Ci sono dischi che chiedono di essere ascoltati e dischi che, quasi senza dichiararlo, chiedono di essere osservati. “Where We’re from the Birds Sing a Pretty Song”, secondo lavoro di Metcalfa, appartiene curiosamente alla seconda categoria: non perché sia un album visivo nel senso più immediato del termine, ma perché il suo vero oggetto sembra essere la costruzione della percezione. Metello Bonanno, batterista e producer, non si limita a mettere in comunicazione jazz, elettronica e sound design: lavora sul modo in cui questi elementi possono modificare la nostra attenzione, spostandola continuamente da un punto all’altro.
È un aspetto che rischia di passare in secondo piano davanti alla quantità di riferimenti che popolano il disco. Ci sono luoghi reali e immaginari, suggestioni cinematografiche, memorie personali, ma anche una tracklist che sembra una sequenza di coordinate: “Shangri La”, “Seaside Hill”, “Apache Dance”, “Peregrine”, “Strandbeest”, fino a “Lund”. Il titolo stesso guarda a “Twin Peaks”. Eppure il punto interessante non è tanto capire dove Metcalfa voglia portarci, quanto osservare come ci fa cambiare prospettiva mentre ascoltiamo.
La definizione di “hybrid jazz”, allora, può diventare quasi fuorviante se la si considera soltanto come una formula per descrivere l’incontro tra strumenti acustici ed elettronica. Nel disco non c’è una vera e propria frontiera da attraversare tra un linguaggio e l’altro, perché quella frontiera sembra essere stata cancellata in partenza. La batteria non rappresenta semplicemente il jazz, così come l’elettronica non rappresenta necessariamente la contemporaneità: entrambi sono materiali, superfici, possibilità ritmiche e timbriche.
Ed è qui che emerge una delle caratteristiche più personali del lavoro di Metcalfa. Il ritmo non accompagna le immagini: le produce. La batteria ha una funzione quasi cinematografica, perché stabilisce la velocità con cui attraversiamo ciò che ascoltiamo. Il pianoforte può diventare un punto di orientamento, mentre i fiati, le chitarre e le componenti elettroniche sembrano entrare e uscire dall’inquadratura. Non è tanto una musica che racconta qualcosa, quanto una musica che decide continuamente cosa farci notare.
La presenza di due interludi, “Poolside” e “Great Northern Hotel”, è significativa proprio in questa prospettiva. In un disco di appena undici brani e circa trentacinque minuti, non sono semplici pause decorative: sono vere e proprie cesure. Metcalfa sembra sapere che anche il vuoto può essere materiale compositivo, che per cambiare scena non serve necessariamente aggiungere qualcosa. A volte è sufficiente togliere.
“Human”, con la voce di Le Nora, e “Promessa”, con quella di Ethan, introducono invece una dimensione ulteriore. La voce non arriva per rendere il disco più immediatamente accessibile e nemmeno per trasformare la ricerca strumentale in canzone. Funziona piuttosto come un altro corpo sonoro, un’altra presenza all’interno di un organismo che fino a quel momento sembrava muoversi soprattutto attraverso strumenti e texture.
È forse questa la cosa più riuscita di “Where We’re from the Birds Sing a Pretty Song”: non dà mai l’impressione di voler dimostrare quanto Metcalfa sappia suonare. E sarebbe stato facile, considerando la formazione musicale e la quantità di musicisti coinvolti nel progetto — dalla chitarra di Federico Scali ai bassi di Bruno Perretti e Andrea Balleari, passando per sax, tromba e flauto. Al contrario, la tecnica rimane quasi sempre subordinata alla costruzione dell’ambiente.
Questo rende il disco molto più interessante di un semplice esercizio di stile. Perché il rischio dell’hybrid jazz, soprattutto quando viene sostenuto da una solida preparazione strumentale, è quello di trasformarsi in una vetrina di possibilità: guarda cosa posso fare con il jazz, guarda cosa posso fare con l’elettronica, guarda quanto lontano posso spingermi. Metcalfa sceglie una strada diversa. La complessità non viene esibita: viene organizzata.
E così “Apache Dance” può permettersi di essere più nervosa, “Peregrine” di aprire altre traiettorie, “Strandbeest” di giocare maggiormente sulla materia sonora, mentre “Seven Years (Almost Ten)” introduce un’altra idea di tempo. Non è necessario che ogni episodio abbia lo stesso peso o la stessa funzione: il disco ragiona per contrasti, avvicinamenti e distanze. È quasi un montaggio cinematografico privato, nel quale le immagini non vengono mai mostrate davvero e proprio per questo diventano più libere.
Anche “Lund”, posta in chiusura, acquista allora un significato particolare. Non sembra semplicemente il punto d’arrivo di un viaggio geografico, ma la conclusione di un processo percettivo. Dopo aver attraversato tutti questi ambienti, l’ascoltatore arriva alla fine con la sensazione che il vero luogo visitato non fosse nessuno di quelli nominati nei titoli. Era il linguaggio stesso di Metcalfa.
E forse è proprio qui che il disco riesce a distinguersi dalle tante produzioni contemporanee che utilizzano jazz ed elettronica come parole d’ordine per dichiarare una presunta libertà stilistica. “Where We’re from the Birds Sing a Pretty Song” è libero non perché rifiuti le categorie, ma perché non sembra aver bisogno di sceglierne una. La sua identità nasce nel movimento continuo tra una forma e l’altra, tra composizione e improvvisazione, tra controllo e apertura.
Alla fine, più che una mappa di luoghi, il nuovo album di Metcalfa sembra una mappa dell’attenzione. Non ci dice necessariamente cosa vedere: decide quando farci voltare la testa. E in un’epoca in cui tanta musica sembra costruita per essere consumata distrattamente, non è un merito secondario. È forse la sua dichiarazione più forte.












