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“No Perfect Words”, il nuovo singolo di Giuseppe D’Alonzo & Eirlys B.

Fuori dal 9 ottobre “No perfect words”, il nuovo singolo di Giuseppe D’Alonzo con la collaborazione di Eirlys B. Una riflessione poetica sulla fragilità e sul cambiamento, accompagnata da un suggestivo videoclip in stop-motion ispirato ai colori di Bora Bora.

Nato dall’ispirazione visiva ed emotiva maturata durante un viaggio tra i paesaggi incontaminati della Polinesia, il brano mette in luce una ricerca di essenzialità: la presa di coscienza che, di fronte allo scorrere del tempo e al senso di smarrimento (“Se il mondo dovesse oscurarsi / lasciami essere piccola / lasciami provare tutto”), non servono grandi discorsi o parole perfette, ma solo la concretezza dei sentimenti.

Ad accompagnare il singolo c’è un videoclip ufficiale in stop-motion, realizzato con uno stile grafico essenziale e poetico che richiama i disegni dei bambini. Le illustrazioni rievocano la luce, la natura e l’atmosfera sognante di Bora Bora, creando un forte contrasto visivo e un contrappunto emotivo con la delicatezza e l’introspezione del testo.

“Bora Bora mi ha lasciato un senso di meraviglia e di essenzialità che ha guidato la scrittura del pezzo,” racconta Giuseppe D’Alonzo. “Con ‘No perfect words’ ho voluto raccontare quel momento in cui la vita sembra sfuggire dalle mani come sabbia in un pugno, e in cui capisci che non servono risposte elaborate, ma solo il coraggio di lasciarsi andare e provare ogni singola emozione.”

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https://www.youtube.com/c/CrabbysMusic

Biografia

Giuseppe D’Alonzo è un cantautore chitarrista di Pescara. La musica è da sempre la sua grande passione, in particolare il rock blues. Muove i suoi primi passi nel settore fondando la band Crabby’s con cui pubblica i singoli “L’uomo di ieri”, “I Was Born Yesterday” e “Free”.

Esordisce nel 2016 con il suo primo EP “Bad Past”. Seguito dai dischi “Realize” e “Mistake”. Nel 2019 pubblica il suo primo album in italiano “Tornerà”, seguito da “Strane forme di complicità”.

Giuseppe ha la capacità di mescolare un sound blues a uno stile cantautorale arrivando a un pubblico molto ampio e riuscendo ad emozionare l’ascoltatore.

Il cantautore vanta numerose collaborazioni italiane e internazionali tra cui quelle con Melanie Crew, Patrizia Torrieri. e Eleonora Toscani. 

Nel 2022 pubblica “Fantasmi di Carta” EP di 16 brani. A seguire esce anche “Gravita’” accompagnato da un video in Puppet & Paper Cut Stop Motion. Giuseppe D’Alonzo pubblica diversi brani nel corso degli anni. Tutte storie o riflessioni che sanno toccare le corde giuste. A ottobre 2026 esce con due singoli “No perfect words” e “Parole in tasca”. 

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Pop

Le cinque cose preferite di  Dasyel

“Pagine Aperte” è il singolo di debutto di DASYEL. Una ballata pop rock con un retrogusto malinconico ed emozionante. Uscito a giugno 2026 e rilanciato a settembre al Music Place di Milano per la rassegna “Promuovi la tua musica”.

Un ritorno sulle scene registra in meno di tre mesi oltre 700.000 interazioni sui social e l’ingresso in 14 playlist di riferimento su Spotify.

“Pagine Aperte racconta la perdita nel mio trascorso tempo di un amore, vissuto in età matura”, spiega l’artista. “È un mare di silenzi, un labirinto di ricordi in cui due anime continuano a danzare insieme”.

L’arrangiamento introduce un delicato connubio stilistico: l’intimità di un arpeggio di chitarra elettrica pulita e i tappeti caldi dei sintetizzatori di stampo synth-pop evolvono in una sezione ritmica incalzante in 4/4 guidata da una linea di basso prominente. Il risultato è una produzione curatissima nei minimi dettagli – con una netta separazione tra le chitarre acustiche e i power chord distorti del ritornello – dove la voce tenorile e graffiata di DASYEL dà corpo a un testo di rara sensibilità, incentrato sulla sospensione temporale di un amore maturo – che segna l’inizio di un nuovo, luminosissimo capitolo per uno dei talenti storici della provincia di Enna.

Per conoscerlo meglio, gli abbiamo chiesto quali fossero le sue cinque cose preferite.

1. La mia DAW e l’Home Studio (La stanza dei bottoni)

“La mia prima cosa preferita è la mia postazione digitale. Dopo una vita passata tra bilanci e scartoffie da commercialista, oggi la mia DAW è il luogo in cui mi sento davvero libero. Passare ore davanti allo schermo ad assemblare tracce, mixare frequenze e registrare sintetizzatori a Nicosia è un’urgenza espressiva che mi fa sentire vivo, oggi più che mai a 70 anni.”

