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C’è sempre una via d’uscita: Jesse The Faccio racconta il suo nuovo EP “Le cose che ho”

I periodi di lockdown a cui ci ha costretti questo maledetto virus hanno rivoluzionato un po’ in tutti il rapporto con l’ambiente casalingo. Alcuni, mi sentirei di dire una minoranza, si sono accorti che a casa non si sta poi così male, anzi forse si sta anche meglio che fuori. Ma per tanti, mi sentirei di dire la maggioranza, la casa, da luogo di riposo e di riparo, si è fatta gabbia da cui evadere, culla di emozioni e pensieri negativi. E, inevitabilmente, questo effetto è stato ancor più forte in chi un rapporto complicato con la casa ce l’aveva già prima che fosse obbligatorio per legge starci chiusi dentro.

È il caso di Jesse The Faccio, che dai mostri con cui ha convissuto nel periodo di lockdown della primavera del 2020 ha fatto uscire il suo lavoro forse più intimo e maturo, il nuovo EP Le cose che ho. Quattro brani in cui il cantautore padovano si mette a nudo con coraggio, affrontando tematiche profondamente personali. L’abbandono, la solitudine, la depressione, la dipendenza, l’amore, la paranoia: Jesse non ci gira più intorno e va dritto al punto, scavando a fondo, spiegandosi in maniera esplicita e diretta,intensa ed efficace. Ma va detto che, anche se nasce dal dolore e di dolore parla, questo EP lascia spazio anche alla speranza.

Abbiamo fatto una chiacchierata con Jesse the Faccio per farci raccontare meglio il suo nuovo progetto e in generale il momento che sta vivendo. Ne è uscita l’intervista che trovate di seguito. Buona lettura!

Ciao Jesse! Le cose che ho, il tuo nuovo EP, è fuori: come ci si sente?

Decisamente meglio. Non vedevo l’ora ed ero in ansia anche per questo. Come per molti adesso a me pare sia già finito il suo tempo ma son felice di poterlo portare in giro.

L’EP appare in generale come un prodotto più intimo e personale rispetto ai tuoi lavori precedenti. Anche solo i nomi dei brani che lo compongono, in cui spesso campeggia una prima persona singolare (Le cose che ho, Credo mi vedi, Come posso), sembrano suggerire che i riflettori siano puntati, più che sull’esterno, sull’interno e sul suo rapporto con l’esterno. Sei d’accordo, Le cose che ho ci racconta effettivamente un lato più intimo di Jesse the Faccio?

Sono pienamente d’accordo. Tutto il lavoro è proiettato verso l’interno, mi sono descritto in totale libertà, raccontato dei mesi e del rapporto con me stesso in quel periodo. Avevo forse l’esigenza di scavare più dentro di me anche nella musica, sicuramente è il mio lavoro più intimo.

È vero, la prima persona singolare fa da protagonista. Ma è anche vero che c’è sempre (o quasi) un interlocutore, una persona che è oggetto od origine di quei pensieri e quelle pare che trovano espressione nei vari brani. Quanto è generico quell’interlocutore? Avevi in mente una persona in particolare?

L’ interlocutore chiaramente c’è e per me è molto nitido, chiaro in mente. Diventa generico quando chiunque ascoltando si rivede in parte o in totale in quello che dico, in quelle sensazioni. Sia che siano rivolte verso se stessi o verso qualcun altro.

Ogni brano dell’EP ha un suo video e in ogni video c’è una costante: tu, nudo e alienato, in una qualche stanza della casa. Qual è stata l’importanza della casa nella nascita e nello sviluppo di questo progetto? Il lockdown ha giocato un suo ruolo?

Assolutamente, nasce tutto dal primo lockdown nazionale che ho passato come tutti appunto in casa, ambiente per me non sempre facile, anzi, e trovarmici costretto era molto difficile. Per questo ho anche voluto rappresentare la casa nei quattro video che accompagnano i brani, chiaramente non la casa accogliente ma quella da cui non vedi l’ora di scappare. La difficoltà di rimanere in casa e la mia situazione personale sono state la scintilla per tutto il lavoro.

Insisto sui video, perché mi sembrano restituire molto bene il mood generale dell’EP. E osservo che, quando ci sono altre persone oltre a te, l’interazione sembra sempre fredda. O addirittura, come nel caso di Che resta, tu la cerchi ma nessuno sembra vederti. È questa una delle chiavi di lettura del progetto, il muro che c’è fra te e gli altri?

