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Pop

Le cinque cose preferite di  Dasyel

“Pagine Aperte” è il singolo di debutto di DASYEL. Una ballata pop rock con un retrogusto malinconico ed emozionante. Uscito a giugno 2026 e rilanciato a settembre al Music Place di Milano per la rassegna “Promuovi la tua musica”.

Un ritorno sulle scene registra in meno di tre mesi oltre 700.000 interazioni sui social e l’ingresso in 14 playlist di riferimento su Spotify.

“Pagine Aperte racconta la perdita nel mio trascorso tempo di un amore, vissuto in età matura”, spiega l’artista. “È un mare di silenzi, un labirinto di ricordi in cui due anime continuano a danzare insieme”.

L’arrangiamento introduce un delicato connubio stilistico: l’intimità di un arpeggio di chitarra elettrica pulita e i tappeti caldi dei sintetizzatori di stampo synth-pop evolvono in una sezione ritmica incalzante in 4/4 guidata da una linea di basso prominente. Il risultato è una produzione curatissima nei minimi dettagli – con una netta separazione tra le chitarre acustiche e i power chord distorti del ritornello – dove la voce tenorile e graffiata di DASYEL dà corpo a un testo di rara sensibilità, incentrato sulla sospensione temporale di un amore maturo – che segna l’inizio di un nuovo, luminosissimo capitolo per uno dei talenti storici della provincia di Enna.

Per conoscerlo meglio, gli abbiamo chiesto quali fossero le sue cinque cose preferite.

1. La mia DAW e l’Home Studio (La stanza dei bottoni)

“La mia prima cosa preferita è la mia postazione digitale. Dopo una vita passata tra bilanci e scartoffie da commercialista, oggi la mia DAW è il luogo in cui mi sento davvero libero. Passare ore davanti allo schermo ad assemblare tracce, mixare frequenze e registrare sintetizzatori a Nicosia è un’urgenza espressiva che mi fa sentire vivo, oggi più che mai a 70 anni.”

2. Il vinile di “Piccolo Pierrot” (1978)

“Questo 45 giri stampato su etichetta SAAR/Up Records è il mio personale macchina del tempo. Ricorda l’esordio a Milano a soli 22 anni con il gruppo Il Diario, con la splendida firma di Carla Vistarini per il testo. Tenere in mano questo pezzo di vinile mi ricorda da dove sono partito, le prime apparizioni in RAI e quel fuoco sacro per la musica che nessuna scrivania ha mai potuto spegnere.”

3. I miei occhiali da sole tondi

“Sono diventati il mio marchio di fabbrica, la mia firma visiva per il progetto DASYEL. Oltre a proteggermi, quando li indosso sento scattare una sorta di interruttore mentale: lascio indietro la razionalità della vita quotidiana ed entro al 100% nella mia dimensione artistica. Mi accompagnano ovunque, dallo studio ai Massive Arts fino al palco di Milano.”

4. I boschi di Nicosia e la natura dei Nebrodi

“Il mio rifugio spirituale in Sicilia. Quando sento la mente affaticata dai troppi loop musicali in studio, prendo l’auto ed entro nella natura incontaminata che circonda la mia terra. Il silenzio delle montagne, i colori dei Nebrodi e l’aria pulita sono la mia più grande fonte di ispirazione. Molte melodie di ‘Pagine Aperte’ e del nuovo brano sono nate camminando tra questi sentieri.”

5. Il rito del caffè all’alba

“Sono un mattiniero cronico. La mia quinta cosa preferita è la tazzina di caffè fumante bevuta alle 6 del mattino, da solo, mentre la città ancora dorme e le luci della mia DAW iniziano ad accendersi. Quel primo sorso di caffè, unito al silenzio dell’alba, è il momento esatto in cui la mia mente è più lucida per scrivere testi d’amore intensi e immaginare nuovi arrangiamenti.”

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Pop

Cosa c’è nella camera di Salvo Lupo

Cantautore siciliano di stanza a Milano, Salvo Lupo ha da poco pubblicato “Cu avi lingua passa u mari”, un EP d’esordio che intreccia dialetto, memoria e impegno civile, dando voce a storie di coraggio e resistenza alla mafia. Ma, oltre alle canzoni, c’è un universo fatto di poesia, libri, disegni e piccoli rituali quotidiani: dai versi di Ungaretti appesi davanti alla scrivania alla tazza di Berlinguer, passando per un metronomo e una libreria sempre pronta a regalare nuove ispirazioni. Oggetti che raccontano il suo modo di pensare, creare e stare al mondo.

