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Le 5 cose preferite di Beatrice Rosa

Beatrice Rosa ha recentemente pubblicato il nuovo disco “Sinfonia di un Sogno” (Ultra Sound Records), lavoro che segna il debutto della giovane e promettente artista. 

Noi l’abbiamo incontrata per chiederle quali sono le su cinque cosa preferite.

L’Abruzzo

L’Abruzzo è fra le mie 5 cose preferite. Ero proprio là quando ho iniziato a scrivere il mio album Sinfonia di un Sogno. Persa fra le onde del mare della spiaggia di Torre del Cerrano a Pineto; sedersi in quella spiaggia è come ascoltare una bella canzone o leggere una bella poesia.  Il testo di Sinfonia di un Sogno non mi sarebbe potuto venire da nessun’altra parte.

“Chosen” dei Maneskin

Il brano Chosen dei Maneskin ha accompagnato la mia adolescenza; la sicurezza di Damiano in questo pezzo è riuscita a trasmettermi la determinazione di cui avevo bisogno. Un senso di sicurezza che rivedo anche nel mio brano intitolato “Follow me”, dall’album Sinfonia di un Sogno; e infatti, senza nemmeno farlo apposta, in Chosen il ritornello dice proprio: “Follow me now!”. 


Sergio Caputo

Sergio Caputo è un artista che amo. Lo definisco musicalmente come un fumetto retro’.  I suoi brani ti fanno venire voglia di ballare, di prenderti una tazza di tè sul divano e allo stesso tempo di sapere come va a finire la storia che sta raccontando. Non potevo non inserirlo tra le mie 5 cose preferite. Il suo modo così onirico e fumettistico di scrivere i testi e le melodie ha ispirato la scrittura del mio brano intitolato Noi, dall’album Sinfonia di un Sogno. Bellissimi i suoi brani Mercy Bocù, Un Sabato Italiano, Bimba se Spessi, Night, Week-End e Spicchio di Luna; tutti tratti dal disco Un Sabato Italiano

John Coltrane & Johnny Hartman

John Coltrane & Johnny Hartman è un disco immenso. Ci feci la tesi per la mia laurea triennale in conservatorio. Dal disco, ho scoperto il brano Dedicated To You, che ho poi riprodotto in duo voce e pianoforte nel mio album Sinfonia di un Sogno. Se non vi siete mai innamorati nella vostra vita, andate a sentire sia la versione di Sinfonia di un Sogno, sia quella dell’immenso Johnny Hartman; potrete iniziare a percepire i primi segnali dell’amore.

Per ultimo, ma non per importanza, è il concetto della parola “Rosa”. E’ una parola presente nella mia vita da sempre. Il mio secondo nome è Rosa, il mio nome d’arte è Beatrice Rosa; tra i nomi della mia famiglia il nome Rosa è ricorrente; mia madre ha avuto un’attività commerciale con dentro il nome rosa. il rosa è anche il mio colore preferito. Per me il suo concetto è simbolo di femminilità, simbolo di dolcezza, di gentilezza; di amore incondizionato verso sé stessi e gli altri, da non confondere con quello interessato e malato. In questo amore e nella gentilezza che emana, io ci ho sempre visto tanta forza, al contrario di quello che in apparenza si può credere. L’amore incondizionato è un tema ricorrente nel mio album Sinfonia di un Sogno. La rosa come fiore, presente tra i miei capelli sulla copertina del disco, è anch’essa simbolo di questo. Ci insegna che l’amore incondizionato lo meritiamo tutti, ognuno con i propri petali e con le proprie spine; ognuno con le proprie luci e con le proprie oscurità.

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Cosa c’è nella camera di PuramenteSamuel

Continua il percorso di PuramenteSamuel. Dopo l’esordio con “Sofisticata” e “Giorno Zero”, il cantautore torna venerdì 20 marzo con “Puramente Tu” (distr. The Orchard), una ballad pop intensa ed emozionante. 

