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Pop

Cosa c’è nella camera di Kenai

Esce venerdì 30 settembre 2022 per Disordine Dischi e in distribuzione Believe “Calzini Bucati”, il nuovo singolo di Kenai, moniker di Salvatore Sellitti. Si tratta del primo brano scritto a quattro mani dallo stesso Kenai, classe 2003, e il produttore e autore Paci Ciotola: si è creata l’atmosfera ideale per un pezzo indie-pop. Il brano racconta di una storia d’amore dalla quale Kenai è stato travolto e stravolto, soprattutto a seguito della fine della relazione avvenuta d’estate. Il testo racconta per metafore tutte le sensazioni, spesso contrastanti, che si provano dopo una brusca rottura, quali possono essere la rabbia o la gelosia, ma anche nostalgia e rimpianto accompagnate però sempre dall’amore. La canzone tocca anche tematiche delicate come i DCA, raccontando attraverso numerosi richiami testuali, l’attaccamento al cibo del ragazzo, il quale sembra avere tra i suoi pensieri soltanto la “bambola Mariachi” ed il frigo da svuotare.

Questo brano rappresenta per Kenai un punto di arrivo per quanto riguarda le sue consapevolezze ed i DCA, e vuole rappresentare altresì un punto di partenza per coloro che non vedono la luce alla fine del tunnel affinché possano trovare il coraggio di cambiare se stessi e le persone circostanti.

Noi non potevamo che andare a casa sua.

Cari lettori di Perindiepoi ritenetevi molto fortunati perché in camera mia di solito ci entrano poche persone, ma oggi per voi la apro molto volentieri! 

La mia prima chitarra

Lei è la mia primissima chitarra, me l’ha regalata mia madre quando avevo undici anni e le chiedevo insistentemente di poter studiare musica. Sono molto affezionato a lei, sia perché mi ricorda il mio maestro di musica a cui ancora oggi sono molto legato, sia perché rappresenta il passaggio dall’ascolto alla creazione di musica (la mia primissima canzone scritta a ridosso del mio quattordicesimo compleanno, era accompagnata da questa chitarra). E poi, chitarristi parliamoci chiaro, come potrei mai dimenticarmi della chitarra su cui ho suonato il mio primo barrè?! 

Michael Jackson – Thriller

Thriller, l’album più venduto della storia della musica, l’album dei record, l’album degli album. Non smetterò mai di ringraziare i miei genitori per avermi cresciuto con la musica anni ’70-’80, segnata, tra i molti, da artisti del calibro di Michael Jackson, i Bee Gees, gli CHIC e Hall and Oates che rappresentano le mie più grandi influenze musicali in assoluto. A MJ in particolare sono molto legato, conosco a memoria l’arrangiamento di tutti i suoi pezzi e prendo in prestito costantemente qualcosa dell’eredità musicale del Re del Pop.

Taccuino

Questo qui è il mio taccuino, quando andai a comprarlo il commesso non sapeva neanche di averlo, era stato dimenticato da tutti su quello scaffale, ma mi piace pensare che stesse soltanto aspettando me. Per ogni artista la carta è fondamentale, ma per me forse lo è un po’ di più: non utilizzo il taccuino per scrivere i testi delle canzoni, non mi piace, preferisco piuttosto definirlo un mezzo per rubare quello che vedo in giro: dialoghi, emozioni, colori, scrivo tutto sul taccuino a mo’ di appunti incomprensibili. Quando devo scrivere poi, mi diverto a decifrarli…

Manuale del film

La mia più grande passione dopo la musica è sicuramente il cinema, lo trovo un mezzo di comunicazione sublime, capace di teletrasportati in un luogo e un tempo diversi da quelli in cui ti trovi davvero. I film sono, forse più della musica, una via di fuga per lo sceneggiatore perché a differenza delle canzoni (che almeno per me sono un racconto della realtà), i film sono una scappatoia da essa, e lo trovo molto affascinante. Abbiamo pronti già diversi pezzi ricchi di citazioni cinematografiche, vi sfido, quando usciranno, a trovarle tutte!

La camera

Ho pensato molto a cosa includere nell’ultima foto, ci ho pensato tutto il pomeriggio, qualsiasi cosa mi sembrava inadeguata. Poi però è arrivata la sera, ed ho realizzato che come ultima foto voglio regalarvi un quadro, un quadro ispirato a quello della camera di Van Gogh, che però ritrae la mia stanza, di notte. Adoro la notte, significa per me riflessione e introspezione. Ho più paura della luce che del buio, forse perché con il buio ci si può nascondere meglio, forse perché con il buio per conoscere bene qualcosa, per scoprirne i dettagli, bisogna avvicinarsi molto ad essa, il buio è nemico delle apparenze. La cosa mi affascina. Vi lascio la foto di camera mia, al buio, di notte. Stasera, prima di dormire, guardate la luna e fatevi cullare.

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Indie Intervista Pop

Un caffé sulla laguna con Scaramuzza

Non è mica facile, e chi legge i resoconti delle mie immersioni nelle profondità della scena lo sa, non è mica facile non farsi prendere dalla “fame d’aria” quando ci si lascia naufragare – un po’ per adrenalinica curiosità, un po’ per una strana forma di personalissimo masochismo – nelle spirali vorticose del vaso di Pandora chiamato volgarmente “release friday“, girone infernale dantesco dal quale il viaggiatore sprovveduto finisce per farsi risucchiare fino all’epicentro di un tifone (della durata di qualche giorno, non che siano fatti per “durare”, i rovesci discografici di oggi…) fatto di ritornelli – se non uguali – simili e simili – se non uguali – disperazioni pop a buon mercato.