Per scoprire meglio questo piccolo universo personale, abbiamo chiesto a Salvo di farci entrare a casa sua a curiosare tra gli oggetti che popolano le sue giornate, cercando di conoscere qualcosa in più dell’artista oltre la musica.

Perché a volte per conoscere davvero chi c’è dietro le canzoni, basta dare un’occhiata a ciò che gli sta intorno.

A farmi compagnia, tra tanti poster e scritti appesi alle pareti c’è questa poesia di Giuseppe Ungaretti, fissa dinanzi la mia scrivania. Leggerla, rileggerla è un tranquillante nei momenti critici. Mi riconnette con quello che sto facendo. A farmela conoscere è stata la mia insegnante di canto durante un seminario.

Se dalla poesia si abbassa lo sguardo, gli occhi cadono sulla tazza di Berlinguer. Benché ridurre il pensiero di grandi politici su una tazza sia riduttivo, questa tazza mi dà conforto quando penso che tutto stia andando a rotoli.

Alla sinistra della tazza, si trova sempre il mio blocco da disegno. Sebbene con poca costanza ultimamente, mi piace disegnare o buttare giù qualche sketch. Sia che debba disegnare per distrarmi sia che debba disegnare la copertina dell’EP o qualche bigliettino di auguri (quando un/a amico/a fa il compleanno spesso ammortizziamo i costi dei biglietti di auguri con un disegno dedicato).

In una posizione poco definita ma comunque sempre sulla stessa scrivania ho sempre un metronomo. Penso che per creare si debba studiare, quindi cerco di praticare ogni giorno. Il metronomo è amico fedele della buona pratica. Prima usavo una app sullo smartphone, poi mi sono reso conto che aumentavo le distrazioni e quindi sono passato al vecchio metronomo.

Infine, dobbiamo voltare lo sguardo per ammirare la mia libreria. Certe volte sosto qualche attimo a rileggere il titolo di un libro oppure sfogliarlo semplicemente e rileggere qualche parte. La lettura è una valida alleata per la creazione e per l’ispirazione. Ogni volta che vedo una libreria o un mercatino vorrei acquistare e leggere tutto, ma dato che la mia libreria è quasi satura, ho dovuto darmi una regolata.

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Pop

Il quartier generale dei The Peripheries

Ci sono band che si raccontano bene attraverso una biografia, altre attraverso una discografia. E poi ci sono i The Peripheries, per i quali forse è più interessante entrare direttamente nella stanza dove succedono le cose.

In occasione dell’uscita di “Too Cool For School”, il nuovo singolo che porta avanti il percorso della band tra post-punk, new wave, elettronica e sperimentazione, abbiamo deciso di cambiare prospettiva. Niente domande sulla scena, niente definizioni da ripetere, niente tentativi di spiegare ancora una volta cosa significhi stare ai margini. Abbiamo chiesto ai The Peripheries di mostrarci cinque oggetti della casa di John, il loro quartier generale. Perché una casa può raccontare una band in un modo che una biografia difficilmente riesce a fare. Può dire cosa resta quando si spengono le luci del palco, quali sono le ossessioni che finiscono dentro le canzoni, quali oggetti diventano strumenti di lavoro, memoria o semplicemente parte della quotidianità. E soprattutto può restituire quella dimensione domestica e artigianale che sta dietro a un progetto come quello dei The Peripheries: una band nata e cresciuta attraverso una progressiva fiducia reciproca, che ha trasformato una serie di esperimenti iniziali in un vero e proprio mondo condiviso.

“Too Cool For School” parla di ribellione, alienazione e della necessità di trasformare una frustrazione individuale in qualcosa di collettivo. È un tema che attraversa anche il modo in cui i The Peripheries concepiscono la musica: non soltanto qualcosa da ascoltare, ma un’esperienza da vivere insieme. Il nuovo singolo arriva dopo “Mechanical Reproductions”, “A New Oblivion” e una serie di brani che hanno costruito un immaginario sempre più riconoscibile, mentre la band guarda già al prossimo capitolo, “Dérives”. Questa volta, però, non partiamo dalle canzoni. Partiamo da cinque oggetti.

