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Pop

Chiudimi in una parentesi

Parentesi è il nuovo singolo della band Erbe Officinali, rilasciato lo scorso 14 luglio per Matilde Dischi e Artist First. 

Nonostante il pezzo sia avvolto da un mood un po’ nostalgico, non dobbiamo farci ingannare. Parentesi è un brano che parla d’amore, che lo preserva custodendolo in un luogo sicuro come due parentesi chiuse. È una dedica da fare a qualcuno, un desiderio di isolarsi dal resto del mondo per restare insieme: “e chiudimi in una parentesi, e giuro che poi vengo a prenderti“.

Le Erbe Officinali sono una band emergente nel panorama musicale italiano, nata grazie a Daniel Riggione e Riccardo Fabris. Il loro sound è quello tipico del genere comunemente definito indie pop ma che viene perfettamente legato al cantautorato italiano. 

Nel 2017 vincono il Contest musicale Anxur Festival, dedicato agli artisti emergenti e da lì aprono poi una serie di concerti (Discoverland, Bussoletti). Nell’aprile 2018 rilasciano il loro primo album, intitolato Sospesi, una piccola perla da ascoltare tutto di fila. 

Quello dell’amore non è tuttavia il tema principale soltanto di Parentesi, ma rappresenta un po’ una costante in tutti i brani della band. Lo troviamo infatti anche in “Un altro mondo“, brano realizzato assieme a Neverbh, e in “Schiena“. Ma in Parentesi l’amore raccontato è quello dai toni più dolci e meno dolorosi, quell’amore che ci rincuora e ci fa sentire sicuri. 

Erbe Officinali

In generale i brani della band sono sempre molto dolci e riflessivi, una perfetta compagnia per le notti insonni e per i cuori smarriti. Erbe Officinali è una band che sembra interrogarsi molto su sé stessa, costantemente alla ricerca di una direzione da seguire, del posto da occupare nel mondo. 

Io credo che lo abbiano trovato.

a cura di
Marianna Montemarano

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Pop

La Scelta

Quattro chiacchiere con La Scelta in occasione dell‘uscita del nuovo singolo “Ballad 2020”.  Una traccia che nasce nello stagno dei nostri tempi, allargando lo sguardo su progetti difficili e sul “crescere” senza indugiare su facili cliché. Sullo sfondo, la capacità di amare, collante universale e bussola senza alfabeti speciali. 

La scelta. Un nome impegnativo per una band, un tatuaggio difficile da cambiare. Molti artisti vogliono planare su diversi territori, voi scegliete di definirvi già dall’incipit. Cosa c’è dietro questa scelta?

La Scelta di voler formare una band, lasciare l’università, i vari lavoretti stagionali, dedicarsi completamente alla musica, fare nottate in studio, sentirsi pezzi di un’unica entità.

“Ballad 2020” è uno di quei brani che racconta le imperfezioni, le incertezze della nostra generazione. Eppure tutti, in maniera ciclica, hanno criticato i propri coetanei e la società che li ospita. In cosa noi siamo diversi? Da dove nasce questo buco nero? 

Nella generazione Internet-Social regna l’individualismo e l’apparenza. Valori e rapporti interpersonali alterati, si parla troppo e non si ascolta più.

Ma non tutto può essere negativo. In cosa siamo migliori rispetto ai nostri genitori? Di cosa dovremmo dire grazie?

Sicuramente siamo più informati ed emancipati. Negli anni ‘60-‘70 c’erano meno mezzi e forse più voglia di scoperta…per tanti aspetti invece raccogliamo noi i frutti delle loro battaglie sociali. 

L’amore come cerotto per le ferite peggiori. Ha ancora senso mostrarsi fragili in un’epoca egocentrica come la nostra? Non è meglio essere (o mostrarsi) tutti latin lover o femme fatale?

La fragilità è sintomo di sensibilità. L’amore è tutto questo.Personalmente non riuscirei ad immaginarlo un mondo senza Amore.

È davvero possibile vivere improvvisando? È un atto di coraggio o solo un cliché?

Non è un atto di coraggio, ma bisogna esser bravi a farlo. È un’arte anche quella dell’improvvisazione. 

