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Pop

Tutte le cose a metà

Cose a metà è il nuovo singolo dei 7mbre, pubblicato il 10 luglio da Romolo Dischi e distribuito da Pirames International su tutte le piattaforme di streaming.

Prodotto da Sara Focaracci (voce del gruppo), Cose a metà è il quarto singolo del trio nepesino dopo i precedenti brani che hanno segnato l’inizio del loro percorso artistico Barche, Pendolari e Forze Aeree.

Il brano racconta di una persona che si accorge di non vivere al cento per cento, come se tutte le cose fatte quotidianamente la travolgessero fino a perdere la loro vera essenza, i dettagli.

Si parte da un ricordo tra i banchi di scuola, il disegno di un gatto difficile da disegnare, dubbi che assalgono la mente: la vita la sto vivendo a pieno o mi sto solo accontentando? Questa è la domanda che si pone la protagonista del brano, partendo da ciò che la circonda fino ad arrivare all’aspetto più intimo e vero della sua relazione. 

E dimmi come posso amare se ho visto un gatto mille volte e non lo so disegnare

Ecco l’intervista a cura della nostra redazione!

Partiamo dalla scelta del vostro nome d’arte, perché avete scelto questo mese dell’anno?

Il progetto nasce a settembre, mix tra nostalgia e voglia di ricominciare che è un po’ lo spirito che seguono i testi delle nostre canzoni. Aggiungiamo che siamo molto legati a questo numero che è diventato una specie di persecuzione e per tutti questi motivi nasce 7mbre.

Entrando nello specifico, da quanti componenti è formata la band nella formazione attuale e cosa fate nella vita quando non suonate o scrivete canzoni?

La band è formata da 3 componenti: Sara, Simone, Davide.

Sara lavora presso il salone di sua sorella, che fa la parrucchiera, e frequenta il Saint Louis College of Music.  Simone lavora in un archivio, Davide attualmente è uno studente dell’Università degli studi della Tuscia.

Quanto è difficile mantenere insieme i membri di un gruppo? Vi capita spesso di litigare?

Ci capita nei periodi di stress, il motivo principale è che ci riduciamo sempre all’ultimo e ci troviamo in qualche modo sempre a fare le cose di corsa, considerando tutti gli impegni esterni gli animi si scaldano più facilmente in questi casi. Siamo tre persone molto diverse ma l’obbiettivo è lo stesso per tutti, ed è questo che ci unisce.

“Cose a metà” è il titolo del vostro nuovo singolo, che storia racconta?

Si tratta di una persona che si accorge di non vivere al cento per cento, tutto parte da un ricordo. Un giorno, durante un’ora di buca a scuola, si fanno ritratti. Chiedono di disegnare un gatto e spontaneamente lo rappresenta senza coda e senza orecchie.

In contemporanea alle prese in giro degli amici si scatenano in lui un’infinità di dubbi sul modo che ha di vedere e vivere le cose. È come se tutte le cose che lo riguardano fossero lontane da lui, pur essendo vicinissime nella realtà. I dettagli sfuggono. Si chiede se la sua vita sia vissuta davvero o solo parzialmente.

Qual è il filo conduttore che lega i vostri brani?

Abbiamo pubblicato 4 singoli totalmente diversi, ma in ognuno di loro emerge questa voglia di raccontare le cose più semplici che possano accadere nella vita di una persona, tramite immagini, visioni, metafore, un po’ come se i brani   dovessero prendere vita nella testa dell’ascoltatore.

Come passerete l’estate? C’è all’orizzonte il progetto di un album?

C’è all’orizzonte il progetto di un album, ci dedicheremo principalmente a questo nei prossimi mesi

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Elettronica

Milano 84 – Awesome

Il progetto Milano 84 è un mondo al quale sono ormai affezionato da diversi mesi. “Awesome” è il terzo singolo pubblicato in poco meno di un anno dal duo composto da Fabio Di Ranno e Fabio Fraschini. Entrambi musicisti e producer, stanno velocemente trasportando i suoni dell’Italopop nel presente, con sapiente maestria. Dopo “Play” e “Suspiria on Tv” in collaborazione con le cantanti Laura Serra ed Eleonora Cardellini si è scelto di utilizzare la lingua inglese per il terzo singolo grazie al bellissimo featuring con Killme Alice.

L’inevitabile ritorno delle sonorità anni 80 era più che pronosticabile data l’ampia versatilità di un genere che riesce ad abbinarsi spesso ad altri. Nel caso di “Awesome” i Milano84 ci regalano un viaggio temporale attraverso il pop, un pizzico synthwave e perchè no, qualche sprazzo delle colonne sonore di film cult, soprattutto americani e italiani.

Il video Lyrics di Awesome

La bellissima notizia è che questi tre singoli finora pubblicati, anticipano un disco che sarà in uscita a Novembre 2020, il primo per i Milano 84 . Ancor più piacevole è la notizia che l’album sarà disponibile in vinile grazie a Lost Generation Records, distribuito da Bordello a Parigi.

C’è qualcosa che mi fa sentire bene quando metto play e ascolto i brani di Milano 84 e mi regala un pò di spensieratezza, quella sana malinconia di un periodo storico che avrei voluto vivere da protagonista. Di contro, il periodo storico attuale, non lo tollero molto, perciò se con le loro idee musicali riescono a farmi dimenticare in quale anno siamo, significa che l’esperimento funziona!

