Categorie
Pop

Cosa c’è nella camera di Nadia Von Jacobi

Ci sono oggetti che finiscono per raccontarci molto più di quanto immaginiamo: custodiscono ricordi, incontri, luoghi attraversati e momenti che continuano ad accompagnarci anche quando sembrano lontani. Alcuni arrivano da viaggi, altri sono legati a persone o a passaggi particolari della nostra vita; ognuno conserva qualcosa di chi siamo e di ciò che abbiamo vissuto.

Per Nadia von Jacobi, cantautrice italo-tedesca dalla storia personale e musicale profondamente internazionale, la musica è da sempre un modo per raccogliere esperienze e trasformarle in qualcosa da condividere. Nata e cresciuta in Germania, trasferitasi giovanissima in Italia, ha attraversato Paesi e culture diverse, costruendo un percorso che l’ha portata a esibirsi tra Italia, Londra e Vienna, fino alla collaborazione con Biagio Antonacci sul palco di San Siro. Dopo l’esperienza con Nadia & the Rabbits, oggi inaugura una nuova fase solista con Soleo, singolo uscito il 18 settembre 2026 per ADA Music Italy: una canzone nata da una giornata di sole e diventata una riflessione sulla solitudine, sulle relazioni e sulla possibilità di ritrovare nel presente una nuova forma di serenità.

In questo appuntamento entriamo invece in una dimensione più privata, lontana dai palchi e dagli studi di registrazione. Nadia ci racconta cinque dei suoi oggetti preferiti, ciascuno accompagnato da una storia particolare. Perché a volte, per conoscere davvero qualcuno, basta scoprire quali cose ha scelto di tenere vicino a sé.

CHITARRA

La mia fedele compagna: la mia chitarra. Si chiama “Black Smoke” e mi piace pensare che sia stata lei a scegliere me, in quella assurda villa in campagna fuori Londra dove ho iniziato a provare cento chitarre e non sapevo come capire quale fosse quella giusta… Quando ho iniziato a suonare “When it’s raining” sulle sue corde, è successo qualcosa – le vibrazioni mi sono entrate dritte nel cuore e non avevo più dubbi – era lei quella che poteva catturare ciò che sento e restituirlo con il suono giusto.

BOSCHITURO, il nostro “bosco del futuro”

Tornata dall’Azerbaigian, dove, un giorno sì e uno no, si sentiva nell’aria odore di gas, mi si era fissata in testa un’idea: contribuire, in qualsiasi modo alla produzione di ossigeno in questo mondo. Abbiamo quindi fatto una scelta e investito i nostri risparmi nel recupero di un piccolo terreno dietro casa – per uno dei miei compleanni ho invitato tutti i miei amici e insieme, in due giorni di festa, abbiamo piantato 500 alberi in un terreno che era devastato da sessant’ anni di monocoltura monoclonale. Il “boschituro” è diventato per me, nel tempo, non solo un un modo per restituire qualcosa alla natura…ma anche un luogo dove vado a comporre e a cantare, duettando con l’eco. La forza dei piccoli alberi che crescono mi raggiunge e mi avvolge. Le mie canzoni ora crescono insieme a loro. 

MURALE

Questo è un murale che ho realizzato nel mio studio. Ho preso spunto dal quadro “Birkenwald” di Gustav Klimt (1903) e poi con pazienza, in diversi strati, mi sono messa a riprodurlo. Il bosco per me è diventato un simbolo di segreti da scoprire. Quando entriamo in un bosco, inizialmente forse continuiamo a parlare e a pensare. Poi, lentamente, succede qualcosa: iniziamo ad ascoltare, e quasi sempre scopriamo qualcosa che era nascosto al primo sguardo. Il bosco, quindi, mi ricorda che c’è sempre altro da scoprire. Oltre a quello fuori casa, ne ho voluto uno anche dentro. 

CARILLON-CHITARRA

Questo è un carillon che suona la melodia di “Yesterday” dei Beatles… il regalo più speciale che mi sia mai stato fatto. La mia amica del cuore, la grafica Andrea Terán, aveva trovato questo oggetto, lo aveva rimodellato e dipinto per farlo assomigliare alla mia chitarra. All’epoca suonavo una Taylor color blu petrolio. A parte la gioia che questo oggetto mi dà, perché mi ricorda che qualcuno ha pensato a me con tanta dolcezza, il modellino è tutto ciò che mi rimane di quella chitarra. Quella chitarra, comprata a Londra e usata sia per girare il mondo sia per registrare Noblesse Oblique, a un certo punto è venuta a mancare. Il modellino della mia vecchia chitarra mi ricorda tutte le canzoni scritte, cantate e condivise in passato.

LA RUOTA DEL TEMPO

Questi tre oggetti che ho portato a casa dopo il mio ultimo viaggio in Mongolia. Si tratta di tre esemplari molto semplici di “мөргөлийн хүрд (mörgöliin khürd)”una sorta di ruota della preghiera. Nei templi buddhisti, questi cilindri rotanti sono collocati all’ingresso e accolgono chi viene a pregare. Il loro significato originario è religioso; io, però, le vivo attraverso un pensiero nato nella steppa mongola che ho portato a casa e fatto mio: quando giro le mie tre ruote del tempo, ricordo che il tempo passa comunque e che quindi ogni attaccamento al passato è inutile – ho capito che l’inesorabile fuga del momento è anche una forza che ci libera.