2. Il vinile di “Piccolo Pierrot” (1978)

“Questo 45 giri stampato su etichetta SAAR/Up Records è il mio personale macchina del tempo. Ricorda l’esordio a Milano a soli 22 anni con il gruppo Il Diario, con la splendida firma di Carla Vistarini per il testo. Tenere in mano questo pezzo di vinile mi ricorda da dove sono partito, le prime apparizioni in RAI e quel fuoco sacro per la musica che nessuna scrivania ha mai potuto spegnere.”

3. I miei occhiali da sole tondi

“Sono diventati il mio marchio di fabbrica, la mia firma visiva per il progetto DASYEL. Oltre a proteggermi, quando li indosso sento scattare una sorta di interruttore mentale: lascio indietro la razionalità della vita quotidiana ed entro al 100% nella mia dimensione artistica. Mi accompagnano ovunque, dallo studio ai Massive Arts fino al palco di Milano.”

4. I boschi di Nicosia e la natura dei Nebrodi

“Il mio rifugio spirituale in Sicilia. Quando sento la mente affaticata dai troppi loop musicali in studio, prendo l’auto ed entro nella natura incontaminata che circonda la mia terra. Il silenzio delle montagne, i colori dei Nebrodi e l’aria pulita sono la mia più grande fonte di ispirazione. Molte melodie di ‘Pagine Aperte’ e del nuovo brano sono nate camminando tra questi sentieri.”

5. Il rito del caffè all’alba

“Sono un mattiniero cronico. La mia quinta cosa preferita è la tazzina di caffè fumante bevuta alle 6 del mattino, da solo, mentre la città ancora dorme e le luci della mia DAW iniziano ad accendersi. Quel primo sorso di caffè, unito al silenzio dell’alba, è il momento esatto in cui la mia mente è più lucida per scrivere testi d’amore intensi e immaginare nuovi arrangiamenti.”

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“Down The Road”, il primo singolo della rock band Desert Primrose

Fuori dal 25 settembre “Down The Road”, il primo singolo dei Desert Primrose disponibile su tutti i digital store. Un brano rock energico che tira fuori tutto il carattere della band.

“Down The Road” riesce ad inserirsi tra il rock classico e quello moderno. I Desert Primrose riprendono lo stile di un tempo e riescono a renderlo loro. Nessuna interferenza artificiale, solo cinque ragazzi che fanno rock dandogli un’impronta unica: quella dei Desert Primrose. Due chitarre che giocano, si scambiano i ruoli diventandole vere protagoniste del pezzo.

“C’è un momento in cui restare fa più male che andarsene. “Down the Road” nasce da lì: dai giorni che sembrano freddi, dai pensieri che bruciano, dalla scelta di mettersi in cammino da soli senza niente da rimpiangere. Un rock chitarristico e melodico, che dietro alla solitudine nasconde un grido di resistenza: never be broken”, così i Desert Primrose descrivono il loro singolo.

“Down The Road” è il primo pezzettino del puzzle che sarà il loro primo album. Un brano che sa farsi amare dai puristi del rock e avvicinare le nuove generazioni.

Registrato presso: Massive Arts Studio Milano
Mixaggio: Matteo Calvagno
Mastering: Alberto Cutolo

Ascolta Spotify: https://open.spotify.com/track/4gFkoEOYPFJNbgyvgWHaKA?si=VfHnfHc0RYSghETkGrmEfQ&utm_source=copy-link

https://www.instagram.com/desert__primrose/

BIOGRAFIA

I Desert Primrose sono un quintetto rock milanese formatosi nel 2025. Emanuele Papasidero alla voce, Matteo Papini e Riccardo Rubini alle chitarre, Stefano Arosio al basso, Matteo Zanellato alla batteria. Cinque ragazzi uniti dalla passione per la musica.

Una rock band vecchio stile che fa ancora le prove in garage, manda la demo in giro e non vede l’ora di portare la propria musica su un palco.

Il nome stesso della band non nasce a caso. Desert Primrose è la primula del deserto che cresce dove non dovrebbe e che fiorisce comunque in terreno arido. Non è un’immagine decorativa ma una dichiarazione di intenti: cinque musicisti che scelgono il rock in un momento in cui le classifiche appartengono ad altro e il genere viene dato per esaurito. È una scelta consapevole.

Tutti i componenti hanno alle spalle anni di studi musicali cominciati da ragazzini e il rock non è per loro il punto di partenza ma l’approdo di chi ha imparato a suonare e cantare, scegliendo il genere dove mettere quella competenza.

Il cuore del suono è la doppia chitarra. I Desert Primrose non hanno una ritmica e una solista: i due strumenti si scambiano i ruoli di continuo, intrecciandosi e rispondendosi invece di dividersi i compiti. È l’approccio dei Pearl Jam — riff che si sostengono a vicenda, senza inseguire il virtuosismo — con una ruvidità nelle distorsioni che arriva da Neil Young.