Mantenere un livello alto sia in lingua italiana che inglese era una scommessa molto rischiosa. Ebbene, i Fabio dell’Italopop, sono andati secondo me ancora meglio con la sperimentazione al fianco di Killme Alice. Bisognerà pure iniziare ad ampliare la visione nel panorama musicale attuale. Non limitiamoci ai copia/incolla del famoso Indie super saturo di produzioni da manuale che non restituiscono nessuna nuova emozione.

Non fermiamoci ai confini del nostro ingresso di casa o della nostra ripetitiva playlist su Spotify. Spaziamo l’orizzonte verso un approccio internazionale che, sfortunatamente, solo pochissimi artisti italiani hanno avuto il piacere di sperimentare.

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Pop

Disarmo : Finale col botto

Quattro chiacchiere con Disarmo, cantautore della scuderia Fonoprint, in occasione dell’uscita del nuovo singolo “Finale col botto”. Un brano dalle sonorità ibride, un racconto nostalgico e rabbioso di una storia d’amore che finisce e lascia spazio a domande, riflessioni e perplessità. 

Artwork “Finale col Botto”
Ce ne faremo una ragione. È una dichiarazione di sconfitta oppure doveva andare semplicemente così? Siamo una generazione più avvezza a rassegnarsi per gli amori finiti?

Rassegnarsi per un amore finito il più delle volte significa essere forti, non sconfitti. Farsene una ragione vuol dire “sai che c’è? Va bene, la mia vita non finisce qui, ma da qui ricostruisco qualcosa di nuovo

Amore fisico, odio platonico. Lasciarsi rappresenta ancora una ferita da ricucire oppure è solo l’occasione per manifestare odio di plastica a mezzo social?

Mi viene completamente innaturale manifestare tramite social qualsiasi tipo di stato d’animo, figuriamoci esternare la fine di una relazione; lasciarsi è sempre una ferita e lo è sempre per entrambi anche se non brucia subito… dopo arriva sempre.

La fine di una storia d’amore. L’attimo in cui ci si riappropria, volenti o nolenti, dei propri spazi. Sentirsi soli in mura che poco prima erano condivise. Cosa rappresenta per te casa? Ti sei mai sentito straniero in casa tua a causa/per un’altra persona?

No, non mi sono sentito mai straniero in casa mia, infatti “finale col botto” è un’esperienza che ho vissuto quasi completamente nella mia immaginazione. Doversi riappropriare dei propri spazi è già di per sé una causa della fine di una relazione; quelli non andrebbero mai persi, non del tutto almeno; infatti per me “casa” è lo spazio in cui non devi chiedere permesso e non ci sono costrizioni… sotto questo auspicio anche un’altra persona può essere casa.

Vorrei un finale col botto. Non mi sembra di averlo mai sentito. Quale è la cosa più assurda che hai fatto per amore/amicizia/altro?

Ah, credevo fosse un modo di dire abbastanza conosciuto, poi mi sembra fosse lo slogan di una pubblicità delle merendine Buondì! La cosa più assurda è stata pensare di regalarle un cucciolo di bulldog, partire il giorno stesso e farsi 800km (andata e ritorno) per andarlo a prendere e irrompere in casa alle tre e mezza di notte mettendole il cane sul letto. (La bestiola è tutt’ora tra noi e sta bene)

 Il tuo stile, nella traccia, è molto ibrido. Quali sono i tuoi riferimenti musicali? A chi senti di dire grazie?

I miei riferimenti musicali sono più che altro tutto il movimento indie rock degli anni ‘90, ma senza dubbio il mio brano pesca qualcosa anche dal decennio precedente, soprattutto per quanto riguarda la linea di basso. 

 Progetti futuri? Come hai vissuto questi mesi di quarantena? Sono stati fonte di inspirazione?

No, poca ispirazione durante la quarantena, ho solo mangiato e bevuto senza fondo. Progetti futuri sono tornare a scrivere e beccare un’onda ancora più forte della precedente.

Disarmo. È un nome d’arte o un concetto?

Prima di tutto la parola “disarmo” è un suono che mi piace; poi sì, è un concetto: disarmare è privare qualcuno di uno strumento d’odio (arma), quindi è una forma di amore espressa tramite un azione, un po’ come la musica.

L’esperienza con la Fonoprint. Pregi e limiti. 

Il pregio più grande è la struttura; Fonoprint è uno degli studi più belli d’Italia e già solo entrando capisci che lì dentro sono stati realizzati tanti dischi che hanno fatto la storia della musica italiana.
Il limite più grande per adesso è che come etichetta è giovane, ma credo stiano muovendo i passi giusti per imporsi come una realtà valida.

Consigliaci un disco ed un libro. 

Urban Hymns – Verve
Last love parade – Marco Mancassola

A cura di
Francesco Pastore

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Pop

I ritorni che hanno un senso

Sono talmente bombardato e fondamentalmente sopraffatto da centinaia di produzioni ogni settimana che quando devo ascoltare la musica non so più cosa fare. Rimango bloccato a fissare Spotify per poi mettere play sui primi album di Luca Carboni o la discografia di Lucio Dalla e perchè no, un Lucio Battisti.

E’ per questo che, mi perdoneranno i protagonisti dell’articolo, se mai lo leggeranno, quando ho saputo del ritorno sulle scene degli Zero Assoluto mi sono preoccupato.

Non ero un particolare fan nel passato, quando la loro musica inondava le radio italiane. Ho sempre considerato i brani molto carini ed orecchiabili. Prodotti ben strutturati e perfetti per il Mainstream italiano. Perciò tanto di cappello e grande rispetto per questo duo che quando si è allontanato dalle scene mi ha fatto dire ” Perchè loro smettono e certa roba di bassa qualità rimane in circolazione?”