Succede quindi che, boccheggiando boccheggiando, ci si imbatta in salvagenti che spesso hanno forme che non ti aspetti, come la dolcissima ballata di Scaramuzza “Sono fatto così”: il cantautore veneziano era già passato nei nostri radar, e incontrarlo di nuovo per me è stato salvifico, una manciata di settimane fa; Marco ha ridato una sistemata al suo abito migliore, e lo ha indossato con la naturalezza di chi sa che la “nudità” è il miglior vestito che possiamo desiderare.

“Sono fatto così”, le partite dell’Inter e la costante ricerca di risposte adatte alle nostre ambizioni: di questo e di altro abbiamo parlato con Marco, nell’intervista che segue.

Marco, è un piacere poterti ritrovare qui, dopo tanti mesi di assenza: ti abbiamo apprezzato, come ricorderai, con il tuo primo EP “Gli invisibili” e oggi siamo ben felici di poter parlare ancora di te. Per rompere il ghiaccio, come stai? Come stai vivendo questo roboante ritorno sulle scene? Qualcosa sembra essere cambiato, in questo tempo di “silenzio”…

Ciao ragazzi, è un piacere ritrovarvi. Sto abbastanza bene, grazie! Vivo   il periodo della pubblicazione con un po’ di stress perché ci sono sempre mille cose da fare, forse dovrei godermelo maggiormente. Ora che mi ci avete fatto pensare proverò a farlo.

Non vedo l’ora di farvi sentire anche gli altri brani perché penso questo primo disco sia stato costruito relazionando tutte le tracce.

“Gli Invisibili” ci aveva colpito, già allora, per la forte presenza del tuo timbro, che nel tuo nuovo singolo “Sono fatto così” sembra prendersi le luci della ribalta in modo ancora più forte, e melodico, lasciando meno spazio all’approccio “narrato”. Quali sono le “direzioni” che hanno guidato, in questi mesi, la tua rigenerazione artistica? C’è qualche artista/progetto in particolare al quale guardi con interesse?

Si, sentivo che in parte avevo l’esigenza di uscire dalla dimensione teatrale e narrativa e quindi la mia ricerca è stata melodica e sonora in questo disco. Penso che l’aspetto teatrale comunque farà sempre parte della mia musica ma questa volta è stato ridimensionato.

In questo momento il progetto di Apice è quello che più mi comunica nel panorama italiano, lo vedo molto vero e coraggioso. Non vuole piacere a tutti, vuole piacere a sé stesso prima di tutto. Penso poi abbia una grandissima scrittura e un bellissimo timbro.

Stai lavorando sulle tue nuove cose con il supporto di un produttore di tutto rispetto, Novecento (alias di Tobia Dalla Puppa, frontman dei Denoise e già produttore di altri nomi interessanti della scena nazionale): com’è stata fin qui l’esperienza con Tobia, e cosa ti ha colpito del suo approccio in studio?

Con Tobia ci siamo trovati bene da subito, ha capito perfettamente quello che volevo comunicare e la modalità con la quale volevo farlo. Penso che Novecento sia un produttore di enorme talento e questo si sente nella ricerca dei suoni che sono stati utilizzati nei sei brani.

Alcune canzoni sono state spogliate completamente e vestite in maniera totalmente diversa, mi sono affidato completamente a lui e questo, secondo me, ha permesso la valorizzazione del progetto.

“Sono fatto così” sembra respirare un’aria di novità che ben fa sperare per il sound del futuro; non è nemmeno un caso, o almeno a noi non sembra tale, che tu abbia deciso di inaugurare il “nuovo corso” con un brano che sa di “cuore aperto”: cosa dobbiamo aspettarci, dal tuo nuovo lavoro in studio?

Penso che ci sarà molto stupore nell’ascoltare i prossimi brani, alcuni sono molto diversi tra di loro a livello di sound, la narrativa però penso sia stata in grado di legare bene tutte le tracce.

Ci saranno brani molto terreni e altri molto più onirici.

Oggi, la scena nazionale sembra sempre più lontana dal mondo che in qualche modo sembri voler frequentare con la tua musica, un mondo fatto di canzoni dalle giuste parole oltreché dalle melodie interessanti che guarda alla canzone d’autore e ad un certo tipo di “teatro-canzone” (se pensiamo a “Gli Invisibili”); ti senti una “mosca bianca”, nel mercato di oggi, o credi che esista una milizie di cantautori capace di “riabilitare” l’interesse nei confronti del cantautorato? 

Non mi sento una mosca bianca, conosco bravissimi cantautori dei quali penso si sentirà parlare nel prossimo futuro. Sento che nelle persone ci sia il bisogno di tornare anche al testo, al poter interpretare un brano e rivedersi in esso. Non esiste un segreto, l’importante è porsi con verità senza ricercare l’approvazione di tutti. 

Penso la musica sia ciclica e che le persone abbiano il desiderio di tornare al valore.

Salutiamoci, come siamo soliti fare, con una promessa che già sai che non manterrai!

Non guarderò più partite dell’Inter.

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Intervista Pop

Nudda e Schiuma, una nuova atipica collaborazione qui raccontata

In uscita venerdì 9 settembre per talentoliquido il nuovo singolo SCUSANONLOFACCIOPIÙ di nudda feat. Schiuma, un brano dalle sonorità elettropop che racconta la voglia di seguire il proprio istinto e di sbagliare.SCUSANONLOFACCIOPIÙ parla di una relazione complicata, caratterizzata da momenti di alti e di bassi e dalla voglia di restare accanto all’altra persona, che si alterna alla necessità di evadere, di essere liberi e di commettere i propri errori senza il timore di essere giudicati:

 “Sono attratta dalle cose sbagliate, ma non mi frega più di quello che dici.  
Tu chiami errori le mie peggio risate e ti dirò scusa non lo faccio più” 
 

SCUSANONLOFACCIOPIÙ è la storia di un partner che si sente intrappolato dal dovere di essere perfetto per l’altro e che inizia a ritrovare dentro di sé il coraggio per cambiare.nudda Schiuma raccontano così l’importanza di essere se stessi, non permettendo al proprio partner di farci sentire sbagliati o di cambiare quello che siamo.
SCUSANONLOFACCIOPIÙ è così un invito a seguire ciò che ci fa sentire vivi, a “schiantarci contro le rose che scegliamo”.