Cinque pezzi della casa di John, cinque possibili porte d’ingresso nel quartier generale dei The Peripheries. Per capire cosa succede quando la musica non è ancora un concerto, un videoclip o un disco, ma semplicemente un gruppo di persone che si ritrova nello stesso posto e comincia a costruire qualcosa.

Casa di John: è un po’ il nostro quartier generale nomade: deposito e smistamento di strumenti, vestiti e valigie sempre pronte a partire, sala prove improvvisata per i pezzi in acustico, ostello per chiunque graviti intorno al progetto. È anche cucina, tavolata, birrette, chiacchiere e convivialità, per scelta o semplicemente perché ci si ritrova lì. Una specie di ARCI clandestino e non formalizzato, dove alla fine succede sempre qualcosa. 

Udo

Il pianoforte. La prima volta di A shadow passing over è stata nel salotto di casa, Flaminia al pianoforte, vestita di bianco, e Carlo al suo fianco, insolitamente nero, che cantava a occhi chiusi, tagliati da un sole tiepido che entrava dalla finestra… Wow!

Flaminia

Il dondolo da giardino in terrazza: è un oggetto familiare, che mi ricorda quello che c’era a casa dei miei quando ero piccolissima, in cortile. Il dondolo di casa Johnson è stato lì a cullarmi mentre facevo amicizia con il gruppo nel primo periodo, e ho la sensazione che sia stato lì vicino nei momenti più rilevanti, di convivialità ma anche di scelte importanti per il progetto, riflessioni e confronti

Sabi

La terrazza di Otis. Piante a non finire, cose che nascono, crescono e muoiono oppure semplicemente cambiano forma e colore. Otis è il padrone indiscusso, scontroso micio che è sempre nei nostri discorsi come un puntino di sospensione, come un personaggio al limite tra reale e fantastico, dai poteri paranormali e dotato di raggi laser nello sguardo…

Casa di John è il centro della nostra periferia assoluta, il luogo dove è possibile lasciare in sospeso abiti, strumenti, idee, registrazioni. Spero che non traslochi mai!

Carlo

Lo studio. È lì che ci rinchiudiamo, che registriamo, che sbagliamo e rifacciamo, che alterniamo momenti di silenzio assoluto forzato con scrosci di risate incontrollate. Tiriamo tende pesanti per cogliere ogni nota e poi riapriamo tutto per respirare e riascoltare. È il nostro luogo sicuro, dove sappiamo che ne usciremo solo felici.

John

Il tesoretto. Casa mia è una piccola cronistoria dei Peripheries raccontata attraverso gli oggetti: la scaletta scritta a mano da Sabi, il magnete comprato a Orgosolo durante la tournée in Sardegna, il tamburello da piede di Pesach, il pezzo di legno bruciato che un tempo sosteneva la mia tastiera, gli occhiali spaziali di Colder than your smile, il nostro primo singolo, e il vestito imbrattato di vernice che portai a Varignana e che mi costò una settimana a letto con la febbre. Piccoli frammenti di una storia comune, capaci ancora oggi di riportarmi a momenti unici.  

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Pop Recensione

sokind, due amici di Vicenza e un disco (stavolta) scritto in italiano

Massimiliano Lorenzin e Lorenzo Milan si conoscono da molti anni. Prima di avere un nome in comune condividevano musica, fotografie e video, poi nel 2023 hanno deciso di mettere tutto nello stesso posto ed è nato sokind. Le prime canzoni erano in inglese, più vicine agli ascolti elettronici internazionali del duo. Col tempo Massimiliano, che scrive e canta, si è accorto che in italiano riusciva a dire le cose in modo più preciso. controluce, uscito il 25 settembre, è il risultato di questo cambio: il primo album dei sokind e il primo interamente nella loro lingua.