L’industria musicale attraversa un periodo difficile, pre e post Covid. Qual è il vostro giudizio disincantato sul destino dei lavoratori della musica? Cosa proponete? 

Non possiamo pensare che qualcuno consideri “superflue” quelle professioni dedite all’arte e all’intrattenimento. Abbiamo sentito cose allucinanti durante questo periodo, commenti di persone che addirittura invitavano gli artisti a cambiare mestiere, anzi a “trovarsi un mestiere”. Dovremmo imparare ad essere più empatici;  qui non esiste una scala di priorità, qui si tratta di persone, ognuna con le sue storie, le sue esigenze, il suo futuro. 

Progetti futuri? 

Nuovi singoli e videoclip in uscita, abbiamo altri inediti pronti, ma non li pubblicheremo per ora in un unico disco.

Consigliateci un disco ed un libro. 

THE DARK SIDE OF THE MOON – Pink Floyd 

Un disco visionario, unico.

ARCODAMORE – Andrea De CarloÈ un romanzo di uno dei miei scrittori italiani preferiti, una storia di amore e musica, vita e filosofia.

a cura di
Francesco Pastore

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Pop

Il funerale di Laurino

Funerale è il nuovo singolo di LAURINO, pubblicato il 29 maggio da Xo La Factory e disponibile su tutte le piattaforme digitali. Funerale è il terzo singolo del cantautore dopo Volume, brano che ha segnato l’inizio di un nuovo percorso artistico e Buddha. Continua il viaggio introspettivo e sonoro del cantautore LAURINO, il suo terzo singolo evidenzia una scrittura più matura sia dal punto di vista tematico che stilistico e ha un titolo evocativo: FUNERALE

Il funerale come occasione di analisi, espediente narrativo che consente a LAURINO di indagare il rapporto con il padre. Quello che fa Laurino è un duplice viaggio: il viaggio di chi se n’è andato e il viaggio di chi è rimasto. In quei momenti di commiato silenzioso, chi rimane è spinto a mettere in prospettiva la propria esistenza. L’intervista della nostra redazione!

Cosa vuol dire “fare pop” per te?

In realtà nulla, faccio canzoni. Poi se dal cappello viene fuori qualcosa che entra, per virtù o per caso fortuito, in un immaginario collettivo ecco che lì la canzone è diventata pop. Chiaro che non faccio cose alla Aphex Twin, ci sono più possibilità di un riconoscimento popolare, c’è una melodia e c’è un testo, ci sono le strofe e ci sono i ritornelli. 

E invece cosa vuol dire “essere pop”?

Letteralmente “essere popolari” anche se credo che a questa frase venga associata una componente estetica e sonora oggigiorno. Chessò, Mozart nel diciottesimo e nel diciannovesimo secolo era pop ma perché le sue melodie erano popolari, cioè conosciute e apprezzate da molte persone. Poi alla musica si è unita la persona, il divo diciamo. Al giorno d’oggi credo che “essere pop” sia “essere divi”, la cosa non è cambiata più di tanto. Poi c’è chi è divo ed è anche molto bravo e c’è chi è divo e basta. 

Quando hai scritto Funerale era successo qualcosa di particolare nella tua vita o hai semplicemente attinto dal bagaglio emotivo che ti portavi dietro da anni?

Entrambe direi, l’una è stata la conseguenza dell’altra. Sono stato a un funerale della madre di un mio amico e lì si è acceso qualcosa. Lì è scattato un interruttore che mi ha portato a scrivere questo pezzo e a scavare dentro di me. 

Ad un primo ascolto può sembrare che tu abbia subito la perdita fisica di tuo padre, invece il funerale è un espediente narrativo che usi nel testo per descrivere il rapporto conflittuale con questa figura della tua famiglia. Scrivere ti ha aiutato a metabolizzare?

Molto ma derivava anche da una profonda analisi, diciamo che scrivere su carta mi ha aiutato a portare su un piano reale i pensieri che mi fluttuavano dentro. Parlare in maniera completamente disinibita di una cosa che non è esattamente la prima cosa che racconterei di me mi ha aiutato ad esorcizzare molte cose. 