Sopra, una voce graffiante e spavalda, riconoscibile alla prima frase. Sotto, una sezione ritmica che è il “motore” del gruppo. Un suono rotondo e pieno, basso e batteria agganciati sullo stesso pulsare, precisi senza essere rigidi. È una ritmica che non si limita ad accompagnar. Prende il riff e lo porta avanti, gli dà peso, e soprattutto sa lasciare i vuoti dove servono.

Al centro dei testi c’è l’introspezione. Non la posa del rocker arrabbiato con il mondo, ma uno sguardo rivolto verso l’interno. La ricerca di chi si è quando si smette di recitare la parte assegnata.

Tutto questo lo si percepisce chiaramente nel loro primo singolo “Down The Road”, fuori dal 25 settembre 2026.

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Il 9 ottobre esce “Teenage”, il nuovo EP di Nemesi

Il 9 ottobre esce “Teenage”, il nuovo EP di Nemesi (Garbo Dischi distribuito da Sony Music Entertainment).

Dopo aver anticipato il progetto con i singoli “Camilla”, “Agave lo sa” e “Stupida”, Nemesi presenta Teenage, il suo primo EP: un racconto intimo e personale di quegli anni, fatto di dubbi, domande, risposte, ricordi e piccoli spiragli di speranza.
Teenage è la storia di un’adolescente, ma soprattutto è la storia dell’adolescenza di Nemesi. Un periodo attraversato senza filtri, in cui ogni esperienza, anche quella più dolorosa, ha lasciato un segno e contribuito a costruire la persona e l’artista che è oggi, creando un percorso di crescita che si è trasformato in direzione di una strada.
 

“Le canzoni dell’EP sono canzoni che mi hanno permesso di conoscermi, di avventurarmi all’interno dei miei pensieri e dentro la musica, la mia musica. Dentro ogni canzone ho lasciato un pezzo di me: un ricordo, un luogo, un sentimento.”

Il titolo Teenage racchiude questo passaggio: il momento in cui i sogni hanno iniziato a trasformarsi in realtà, i testi in canzoni e la musica in una compagna di vita. È il racconto di un’età che può fare male, ma che può anche indicare una rotta.

La focus track “Punto e virgola” rappresenta il cuore di questo percorso. Una pausa, non una fine: la scelta di andare avanti senza cancellare ciò che è stato. È il momento in cui Nemesi ha iniziato a cercare se stessa e la propria serenità, trovando nella musica un luogo sicuro, una casa e una famiglia.

L’uscita di questo EP è il modo dell’artista per lasciare andare quegli anni senza rinnegarli, trasformando dubbi, ferite e domande in qualcosa di nuovo. Un addio al passato, accompagnato dalla gratitudine per ciò che le ha permesso di diventare la persona e l’artista che è oggi.


BIO
Sara Maria Forina, in arte Nemesi: vent’anni, la metà dei quali passati a decodificare un forte
disagio adolescenziale che sembrava tenerla lontana dal Mondo. Nemesi cresce a Campobasso ma il suo sangue è pugliese: ulteriore pezzo di un puzzle che sembra mostrare inadeguatezza al luogo ed al tempo. Quella apparente inadeguatezza, invece, collocherà nella musica il suo equilibrio, tanto da farla sentire finalmente “casa”.
Nemesi nasce come ribellione, verso tutti ma soprattutto verso sé stessa; presto quella ribellione si traduce in rinascita: la capacità di parlarsi, di scoprirsi e di esprimere le proprie emozioni attraverso i testi delle sue canzoni. Sonorità pop, senza dubbio, ma dense di sperimentazione, che virano con urgenza verso una dimensione alternativa alla quotidianità in cui proiettare il senso di una scrittura intima ed introspettiva.
Nemesi scrive da quando è bambina, nelle sue canzoni troviamo tutti i traumi ed i turbamenti
dell’infanzia e dell’adolescenza, oggi racchiusi nell’EP Teenage che accompagna l’ascoltatore in
un viaggio variopinto di atmosfere e melodie che vanno dalla ballad all’up tempo ma, sempre,
cariche di sofferenza e del bisogno di capirsi e farsi capire.

CONTATTI
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Tik Tok https://www.tiktok.com/@realnemesi?_r=1&_t=ZN-93mKrM3AWDG

AA Management 
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Giorgia Vendetti giorgia@astarteagency.it
Francesco Acate Aiello  francesco@astarteagency.it

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Internazionale

Hibaku Jumoku, quando tre strumenti diventano un paesaggio

Ci sono dischi che hanno bisogno di essere ricondotti a un genere per essere raccontati e altri che sembrano nascere proprio per sottrarsi a questa necessità. L’omonimo esordio degli Hibaku Jumoku appartiene alla seconda categoria. Il punto di partenza è il piano-less jazz, ma già la formazione racconta una volontà precisa di spostare le coordinate: al posto del contrabbasso c’è il basso tuba di Francesco Bucci, insieme al sax tenore di Antonio Gallucci e alla batteria di Paolo Inserra. Una scelta che potrebbe sembrare semplicemente particolare sulla carta, ma che nel disco diventa il centro stesso della sua identità.