Più o meno sì, o meglio forse il muro che mi metto io tra me e gli altri non riuscendo ad esprimermi. Circondarmi di persone per me è sempre stato molto importante, ma molto spesso anche se magari all’apparenza non sembrava mi sentivo comunque solo e in qualche modo distaccato. Ho cercato di accentuare questa cosa, anche per far capire meglio i testi dell’EP. Trovandomi 20 mesi fa effettivamente solo, ho ragionato molto su questo tipo di chiusura che dò per primo a me stesso e che forse non mi fa vivere in completa serenità neanche con gli altri. Ho cercato di esorcizzarla concentrandomi su questo lavoro.

Come posso (collo), brano di chiusura dell’EP, sembra per certi versi dare un barlume di speranza, indicare che forse c’è una via d’uscita da quella casa che non sai più se sia rifugio o gabbia. Anche qui ci aiuta il video, in cui finalmente, dopo alcuni minuti in cui ti vediamo nella tua camera a fumare, nudo e solo, sembra esserci una decisione improvvisa: quella di vestirsi e uscire, di evadere. Va inteso come un messaggio di speranza? Ti sembra che ci sia, questa via d’uscita?

Esattamente, sono sicuro che la via d’uscita ci sia sempre, come nel precedente disco mi sono accorto di essere abbastanza affezionato al concetto di speranza in tutto tondo. In Come posso (collo) la voglia di uscire dalla sensazione di solitudine parte forse inconsciamente già dall’arrangiamento del brano, dove il lungo strumentale prima confuso e poi sempre più soave e nitido evoca già quella sensazione di libertà. Anche il messaggio è una sorta di incentivo a reagire, a muoversi, anche se non si è propriamente convinti di se stessi o di quello che c’è fuori.

E a livello di ascolti, di influenze prettamente musicali, c’è qualcosa che ti ha accompagnato e influenzato nel periodo di stesura dei brani de Le cose che ho?

Sì, sicuramente e si parla di comfort zone musicale. Il cardine è In Rainbows dei Radiohead un po’ ovunque, ma sopratutto nel brano di chiusura. Per il resto c’è Battisti con Anima Latina, c’è il mio sempre amato Alex G e c’è una curiosità diventata mezza ossessione per Lil Peep e il suo modo di fare lo-fi, totalmente distante dal mio. Queste sono state le ossessioni da marzo a giugno 2020. Praticamente le uniche cose che ho ascoltato in quei mesi.

Sei nella playlist editoriale di Spotify “Rock Italia” con Che resta. La senti adeguata, l’etichetta di “rock” per la tua musica e per questo progetto in particolare?

(Ride, ndr) Assolutamente no, almeno a livello di produzione. Non sono un fan delle playlist e di quel modo di ascoltare musica, ma so che piacciono e forse a questo punto sono pure importanti, quindi rispetto massimo e son sinceramente felice di esserci dentro anche con un brano così. Live effettivamente pare (almeno per ora) venga più punk!

E quella di “Italia”? La tua musica da sempre è marcata da un sound profondamente internazionale, dunque viene da chiedersi: quanta Italia c’è nella musica di Jesse The Faccio, secondo Jesse The Faccio?

Effettivamente ce n’ è molto poca. Amo la nostra lingua e mi piace scrivere in italiano, però per il sound sono decisamente proiettato su altro. Quello che “va”, a parte qualche caso, non mi fa impazzire devo dire, ma ci sta che sia così. C’è sicuramente molto di più del passato, la musica italiana cantautorale diciamo “classica” mi accompagna sempre.

Nell’ultimo weekend di novembre c’è stata la festa di Dischi Sotterranei, la tua etichetta, che in un post racconti sia andata “fin troppo bene”. Quanto è stato importante tornare a suonare e farlo assieme a quella che definisci come “la famiglia più grande e bella d’Italia”?

Fondamentale, chi c’era ha provato (credo) la stessa sensazione, ovvero che si può tornare a vivere, che esiste un sottosuolo musicale artistico che può fare ancora queste cose. Le band esistono ancora e hanno voglia di venire fuori e farsi sentire, le chitarre non sono morte. E poi tutta l’emozione dopo due anni effettivi di stop e limitazioni. I ragazzi di Dischi Sotterranei sono effettivamente la mia famiglia, lo sono al 100%. Sedici band in due giorni non so chi può permettersi a ora di farlo. Siamo tutti molto orgogliosi di quello che si è riuscito a fare quel weekend.

La festa di Dischi Sotterranei è stata una prima occasione per tornare a suonare, ma hai da poco annunciato anche un tour invernale per Le cose che ho. Insomma, si riparte! Sei pronto? Che risposta ti aspetti?

Prontissimo, super carico con nuovi elementi in band e veramente molta voglia di uscire. Sì sono uscite le prime date adesso, anche a seconda delle disposizioni dello Stato si capirà come continuare fino a (spero) arrivare a una bellissima e intensissima estate.


di Pietro Possamai       

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