanche un artista solo. In realtà nessuno sa chi è, cos’è o cosa sono Acquari. Quel che è certo è che si tratta di un progetto straordinario, vero e sincero. Un progetto fresco e nuovo che vede la luce grazie all’unione di un produttore e di un artista entrambi nati sotto il segno dell’acquario e soprattutto nati per fare musica.

L’obiettivo di Acquari è dare alla musica un linguaggio estremamente facile, che possa essere capito da chiunque, che possa emozionare il mond! Loro ci mettono la voce, voi dategli un volto seguendo le emozioni della loro musica. Dopo il primo singolo Plastica, ritorna con Tu non ci sei, un nuovo brano dalla freschezza pop.

La nostra redazione ha intervistato uno dei componenti di questo progetto che per ora rimane segreto…

Nati sotto il segno dell’Acquario, chi c’è dietro questo progetto?

L’idea è nata da me che sono un cantautore con un pò di trascorsi e tanta ”gavetta” alle spalle, poi l’ho proposta ad un mio caro amico e produttore anche lui con molta esperienza. Ci siamo entusiasmati subito al progetto e siamo partiti con grande passione e divertimento. Entrambi siamo del segno dell’Acquario, nati il 6 Febbraio come Bob Marley, Axl Rose, Vasco Rossi , Ugo Foscolo … 🙂

Tu non ci sei è una dichiarazione d’amore verso se stessi, la consapevolezza che per imparare a guardarsi allo specchio, bisogna prima amare se stessi e distaccarsi dall’immagine di qualcuno che non ci rappresenta. Raccontaci come è nato questo brano.

È un brano nato di getto. L’ho immaginato , l’ho scritto e ho pensato mentalmente alla musica mentre appuntavo il testo sul cellulare. Non ho mai composto una canzone in questo modo. Poi l’ho fatta sentire al mio “collega” ( neanche sapevo che note dovessi suonare…)  e così , improvvisamente era già come sarebbe stata. Un piccolo miracolo, a volte succede. 

Avete in previsione di svelare la vostra identità o rimarrete nascosti ancora per un po’?

Inizialmente abbiamo pensato fosse la scelta migliore. In realtà un volto (o più di uno), lo scoprite guardando il video di animazione che inizia a svelare l’iconografia di Acquari. Il concetto è proprio quello della “factory” , dove sperimentare collaborazioni con altri artisti che di volta in volta, potrebbero unirsi all’entità Acquari e fondersi con essa per creare nuove suggestioni. Per citare alcuni esempi mi vengono in mente Nouvelle Vogue e i Gorillaz. 

Plastica, il singolo d’esordio, è una storia di pigrizia, rimanere intrappolati in un mondo fittizio pur di non affrontare la vita fuori. Ti sei mai sentito così?

Si moltissime volte,  direi che il brano è molto autobiografico. Il paradosso è che a volte ci sentiamo bloccati, ma siamo solo noi stessi a metterci le catene ai piedi. Altra cosa assurda è che Plastica (non volendo)  è uscita appena prima del lockdown che ci ha forse incatenati tutti ulteriormente alle nostre paure. 

Cosa fa Acquari quando non scrive canzoni?

Sono un papà a tempo pieno! 

Corro , corro tutto il tempo avanti e indietro per la mia città, faccio cose, vedo gente… insomma faccio l’artista e ne sono felicissimo. Più di questo non posso dirti per ora, forse qualche orecchio più attento potrebbe aver riconosciuto la mia voce…

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Pop

Apice – Precipitare

Precipitare alla fine del giorno, per sapere come si fa a diventare buio

Dopo il disco d’esordio, non si può scegliere titolo più adatto. “Precipitare”. Se scegliere di pubblicare un album è già una rivoluzione interiore, ritornare a palesarsi è ancor di più arduo intento. Dopo mesi di silenzio non c’è mai una scelta che sia oggettivamente più giusta di un’altra. 

A questo punto è meglio chiudere gli occhi, tapparsi il naso, e tuffarsi da questa ripidissima scogliera nell’infinito mare dell’esigenza di esprimersi. E’ così che, sorprendentemente, ma forse nemmeno troppo, tutto sembra più spazioso, limpido. Si respira un’aria più leggera. L’orizzonte non è poi così lontano. 