Il suono resta elettronico, con Lorenzo che produce da anni, mentre la scrittura va verso la canzone italiana. Le dieci tracce parlano di relazioni in tutte le loro fasi, compresa quella in cui non è chiaro se una relazione ci sia. “Respirare”, che apre il disco, sta tutta in quel punto incerto: due persone che si vogliono bene e non sanno quando avvicinarsi e quando lasciare spazio. “Ho paura di toccare / di sbagliare direzione”, canta Massimiliano, in una stanza dove la radio è accesa e nessuno parla. È un’apertura gentile, con un passo morbido che mette subito a proprio agio.

Più avanti le relazioni finiscono, e il disco le guarda da angolazioni diverse. “Lontano da te” arriva quando il dolore si è già posato e si può ripensare a una storia senza volerla ricominciare (“A volte lasci andare / per non farti mancare”). “Sale nell’acqua” racconta invece la fine che non ha un momento preciso, quella che si consuma piano, come il sale che si scioglie e a un certo punto non c’è più. Il ritornello ripete “va bene così”, e sembra davvero un modo per voltare pagina. Nella stessa canzone ci sono le righe migliori dell’album: “Ci siamo persi come si perde una lingua / che parlavi da bambino e adesso taci”.

Se c’è un limite, sta in qualche immagine che chi ascolta indie italiano ha già incontrato spesso: le luci dei bar, il messaggio scritto e cancellato, i treni che passano e fanno male. Sono dettagli che non rovinano niente e che vengono compensati, quasi sempre, da un verso più personale poco dopo. Viene da pensare che il passaggio all’italiano sia ancora in corso, e che nei prossimi lavori quella precisione cercata da Massimiliano potrà spingersi ancora più in là.

Il duo fa tutto internamente: scrittura, produzione, mix, master, artwork, fotografie e i dieci Official Visual, uno per brano, girati nello stesso set a camera fissa. Ne esce un esordio compatto, dieci brani in poco più di mezz’ora, che si ascolta tutto d’un fiato e lascia voglia di rimetterlo dall’inizio. Il consiglio è di farlo con i testi sotto gli occhi, almeno la seconda volta.

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Comunicato stampa Indie rock

La via d’uscita era un’altra stanza: “TRAPPED PEOPLE NEED, FREE PEOPLE WANT” è il nuovo singolo di Goodbye Lara

“TRAPPED PEOPLE NEED, FREE PEOPLE WANT” è il nuovo singolo di Goodbye Lara, uscito venerdì 2 ottobre 2026. In “TRAPPED PEOPLE NEED, FREE PEOPLE WANT”, Goodbye Lara attraversa il confine incerto tra desiderare qualcuno e averne bisogno per riuscire a fuggire. L’amore diventa una promessa di salvezza che lentamente cambia forma, fino a somigliare alla stessa gabbia da cui si cercava di uscire. Tra alt rock, elettronica e atmosfere crepuscolari, il brano costruisce un paesaggio deformato, dove le identità si confondono e l’acqua continua a salire. Restano due persone che provano a salvarsi a vicenda senza sapere se stanno nuotando verso la superficie o semplicemente imparando ad affondare insieme.

Foto: Mari Giaccari

Queste le parole con le quali l’artista presenta la traccia:
«”Trapped People Need, Free People Want” è il singolo di lancio del progetto Goodbye Lara.
Il brano esplora il conflitto tra bisogno e desiderio: chi è intrappolato vive l’amore come una sterile evasione, chi è libero può sceglierlo consapevolmente; uno sbilanciamento che porta ad un’ alterazione percettiva e all’illusione di aggiustare la vita dell’altro mentre lui rimane coscientemente immobile. Il testo è la promessa di una fuga in un mondo tra realtà e sogno in cui non esistono sovrastrutture e in cui lasciarsi inghiottire dalle onde non è un naufragio, ma l’inizio di un viaggio fuori dall’ordinario.»

Puoi ascoltare il brano qui:

BIO
Goodbye Lara nasce dalla scrittura di Lara Ingrosso, musicista, autrice e compositrice di colonne sonore.
Con un sound che attraversa alternative rock, elettronica e atmosfere cinematografiche e testi sospesi tra crudo realismo e visioni oniriche, prende forma un progetto che esplora le zone d’ombra dei legami umani: il confine sottile tra cura e controllo, vulnerabilità e annullamento di sé.