Per tornare a bomba, mi ero preoccupato perché d’estate, sempre di più in questi ultimi anni, se non fai una canzone dove ci metti un posto paradisiaco, il nome di un cocktail e non ci associ un balletto ammiccante, non sei nessuno. La paura che un ritorno sulle scene avrebbe preso quelle sembianze era sempre più forte dentro di me. Perciò ho chiuso gli occhi e messo play, senza dare, erroneamente, la giusta importanza alla presenza di Gazzelle nel brano ( Li avevo già visti ultimamente insieme in un video molto carino di Instagram quindi nulla di strano ) .

Artwork

Mio immenso gaudio. Niente tormentoni estivi. Niente macarena. Niente di tutto quello che mi spaventa. Al contrario, un brano riflessivo, un testo per nulla pesante, la parte melodica aderente al Pop, quello di qualità. L’apporto di Gazzelle all’inciso, monumentale ( a mio parere ) . Perciò sarete d’accordo con me che ci voleva proprio questo ritorno? D’altronde miriadi di giovani, chiusi nel proprio home studio, tentano di proporre l’indiepop che, diciamocelo, è sempre stato roba degli Zero Assoluto.

Vorrei che tutti voi che state leggendo, non importa quanto pensiate che la vostra musica sia la migliore di tutte, prestiate attenzione a questo brano “Fuori Noi”, perché realizzare musica di qualità significa sbattersi, fare tentativi, raggiungere un successo, subire la delusione del silenzio radiofonico, riemergere, proporsi e riproporsi, sempre seguendo una sola strada che funziona : mantenere l’identità, senza provare a fotocopiare.

a cura di
Daniele Bomboi

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Pop

Quattro chiacchiere con Alessio Ciccolo

La nostra redazione ha incontrato il cantautore calabrese classe ’91 che vive a Bologna ed è arrivato al terzo singolo pubblicato dallo scorso anno. I suoi testi sono sicuramente la caratteristica più interessante di questo progetto. La crociata del cantautorato deve necessariamente portata a termine nel periodo più superficiale che stiamo vivendo ( sotto l’aspetto musicale perlomeno ).

Immagini scattate con una reflex per fermare il tempo, diapositive sbiadite di un’estate malinconica, questa è La Marina, il tuo nuovo singolo. In quale scenario ci troviamo?

La canzone descrive un’ordinaria giornata al mare in Riviera, vissuta attraverso gli occhi di tre generazioni diverse. Anche se a distanza di anni e chilometri, mi è parso di rivivere momenti felice di qualche estate fa, come se le due dimensioni geografiche e sinestetiche si sovrapponessero.

“Un cappello all’indietro per non avere più trent’anni”, che rapporto hai con lo scorrere del tempo? Ti fa paura?

Quello che più mi fa paura è il rischio di essere inconcludente e il vivere con tanti rimpianti, ecco perché cerco di sfidare il tempo senza permettergli di lasciarmi in svantaggio. Non credo però di averne l’ossessione e mi piace rispettare tempi e caratteristiche di ogni fase della vita.

Questo brano è anche molto legato al rapporto con tuo fratello, così come emerge dalle foto che hai postato sul tuo profilo instagram. Che ruolo ha per te la famiglia?

Cruciale, senza scadere però nella banalità de “la famiglia è tutto”. Ho semplicemente molto rispetto delle mie origini e stima per chi con sacrifici mi ha permesso di avere una possibilità. 

Nei tuoi singoli precedenti “Mi tengo” e “Lavanda e avorio” avevamo già avuto la percezione del tuo mondo sonoro, delicato e con una scrittura immediata. Come nascono le canzoni di Alessio Ciccolo?

Cerco di fare parecchia attenzione alle parole, perché è dalla poesia e dalla scrittura che è nata la necessità di esprimermi anche attraverso le canzoni; a volte può capitare che sia la melodia vocale e la forma musicale a delineare il brano.

Tra i tuoi riferimenti italiani e stranieri, quali artisti troviamo?

 Ascolto molta musica britannica, dagli artisti cult fino alle nuove uscite, e la nuova scena alternative e folk americana. In Italia Niccolò Fabi è il riferimento principale, ma apprezzo moltissimo lo stile di Colapesce e Dimartino.

Il fulcro dei tuoi prossimi brani sarà il mondo dei fuorisede, tu stesso sei andato via dalla Calabria per studiare e poi lavorare a Bologna. Raccontaci la tua esperienza personale…

È impossibile per me scindere le esperienze di vita con la produzione musicale, e per questo i brani scritti dal 2015 in avanti hanno come file rouge la dimensione fuorisede e gli scompigli legati al passaggio verso un’età di definitiva maturazione. Di sicuro l’aurea artistica e accomodante di Bologna ha aiutato nel trovare una strada che mi assomigliasse. 

a cura di
La redazione

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Pop

Quattro chiacchiere con Immune

Immune mi piace da quando ha fatto capolino sul mercato discografico con il suo primo singolo per Revubs Dischi, dal titolo “Scura“: mi colpì la sua verve elettronica, capace di non sminuire la portata pop del brano. Oggi è al terzo singolo, e di cose ne sono cambiate, ma di certo non è mutata la mia fascinazione nei suoi confronti, che continua a perdurare fino a spingermi alla deriva della molestia. Qui sotto, il resoconto dello stalking operato ai danni di Immune, con la sola scusa dell’uscita di “Prima di te“, il suo ultimo singolo per Revubs Dischi.