Sul tuo profilo instagram qualche giorno fa hai dichiarato che non ti importa stare dietro ai numeri di spotify o delle playlist, quindi non vivi la musica come una competizione?

Non me ne frega nulla. Anche perché non sento una competizione sana. Vedo numeri su numeri su numeri e io mi rompo i coglioni. Non c’è una ricerca nel provare a fare davvero qualcosa di bello, c’è un forte desiderio di popolarità e anche di mero riscatto sociale in alcuni casi. Io vorrei scrivere canzoni che mi piacciono, già quello per me sarebbe un gran risultato. 

In questa gara a “chi ce l’ha più lungo”, che ruolo ha per te la musica e come ti vedi tra dieci anni?

La musica è un mezzo di evasione dalla frenesia e dal cattivo pensare, una grande lente di ingrandimento che permette di vedere dei macigni come piume (se il trick riesce). Tra dieci anni non riesco proprio a vedermi! 

La top 3 delle canzoni che ti faranno compagnia in questa insolita estate…

Ti direi “Algorythm” di Childish Gambino (l’ultimo disco è pazzesco), “Dragonball Durag” di Thundercat e per le sere più calde e buie “This night has opened my eyes” dei The Smiths. 

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Pop

Un giro con i Malvax

La nostra redazione ha incontrato la band modenese, in occasione dell’uscita del nuovo singolo Esci Col Cane, fuori su tutte le piattaforme dal 17 Luglio 2020.

Partiamo da una domanda di rito, chi sono i Malvax e da dove nasce l’idea di chiamarvi così?

Siamo un gruppo di cinque ragazzi che vengono da Pavullo del Frignano, una piccola città nell’appennino modenese. La band è composta da Lorenzo Morandi (voce), Francesco Ferrari (piano e synth), Francesco Lelli (chitarra), Alessandro Covili (basso) e Giacomo Corsini (batteria).


Anche se la band è attiva ormai da qualche anno, precisamente dal 2014, abbiamo deciso di chiamarci Malvax solo nel 2018; il nome viene da una pianta, la Malva, che da sempre è usata per i suoi effetti antinfiammatori, mentre la “X” finale l’abbiamo aggiunta perché il risultato ci ricordava il nome di un farmaco. L’idea nasce dall’idea che la musica, in fondo, sia in qualche modo una medicina, per il cuore, la testa… per qualsiasi cosa.

Fresca di qualche giorno fa è la notizia dello scioglimento dei Canova, prima di loro i Siberia e tempo fa i Thegiornalisti. Sembra che ormai sia una sfida a chi resiste di più, voi come vi immaginate tra 10 anni?

In effetti, per quanto riguarda la longevità delle band, quella dell’ultimo periodo non è esattamente una tendenza positiva. Sicuramente ognuno di questi scioglimenti avrà una sua vicenda personale e avranno tutti i loro buoni motivi per aver fatto queste scelte.

Senza entrare nelle dinamiche dei singoli gruppi, che non possiamo conoscere e tantomeno giudicare, quello che si può certamente dire è che, se in generale è un periodo in cui emergere nella musica è sempre più difficile, per una band lo è ancora di più; ogni scelta, che sia artistica, contrattuale o di qualsiasi altro tipo, deve andare incontro a persone e pensieri diversi che inevitabilmente tendono, prima o poi, a scontrarsi. Quello della musica è un mondo particolare, dove ogni scelta può diventare determinante, e tutto quello che succede può mettere a dura prova qualsiasi rapporto.


Per quanto ci riguarda, almeno per il momento, possiamo dire di essere un gruppo molto unito: litighiamo ogni giorno perché siamo 5 persone molto diverse tra loro, ma stiamo imparando a fare tesoro delle nostre diversità e a unire pensieri diversi per una visione totale più ampia.
Come ci vediamo tra 10 anni è una bella domanda… 10 anni sono tanti e noi siamo solo all’inizio!
La cosa migliore che possiamo desiderare è trovarci ancora al pub per una birra, a prescindere da come andrà questo viaggio. Se poi tra una birra e l’altra parleremo ancora di quale pezzo far uscire per primo o di dove andremo a suonare la settimana successiva, allora vorrà dire che le cose sono andate bene!!

