Gintsugi ha pensato l’ep prima dei brani che lo compongono. Strangers, cinque pezzi usciti il 9 ottobre per NOS records e Beautiful Losers records, è nato come forma e si è riempito una canzone alla volta di quello che doveva contenere. Dice di non amare le scorciatoie, e il suo modo di lavorare si capisce da lì: gli strumenti si scelgono uno per uno, si imparano, si esplorano a fondo, con un investimento di tempo, energia e denaro che rende tutto meno superficiale. Registrare in analogico con Maurizio Sarnicola vuol dire anche accettare che il suono non sia del tutto controllabile e cambi leggermente ogni volta.
La stessa pazienza sta nel nome. Gintsugi parte dal kintsugi, la tecnica giapponese che ripara le crepe con l’oro, e mette un filo d’argento al suo posto: il colore le piace di più e un altro progetto si chiamava già kintsugi. L’idea era trasformare storie difficili in bellezza attraverso la musica, nel solco di nomi come Placebo e The Cure.
Italiana, vive in Francia, e porta i brani dal vivo tra Lione, Berlino, Manchester, Edimburgo e Leeds. Il quinto pezzo è nato a quattro mani con l’artista francese FAV, partendo da un brano già quasi scritto. Nell’intervista racconta come è venuto fuori il disco, perché scrive spesso in inglese e come cambia il pubblico da una città all’altra.
Quando hai capito che questi cinque brani stavano insieme e formavano un disco?
Da subito, l’idea è stata subito di fare un ep e poi ho scritto i brani progressivamente. È venuto prima l’ep, poi le singole canzoni.
Il tuo nome richiama il kintsugi, la tecnica giapponese di riparare le crepe con l’oro. Quando hai deciso che sarebbe stato il tuo nome?
Da subito anche qui, ho iniziato a scrivere canzoni con l’idea di trasformare delle storie difficili in bellezza attraverso la musica, un po’ nel filone di nomi come Placebo o The Cure. Gintsugi è il kintsugi ma con il filo d’argento invece che d’oro. L’ho scelto perché il colore argento mi piace di più e perché per kintsugi c’era già un altro progetto con quel nome.
Con Maurizio Sarnicola avevate già fatto il singolo Stranger in analogico. Che cosa ti dà la registrazione analogica che il digitale non ti dava?
In generale, non mi piacciono le scorciatoie. Avere 10000 suoni sul proprio computer è sicuramente pratico, ma non è come scegliere singolarmente degli strumenti per il proprio timbro o le proprie caratteristiche sonore, conoscerli ed esplorarli a fondo. C’è un investimento in termini di tempo, energia e anche denaro che non è commensurabile e quindi rende tutto meno superficiale. Inoltre il suono analogico non è controllabile come quello digitale, puoi cambiare un parametro e sapere più o meno ciò che produrrà, ma quello che farà esattamente è leggermente variabile, è tutto meno meccanico.
Il quinto brano è nato con l’artista francese FAV. Com’è andata la scrittura a quattro mani?
È stato tutto molto spontaneo, abbiamo preso il pezzo che era per la maggior parte già scritto e Quentin ha portato le sue impressioni nella scrittura. È stato molto interessante avere un orecchio che comprendesse di cosa si stava parlando, da una prospettiva maschile.
Scrivere in inglese ti avvicina o ti allontana da quello che vuoi dire?
Scrivo spesso in inglese proprio perché mi risulta più immediato.
Il tour tocca Lione, Berlino, Manchester, Edimburgo e Leeds. Il pubblico reagisce in modo diverso da città a città?
Sì, nelle grandi città ci sono molte proposte e le persone sono in genere un po’ più distratte. Il pubblico reagisce con più attenzione in genere nei piccoli centri. Anche se ovviamente in Inghilterra o in Germania il pubblico mediamente capisce meglio di cosa si parla nei brani, parlando inglese. Le variabili comunque sono anche proprio da serata a serata, oltre la città.