Benvenuto Immune, partiamo subito dalle cose serie e rompiamo il ghiaccio con la domanda che non si fa: “Prima di te” è il nostro pezzo preferito, è così anche per te?

Grazie a voi per l’ospitalità. Diciamo che “Prima di te” e’ il brano con cui vado più d’accordo fin ora tra quelli pubblicati. Anche con gli altri ho una certa affinità e affezione ma con quest’ultimo singolo siamo sempre più vicini al cuore musicale (e non) di Immune.

Ma parliamo per prima cosa di tutto quello che è prima di “Prima di te”. “Scura” è una hit di livello, un bel biglietto da visita al mondo della musica. Ma non sa di esordio, dietro c’è l’esperienza del veterano: mi sbaglio? Ci racconti un po’ della tua gavetta, dei tuoi percorsi di formazione (se così possiamo chiamarli)?

In realtà non è tantissimo che scrivo canzoni, diciamo che mi viene naturale. Sicuramente ho sempre ascoltato tanta musica fin da piccolo e ho un attitudine musicale molto forte e questo è stato di grande aiuto. Poi certo, ho militato in qualche band, partecipato a qualche concorso e fatto diversi live. Niente di diverso da molti altri. Ma son del parere che la gavetta non si smette mai di farla. Ogni esperienza è formativa in ogni momento del tuo percorso. Ma la cosa che piu’ incide a parere mio, sono le persone che incontri durante il percorso, oltre al talento ovviamente, quello serve eccome.

Poi, qualche mese dopo “Scura”, “Profondo blu” ha messo in luce la tua vena più pop. Quanto si sente pop immune, da 1 a Umberto Tozzi?

Immune è pop, ma ha un’anima che sa di “alternative” per rimanere in tema musicale. Ispirazioni da mainstream ma con una vena introspettiva mai banale. Un pò come mettere i glitter ai Radiohead.

Ora sbarchi su Spotify con “Prima di te”. Nostalgia canaglia, amore impossibile o sogno di una notte di inizio estate?

Ma in realtà nessuna delle tre. O forse tutte e tre… decidete voi.

Come avviene la scrittura dei tuoi brani? Da cosa parti, di solito, per affrontare la “crisi da foglio bianco”?

Bella domanda. “La crisi da foglio bianco” mi si presenta ultimamente con i testi più che con la musica. Soluzione? Banalmente per esempio mi metto a guardare Netflix, spesso trovo ispirazione da storie raccontate da altri attraverso immagini ed emozioni. Provo seguendo una serie tv coinvolgente o comunque qualsiasi mezzo mi porti ad emozionarmi al punto da farmi scattare una scintilla. Tante mie canzoni parlano di qualcun altro o non sono essenzialmente legate a esperienze della mia vita.

Nell’era delle distanze, il mondo dello spettacolo sta cercando – nel preoccupante silenzio istituzionale – modi per riabbracciare i palchi. Quanto ti manca il live, e cosa credi ci abbia lasciato questa quarantena, a livello di consapevolezze?

I live in generale si mi mancano, anche perche’ non sono ancora riuscito a portare “Immune” dal vivo. Doveva succedere quest’estate ma come sapete tutto tace, tutti sono fermi. Credo che questa quarantena abbia lasciato un senso di allerta, non solo per la pandemia ma su diversi piani emotivi e morali. La consapevolezza di massa è un’utopia, altrimenti vivremo in un “Eden”.

Tre artisti che hanno cambiato la tua vita e la tua musica, e altri tre che in futuro la cambieranno ad altri (solo emergenti, spazio alla novità!).

Che hanno cambiato la mia vita: Muse (post-adolescenza, quindi i primi dischi), Coldplay (ho iniziato a cantare con le loro canzoni), Radiohead e in particolare Thom Yorke (in assoluto caposaldo delle mie influenze e ispirazioni musicali); ad honorem dico Subsonica (son cresciuto con le loro canzoni, e Torino è sempre nel mio cuore). Che la cambieranno ad altri non saprei, è una domanda troppo intima e soggettiva. Posso dirvi su chi punterei: Apice (vena poetica e sentimenti veri, poca patina da superficie, tanta profondità emotiva), Qoio (sperimentazione generazionale che oggi serve, pop da intenditori) e Cmqmartina (per l’elettronica da club c’è speranza in Italia, pop da queen of the dancefloor).

Chiusura classica, evergreen di tutte le interviste: progetti per il futuro?

Far uscire il disco e suonare dal vivo. Nel frattempo raccolgo feedback e reazioni e vediamo cosa succede. Grazie mille ragazzi per l’occasione.

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Elettronica

Eliza Tron e i suoi computer

Eliza Tron è un progetto dietro cui si nascondono Andrea Pieragostini e Marco Zamuner. Nato all’ombra della Mole e coccolato dall’abbraccio della Bliss Corporation, rappresenta un cyborg piombato in un futuribile mercato musicale armato di sonorità ibride e rime iperboliche.

Partendo da una romantica e democratica idea di DIY (tradotto: mi piace e lo produco), si pongono all’estremità della gaussiana, raccontando un mondo non ascrivibile a schemi musicali prestabiliti. Ascoltando la produzione precedente (vi consiglio Papi break per farvi un idea), l’idea di fare quattro chiacchiere. 

Rompiamo il ghiaccio. Eliza Tron: cosa significa, perché lo avete scelto e cosa rappresenta il kanji immediatamente successivo?