Il basso tuba non è qui soltanto uno strumento grave chiamato a sostenere la struttura ritmica. La sua presenza cambia fisicamente il peso dei brani, mentre il sax può muoversi tra melodia, improvvisazione e ricerca timbrica e la batteria tiene insieme il tutto senza limitarsi a una funzione di accompagnamento. L’elettronica e gli effetti applicati agli strumenti ampliano ulteriormente questo spazio, facendo convivere nu jazz, punk, rock, elettronica e influenze afro e mediterranee senza trasformare il disco in un esercizio di semplice accumulo.

È soprattutto nell’interplay che il disco trova la propria forza. “Little Man” mette subito in evidenza la centralità del basso tuba e il dialogo fra Bucci e Gallucci; “Playing Trees” costruisce invece una sezione ritmica particolarmente compatta, mentre “E.S.T.” insiste su una pulsazione quasi ossessiva. In “Hibakusha” il trio si spinge verso una dimensione più sperimentale, modificando il suono degli strumenti attraverso gli effetti, mentre “Beyond the Desert Storm” apre uno spazio più ampio e malinconico, lasciando emergere anche il basso tuba come voce solista.

Il risultato è un disco che non sembra interessato a dimostrare quanto possa essere “strano” un trio composto da sax, basso tuba e batteria. Al contrario, dopo una ventina di concerti e un anno e mezzo di lavoro sul repertorio, la formazione appare già sufficientemente rodata da trasformare la propria anomalia in una possibilità espressiva concreta. La mancanza del pianoforte e la sostituzione del contrabbasso non sono quindi ostacoli da compensare: diventano lo spazio attraverso cui gli Hibaku Jumoku costruiscono il proprio linguaggio.

Anche il nome del progetto offre una chiave di lettura precisa. “Hibaku Jumoku” indica gli alberi sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima e viene assunto dal trio come simbolo di resistenza e resilienza. Nel disco questa idea non si traduce in un messaggio esplicito o didascalico, ma sembra funzionare piuttosto come dichiarazione di indipendenza: resistere alle categorie già disponibili, prendere una formazione insolita e vedere fin dove può arrivare.


SCOPRI IL DISCO: https://www.record-y.com/hibakujumoku



Francesco Bucci: basso tuba, fx (Ottone Pesante, Zobibor)
Paolo Inserra: batteria (Baustelle, Uppertones, Giuliano Palma)
Antonio Gallucci: sax tenore, fx (Vertical, Stellari)

“Hibaku Jumoku” è quindi un debutto che convince soprattutto quando smette di preoccuparsi di essere facilmente classificabile. È jazz, ma non ha bisogno di restare dentro il jazz; è fisico e ritmico, ma lascia spazio alla ricerca; è sperimentale senza trasformare la sperimentazione in un fine. Tre musicisti che, invece di riempire ogni spazio, imparano a usarlo: ed è proprio in quello spazio che il disco trova la sua voce.

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Pop

Il quartier generale dei The Peripheries

Ci sono band che si raccontano bene attraverso una biografia, altre attraverso una discografia. E poi ci sono i The Peripheries, per i quali forse è più interessante entrare direttamente nella stanza dove succedono le cose.

In occasione dell’uscita di “Too Cool For School”, il nuovo singolo che porta avanti il percorso della band tra post-punk, new wave, elettronica e sperimentazione, abbiamo deciso di cambiare prospettiva. Niente domande sulla scena, niente definizioni da ripetere, niente tentativi di spiegare ancora una volta cosa significhi stare ai margini. Abbiamo chiesto ai The Peripheries di mostrarci cinque oggetti della casa di John, il loro quartier generale. Perché una casa può raccontare una band in un modo che una biografia difficilmente riesce a fare. Può dire cosa resta quando si spengono le luci del palco, quali sono le ossessioni che finiscono dentro le canzoni, quali oggetti diventano strumenti di lavoro, memoria o semplicemente parte della quotidianità. E soprattutto può restituire quella dimensione domestica e artigianale che sta dietro a un progetto come quello dei The Peripheries: una band nata e cresciuta attraverso una progressiva fiducia reciproca, che ha trasformato una serie di esperimenti iniziali in un vero e proprio mondo condiviso.

“Too Cool For School” parla di ribellione, alienazione e della necessità di trasformare una frustrazione individuale in qualcosa di collettivo. È un tema che attraversa anche il modo in cui i The Peripheries concepiscono la musica: non soltanto qualcosa da ascoltare, ma un’esperienza da vivere insieme. Il nuovo singolo arriva dopo “Mechanical Reproductions”, “A New Oblivion” e una serie di brani che hanno costruito un immaginario sempre più riconoscibile, mentre la band guarda già al prossimo capitolo, “Dérives”. Questa volta, però, non partiamo dalle canzoni. Partiamo da cinque oggetti.