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Fonte: Costello’s Agency

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Pop

Naesh – N: tornare senza recuperare il tempo perduto

“N” potrebbe essere facilmente raccontato come il disco del ritorno. Naesh torna a pubblicare dopo una pausa, ritrova RameBiz, con cui condivide una storia musicale lunga più di vent’anni, e rimette in circolo una scrittura che aveva scelto di lasciare momentaneamente da parte. Ma fermarsi alla parola “ritorno” significherebbe leggere questo album nella direzione sbagliata. Perché “N” non sembra interessato a recuperare il tempo perduto, né a dimostrare di essere ancora l’artista di vent’anni fa. Al contrario, il tempo trascorso è esattamente ciò che permette a queste canzoni di esistere.

Naesh continua a guardare la realtà da una posizione molto concreta. Ci sono il territorio, le persone, le abitudini, le contraddizioni quotidiane e quella provincia ligure che non viene trasformata in cartolina né utilizzata come semplice sfondo autobiografico. È materia da osservare. Anche quando il discorso diventa personale, la scrittura mantiene una certa distanza dall’autocommiserazione: Naesh racconta quello che gli passa davanti agli occhi prima ancora di preoccuparsi di spiegare cosa dovrebbe significare. È una delle caratteristiche che rendono “N” coerente con il suo percorso, ma anche diverso da un esercizio di nostalgia.

I tre singoli pubblicati prima dell’album aiutano a capire questa direzione. “Vita Lenta” parte dalla necessità di sottrarsi alla velocità, “Re Carlo” osserva con ironia le contraddizioni del presente, mentre “California” introduce l’idea di un altrove, non tanto come destinazione reale quanto come possibilità. Presi singolarmente sono tre brani diversi; dentro “N” diventano invece tre coordinate dello stesso discorso: fermarsi, osservare, immaginare un’altra direzione.

A tenere insieme tutto c’è RameBiz. La loro produzione non cerca di trasformare il disco in una dichiarazione di fedeltà all’hip hop, anche se quelle radici rimangono chiaramente riconoscibili. Il suono lascia spazio alla scrittura, aprendosi alle contaminazioni e a una dimensione più morbida, nella quale emergono anche influenze soul e jazz. È una scelta importante perché permette a Naesh di non dover interpretare il ruolo del rapper che ritorna dopo una pausa: può semplicemente essere un autore che riprende a scrivere con tutto quello che nel frattempo è cambiato.

Ed è forse proprio questa la cosa più interessante di “N”. Non c’è una vera ossessione per il passato, nonostante il passato sia continuamente presente. Gli anni trascorsi lontano dalla musica non vengono trattati come un vuoto da riempire, ma come parte della storia dell’artista. Naesh non prova a cancellare la distanza tra quello che era e quello che è diventato: la porta dentro le canzoni.

“N” è quindi un disco che parla anche del tempo senza avere bisogno di trasformarlo in un tema dichiarato a ogni occasione. Il tempo sta nei cambiamenti di prospettiva, nelle cose che prima sembravano importanti e oggi vengono osservate diversamente, nella possibilità di tornare a fare musica senza dover tornare indietro. Naesh riparte da dove si trova adesso, con una scrittura ancora legata all’osservazione del quotidiano e un produttore con cui esiste una storia condivisa, ma senza cercare di replicare quella storia.

Più che un ritorno, “N” è una ripresa del discorso. E la differenza non è piccola: significa accettare che nel frattempo qualcosa sia cambiato e provare a capire cosa può nascere proprio da quel cambiamento.


SCOPRI IL DISCO: https://bfan.link/n-2

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Comunicato stampa Indie

Il silenzio prima del mondo: “Come albume nell’uovo cosmico” è il nuovo singolo di Enrique Spacca

“Come albume nell’uovo cosmico” è il nuovo singolo di Enrique Spacca, uscito martedì 29 settembre 2026. In “Come albume nell’uovo cosmico”, Enrique Spacca osserva l’esistenza come una materia unica, in cui corpi, natura e infinito sembrano appartenere allo stesso movimento. Tra una voce quasi sussurrata e una scrittura fatta di immagini essenziali, il brano procede lentamente verso qualcosa che sembra precederci e, allo stesso tempo, contenerci. Il quotidiano sfiora così il sacro, il minuscolo diventa cosmico e ogni confine comincia a perdere consistenza. Come se, per un istante, fosse possibile guardare l’universo da molto lontano e accorgersi di essere ancora dentro di lui.