Andrea​: Il nome è un anagramma di “ItzNoReal” un progetto Future Bass/Dance in inglese su cui abbiamo lavorato come stagisti e il cui artista era mascherato. Con eliza tron abbiamo sostituito l’italiano all’inglese e abbiamo mostrato le nostre facce invece di nasconderci dietro una maschera.

Marco​: …abbiamo​ ​scelto tra tanti anagrammi di ItzNoReal quello che ci piaceva di più perchè “eliza” è il nome di una ragazza e “tron” ricorda la musica elettronica e (ovviamente) il film.
Andrea​: Il kanji è lì perchè sono appassionato di arti orientali e ci prende bene e anche perché lo ho abbiamo fatto ma non sappiamo cosa significhi… così ognuno ci vedrà quello che vuole. Lo scopo dell’arte è fare domande no?

Le vostre influenze musicali. Chi sono i vostri numi tutelari e a chi sentite di dover dire grazie.

Andrea​: In ordine cronologico: Ho iniziato con i dischi di mio padre, che è appassionato di Nick Drake, John Mclaughlin e tutta la musica fusion in generale. Per ribellione adolescenziale ho amato il punk sia italiano che estero in tutte le sue forme, mangiandomi i dischi dei CCCP, Rancid, NOFX e chiunque avesse chitarre distorte e dicesse cose strane. Poi il mio lato pop represso ha prevalso, facendomi avvicinare ai computer. È così che mi sono appassionato a Flume, Mura Masa, Porter Robinson, 100 gecs, e tutti quelli che stanno portando suoni nuovi e rivoluzioni nella musica.


Marco​: Io da piccolo ascoltavo quello che mettevano i miei, quindi tutta la musica dei cantautori. Poi mi sono preso bene con l’hard rock e tutti i vari generi di metal e punk. Ma il mio vero amore è la musica elettronica che ho scoperto alle superiori. Se devo fare dei nomi: Led Zeppelin, Genesis, Beatles, Metallica, Placebo, My Chemical Romance, Skrillex, Flume. Dico solo i famosissimi per non fare torti a nessuno. Ma in realtà ce ne sono tantissimi altri meno noti.

I miei pensieri. Quasi una canzone d’amore, eh? Un amore virtuale, un’attrazione che rischia di esplodere, la monopolizzazione del pensiero. Più cantato, più testo. Rappresenta un’evoluzione della vostra poetica musicale o è una tavolozza uscita così?

Andrea​:​ ​Sì, esatto, è una canzone d’amore.E l’amore è una tavolozza che ti dà la possibilità di mischiare mille colori, anche quelli che non sapevi di possedere . Parla di amore un po’ 2.0, l’unico possibile durante la quarantena, così ci siamo chiesti: “Quanto influiscono i pensieri sulla fedeltà di un rapporto? Quanto è diverso tradire attraverso mente e schermo dal tradire nella realtà?”

L’esperienza in Bliss Corporation. Un movimento storico. Pregi e limiti della vostra militanza al suo interno.

(​Andrea & Marco) Limiti ben pochi: la Bliss è una macchina da sperimentazione continua in un sacco di campi, dalla musica ai video alla comunicazione…Dal primo giorno in cui siamo entrati (tramite stage, tra l’altro) abbiamo assimilato ogni cosa che potesse migliorarci continuando a essere liberi di poter fare e sperimentare tutto ciò che ci piace. Ci ha permesso di lavorare in squadra, migliorare noi stessi migliorando le idee degli altri, in modo da creare qualcosa che nessuno aveva pianificato prima e che sia superiore alla somma delle parti.

Come avete vissuto il lockdown. Cosa vi ha insegnato, quale porta sentite invece chiusa dopo questi mesi?

Andrea​: Il lockdown è stata un’esperienza positiva per me. Ho avuto occasione di concentrarmi sulla musica, mantenendo i contatti (seppur digitali) con le persone a me più care. È stato come entrare in una dimensione parallela, dove tutto è sempre stato così sin dalla mia nascita e avere il tempo di fare tutto quello che ho sempre voluto fare senza sosta. Per questo mi sento di dire di non aver visto nessuna porta chiudersi, in questi mesi.


Marco​: Anche io l’ho vissuto piuttosto bene. Mi sono ammazzato di musica e serie tv.Verso la fine è diventato un po’ pesante non poter staccare mai. Lavorare da casa ha il suo fascino ma ho capito che è molto meglio avere un luogo adibito solo al lavoro. Credo che mi abbia insegnato a non dare per scontato nulla, neanche la possibilità di uscire di casa.

Come sarà la musica in Italia tra 10 anni? Cosa ascolteremo?

Andrea​: Sono abbastanza convinto che il panorama culturale influenzi esponenzialmente la musica. Nella nostra generazione sento un po’ un ritorno del “no future” alla Sex Pistols, che sta generando un sacco di incertezze; questo, credo, si tradurrà in musica con ritmiche sempre più indefinite e progressioni armoniche sempre più imprevedibili, facendoci uscire dal pop alla quattro accordi.


Marco​: Non ci avevo mai pensato, quindi per risponderti sono andato a vedere quali sono state le hit in italia di dieci anni fa e le ho confrontate con quelle di oggi. Le cose che ho notato sono l’esplosione del rap e l’incremento di giovani nelle classifiche. Quindi se devo fare una previsione direi che il rap continuerà a crescere perchè penso che attualmente sia il linguaggio che appartiene di più alle nuove generazioni. Probabilmente cambieranno i suoni e l’estetica ma non è una moda passeggera. E poi lo sviluppo della tecnologia darà sempre di più la possibilità a tutti di autoprodursi musica in casa. Quindi sicuramente spunteranno fuori tanti talenti giovanissimi che rinnoveranno la scena e sconvolgeranno le classifiche.