Cinque pezzi della casa di John, cinque possibili porte d’ingresso nel quartier generale dei The Peripheries. Per capire cosa succede quando la musica non è ancora un concerto, un videoclip o un disco, ma semplicemente un gruppo di persone che si ritrova nello stesso posto e comincia a costruire qualcosa.

Casa di John: è un po’ il nostro quartier generale nomade: deposito e smistamento di strumenti, vestiti e valigie sempre pronte a partire, sala prove improvvisata per i pezzi in acustico, ostello per chiunque graviti intorno al progetto. È anche cucina, tavolata, birrette, chiacchiere e convivialità, per scelta o semplicemente perché ci si ritrova lì. Una specie di ARCI clandestino e non formalizzato, dove alla fine succede sempre qualcosa. 

Udo

Il pianoforte. La prima volta di A shadow passing over è stata nel salotto di casa, Flaminia al pianoforte, vestita di bianco, e Carlo al suo fianco, insolitamente nero, che cantava a occhi chiusi, tagliati da un sole tiepido che entrava dalla finestra… Wow!

Flaminia

Il dondolo da giardino in terrazza: è un oggetto familiare, che mi ricorda quello che c’era a casa dei miei quando ero piccolissima, in cortile. Il dondolo di casa Johnson è stato lì a cullarmi mentre facevo amicizia con il gruppo nel primo periodo, e ho la sensazione che sia stato lì vicino nei momenti più rilevanti, di convivialità ma anche di scelte importanti per il progetto, riflessioni e confronti

Sabi

La terrazza di Otis. Piante a non finire, cose che nascono, crescono e muoiono oppure semplicemente cambiano forma e colore. Otis è il padrone indiscusso, scontroso micio che è sempre nei nostri discorsi come un puntino di sospensione, come un personaggio al limite tra reale e fantastico, dai poteri paranormali e dotato di raggi laser nello sguardo…

Casa di John è il centro della nostra periferia assoluta, il luogo dove è possibile lasciare in sospeso abiti, strumenti, idee, registrazioni. Spero che non traslochi mai!

Carlo

Lo studio. È lì che ci rinchiudiamo, che registriamo, che sbagliamo e rifacciamo, che alterniamo momenti di silenzio assoluto forzato con scrosci di risate incontrollate. Tiriamo tende pesanti per cogliere ogni nota e poi riapriamo tutto per respirare e riascoltare. È il nostro luogo sicuro, dove sappiamo che ne usciremo solo felici.

John

Il tesoretto. Casa mia è una piccola cronistoria dei Peripheries raccontata attraverso gli oggetti: la scaletta scritta a mano da Sabi, il magnete comprato a Orgosolo durante la tournée in Sardegna, il tamburello da piede di Pesach, il pezzo di legno bruciato che un tempo sosteneva la mia tastiera, gli occhiali spaziali di Colder than your smile, il nostro primo singolo, e il vestito imbrattato di vernice che portai a Varignana e che mi costò una settimana a letto con la febbre. Piccoli frammenti di una storia comune, capaci ancora oggi di riportarmi a momenti unici.  

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Pop Recensione

sokind, due amici di Vicenza e un disco (stavolta) scritto in italiano

Massimiliano Lorenzin e Lorenzo Milan si conoscono da molti anni. Prima di avere un nome in comune condividevano musica, fotografie e video, poi nel 2023 hanno deciso di mettere tutto nello stesso posto ed è nato sokind. Le prime canzoni erano in inglese, più vicine agli ascolti elettronici internazionali del duo. Col tempo Massimiliano, che scrive e canta, si è accorto che in italiano riusciva a dire le cose in modo più preciso. controluce, uscito il 25 settembre, è il risultato di questo cambio: il primo album dei sokind e il primo interamente nella loro lingua.

Il suono resta elettronico, con Lorenzo che produce da anni, mentre la scrittura va verso la canzone italiana. Le dieci tracce parlano di relazioni in tutte le loro fasi, compresa quella in cui non è chiaro se una relazione ci sia. “Respirare”, che apre il disco, sta tutta in quel punto incerto: due persone che si vogliono bene e non sanno quando avvicinarsi e quando lasciare spazio. “Ho paura di toccare / di sbagliare direzione”, canta Massimiliano, in una stanza dove la radio è accesa e nessuno parla. È un’apertura gentile, con un passo morbido che mette subito a proprio agio.