  1. Come nasce questa collaborazione? Che cosa pensate che cambi tra i vostri due modi di lavorare ad un nuovo brano? Come vi siete incastrate? 

Schiuma: Sono stata contattata da Believe per fare un feat con nudda, avevano l’idea che fossimo in qualche modo in linea come artiste. Non la conoscevo e sono andata ad ascoltarla su Spotify, non appena ho ascoltato i suoi pezzi ho capito che sarebbe stata una bellissima occasione e che sarebbe potuto uscire un pezzo veramente figo. Il pezzo a cui abbiamo lavorato era già stato pensato da nudda con la sua producer, Reb, quindi io ho cercato di percepire cosa volesse dire per me il testo che lei aveva scritto, farlo mio e darne un’interpretazione. Non credo ci siano consistenti differenze nel nostro modo di lavorare ai brani, siamo entrambe molto introspettive, quindi la ricerca dei significati e delle parole per noi è una questione intima, personale e così è anche ciò che trasmettiamo.

  1. C’è qualcosa del vostro background musicale che non condividete? 

nudda: Non credo, per me abbiamo un background musicale abbastanza simile.

Schiuma: E’ vero, però lei ha fatto un’esperienza in più di me: quella di X Factor.

  1. Vi siete confrontate sul significato di “scusanonlofacciopiù”? Magari una di voi due ho notato delle sfumature che l’altra non aveva considerato?

nudda: Per me il brano parla di una relazione complicata, caratterizzata da momenti di alti e di bassi e della voglia di essere liberi di commettere i propri errori.

Schiuma: Io inizialmente ho inteso tutto il testo come rivolto più a se stessi, al proprio giudizio su di sé. Il sentirsi un fallimento, una specie di discarica di errori da cui non si può uscire se non iniziando a perdonarsi e ad amare anche quelli. Quando ho parlato con nudda ho scoperto che il dialogo non era solo con se stessa, ma anche con una terza persona, un partner che ci fa sentire sbagliati. L’ho amata ancora di più!!

  1. Si tratta di un brano autobiografico? 

Schiuma: Sì, come faccio in ogni pezzo che scrivo ho cercato di parlare della mia vita, di ciò che sento e ho sentito in passato. È stato molto semplice rivedersi nelle parole di nudda, credo di avere tanti aspetti in comune con lei e con il suo modo di esprimersi.

nudda: Anche per me il testo nasce da un’esperienza personale, di solito nei brani cerco sempre di raccontare  ciò che ho vissuto in prima persona.

  1. Questo feat. Avrà un seguito? 

Schiuma: Per adesso credo che entrambe abbiamo bisogno di concentrarci sul nostro percorso singolo, ma io non escluderei assolutamente altre collaborazioni in futuro!

nudda: Si sono d’accordo anche se sarebbe molto bello avere la possibilità di collaborare di nuovo in futuro

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Pop

Cosa c’è nella camera di Sena

Esce martedì 20 settembre 2022 “Toni Servillo“, il singolo di debutto del progetto Sena. Ecco un primo capitolo per l’atipica cantautrice, ben rappresentativo della poetica ironica-onirica del progetto: la coppia artistica Sorrentino-Servillo è simbolo universale del rapporto di interdipendenza e reciproca necessità che si crea in ogni coppia nella vita.
In questa ballad pop dal gusto retrò una melodia romantica si fonde con immagini ironiche e agrodolci, in una tessitura musicale che crea un sound morbido e senza tempo grazie alla produzione di Taketo Gohara.

Noi come sempre eravamo troppo curiosi, e abbiamo deciso di vedere cosa c’era in camera sua, ed ecco cosa ci ha mostrato.

DISCO

Questo zuccotto e questi occhiali rotondi facevano capolino fra i vinili della libreria di una prozia a cui ero tanto affezionata. La copertina mi incuriosiva tantissimo già da pargola quattrenne e poi ascoltandolo anni dopo è diventato uno degli album del mio cuore, manco a dirlo è pieno di classiconi ma la mia traccia preferita è “Mambo”. “Dov’è quel cuore bandito che ha tradito il mio povero cuore l’ha smontato e finito? Dov’è?”

UKULELE ROSA 

Questa è solo una delle cinquanta sfumature di rosa della mia vasta gamma di oggetti rosa che tappezzano gli scaffali delle mie camere sparse in giro per l’Italia. “Rosa che rosa non sei, rosa che spine non hai”. Ho accattato il libro “Come imparare a suonare l’ukulele in mezz’ora” ed effettivamente dopo 20 minuti strimpellavo già un’originalissima “Somewhere over the rainbow”, ma nei 20 minuti successivi al massimo avevo già dimenticato tutti gli accordi.

MAPPAMONDO

Si illumina al buio come il pensiero di un viaggio che alla fine non farò illumina i miei periodi bui. La destinazione dell’ultimo mio viaggio che “ha senso solo senza ritorno se non in volo” con Wizzair è diventato il titolo di una canzone che uscirà presto: “Islanda”.

SENA HOT LINE

“Telefonami tra vent’anni”. È un oggetto talmente kitsch che fa il giro e diventa elegante. Me l’ha regalato Stefania, la mia manager, la prima persona che ha creduto in me (e forse anche l’unica) per la mia rubrica social “domande scomode”.

UN BEL QUADRETTO

Ora la vera chicca, l’unico oggetto che merita davvero di essere incorniciato e ancora affisso al muro della mia prima cameretta a casa dei miei che unisce le mie vocazioni e i miei guilty pleasure d’infanzia, uno accanto all’altro come due presagi inconsapevoli del mio futuro nella tv e nella musica, del resto “Qui non si esiste più se non si appare mai (mai, mai) in TV.” Nota di colore: erano anche i miei due segreti sex symbol insieme ad Alvaro Vitali.