Cosa è la future bass? Ha senso parlarne in Italia?

Andrea​: Diciamola con Wikipedia: “Future Bass è un termine per indicare un sottogenere di musica dance elettronica che prende influenze da vari stili di Wonky, Trap e Dubstep.” È tipicamente Australiano, del Regno Unito e degli USA. Bisognerebbe trovare una via italiana,​ ​così com’è stato per la trap e per l’indie. In realtà non mi dispiacerebbe scrivere una “Never Be Like You” formato spaghetti, e non ti nascondo che è un po’ il mio obiettivo attuale, in effetti.


Marco​: Anche se ha il termine “future” nel nome ormai è un genere che esiste da tanti anni e benché in italia non sia molto popolare ha sicuramente contaminato le produzioni degli altri generi come il pop o il rap.Ho sempre inteso la future bass come un’attitudine più che un genere. La ricerca di innovazione sonora. Creare il suono che nessuno ha mai sentito prendendolo dal ”future” per stupire chi ascolta e smuoverlo con il “bass”. In questo senso penso che non morirà mai ma verrà inglobata dagli altri generi come è successo per esempio con il Rock

Come vi approcciate al mondo dei social? Per sfondare è tutta questione di like e stream?

Andrea​: Ho 22 anni, e come ogni 22enne mi approccio ai social meglio del 50enne medio e peggio del 16enne medio. Fortuna che lavoriamo in team. Grazie​ ​alla nostra amica​ ​Chiara che si occupa dei social in BlissCo riusciamo a fare emergere le cose che ci piacciono. E anche se la creazione di materiale è una sfida giornaliera è una soddisfazione sapere di avere il proprio microfono per far sentire quello che facciamo. Like e stream sono senza dubbio motivanti, però non è quello l’obiettivo, a mio parere. C’è molto di più, in un brano di successo, che molti pollici in su e views. “E cos’è questo molto di più?” Error 404 – not found.


Marco​: Sicuramente i social network sono uno strumento potentissimo e indispensabile per promuoversi. Ma sinceramente è la parte di questo lavoro che “mi chiude” di più. sono un po’ a-social. Non credo che per sfondare sia tutta questione di like e stream ma non so… appena sfondiamo ti dico.

Come evolverà il progetto? EP, album, collaborazioni?

Andrea​: Sicuramente collaborazioni. Sicuramente altre canzoni ma in realtà non lo sappiamo nemmeno noi come si evolverà. Ogni giorno è un passo in più per capirci meglio e per conoscere noi stessi. L’unica cosa che posso sperare è di riuscire a interpretare questo cammino al meglio nelle nostre canzoni.


Marco​: Io ho il sogno di fare una collaborazione con Al Bano

 Consigliateci un libro ed un album.

Andrea​: Album:<< The Residents – Commercial Album >> Libro:<< Musica – Yukio Mishima >> (No, non parla di musica).


Marco​: Come album ti dico “things happen, it’s ok!” di Fromtheheart perché l’ho risentito ieri.Invece libri non ne leggo perchè mi annoio quindi ti consiglio la serie di Netflix “Dark” perché ho appena finito l’ultima stagione e sono ancora sconvolto.

A cura di
Francesco Pastore

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Pop

A Tuma piacerebbe evitare

Tuma rispolvera un suo vecchio pezzo vestendolo di un nuovo sound, si tratta di una versione 2.0 del singolo Mi piacere evitare. Il brano ha sancito l’inizio del suo percorso artistico quando ancora non sapeva di voler fare il cantautore. E allora proviamo a fare un gioco. Proviamo a tornare indietro a due anni fa, ad un Tuma ventenne, politicamente scorretto, a un Tuma che iniziava a cantare ironicamente il suo modo di vedere il mondo. In radio una musica giocosa e frizzante, addosso un balletto stupido e in testa tanti ricci.

Mi piacerebbe evitare è una canzone politicamente scorretta il cui obiettivo è quello di urlare a gran voce tutto ciò che avremmo sempre voluto dire, ma non ne abbiamo mai avuto il coraggio. E voi quante cose avreste voluto evitare?

Tuma, nasce a Nardò il 9 giugno 1997 e fin da piccolo dimostra di essere un abile intrattenitore delle masse. Dopo il diploma si iscrive al conservatorio Tito Schipa di Lecce dove inizia a studiare chitarra Jazz, tramutando in studio la sua passione per la musica, accompagnata da quella della scrittura.

Le sue canzoni raccontano storie di vita quotidiana, storie semplici, vissute e non, guardate dalla prospettiva di uno studente squattrinato qualsiasi che vive alla giornata insieme ai suoi coinquilini, con la convinzione che spesso, come direbbe un suo caro amico, basta una chitarra e una bottiglia di rum per star bene.

Dopo lʼesperienza nel gruppo “I Segreti di Oscar”, ha iniziato la sua esperienza da solista pubblicando due singoli (Semplice, pubblicata il 10 ottobre 2018, e Annapaola, pubblicata il 26 marzo 2019) con la produzione Artistica di Raf Qu.