Foto: Charlotte Vuissoz

Queste le parole con le quali l’artista presenta la traccia:
«Il brano è un dialogo tra l’istante e l’eterno divenire delle cose, quel flusso perpetuo che la filosofia indiana racconta nell’immagine dell’Uovo Cosmico. Nasce timido, all’improvviso, da una nota che si dilata, e cresce lentamente come un’onda che va a infrangersi sul bagnasciuga dei sensi. Il suo sound si smarrisce nel riverbero di una stanza, e si fa teatro di luci quando chitarra, batteria e archi deflagrano: è il mondo che si schiude sotto i nostri occhi per poi raccogliersi nella corporalità di un basso groovy.»

Puoi ascoltare il brano qui:

BIO
Enrique Spacca, cantautore e pianista italo-colombiano, dà forma a quella che chiama imaginal music, un indie folk italiano intriso di pop trascendentale: con semplici melodie vocali e le armonie inattese di un pianoforte introspettivo, apre al pubblico le porte di un mondo interiore.
Residente in Svizzera, intreccia l’italiano, sua lingua madre, con l’inglese per raccontare storie di trasformazione, invitando a volgere lo sguardo oltre il rumore del mondo, a rinnovare il legame che ci unisce al vivente e a ritrovare l’unità nel cuore della divisione.
Il suo progetto solista è una tensione verso l’autenticità, maturata dopo anni di esplorazione sonora con band e ricerche visive, sulla scia di Franco Battiato, Paolo Conte, Pino Daniele e Andrea Laszlo de Simone.

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Fonte: Costello’s Agency

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Comunicato stampa Indie Post-Punk rock

Le cose che occupano meno spazio: “Canzone Sospirata” è il nuovo singolo dei Cromosauri

“Canzone Sospirata” è il nuovo singolo dei Cromosauri, uscito martedì 29 settembre 2026. In “Canzone Sospirata”, i Cromosauri tornano nei luoghi in cui qualcosa ha fatto male, senza provare a cancellarne le tracce. Le paure restano, così come le debolezze e i segni lasciati dal passato, ma lentamente smettono di occupare tutto lo spazio. Tra malinconia e consapevolezza, il brano osserva ciò che accade quando non abbiamo più bisogno di sconfiggere i nostri mostri per continuare a vivere. Come tornare molti anni dopo nella stessa stanza e trovarla identica, accorgendosi però che siamo noi, finalmente, a non esserlo più.

Foto: Irene Carli

Queste le parole con le quali la band presenta la traccia:
«”Canzone Sospirata” chiude l’album “Nuvole, Bolle e Pesci”, aprendo un orizzonte di nuove prospettive e allo stesso tempo chiudendo un cerchio narrativo. L’album inizia e finisce con due immagini legate all’acqua, formando un arco narrativo circolare: prima si evoca una caduta in una pozzanghera, poi, in “Canzone Sospirata”, immagina una pioggia che non riesce ad eliminare i solchi tracciati. C’è un passato indelebile che permette di ricordare e quindi crescere, lasciare andare.
Nata in una situazione molto personale vissuta da Davide mentre viveva nel nord della Danimarca, la canzone vuole essere una dichiarazione di pace nei confronti di se stessi e del mondo che ci circonda. Le contraddizioni e i mostri interiori che si presentano alla porta del presente e chiedono un riscatto non vengono rifuggiti o rinnegati, ma riconosciuti e accolti, accettati. Il brano quindi chiude un percorso di maturazione, di accettazione delle proprie fragilità, delle proprie debolezze, un volersi bene nonostante alle volte sia difficile riconoscersi allo specchio, nonostante le nostre battaglie con il mondo, i nostri altri principi, le aspettative, tutto ciò che è già stato citato anche in “Se Avessero” e “Brillare”.
La copertina, un collage di Polaroid scattate da Davide in diversi luoghi della Danimarca, richiama i luoghi che hanno ispirato la canzone e ne creano l’atmosfera: il faro di Rubjerg Knude, un faro abbandonato che solo 100 anni fa era un edificio all’avanguardia e che invece l’erosione della costa presto farà crollare in mare; Grenen, la punta della Danimarca dove si incontrano Mar Baltico e Mar del Nord, perennemente in contrasto con le loro correnti; Aalborg, la città dove Davide ha vissuto.»