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Pop

Cosa c’è nella camera di Casx

Esce venerdì 23 settembre 2022 in distribuzione Stage One “Seminterrati” il singolo di debutto dell’enigmatico progetto CASX, moniker di Arianna Puccio. Un nuovo inizio per la scena underground di Milano, un nuovo capitolo che affonda e si stratifica di influenze dark e alternative e che parla a una generazione dimenticata: quella che ha vissuto Myspace e le band chiuse nei garage, quella esclusa dai bonus e quella che, di base, torna a casa ubriaca e non sa che cosa fare in futuro. 

Noi non potevamo resistere, e ci siamo infiltrati in camera di Arianna, ed ecco cosa ci ha segnalato.



“I think everyone enjoys a nice murder, provided he is not the victim” – A. Hitchcock

Gran parte della mia vita penso si possa riassumere nella mia totale ossessione per i vecchi film horror, i film cult, il cinema muto, i b.movies e la retro sci-fi art. Prima di barcamenarmi nel mondo della musica, mi sono laureata in cinema e il mio sogno era diventare una sceneggiatrice.  Un enorme parte di quello che è CASX nasce da references prese dai miei registi preferiti: Alfred Hitchcock, David Lynch, Dario Argento, etc. Colleziono libri di fotografia, poster di film cult e son  o ancora una fiera compratrice di DVD di vecchi film. 

“I’m a bad habit, one you cannot shake” – Bad Habit by FOALS

Ho sempre ascoltato un sacco di musica sin da piccola, mi piace conoscere e infilarmi in generi sempre nuovi, ma niente mi tocca come mi tocca la musica dei FOALS. 

‘Holy Fire’ è un disco che mi ha cambiato la vita e come una vera fangirl qualche anno fa sono riuscita a farmelo autografare.  Di solito non torno mai due volte a vedere una band o un artista, ma tornerei a vedere i Foals mille volte. Credo siano una delle migliori band di sempre.

“Black is such an happy color” – Morticia Addams 

Sono una di quelle persone che se vedono un’altra persona con lo stesso vestito non vogliono più indossarlo, per questo motivo da quando avevo 15 anni ho cominciato a customizzarmi i vestiti o a comprarli da negozi americani su internet.

Sono fissata con la moda, mi piace mischiare stili diversi e cercare di renderli sempre molto grunge. Vesto spesso nero o colori abbastanza freddi, i colori nel mio armadio sono accettati solo se ci sono delle belle stampe e spesso sono di film horror!

“Your confusion, my illusion ” – Ian Curtis 

Sì, sono una di quelle persone che collezionano vinili! Colleziono ancora gelosamente i dischi, mi rende sempre molto felice pensare di essere una delle ultime generazioni che ha potuto ascoltare i dischi negli stereo e nelle macchine. I dischi e i vinili hanno un’altra pasta, che la musica digitale non potrà mai ridarmi indietro.

Foto di “Unknown Pleasures”dei Joy Division perché siamo tutti d’accordo che sia uno dei dischi più belli di sempre no?!

“Meet your Doppelgänger” – Steven Rhodes Illustration

Oltre a tutte le cose sopraelencate sono anche nerd, una di quelle persone che vuole giocare ancora a Tomb Rider sul computer e colleziona gadget di tutti i film, serie tv. 

In camera  ho almeno 50 Fu nko Pop e molti di questi edizioni speciali, un infinità di poster di grafiche di riferimento come quelle di Steven Rhodes.

Adoro collezionare oggetti matti che non servono assolutamente a niente se non a realizzare il mio bisogno interiore di cianfrusaglie.

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Pop

Le 5 cose preferite di N’to Stina

Fuori dal 2 settembre “Musica Per Coppiette”, il terzo album di N’to Stina. Undici tracce acoustic punk rock e quattro bonus track che raccontano con ironia la vita di coppia, l’amicizia e l’avventura del viaggio. 

N’to Stina dopo un anno di pausa torna con una serie di brani travolgenti. La sua chitarra acustica coinvolge e cattura l’ascoltatore. La sua ironia strappa un sorriso e rallegra la giornata. “Musica Per Coppiette” è un album energico e fin dall’inizio ci presenta subito lo stile del musicista. Il primo pezzo “Mi sono rotto” è un vero e proprio sfogo verso la musica che non sempre regala soddisfazioni e l’amore. Si passa a due pezzi “Arezzo/Padova” e “Le case chiuse” in cui il tema è la disillusione amorosa. “Parità dei Sessi” e “Cazzeggiare” giocano sull’ironia. Mentre l’amore torna in modo differente rispetto ai primi brani in “Sempre gli stronzi” e “Voglio una ragazza cinese”. Si passa al tema di amicizia e viaggi in “Zurigo”.

Non mancano all’interno dell’album anche delle ballad romantiche dove N’to Stina si addolcisce e parla alla propria amata. In “Musica Per Coppiette” sono presenti anche alcuni brani in spagnolo e “Al Menos Tú Me Ama Un Poco” in versione elettrica.

Noi abbiamo deciso, com spesso facciamo, di chiedergli quali sono le sue 5 cose preferite.

1. La chitarra

Premetto subito di non essere un Jimi Hendrix o un Mark Knopfler della chitarra e che la mia tecnica è molto basilare, molti accordi ma pochissimi assoli e molto minimali. Amo questo strumento musicale… Trasmettere le proprie emozioni attraverso sei corde è una cosa stupenda! La possibilità di poter suonare qualsiasi canzone con questo strumento lo è ancora di più! Molti pomeriggi li passo con la chitarra sulle gambe davanti al PC, cercando accordi di canzoni che mi piacciono e provando a suonarle, per me è il top del relax. Penso che non riuscirei a vivere troppo a lungo senza toccare quelle sei corde.