Esci col cane
Forse il problema reale è che c’è la sindrome da leader del gruppo, si sta lentamente perdendo l’importanza di suonare in una band, come se fosse più veloce arrivare come singolo che come gruppo. Voi come la pensate?

Anche questo può succedere. Negli ultimi tempi gli artisti più “cantautorali” hanno sicuramente trovato più spazio rispetto alle band, e già questo per un cantante può essere uno stimolo, una tentazione a preferire progetti solisti; questo può accadere ancora più facilmente quando la band comincia a orbitare attorno alla figura del cantante, e quando la sua immagine va a coprire quella della band.
Da questo punto di vista abbiamo avuto la “fortuna” di aver messo in piedi un progetto in cui ognuno dei componenti da un contributo unico; questa crescita, che è stata in realtà casuale e naturale, ha permesso a ognuno di noi di avere un ruolo fondamentale e di essere a suo modo insostituibile. Questo fa sì che tra di noi ci sia sempre rispetto e unione, e ci tiene sempre tutti con i piedi per terra.

“Esci col cane” è il vostro nuovo singolo, il ritorno sulla scena musicale dopo un anno dal vostro album d’esordio. Un brano estivo che racconta la fine di una storia d’amore, in maniera non drammatica. Cosa volevate trasmettere a chi vi ascolta?

Esci col cane si può definire una canzone d’amore non convenzionale. È la classica storia d’amore della vita reale, che a volte finisce e che ancora più spesso nemmeno inizia. È la storia di un rifiuto come tanti, la storia di tutte le storie d’amore che non sono la storia perfetta.
Come canzone vuol essere qualcosa di semplice, un brano che si limita a raccontare una storia, e carca di farlo con una certa dose di spensieratezza, di leggerezza; poi ogni storia diventa diversa e soggettiva attraverso chi l’ascolta, ed è proprio questo il bello!
In generale è un invito a prendere queste situazioni con filosofia, e a pensare che anche queste storie hanno il loro fascino e che sono proprio queste che un giorno, guardandoci indietro, ci faranno sorridere.

In un sistema che ci costringe a guardare sempre i numeri dei social e su Spotify, come combattete l’ansia da prestazione?

Il mondo dei social e delle piattaforme di streaming musicale è un qualcosa di estremamente controverso, che da un lato permette a chiunque di “esistere”, di mettersi in mostra davanti al mondo, ma in cui allo stesso tempo è difficilissimo farsi notare e ricavarne qualcosa di concreto.
L’obiettivo che ci poniamo è cercare di estrapolare ogni possibilità che questi mezzi offrono, mantenendo però sempre un distacco che ci permetta di seguire la nostra strada in modo sano, con spensieratezza e sincerità. Per rispondere alla domanda, quindi, non abbiamo mai avuto particolari ansie o paure riguardo a questa realtà: siamo una band e il nostro obiettivo è fare musica, il resto viene dopo.


È importante essere consapevoli che questo è il mondo al quale apparteniamo e cercare sempre di sfruttare al massimo tutte le possibilità che ci passano davanti, senza però farsi impressionare o cadere nell’ossessione dei numeri e delle statistiche; tutto quello che vogliamo fare è divertirci, scrivere canzoni e farle sentire a più persone possibili, e questo lo facciamo al massimo, con i social, con Spotify e con i concerti. Il resto, se è destino, arriverà.

Da poco è uscito anche il video del nuovo singolo ed è ambientato a bologna, che rapporto avete con questa città?

Amiamo Bologna. È un posto speciale per noi emiliani, non può essere altrimenti.
Quando nasci dalle nostre parti, Bologna è la prima grande città che senti, che vedi e che respiri; è la città dove ti senti grande già quando, da bambino, la visiti per la prima volta. È un aria diversa, nuova, libera. È la terra che ci ha dato Lucio Dalla, Cesare Cremonini, artisti che ci hanno presi in braccio da piccoli e ci hanno fatto diventare grandi.


È una città unica, che riesce a essere sempre nuova e un po’ estranea, ma allo stesso tempo è anche familiare e, in un certo senso, romantica.
Se sei emiliano non puoi fare altro che amare questa città, te ne innamori da piccolo e per qualche motivo la ami per sempre.