Nel 2019 inizia il percorso dei suoi traguardi, venendo notato dalle realtà più attive del territorio: è stato infatti finalista della seconda edizione del Wau Contest (Radio Wau), del contest Ci Vuole una Band (CiVuoleUnPaese) e vincitore del contest della Notte della rivolta (La Rivolta Records).

l 27 luglio 2019 si è esibito al Sud Est Indipendente Festival (CoolClub).  Il 25 marzo 2020 pubblica il suo nuovo singolo Una canzone sconcia sotto l’etichetta Discographia Clandestina, a seguire Ti piacerebbe evitare #2, al momento l’artista sta lavorando al suo primo album.

Ironico, sfacciato, cantautore per passione. Questa è la tua carta di identità, ma chi è Tuma quando non scrive canzoni?

Un musicista. Sono laureato in Chitarra Jazz al conservatorio, e insegno per un’associazione a bambini e ragazzi dai 6 ai 13 anni. Ci tengo a precisare che con “cantautore per passione” non escludo il fatto che sia anche il mio lavoro (messaggio rivolto a tutti quelli che mi hanno chiesto se oltre alla musica avessi un lavoro vero). Come penso abbiate capito dalle numerose citazioni nei miei pezzi, amo lo sport, e oltre ad essere un appassionato di calcio, Mi dedico  anche alla pallavolo. Sono dirigente e membro dello staff tecnico di una società di un paese vicino al mio.

Dopo i primi esordi in un gruppo, hai deciso di intraprendere la strada da solista. Quando hai capito che avevi bisogno di un percorso solo tuo?

Non è facile riuscire a coordinare quattro cervelli. Ad un certo punto ci siamo resi conto che si andava troppo a rilento. È brutto dirlo, ma quando in una band c’è troppa democrazia si finisce sempre per arenarsi. Così abbiamo deciso insieme di scioglierci, con grande dispiacere di tutti. Siamo rimasti in ottimi rapporti, tanto che collaboriamo ancora (alcuni dei componenti suonano tutt’ora nella mia band). Diciamo che le motivazioni sono state unicamente logistiche.

“Annapaola” e “Semplice” sono i primi brani che ti hanno fatto conoscere al pubblico, diversi rispetto agli ultimi due singoli. Possiamo dire che hai avuto un’evoluzione nella scrittura e nel modo di esprimerti?

Indubbiamente sono cambiato molto negli ultimi due anni. Sono maturato artisticamente, sono diventato più sicuro dei miei mezzi e consapevole dei miei limiti. Di questo sicuramente ne ha risentito la mia “penna”. Lo spirito, invece, è sempre quello… Il solito ragazzo squattrinato che cerca di sopravvivere in questo mondo bislacco.

I tuoi testi sono ironici ma anche politicamente s(corretti). Che rapporto hai con il giudizio degli altri?

Ho imparato col tempo un po’ a fregarmene e a seguire i miei gusti, senza sentirmi obbligato a piacere alla gente. Ho 23 anni e sono totalmente svincolato da alcun compromesso che non sia il mio gusto o la mia dimensione musicale. Finchè posso, voglio godermi queste libertà artistiche. Ovviamente mi fa molto piacere ricevere recensioni o essere fermato dalla gente che vuole dirmi la sua su un pezzo, sia che siano commenti positivi, sia che siano commenti negativi, ma cerco sempre di essere analitico sulle critiche e di prendere il giusto da esse, senza mai andare contro il mio gusto.

A tal proposito ti chiedo anche, che rapporto hai con i social e qual è il tuo modo di comunicare con le persone che ti seguono?

Ho un rapporto di amore e odio con i social, ci sono periodi che mi piace dedicarci più tempo, ed altri in cui la mia misantropia prevale su tutto. In questo periodo sto abbastanza preso bene. Sui social mi piace scherzare con i miei followers, alle volte anche facendo un po’ la parodia ai vari tipi di utenti che si trovano in questo grottesco mondo. Una cosa che odio dei social, però, è l’ostentazione e spesso si incontrano dei veri e propri ostentatori seriali. 

“Mi piacerebbe evitare #2” è il tuo nuovo singolo ed  è un brano che hai scritto a vent’anni. Se dovessi dire qualcosa al Tuma di qualche anno fa, cosa diresti?

Se incontrassi me a vent’anni probabilmente non direi nulla, non mi pento di nessuna delle scelte che ho fatto in questi 3 anni… al massimo mi darei una pacca sulla spalla e direi: “alla grande, campione!”, in un pacchiano stile statunitense.

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Comunicato stampa

latleta – Miraggi

Miraggi” è l’album d’esordio de LATLETA in uscita il 31 gennaio 2020 in vinile per Labellascheggia.Un lavoro artigianale, che non guarda alle mode del momento: cassa dritta della drum machine e arpeggiatore danno un ritmo semplice e scandito ad un album nato in solitudine, a casa, col pianoforte e la chitarra e poi sviluppato tra computer e vecchi synth anni ’70 dal suono ruvido e ancestrale.

Miraggi” è il disco d’esordio de LATLETA, Claudio Cosimato, già noto come Vittorio Cane, “il poeta delle cose semplici”. Registrato e mixato da LATLETA e masterizzato da Gianluca Patrito al G-effectstudio di Torino, uscirà il 12 dicembre per Labellascheggia, etichetta che ha pubblicato il primo disco in vinile di Cosmo e prodotto artisti come Effe Punto, Camillas e Bonetti. La copertina è stata curata da Labellascheggia in collaborazione con Emiliano Ponzi, uno dei più importanti disegnatori mondiali contemporanei – lavora con The New York Times, The New Yorker, L’Internazionale, PenguinBooks, la Feltrinelli, Newsweeke molti altri – che ha apprezzato moltissimo il disco e ha scelto di dare il suo contributo alla parte grafica. 