Tornare in superficie, stropicciarsi gli occhi, tirare un profondo sospiro di sollievo e navigare verso quella linea che divide il cielo dall’acqua senza sfiorarla, un confine intangibile, grande mistero perenne. 

Un istinto primordiale che ci obbliga a comunicare le nostre paure, a confessare le nostre cadute, a mostrare le dolcissime rivincite. Non c’è niente di strano a mostrarsi nudi di fronte ad un pubblico, sempre affamato di drammi esistenziali dove specchiarsi, ritrovarsi e sentirsi, perchè no, un po meno soli.

Come un fiume in corsa

Ritorna Apice, come un fiume in piena, e trascina con la sua musica, tutte le nostre crude incertezze, le lacrime e le delusioni, le paure, gli scheletri nell’armadio, le scelte sbagliate. Le prende con le sue onde, stringendole sotto braccio, per farci sentire meglio, facendosi carico del peso di generazioni decisamente spaesate, in cerca di una direzione, di un luogo assolato, di un giardino fatto di bellissimi colori.

“Spegnersi nell’eco del suono, che torna silenzio, senza farsi rumore.”

La sua penna, potente e raffinata, rafforzata dai mesi di silenzio discografico, torna in questa estate dove la massa sembra aver bisogno solo di tormentoni estivi per scacciare via le paure degli ultimi pandemici spasmi. 

Ed invece no. Abbiamo bisogno dei cantautori. Di qualcuno che si prenda cura delle parole e che sappia utilizzarle, restituendogli i connotati originari, senza l’ansia di dover ricorrere a citazionismi compulsivi o patinati slogan.

Bentornato Apice.

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Pop

Nei luoghi sacri di Svevo

L’urgente bisogno di sentirsi visceralmente e fottutamente esistenti. Aggrapparsi all’esigenza di possedere una certezza, un camino che riscalda le nostre fredde incertezze, un luogo familiare, un volto amichevole, talvolta complice. Mentre ascoltavo il ritornello del nuovo brano “Luoghi Sacri” di Svevo Susa mi sono immaginato a correre disperatamente ai bordi di una strada trafficata, tra i clacson e i rumori dei motori surriscaldati, dalle urla nevrotiche della gente.

Mi sono sentito anche in trappola, con le mani a stringere le tempie, dentro una stanza asettica, buia, quadrata. Senza via d’uscita. Non è possibile pronosticare quando arriverà il momento in cui saremo saturi e raggiungeremo l’esplosione. Perciò dobbiamo continuare a correre, alla ricerca di spazi accoglienti, di mantenerci in una comfort zone che è puramente illusione, ma dannatamente necessaria.

Daniele Bomboi ha chiesto un paio di informazioni a Svevo Susa per saperne di più sui luoghi sacri e sulle prossime intenzioni musicali. Ecco la nostra intervista disponibile anche sul canale Youtube di @perindiepoi.

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Pop

Altrove e la sua bolla

Fresco di album d’esordio, Marco Barbieri detto Altrove, ha acconsentito a rispondere ad alcune nostre curiosità. Un disco uscito su tutti i Digital Stores il 26 Giugno 2020, per La Clinica Dischi, distribuito da Artist First.

Un importante banco di prova per il giovane artista di Sarzana che ha disegnato il suo Pop con mano sapiente negli otto brani, di cui quattro inediti, tra i quali spicca, in maniera evidente, la track title. Una semplicità che permette a Marco di arrivare in pochissimo tempo al soggetto ricevente, senza dover effettuare rocambolesche evoluzioni liriche.

Daniele Bomboi ha incontrato Marco per sapere quali sono le sensazioni dopo il lungo lavoro svolto negli studi liguri de La Clinica , con una produzione che ha visto protagonista anche Leonardo Lombardi, grazie al quale i brani hanno un sound Pop si, ma carichi di un alone anni 80 che rende il disco un prodotto di estrema qualità.

Bolle Artwork

Altrove

Una bolla estremamente fragile dove basta un tocco per farla esplodere
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Mi sa che non torno per cena 💿🛁

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È difficile scrivere qualcosa su BOLLE 🛁⁣Parto da un recap veloce: a novembre 2018 sono un ragazzino che ha scritto due…

Pubblicato da Altrove su Venerdì 26 giugno 2020