Più avanti le relazioni finiscono, e il disco le guarda da angolazioni diverse. “Lontano da te” arriva quando il dolore si è già posato e si può ripensare a una storia senza volerla ricominciare (“A volte lasci andare / per non farti mancare”). “Sale nell’acqua” racconta invece la fine che non ha un momento preciso, quella che si consuma piano, come il sale che si scioglie e a un certo punto non c’è più. Il ritornello ripete “va bene così”, e sembra davvero un modo per voltare pagina. Nella stessa canzone ci sono le righe migliori dell’album: “Ci siamo persi come si perde una lingua / che parlavi da bambino e adesso taci”.

Se c’è un limite, sta in qualche immagine che chi ascolta indie italiano ha già incontrato spesso: le luci dei bar, il messaggio scritto e cancellato, i treni che passano e fanno male. Sono dettagli che non rovinano niente e che vengono compensati, quasi sempre, da un verso più personale poco dopo. Viene da pensare che il passaggio all’italiano sia ancora in corso, e che nei prossimi lavori quella precisione cercata da Massimiliano potrà spingersi ancora più in là.

Il duo fa tutto internamente: scrittura, produzione, mix, master, artwork, fotografie e i dieci Official Visual, uno per brano, girati nello stesso set a camera fissa. Ne esce un esordio compatto, dieci brani in poco più di mezz’ora, che si ascolta tutto d’un fiato e lascia voglia di rimetterlo dall’inizio. Il consiglio è di farlo con i testi sotto gli occhi, almeno la seconda volta.

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Pop

Naesh – N: tornare senza recuperare il tempo perduto

“N” potrebbe essere facilmente raccontato come il disco del ritorno. Naesh torna a pubblicare dopo una pausa, ritrova RameBiz, con cui condivide una storia musicale lunga più di vent’anni, e rimette in circolo una scrittura che aveva scelto di lasciare momentaneamente da parte. Ma fermarsi alla parola “ritorno” significherebbe leggere questo album nella direzione sbagliata. Perché “N” non sembra interessato a recuperare il tempo perduto, né a dimostrare di essere ancora l’artista di vent’anni fa. Al contrario, il tempo trascorso è esattamente ciò che permette a queste canzoni di esistere.

Naesh continua a guardare la realtà da una posizione molto concreta. Ci sono il territorio, le persone, le abitudini, le contraddizioni quotidiane e quella provincia ligure che non viene trasformata in cartolina né utilizzata come semplice sfondo autobiografico. È materia da osservare. Anche quando il discorso diventa personale, la scrittura mantiene una certa distanza dall’autocommiserazione: Naesh racconta quello che gli passa davanti agli occhi prima ancora di preoccuparsi di spiegare cosa dovrebbe significare. È una delle caratteristiche che rendono “N” coerente con il suo percorso, ma anche diverso da un esercizio di nostalgia.

I tre singoli pubblicati prima dell’album aiutano a capire questa direzione. “Vita Lenta” parte dalla necessità di sottrarsi alla velocità, “Re Carlo” osserva con ironia le contraddizioni del presente, mentre “California” introduce l’idea di un altrove, non tanto come destinazione reale quanto come possibilità. Presi singolarmente sono tre brani diversi; dentro “N” diventano invece tre coordinate dello stesso discorso: fermarsi, osservare, immaginare un’altra direzione.

A tenere insieme tutto c’è RameBiz. La loro produzione non cerca di trasformare il disco in una dichiarazione di fedeltà all’hip hop, anche se quelle radici rimangono chiaramente riconoscibili. Il suono lascia spazio alla scrittura, aprendosi alle contaminazioni e a una dimensione più morbida, nella quale emergono anche influenze soul e jazz. È una scelta importante perché permette a Naesh di non dover interpretare il ruolo del rapper che ritorna dopo una pausa: può semplicemente essere un autore che riprende a scrivere con tutto quello che nel frattempo è cambiato.

Ed è forse proprio questa la cosa più interessante di “N”. Non c’è una vera ossessione per il passato, nonostante il passato sia continuamente presente. Gli anni trascorsi lontano dalla musica non vengono trattati come un vuoto da riempire, ma come parte della storia dell’artista. Naesh non prova a cancellare la distanza tra quello che era e quello che è diventato: la porta dentro le canzoni.

“N” è quindi un disco che parla anche del tempo senza avere bisogno di trasformarlo in un tema dichiarato a ogni occasione. Il tempo sta nei cambiamenti di prospettiva, nelle cose che prima sembravano importanti e oggi vengono osservate diversamente, nella possibilità di tornare a fare musica senza dover tornare indietro. Naesh riparte da dove si trova adesso, con una scrittura ancora legata all’osservazione del quotidiano e un produttore con cui esiste una storia condivisa, ma senza cercare di replicare quella storia.

Più che un ritorno, “N” è una ripresa del discorso. E la differenza non è piccola: significa accettare che nel frattempo qualcosa sia cambiato e provare a capire cosa può nascere proprio da quel cambiamento.