2. blink-182

Sono sincero perché credo sia stupido indossare troppe maschere al giorno d’oggi e senza ulteriori giri di parole, confermo che i blink-182 sono la mia band preferita. Ho altre influenze musicali che vanno dal cantautorato all’hardcore-punk ma i blink per me rappresentano musicalmente il passaggio dall’adolescenza alla maturità nel miglior modo possibile. Nonostante i vari cambi di formazione della band, sono riusciti sempre a preservare quel “non prendersi troppo sul serio” a me tanto caro. Senza dubbio sono e rimangono una delle influenze che più mi ha spronato a fare musica e a scrivere testi propri.

3. Lo skate

Come per quanto riguarda la chitarra, non sono un Tony Hawk della tavola a quattro ruote. In adolescenza passavo molte giornate allo skatepark senza mai concludere nemmeno un ollie. Adesso che in teoria sono adulto, ho ricominciato a skateare e la tavola un po’ salta, anche se quell’ollie ancora non mi riesce. Anche se tuttora con i trick sono totalmente inesperto, andare in skate mi fa sentire benissimo.

Mi fa sentire libero. Mi appassiona molto vedere come gli skater professionisti riescano a salire rampe e scendere senza farsi male o vederli saltare scalinate assurde e tanto altro ancora… Penso veramente che lo skate sia qualcosa che vada aldilà del concetto di gravità umano, ed ogni giorno continua a sorprendermi sempre di più!

4. Viaggiare

C’è da dire che nell’era pre-covid, viaggiare era una cosa molto più all’ordine del giorno che in questi ultimi anni e personalmente da bambino mi ritrovavo a viaggiare molto insieme ai miei genitori. Purtroppo, è andata come è andata e molti viaggi in Europa ed all’estero che avevo in mente di fare già nel 2020, sono stati rimandati a tempo indeterminato. Tutto sommato, quando mi capita di avere abbastanza ferie dal lavoro, non perdo tempo ad organizzare un viaggio in qualche parte del mondo.

Adoro viaggiare, vedere posti nuovi e conoscere persone con storie ed abitudini diverse.

5. Il punk

Si può benissimo intendere come subcultura giovanile emersa negli Stati Uniti e nel Regno Unito a metà degli anni settanta, sia come genere musicale. Per citare il film “SLC Punk!”, chissenefrega di chi è stato ad iniziare!

Il punk per me è vita, un sentimento, che non è circoscritto solo alla musica con suoni di un certo tipo, se ce l’hai, ce l’hai dentro. Amo il punk sia stilisticamente che musicalmente e l’ascolto in ogni suo sottogenere, pure l’emo-trap, ed ascolto sia band storiche che recenti, sia internazionali che italiane e se riesco vado a pure ai concerti che sono dei veri e propri eventi per chi ama il genere. Non ho mai sentito un così forte senso di comunità sopra e sotto il palco quanto ai concerti punk, ogni volta sembra di essere in famiglia. Dagli anni ottanta fino ad oggi, c’è ancora chi dice sia morto.

Non sono d’accordo in alcun modo.

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Pop

Tina Platone ci racconta i suoi “Impulsi elettrici”

Finalista di Music is The Best e vincitrice del premio Rockit Pro del contest musicale organizzato da Panico Concerti e la regione Emilia-Romagna, conclusosi lo scorso 19 Maggio, che le ha permesso di pubblicare il singolo Luna d’Arancia, Tina Platone torna con un nuovo brano, decisamente più scuro e intitolato Impulsi Elettrici.

Il brano si presenta come un dramma sexy, un ballo nella psiche tra i pensieri tristi di giornate no e quelli delle profonde epifanie che si manifestano nel dolore.

La mente è come una caverna decadente in cui vengono proiettate delle ombre, scrivere canzoni è un processo di rivelazione e guarigione.

“In Impulsi Elettrici -rispondiamo ai ruggiti- e al senso di inadeguatezza e impotenza evocati nel brano precedente, Luna D’arancia. L’uno conseguenza dell’altro, come tappe di un percorso, puntate di un film che è stato la mia vita nel momento in cui li ho scritti, difficile ma anche prezioso e arricchente.”

Il brano è uscito il 29 Giugno su tutte le piattaforme digitali per l’etichetta Triginta.


Partiamo facendo ordine tra le idee che viaggiano nella tua testa. Presentati a chi ancora non ti conosce, cosa dobbiamo assolutamente sapere su di te?

Ciao! Sono Tina Platone, sono una cantautrice e sono da poco usciti due singoli Luna D’arancia e Impulsi Elettrici, puoi ascoltarli su tutte le piattaforme digitali e sono il preludio di una serie di brani che trattano il tema delle

Impulsi elettrici è il secondo episodio di un film a puntate di cui tu sei la regista. Ma facendo un salto indietro, cosa è successo nel primo episodio dal titolo Luna d’arancia?

Dico sempre che questi due brani sono uniti insieme da un link tematico che è la depressione. Il primo brano parla del sentirsi inappagati, svuotati da stimoli, complici uno stile di vita sregolato e l’ansia da prestazione di fronte alle sfide della vita e il confronto con gli altri. Credo sia successo a tutti nella vita di subire una battuta d’arresto. Luna D’Arancia è un istantanea di quel momento.

Qual è quindi il collegamento con l’episodio successivo che è appunto Impulsi elettrici?

Il brano successivo è sempre un brano cupo, scuro. Però qui avviene la prima reazione a quello stato descritto prima. Si torna a ruggire, per riprendere in mano la direzione della propria vita.

Perché hai scelto di mescolare l’elemento della danza nel videoclip di questo brano e come mai la scelta è ricaduta proprio sulla performer Laura Carnevali?

La danza è una disciplina che mi è sempre piaciuta, da piccola ho frequentato per qualche anno un corso di hiphop. Inutile dire che poi sono diventata un pezzo di legno, per cui di fronte a chi sa comunicare con il corpo rimango sempre affascinata.