Puoi ascoltare il brano qui:

BIO
I Cromosauri sono un trio alternative rock nato a Cecina (LI) e attivo dal 2014. Dopo l’esordio psichedelico e strumentale “Cromomito” (2015) e la successiva esplorazione del grunge anni ’90 con “NOIZ!” (2016) e “Invalid Session EP” (2018), nel 2020 la band pubblica “La Piccola Circolazione”, primo lavoro in italiano, scritto e registrato a distanza, un racconto dei piccoli mondi domestici della pandemia. Con “RGB” (2021) i Cromosauri consolidano la loro direzione espressiva, mescolando alternative, indie e post rock. Dopo esperienze parallele tra Europa e Stati Uniti e l’uscita di “L.P.C. Live” (2023), il trio è prossimo a presentare il nuovo album “Nuvole, Bolle e Pesci” (novembre 2026), un disco che attraversa disorientamento e trasformazione senza cercare risposte definitive, ma restando dentro le domande.

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Fonte: Costello’s Agency

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Pop

Cosa c’è nella camera del Dott. Palmito dei Vendrame

Per capire i Vendrame non basta ascoltare “Burro”. Bisogna forse anche accettare l’idea che, nel loro universo, il confine tra una canzone, una battuta, un personaggio assurdo e una situazione realmente accaduta sia piuttosto sottile. È una delle caratteristiche che accompagna il loro “malcomplesso”: l’ironia arriva senza essere annunciata e spesso senza spiegare allo spettatore se dovrebbe ridere oppure chiedersi semplicemente cosa stia succedendo.

In occasione della pubblicazione di “Burro – I Grandi Successi Vol. I Rimasterizzato Meglio”, il disco d’esordio del 2020 riproposto oggi in una nuova versione, abbiamo quindi deciso di spostare l’obiettivo dalle canzoni alla vita quotidiana. Il Dott. Palmito ci ha mostrato cinque oggetti di casa sua: cinque piccoli pezzi di un mondo che, a giudicare da quello che abbiamo imparato a conoscere dei Vendrame, potrebbe essere perfettamente normale oppure completamente folle. A voi decidere dove finisca la realtà e dove cominci il resto.

Dottor Palmito (Tromba, sassofono e suoni corporali)
L’icona concettuale, il guru della band, colui che è riuscito nell’im- presa di fluttuare sette metri sopra la mediocrità generale. Dottor Palmito è asceso alle più alte vette mistiche e spirituali, un miracolo evolutivo reso possibile solo da una dieta a base di ipertrofia dell’ego purissimo. Vive per affabulare seguaci e dispensare vane speranze a chiunque sia così ingenuo da ascoltarlo. Tra un assolo di fiati e un’emissione sonora di dubbia provenienza corporea, Palmito vi guiderà verso l’illuminazione. O, più probabilmente, verso il distur- bo ossessivo compulsivo.

1- Scultura di Peli
Celebre scultura in peli fatta di peli dell’artista italo londinese Paul Sabatinì, contenuta in una teca sottovuoto al fine di preservarne l’integrità.

2 – Imbuto benedetto
Il celebre imbuto utilizzato dal dottor Palmito nel videoclip di “Baracca nella scatola” durante la pandemia degli anni ‘20

3- Lazzaretto
La famosa e leggendaria pianta di peperoncino (capsicum annuum) che cresce spontaneamente da oltre 30 anni nel balcone della dimora del dottor Palmito. Si narra che i frutti di tale pianta siano in grande di dare il dono della trascendenza e allucinazioni competritive.

4 – tarocchi
Gli antichi tarocchi marsigliesi del dottor Palmito, dove il beato ed illuminato Santo riesce a leggere nei meandri del futuro. Tali tarocchi sono stati spesso utilizzato come mazzo da gioco per scopone scientifico, durante i periodi di eremitismo forzato. Costituiscono per il Dottor Palmito fornte spirituale e di lucro essendo anche fonte di reddito.