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Comunicato stampa

“Furnace Creek” è il nuovo singolo dei Suez, fuori da venerdì 2 ottobre

Esce venerdì 2 ottobre 2026 “Furnace Creek”, il nuovo singolo dei Suez, distribuito da Believe Music Italy. Un brano che prende il nome da uno dei luoghi più estremi del pianeta per trasformarlo in una dimensione interiore: un punto di passaggio in cui non è più possibile evitare ciò che si è, ciò che è accaduto e ciò che ci aspetta.
 

Al centro del brano ci sono eventi profondamente umani, ma “Furnace Creek” non cerca una morale né una via di fuga: racconta quel momento preciso in cui la vita presenta il conto e chiede di essere attraversata, con le sue contraddizioni, le paure e le possibilità ancora aperte. A cambiare prospettiva è soprattutto lo sguardo di un bambino, capace di osservare la realtà con una semplicità che gli adulti sembrano avere progressivamente perduto. È attraverso quello sguardo che emerge una domanda tanto semplice quanto difficile: quanto siamo davvero capaci di entrare nel mondo di qualcun altro, soprattutto quando quel mondo ci costringe a rivedere noi stessi?
 

“Furnace Creek” si inserisce nel percorso di una band che ha iniziato la propria storia nei primi anni Duemila e che, nel corso di oltre vent’anni, ha continuato a confrontarsi con le trasformazioni della società e con le inquietudini del proprio tempo. Dopo “Illusion Of Growth” (Seahorse Recordings, 2013) e “The Bones of the Earth” (Cagnin Records, 2021), i Suez tornano oggi a parlare da una posizione diversa: quella di chi ha attraversato abbastanza anni da poter guardare al passato senza nostalgia e al presente senza illusioni. Nel loro nuovo capitolo, il tempo diventa infatti una materia con cui fare i conti. I Suez del 2026 rivendicano l’età, l’esperienza e tutto ciò che comportano: le relazioni che cambiano, le certezze che si consumano, le paure che non scompaiono semplicemente crescendo. E soprattutto la necessità di interrompere un silenzio durato troppo a lungo.
 

“Furnace Creek“ non è solo la località più calda della terra, è un luogo immaginifico dove si intrecciano le strade della vita. Un luogo dove per la prima volta vieni messo di fronte alla tua più intima natura, dove sei nudo di fronte alla realtà, dove sei costretto a fare i conti con te stesso. Una separazione, un bambino, un padre. Gli avvenimenti si susseguono, non esistono momenti migliori, esiste semplicemente il momento esatto in cui le cose accadono e le affronti, ne vedi luci ed ombre, precipizi e speranze. “Furnace Creek” è il sogno di un bambino, attraverso la sua capacità di vedere il mondo con occhi diversi. Con quella semplicità che ti lascia disarmato: sarò mai in grado di essere parte del suo mondo?
 

“Non mi interessa se ho ragione
puoi congelarmi con i tuoi occhi
ma so che non sono lucciole ma grandi aquiloni
affinché tu possa volare”

SCOPRI IL BRANO: https://bfan.link/furnace-creek



Prodotto da Suez & Andrea Cola

Luigi battaglia
: voce e synth
Emily Capanni: voce
Ivan braghittoni: chitarra
Marcello Nori: batteria
Manuel Valeriani: basso

Andrea Cola: mix
Marcella Magalotti: foto

registrato a Cesena tra il 2025 e il 2026 presso Suez Studio e StoneBridge Studio 
Master realizzato da Andrea ‘Bernie’ De Bernardi – Eleven Mastering


BIO:


Non è mai stata una questione di opportunità, di vanità. Non è mai stata una questione di strumenti, accordi e melodie. Non è mai stata una questione di protagonismo. È sempre e solo stata la necessità di comunicare, raccontare e raccontarci.


La band dei Suez si è formata ad inizio anni 2000, in un contesto radicalmente diverso rispetto a quello attuale, così diverso che sembrano passati secoli, non soltanto 20 anni. Un mondo ferito, naufragato nella tragedia dell’11 settembre, deflagrato negli scontri del G8 di Genova, un mondo plasmato da una crescente indifferenza.  Ci ritroviamo, oggi, una società che prolifera nel paradosso, l’immediata soddisfazione del desiderio ha spazzato via qualsiasi forma di solidarietà, comunità. Tutto si piega alla volontà dell’individuo, al centro di tutto, a discapito della collettività. Non esiste un’idea di futuro, il sogno di costruire un mondo migliore, anche a costo di spezzare i vincoli con il passato, imparando dagli errori, per inseguire un ideale. La musica fa parte del gioco, oggi più di ieri, non c’è più speranza, denuncia, impegno sociale, storie da raccontare, momenti da fissare nella memoria, ma soltanto il successo, il denaro, l’arrivismo sociale.

I Suez cercano quindi di raccontare ciò che ci circonda, il contesto culturale, sociale, sempre in prima persona, senza farci influenzare da mode e opinioni; ciò che i nostri occhi hanno visto, direttamente, con il filtro della soggettività, perché non c’è nulla di più vero di ciò che hai vissuto. Una società che trita ogni ostacolo, fagocita l’individuo e lo trascina in una deriva di infinita solitudine. 