Detto questo, il brano con il suo andamento cantilenante mi richiamava la danza, così ho chiesto a Laura di intepretarlo e coreografarlo. Nutro per lei una profonda stima artistica, mette una grande passione nel suo lavoro e la trovo estremamente espressiva.

Hai un programma l’uscita di un EP o di un album entro la fine dell’anno? Se sì secondo te gli ascoltatori hanno ancora la soglia dell’attenzione per ascoltare un lavoro per intero o la loro attenzione dura il tempo di un singolo?

Ho in programma l’uscita di un concept ep, sul tema delle ombre. Una piccola raccolta di brani che racchiudono momenti e considerazioni cupe che mi hanno attraversato negli ultimi anni.

Sulla questione dell’attenzione dell’ascoltatore mi sento di dire che cerco semplicemente di fare le cose con un senso. Per me presentare un lavoro significa trovare la formula che più si adatta al racconto che voglio fare. Il pubblico per me è un entità sensibile e intelligente, e va trattata come tale. Non mi piace cercare strategie per attirare l’attenzione o mantenerla, penso che crescendo sia umanamente che artisticamente si possa migliorare e creare link più forti con le persone, detto questo, prima va curato il proprio lavoro artistico e

Se dovessi pensare alle tue canzoni come colonna sonora, in quale momento o fase della vita consiglieresti di ascoltarle?

Consiglierei l’ascolto durante le fasi di transizione, quando avverti che stai cambiando e ti senti confus*. E’ in quei momenti che scrivo, per cercare di comprendere il momento che sto attraversando e in che direzione sto andando.

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Pop

Cosa c’è nella camera di Argo

Esce venerdì 16 settembre 2022 “Mi hanno detto che”, il primo singolo di Argo, prodotto da Trem, dopo più di un anno senza alcuna pubblicazione. Il singolo in questione rappresenta una frattura di un equilibrio fittizio che l’artista si era creato in successione ad alcune difficoltà personali che affronta nel testo, come disturbi d’ansia e dipendenza.

Argo compromette la propria “stabilità di facciata” accettando l’irruenza di un periodo passato che continua a pesare e a condizionare le sue aspettative e la sua concezione di sé. Il brano, accompagnato esclusivamente da alcune note di pianoforte e violino curate da Trem, trascina un’atmosfera soffocante ma anche consapevole. 

Noi ci siamo fatti mostrare casa sua, ed ecco com’è andata.

Ho 14 anni, vivo ancora a Brescia e acquisto un walkman usato online per €5. Questa è la “foto” che ho in testa ogni volta che mi capita tra le mani questo affascinante “strumento vintage”. Avevo appena trovato una decina di musicassette di mio padre, si era fatto delle compilation della musica che si ascoltava verso l’inizio degli anni ’90. Volevo fare un tuffo nel passato, sentirmi come mio padre che ascoltava quella musica in camera sua. Ho iniziato a sentirle mentre studiavo o mentre disegnavo i graffiti. Mi sono subito lasciato travolgere da alcuni artisti come i Queen, Peter Tosh, Jimmy Cliff, Sting. È stato un bell’input per il mio interesse verso la musica.

Questo disegno l’ho ricevuto da un mio caro amico, Christian (in arte Morb).
Era appena uscito uno dei miei primi pezzi (“Stand-By”), stavamo ascoltando la musica a casa sua e ad un certo punto parte la mia traccia.
Lui inizia a focalizzarsi solo su un disegno e per me era normale, anche lui era presissimo dai graffiti, pensavo stesse facendo le solite tag. Dopo alcuni minuti mi regala il foglio con sopra una frase della mia canzone “Serpenti fratè, non li senti, non ci sono sonagli, arrivano e non te l’aspetti”. Ricordo che mi emozionò molto questo gesto. Ora tengo il foglio all’interno del mio armadio e lo guardo ogni giorno.

 

Ai primi live mi diedero dei pass totalmente inutili. Si trattava di contesti piccoli, non c’era bisogno di un pass per tutti e venti i ragazzi che dovevano cantare.
Mi piacque così tanto farmi sentire, però, che decisi di tenere ogni cosa che potesse ricordarmi quella sensazione. Conservo tutto sulle due mensole dove tengo i miei vinili preferiti.

Questo è il mio lockdown.
Il lockdown mi è servito molto sotto tanti aspetti, innanzi tutto mi ha insegnato a stare bene da solo. Ero ingrassato di 10 kg, pur essendo sempre stato molto magro. Stavo terminando una terapia per i miei problemi d’ansia che mi ha causato un rallentamento del metabolismo significativo. Ho iniziato a bere molto alcool dopo aver interrotto l’uso di ansiolitici, e ogni bottiglia la lasciavo in camera. Ora è diventata una collezione, un promemoria per ricordarmi che “ho già dato”.

Durante il lockdown ho comprato delle cose per poter registrare le idee che mi venivano per dei nuovi testi. Poi l’interesse si è allargato verso tutto il mondo della post produzione audio (editing, mix, mastering, ecc).
Dopo un’esperienza lavorativa che non mi appagava mi sono iscritto a un corso per diventare un tecnico del suono.

Queste cuffie sono state il regalo di compleanno delle persone più vicine a me. Da questo regalo ho potuto sentire tutto il sostegno delle persone a cui voglio bene.

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Indie

I segreti di Conserere: una doppia residenza artistica a Milano

In ViaFarini.Work (in via Marco d’Agrate 33, Milano) una settimana di incontri tra il collettivo di musicisti Conserere e artisti esterni, coordinato da Simone Baron (USA) e Camila Nebbia (Argentina): un workshop tradizionale si espande fino alla resa di un lavoro finale sotto forma di concerto. Dal 12 al 18 settembre.