“Miraggi” ha dentro una drum machine, un arpeggiatore, diversi sintetizzatori, qualche chitarra elettrica e tante cose da dire, cose che camminano sulle nostre vite in punta di piedi e le guardano dall’alto col sorriso. Poi attenzione, esistono tanti tipi di sorrisi: ci sono quelli ironici, quelli finti, quelli sarcastici, quelli innamorati, quelli divertiti. Quello de LATLETA è un sorriso diverso, benevolo, che viene da lontano, che ci dice che non c’è “nessuna colpa nelle nostre anime”. Un sorriso di chi forse ha colto qualcosa in più di noi e ci tranquillizza con “viva la vita”. Perché intanto la vita scivola, non si può stringerla troppo nelle mani: noi crediamo di fotografarla, immortalarla, però spesso ciò che fissiamo non sono gli oggetti nella loro concretezza, ma dei “miraggi”. Si fanno errori e le cose prendono una via tutta loro, e alla fine va bene così.

E allora anche LATLETA prende una via tutta sua, si allontana dal passato e ci regala questo bel lavoro artigianale e una voce sussurrata, perché ciò che dice non va gridato o intonato, quello lo fanno i cantanti, non gli osservatori. LATLETA guarda il mondo intorno, il suo presente e il suo passato, le sue cose, insomma – che poi sono le nostre – e le spoglia dalle insegne luminose, per farle brillare di luce naturale. Forse oggi si inizia ad aver bisogno di dischi così: sussurrati, sinceri, scritti vivendo il momento e non pensando al dopo, alle strategie per venderli meglio. Come dice in uno dei brani dell’album “ci vuole amore per uscire dal terrore”. 

Tutto questo vento che hai messo nelle tasche/che ti dà la forza/questa è la mia rivolta. Con ‘Miraggi’ vi ritroverete un sacco di vento in tasca e il presente vi parlerà da un po’ più vicino ‘Miraggi’ perché? Per veder oltre, è un illusione che fa bene, è rilassare la vista guardando in lontananza, scoprendo l’avvicendarsi di nuovi mondi. E poi suona bene, mi ricorda gli anni ‘80 e gli ultimi ‘70 di cui sono innamorato: erano gli anni in cui iniziava l’hi-fi e morivano gli organi e i synth italiani con la loro ruvidezza e imprevedibilità. Per vivere e per passione vado alla ricerca di strumenti vintage nei mercati cittadini, imbattendomi a volte in tastieroni che non riseco a non portami a casa, pulire e far belli e pronti a darmi soddisfazioni ed emozioni. Purtroppo molti di questi strumenti migrano verso l’estero via ebay, così si è amplificata la passione per i rudimentali synth nostrani degli anni ‘70, con i loro suoni ruvidi, primordiali, a volte quasi scomodi, e sono quelli che ho ampiamente utilizzato in questo disco, come il Crumar Trylogi, il Farfisa Synthorchestra 4 o il Siel Cruise. 

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Pop

L’america del dinosauro

Entrare dentro il mondo di Dinosauro è un esercizio per me tanto complicato quanto affascinante. Ancora non conosco la sua identità ( e nemmeno voi ) ed è già diventata un ossessione la sua musica. C’è qualcosa che non so spiegare, e siamo al secondo singolo da quando si è palesato questo progetto. Qualcosa che mi ipnotizza e che mi spinge ad ascoltare in modalità loop i suoi brani.

Le produzioni sono di quel mood che personalmente amo alla follia perché composte da suoni digitali che, diciamocelo onestamente, da quando sono apparsi nel mondo della composizione, non sono mai passati di moda. La cosa più bella che posso affermare, inoltre, è che Dinosauro, non assomiglia a nessuno. Ha una sua precisa identità e un modo di scrivere i testi che mi letteralmente uscire fuori di testa.

Anche se vi sembrerà esagerato, sono sicuro di scrivere con cognizione di causa. In questo nuovo brano l’incipit del testo è ispirato da una lettura del 1981. Nello specifico una raccolta di lettere che Emanuel Carnevali aveva inviato a Benedetto Croce e Giovanni Panini, in merito all’urgenza espressiva. Questo è un sentimento che oggi più che mai sembra aver contagiato la maggior parte della popolazione ( tanto per rimanere in tema di pandemie ).

Visto che ci lamentiamo sempre che le nuove proposte musicali sembrano essere prive di contenuti, è giusto sottolineare quando premiamo su un play che merita la nostra attenzione. La sapiente modalità di costruzione lirica nel caso di “America” ci accompagna per tutta la durata del brano.

Ogni settimana, oserei dire ogni giorno, ascolto fiumi di brani e, per dirla tutta, l’handicap di cotanta abbondanza è che qualcosa rimane indietro. Inevitabilmente. Talvolta mi perdo delle perle, ma fortunatamente, non sono solo io a scrivere di musica. Sono felice di aver incontrato nel percorso questo progetto dall’inizio perché quando un artista come Dinosauro propone un progetto innovativo e sperimentale, vuol dire che siamo vivi e che guardiamo al futuro.

America

“Sputarsi con il cuore in mano, non ci rende liberi”

Caro Dinosauro voglio che tu sappia che a noi non disturbi affatto. Dal 10 Luglio 2020 per Management Russo distribuito da Artist First, è fuori “America” ed io sono felice di condividere con voi questa bella notizia!