La band ha affrontato l’illusione della crescita (con l’album “Illusion Of Growth” – Seahorse Recordings, pubblicato nel 2013) personale, economica e culturale, in un contesto già profondamente in crisi. Hanno scavato nelle viscere della terra (“The Bones of the Earth” – Cagnin Records 2021), raccolto i cocci, scoperto che i ragazzi devono piangere, raccontato la sofferenza dentro le mura di casa, della quotidianità e del mondo segnato da crescenti conflitti, disuguaglianze sociali, disumanità. Nel 2026 si confrontano con i nostri demoni, i demoni del nostro tempo, che fanno colazione insieme a noi, dormono accanto a noi, fanno parte delle nostre vite, come fosse la cosa più normale del mondo. Logorano il nostro tempo, le relazioni, amplificano incertezze e timori, fanno parte del nostro viaggio e non ci abbandonano mai.

I Suez del 2026 sono:
Luigi Battaglia, Ivan Braghittoni, Emily Capanni, Marcello Nori e Manuel Valeriani. 

I Suez del 2026 sono invecchiati e vogliono farlo sapere a tutti. 

I Suez del 2026 sono invecchiati e vogliono farlo sapere a tutti. 

I Suez del 2026 non possono prolungare il silenzio e vogliono farlo sapere a tutti. 

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Pop

Cosa c’è nella camera del Dott. Palmito dei Vendrame

Per capire i Vendrame non basta ascoltare “Burro”. Bisogna forse anche accettare l’idea che, nel loro universo, il confine tra una canzone, una battuta, un personaggio assurdo e una situazione realmente accaduta sia piuttosto sottile. È una delle caratteristiche che accompagna il loro “malcomplesso”: l’ironia arriva senza essere annunciata e spesso senza spiegare allo spettatore se dovrebbe ridere oppure chiedersi semplicemente cosa stia succedendo.

In occasione della pubblicazione di “Burro – I Grandi Successi Vol. I Rimasterizzato Meglio”, il disco d’esordio del 2020 riproposto oggi in una nuova versione, abbiamo quindi deciso di spostare l’obiettivo dalle canzoni alla vita quotidiana. Il Dott. Palmito ci ha mostrato cinque oggetti di casa sua: cinque piccoli pezzi di un mondo che, a giudicare da quello che abbiamo imparato a conoscere dei Vendrame, potrebbe essere perfettamente normale oppure completamente folle. A voi decidere dove finisca la realtà e dove cominci il resto.

Dottor Palmito (Tromba, sassofono e suoni corporali)
L’icona concettuale, il guru della band, colui che è riuscito nell’im- presa di fluttuare sette metri sopra la mediocrità generale. Dottor Palmito è asceso alle più alte vette mistiche e spirituali, un miracolo evolutivo reso possibile solo da una dieta a base di ipertrofia dell’ego purissimo. Vive per affabulare seguaci e dispensare vane speranze a chiunque sia così ingenuo da ascoltarlo. Tra un assolo di fiati e un’emissione sonora di dubbia provenienza corporea, Palmito vi guiderà verso l’illuminazione. O, più probabilmente, verso il distur- bo ossessivo compulsivo.

1- Scultura di Peli
Celebre scultura in peli fatta di peli dell’artista italo londinese Paul Sabatinì, contenuta in una teca sottovuoto al fine di preservarne l’integrità.

2 – Imbuto benedetto
Il celebre imbuto utilizzato dal dottor Palmito nel videoclip di “Baracca nella scatola” durante la pandemia degli anni ‘20

3- Lazzaretto
La famosa e leggendaria pianta di peperoncino (capsicum annuum) che cresce spontaneamente da oltre 30 anni nel balcone della dimora del dottor Palmito. Si narra che i frutti di tale pianta siano in grande di dare il dono della trascendenza e allucinazioni competritive.

4 – tarocchi
Gli antichi tarocchi marsigliesi del dottor Palmito, dove il beato ed illuminato Santo riesce a leggere nei meandri del futuro. Tali tarocchi sono stati spesso utilizzato come mazzo da gioco per scopone scientifico, durante i periodi di eremitismo forzato. Costituiscono per il Dottor Palmito fornte spirituale e di lucro essendo anche fonte di reddito.

5- Kit rasatura
I leggendari strumenti di rasatura appartenenti al dottor Palmito. Si può notare la celebre “Aqua Velva Williams”, storico dopobarba dalle proprietà antisettiche e rigeneranti, in molti ritengono tale prodotto responsabile del celebre “odore di santità” diffuso dalla presenza del dottor Palmito. L’acqua Velva è citata in due brani de i Vendrame. Lo stesso kit fu utilizzato dal sommo Palmito durante una perfomance di rasatura in diretta televisiva nell’emittente Rete (Abruzzo) nel 2015.