Conserere è un collettivo autogestito e autofinanziato composto da musicisti e musiciste che fanno dell’improvvisazione il centro della propria ricerca artistica. Nato nel 2016 in risposta ad un bisogno condiviso di avere spazi e luoghi in cui potersi confrontare sul tema, Conserere vuole creare una rete di supporto, educazione e diffusione riguardo al tema della musica improvvisata.
 L’attenzione del collettivo si rivolge in particolare ad un tipo di improvvisazione fondata sull’idea di ascolto e dialogo. Non ci sono generi, sonorità o strumenti che non siano ben accetti, purché questi si integrino nel paesaggio sonoro con intelligenza e senso critico. L’idea che muove Conserere è quella che possa esistere una collettività che tutela la crescita degli individui, che a loro volta attraverso la propria crescita rendono viva e sana la comunità in cui vivono. È solo attraverso lo sviluppo di un’acuta capacità di osservazione, ascolto e analisi che è possibile prendere delle scelte consapevoli e determinanti nello stabilire la qualità del mondo in cui viviamo. Tramite la pratica dell’improvvisazione si esercita il corpo a reagire in maniera creativa e immediata a situazioni inaspettate ed estemporanee.

Non potevamo che farci raccontare qualcosa.

  1. Chi fa parte del collettivo Conserere? E come siete arrivati, nell’ormai lontano 2016, alla nascita di Conserere?

    Iniziando dalla seconda domanda, Conserere nasce a Milano come risposta ad una necessità condivisa tra musicisti e musiciste (soprattutto gravitanti attorno agli ambienti di Scuola Civica e Conservatorio, ma non solo) di avere uno spazio in cui poter praticare musica improvvisata, disciplina che purtroppo spesso in Italia, sia a livello istituzionale che non, viene trattata senza la giusta considerazione e fatica a trovare lo spazio che merita.
    Ricavato questo spazio-tempo in cui esercitare l’improvvisazione, è sorta in fretta anche la necessità di proporre attività sul territorio volte alla promozione e diffusione della musica improvvisata, proprio a fronte di voler avvicinare nuove persone e creare una scena -sia di musicist* che di pubblico- più stabile e fervida di quanto non sia ad ora. In questo senso teniamo molto al sottotitolo di Conserere, che è “Laboratorio di improvvisazione aperto alla città”.
    Fanno parte del Collettivo, ad oggi, giovani musicisti e musiciste provenienti da vari percorsi: chi studia nei Conservatori o nelle Accademie di musica, chi studia altro ma ha sempre suonato, chi si approccia alla musica da poco, chi svolge il lavoro del/della musicista a tempo pieno. Quello che accomuna queste persone tuttavia è un’estrema voglia di ascoltare e l’idea che sia possibile creare nuove forme di interazione, artistica o sociale che sia, basate sull’ascolto, la comprensione e il rispetto reciproco.
  2. Qual è la storia di uno dei membri più vecchi di questo gruppo, e quale invece quella di uno degli ultimi arrivati?

    Federico, uno dei fondatori di Conserere:
    “Quando nacque Conserere frequentavo le classi di jazz del Conservatorio di Milano, fresco di maturità. La curiosità e l’entusiasmo per il jazz e musica improvvisata mi spingevano a creare eventi di incontri creativi tra persone, musicisti, nei quali potersi immergere suonando, ascoltando e discutendo assieme.
    A seguito di due preziosi anni nella scena milanese jazz mi sono spostato ad Amsterdam per perfezionare i miei studi e interagire con una scena musicale creativa di respiro internazionale.
    Dopo quattro anni olandesi mi ritrovo adesso a metà tra Italia e Olanda, affiancando anche l’attività di insegnamento a quella concertista/artistica. Con l’obbiettivo di creare ponti tra musicisti di diversi luoghi e favorire lo sviluppo di un ambiente più internazionale in Italia, talvolta chiuso nel suo provincialismo…”
    Giovanni, uno dei più recenti membri del collettivo:
    “La prima volta che mi sono imbattuto nel laboratorio Conserere ho avuto la percezione che si trattasse di un ibrido tra alcune tipologie di teatro e una jam musicale allo stesso tempo. Ci è stato suggerito di ispirarsi a qualsiasi spunto sonoro ci circondasse compreso il silenzio, il tutto sottolineando il valore del rispetto reciproco. Provenendo come artista dal sound design ho trovato nel progetto: sia un modo per imparare ad allenare il suonare musica d’insieme sia pane per i miei denti poiché ho sempre adorato ascoltare per farmi ispirare senza un vero e proprio genere di riferimento. Come nella vita (e questo è uno degli ideali principali di Conserere) non è preoccupante che ci siano diversità tra le persone, l’importante è che vi sia il rispetto tra esse.”
  3. In che senso “l’improvvisazione sia come pratica di innovazione che di adattamento”?

    “Improvvisare”, in senso comune, ha la maggior parte delle volte un’accezione di ripiego su qualcosa per via di una mancanza di qualcos’altro, senza una vera conoscenza né competenza approfondita di questo qualcos’altro (“improvvisare qualcosa a una cena”, “improvvisarsi un mestiere”, etc). Questa è una pratica di adattamento, ovverosia adattare la propria attività e cercare di stare dentro in qualcosa forse di noto ma non troppo confortevole. Noi senza dubbio accettiamo questa connotazione della parola improvvisare.
    Tuttavia vogliamo anche e soprattutto usare l’improvvisazione come pratica di indagine e ricerca. Un tipo di improvvisazione che non è dettata dalla mancanza di alcunché, ma è generata anzi dalla volontà di scoperta. Scoprendo cose nuove è possibile innovare. In questo senso, come pratica di innovazione, l’improvvisazione è il mezzo che scegliamo per cercare conoscere la realtà.
  4. Esistono musicisti che non sanno improvvisare?

