C’è un momento in cui senti di essere a un passaggio importante della vita, e Samu dice che Sono qui è nata proprio lì. Samuele Maistrello, padovano di nascita e vicentino di crescita, riparte con questo singolo dall’album Tutto il contrario di tutto del dicembre 2022, dopo un periodo in cui, tornato da Milano, si è sentito perso e smarrito in mezzo a troppe opportunità, quasi tutte irreali.
A Milano si era trasferito per inseguire il sogno di fare musica. Quel soggiorno gli ha dato tanta vita vissuta e poche occasioni concrete. A Vicenza ha incontrato Antonio e lo studio Dalì, e con loro la sensazione di parlare la stessa lingua musicale, di essere capito. Da lì nasce un brano costruito su un’unica grande strofa che cresce fino a un solo ritornello liberatorio, interamente suonato.
Con Perindiepoi abbiamo parlato di bilanci e di nuovi intenti, della scrittura che da sempre lo ossessiona e di cosa è cambiato in questo gesto con l’età. Racconta dove ha scritto alcuni dei primi pezzi del disco d’esordio, spiega perché Sono qui non tradisce quello che ha fatto prima ma lo porta altrove, e indica il brano ascoltato in famiglia che meglio lo rappresenta ancora oggi, quello che dice di non poter mai togliere dalla lista.
Sono qui è il titolo del tuo nuovo singolo: un dialogo con se stessi per capire chi si è e dove si sta andando. È un bilancio o una dichiarazione d’intenti?
Avete mai avuto la netta sensazione che quel momento, quell’istante che stavate vivendo fosse una tappa, un passaggio cruciale della vostra vita? Sono qui è arrivata in un momento così, un flusso di coscienza non senza dubbi ma con nuove consapevolezze, e perciò fatto sì di bilanci ma anche di nuovi intenti su cui guardare il domani che arriva.
La tua storia musicale parte da lontano, da quando eri bambino e scrivevi qualsiasi cosa su carta. In Sono qui ritrovi lo stesso impeto di scrittura o l’approccio è cambiato con l’età adulta?
Io sono, e sono sempre stato, completamente ossessionato dallo scrivere, in continuazione e in maniera quasi compulsiva, in qualsiasi momento. Alcuni dei primi pezzi del primo album li ho scritti nel vecchio negozio dove lavoravo. Per cui l’approccio, la fame e l’ossessione sono totalmente gli stessi, ma la mia scrittura crescendo è più consapevole e matura, per fortuna, perché vuol dire che ha una sua evoluzione.
Dopo Milano è arrivato l’incontro con Antonio e lo studio Dalì. Quanto è importante avere un punto di riferimento fisso in fase di produzione per dare forma alle tue idee?
Tornato da Milano, onestamente, in quel caos di opportunità, la maggior parte irreali o molto difficili, mi sono sentito molto perso e smarrito. Incontrare Antonio e trovare lo studio Dalì mi ha riacceso quella fame e quella luce che avevo forse un po’ perso. Ha ridato chiarezza a ciò che volevo fare, un senso di casa, di famiglia e soprattutto del sentirsi capiti parlando “la stessa lingua” musicalmente. Perciò grande merito va ad Antonio e alla Dalì per avermi riacceso.
Nel 2022 hai pubblicato il tuo primo album, un progetto molto denso e personale. Sentivi l’esigenza di voltare pagina o Sono qui è la naturale prosecuzione di quel discorso?
Sono qui credo sia un pezzo assolutamente a sé stante, anche per la sua struttura particolare, fatta da un’unica grande strofa, un crescendo che sfocia in questo unico ritornello finale liberatorio. Era una canzone che cercavo da tempo e che volevo a tutti i costi fosse così. Non lo vedo come un voltare pagina, non è un tradire ciò che ho fatto prima, ma credo sia una nuova partenza, un’evoluzione appunto, con un approccio molto più vero di me, di come io voglio fare musica, anche per il genere che faccio: totalmente suonata, con un senso di live puro.
La musica ti è stata trasmessa dalla tua famiglia fin da piccolo, ascoltando di tutto, dal passato al presente. Qual è il pezzo della tua infanzia che senti più legato a questo tuo nuovo corso?
Mamma mia, questa risposta è quasi impossibile da dare, riuscire ad avere un solo pezzo che fotografi questo momento. Sono un matto per la musica e ne ascolto veramente a palate ogni giorno. Posso dirti però che un pezzo che per rappresentarmi non può mai mancare è sicuramente Ho imparato a sognare dei Negrita, perché rispecchia a pieno il mio continuare a credere in questo pazzo sogno. E non smetterò.
A Milano ti sei trasferito per fare musica. Cosa ti ha lasciato addosso quella città e quanto è entrata a far parte della tua scrittura?
Probabilmente, musicalmente parlando, la cosa più produttiva di vivere a Milano è stato tornare a Vicenza, per me e il mio percorso. Lo so, può sembrare brutto detto così, perché umanamente mi ha arricchito molto: ho vissuto tanto ed è una tappa di vita che mi porto nel cuore e rifarei nonostante tutto, difficoltà e gioie. Però se arrivi super emergente e inesperto come ero io non sei pronto e, per assurdo, ti dà ancora meno opportunità e rischi di perderti un po’.