5- Kit rasatura
I leggendari strumenti di rasatura appartenenti al dottor Palmito. Si può notare la celebre “Aqua Velva Williams”, storico dopobarba dalle proprietà antisettiche e rigeneranti, in molti ritengono tale prodotto responsabile del celebre “odore di santità” diffuso dalla presenza del dottor Palmito. L’acqua Velva è citata in due brani de i Vendrame. Lo stesso kit fu utilizzato dal sommo Palmito durante una perfomance di rasatura in diretta televisiva nell’emittente Rete (Abruzzo) nel 2015.

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Comunicato stampa Elettronica Pop

Le cose che sanno ancora di te: “Sapore” è il nuovo singolo dei Morama

“Sapore” è il nuovo singolo dei Morama, uscito venerdì 25 settembre 2026. In “Sapore”, i Morama raccontano una distanza che il corpo sembra rifiutarsi di accettare. L’assenza continua a sopravvivere nelle cose più piccole: un odore rimasto sul cuscino, il sapore del sale, una luce oltre lo schermo, la memoria di un tocco. Frammenti capaci di rendere vicino ciò che non possiamo più raggiungere. Con una ballad intima e sospesa, il brano abita così quello spazio fragile in cui il ricordo diventa quasi fisico e qualcuno può continuare a mancarci proprio perché, in qualche modo, non se n’è mai andato davvero.

Foto: Morama

Queste le parole con le quali il duo presenta il brano:
«Prosegue il percorso elettro-pop dei Morama con “Sapore”, quarto e ultimo singolo estratto dal secondo EP del duo, “Marea d’Amore”. Un brano intenso ed emozionale che rappresenta il capitolo finale di un progetto capace di raccontare le diverse sfumature dell’amore attraverso sonorità contemporanee e una scrittura profondamente evocativa.
“Sapore” racconta il peso di una relazione a distanza, dove l’assenza della persona amata si trasforma in una presenza costante nei pensieri. La nostalgia, il desiderio e la mancanza, tanto fisica quanto emotiva, si intrecciano fino a sfiorare l’ossessione, dando vita a un racconto sincero e vulnerabile.
Ballad dell’EP, il brano mette al centro un’interpretazione vocale intensa, fragile e al tempo stesso potente, capace di trasmettere tutta la forza delle emozioni raccontate. Un pianoforte delicato e malinconico apre e sostiene la composizione, mentre una produzione moderna e incisiva accompagna la crescita del pezzo, esaltandone la profondità emotiva senza rinunciare all’identità elettro-pop che contraddistingue i Morama.»

Puoi ascoltare il brano qui:

Bio
Morama è il punto di incontro tra due mondi apparentemente opposti: il rigore della musica colta e la libertà viscerale dell’elettronica. Il progetto, fondato nel 2022 da Johanna Noa (cantante e violoncellista italo-tedesca) e Paolo De Santis (producer e tastierista), nasce tra le aule del Conservatorio G. Verdi di Como, ma trova la sua vera identità lontano dai leggii, nel pulsare dei club e nella ricerca sonora tra Milano e Londra.
Il suono, classico distorto. La firma stilistica Morama è un pop sofisticato ma accessibile. Il violoncello di Johanna non è solo uno strumento d’accompagnamento, ma diventa materia viva: effettato, distorto e manipolato fino a fondersi con i sintetizzatori di Paolo. Le loro produzioni attingono all’armonia jazz di Jacob Collier, alla vocalità intima di Billie Eilish e Raye, e all’energia elettronica della nuova scena italiana (MACE, Okgiorgio, Venerus).
Dai live al debutto discografico Dopo un primo esordio in lingua inglese, il duo si stabilisce a Milano e vira verso l’italiano per una necessità di comunicazione più diretta. La risposta del pubblico è immediata: la loro esibizione per Sofar Sounds Milan (2023) diventa virale superando le 60.000 visualizzazioni, aprendo le porte a palchi storici come l’Arci Bellezza e il Biko, fino all’opening act per Bluem al BriUp Festival. Il valore del progetto viene confermato dalle selezioni finali in alcuni dei contest più prestigiosi d’Italia: MusicForChange, MArteLive, Sannolo, Palchi Belli x Rockit e M4NG.

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Fonte: Costello’s Agency