    In un’accezione molto larga di improvvisazione, no. Tutti improvvisiamo ogni giorno, a iniziare da quando ci svegliamo e decidiamo con cosa fare colazione, o come vestirci, o se intessiamo relazioni con altre persone. Soprattutto per quanto riguarda le relazione che le altre persone, è molto difficile prestabilirle: questo ci obbliga ad improvvisare.
    In un’accezione musicale di improvvisazione, sicuramente sì esistono musicisti che non improvvisano. Così come esistono musicisti che non leggono la musica, musicisti che improvvisano bene in uno stile ma non in un altro, musicisti che scrivono musica o musicisti che non scrivono musica. La musica è un campo vastissimo, ognuno sceglie per sé il modo in cui decide di conoscerla, studiarla, praticarla. La musica è esattamente il mondo, piena di culture e persone differenti. In tutto queste differenze e capacità o non-capacità, quello che dovrebbe contare unicamente è il rispetto reciproco e la comprensione dei percorsi altrui.
  5. E adesso?

    E adesso vi aspettiamo tutti e tutte mercoledì 14 e sabato 17 settembre, in ViaFarini.Work, via Marco d’Agrate 33, ore 21.00 per i concerti di Conserere Ensemble assieme a Simone Baron e Camila Nebbia. Ingresso gratuito a offerta libera. Saranno due concerti memorabili.
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Indie Intervista Pop

La vita è una serie di “Partenze”: dentro l’EP dei Manila

I Manila mi piacciono da quando, qualche tempo fa, arrivò in mail la proposta di “Cuore in gola”, l’ultimo loro singolo prima della pubblicazione – risalente a sole poche settimane fa: non sentitevi in colpa se ancora non li conoscete, ma non rimandate oltre il momento della scoperta! – di “Partenze”, l’EP d’esordio prodotto da Leo Caleo (ricordate “Asteroidi”? Quanto ci era piaciuta, quella canzone…).

Già allora si avvertiva che la musica del quintetto toscano respirasse di una sua dimensione diversa rispetto a ciò che sul mercato pare dominare scene ridotte ormai a stanze virtuali, a contenitori di prodotti troppo spesso simili a lattine da esporre sugli scaffali di un supermercato (low cost) piuttosto che a vere e proprie “opere”: ecco perché, oggi, trovarci a parlare di “Partenze” diventa un buon antidoto alle tossine da “qualunquismo” applicato.

Abbiamo fatto qualche domanda alla band, che ben si è prestata al nostro fuoco incrociato. Buona lettura, e correte a scoprire “Partenze”.

Ciao Manila, abbiamo già avuto modo di conoscere la vostra musica qualche tempo fa, quando abbiamo selezionato il vostro nome tra le uscite calde del nostro bollettino mensile. Oggi, tornate con un EP carico di novità: quanto aspettavate questo momento, e come vi sentite, ora che il vostro disco di debutto è finalmente “fuori”?

Ciao Perindiepoi! Beh, sicuramente è una grandissima soddisfazione! Riuscir finalmente a vedere pubblicato ovunque del materiale a cui lavoravi da tempo appaga e, soprattutto, pensare che chiunque possa ascoltarlo è una bella sensazione! 

Partiamo dall’inizio, seguendo il flusso suggerito dal titolo dell’EP: da dove “parte”, il viaggio di Manila?

Il nostro viaggio parte esattamente da qui, da questo EP che segna la “fine primo tempo” del nostro cammino intrapreso con i nostri primi tre singoli. Ora ci siamo, si parte, siamo pronti a tutto.  

Tre singoli pubblicati nel giro di diversi mesi, a testimonianza di un progetto cresciuto con “lievitazione lenta”, senza fretta di nulla: è stato un processo complesso e frastagliato, oppure le tempistiche della pubblicazione erano state decise già dall’inizio?

Secondo noi, dilazionare le uscite con qualche mese di distacco può creare un po’ di hype senza far “dimenticare” alla gente che esistiamo. Poi, in effetti, quando lavoriamo a un brano, cerchiamo di dargli il massimo della cura e della dedizione e, quando ne scegliamo uno su cui lavorare, va tutto in discesa, la programmazione in genere viene sempre rispettata. 

I vostri brani raccontano, con la semplicità del pop, una condizione di eterna ricerca di un centro di gravità permanente, di un luogo che “inferno non sia”. Credete che ci sia qualcosa di “generazionale”, in tale condizione di “partenti” che “Partenze” sembra raccontare?

No, noi in realtà non vogliamo farne una questione generazionale ma più semplicemente descrivere situazioni che possono far parte della vita delle persone in generale. Ci spieghiamo meglio, nei brani contenuti nell’EP ci sono persone che non riescono a legare sentimentalmente ed emotivamente tra di loro e inevitabilmente, le loro strade si dividono. Le nostre “Partenze” personali riguardano principalmente questa pubblicazione e tutto ciò che le sta intorno, la nostra avventura musicale sia in studio che live. I nostri bagagli sono pronti, si parte, dobbiamo far sentire la nostra musica!

“Segnali” ci colpisce, perché è un brano da mood estivo che arriva però a chiudere l’estate. C’è qualche aneddoto legato ai due brani che chiudono la cinquina dei vostri inediti?

La curiosità più grande riguarda proprio il brano che vi ha colpito di più: “Segnali” nasce inizialmente come brano acustico ed è stato poi riarrangiato col tempo. L’avreste mai detto? “First reaction, shock!”

L’ultima domanda la vorremo dedicare a chi ha lavorato alla produzione dei vostri brani: Leo Caleo è infatti un nome che, da queste parti, è già passato. Ci raccontate come è stato lavorare con lui?

Leo, che sotto veste di produttore si fa chiamare “Merlo Dischi”, è una persona esplosiva e alle volte imprevedibile, ma ha dei colpi di genio che riescono a ordinare e indirizzare verso la forma definitiva di un brano, nel quale riesce sempre a inserire un po’ i gusti musicali di tutti i membri della band. Ha delle ottime intuizioni e lavorare con lui è persino divertente!