“Puramente Tu” è un brano che cresce piano, tra parole intime e atmosfere delicate, fino ad aprirsi in un ritornello potente e liberatorio, capace di arrivare dritto al cuore dell’ascoltatore. C’è un momento, in ogni storia d’amore, in cui la mente si riempie di domande. È proprio da quel momento fragile e universale che prende vita questo brano.  Ma è proprio da questa situazione che nasce la possibilità più preziosa: fermarsi, parlarsi davvero, ascoltarsi. Perché a volte basta un dialogo sincero per ritrovare la strada e scoprire che l’amore, se curato, può diventare ancora più forte.

Negli ultimi mesi PuramenteSamuel ha incontrato il suo pubblico dal vivo, trasformando ogni presentazione in uno spazio di condivisione. Dopo il successo degli eventi a Milano e Genova per le precedenti uscite, ieri (domenica 15 marzo) il cantautore ha presentato il nuovo singolo a Roma, in un momento che si è trasformato spontaneamente in un abbraccio collettivo tra artista e fan.

Noi volevamo conoscerlo meglio, e per farlo ci siamo fatti invitare a casa sua. Ecco cosa ci ha mostrato.

Blocchetto e Penna
Parto proprio da questi due oggetti fondamentali per le mie canzoni. Tutto nasce da una
riflessione che muta in sensazioni ed emozioni riversate su carta grazie all’inchiostro. È da
qui che nascono i miei testi e prendono forma i brani che ritrovate nelle vostre cuffiette 🙂

Lo Stereo
È decisamente l’oggetto che inonda l’intera casa di vibrazioni così coinvolgenti che non ne
posso fare a meno! Gli do da mangiare un sacco di CD durante le giornata 🙂 Una delle cose
che mi fa più impazzire è sicuramente il suono leggermente più “sporco” rispetto alla
qualità compressa di Spotify.

La Luce Soffusa
Tra gli oggetti più funzionali ed intimi ho scelto la mia poldina rosa che sa bene come creare l’ambiente giusto per leggere i libri che più ispirano la mia scrittura e permettono di
continuare la mia ricerca verso la versione migliore di me stesso. Una luce calda, una tisana
e il libro giusto creano la combo per una serata in cui godermi la mia solitudine 🙂

Tappetino e Pesi
Questi due oggetti mi permettono di mantenere un corpo sempre in salute nonostante tutte le varie serate con gli amici 🙂 Amo rimanere in forma ed essere atletico e odio i dolori alla schiena, dunque ho preso il buon’ vizio di fare spesso stretching!

Mieleeee
Ultimo ma non meno importante, il miele. Non può mancare in casa mia un vasetto sempre pieno di miele per essere pronto a metterlo ovunque! Aiuta molto la mia voce durante le sessioni di canto, lo porto sempre con me durante i live 🙂

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Le cinque cose preferite di John Freedom

Fuori dal 6 marzo “La cometa di Halley” di John Freedom, disponibile su tutti i digital store. Il cantautore presenta una nuova versione di uno dei brani più apprezzati del suo repertorio. John Freedom è arrivato nei giorni d’oggi per raccontarci com’era la vita negli anni ’20, ma soprattutto per riportare in auge quello swing tipico del periodo. “La cometa di Halley” racconta il viaggio di una famiglia che deve lasciare la propria terra per cercare di sopravvivere. Una storia di migrazione che viene dal passato, ma che rimane sempre attuale.

Il sound è ispirato al passato, ma mantiene una nota fresca e moderna. John Freedom riesce a unire passato e presente in una melodia originale e fuori tempo. In questa versione l’artista canta e suona le spazzole sul rullante, una scelta diversa dalle tendenze del mainstream.

Noi per conoscerlo meglio, ci siamo fatti raccontare le sue cinque cose preferite.

Lo swing

Benny Goodman, Glenn Miller, Duke Ellington, Louis Prima e così via… È un genere che ascolterei all’infinito. Sarà la convivialità che trasmette, la musica tutta suonata, il ritmo ondeggiante, ma mi fa sentire estremamente vivo.

Suonare la batteria

Ad essere più precisi, percuotere qualsiasi cosa. Suonare le padelle con i mestoli mentre cucino, percuotermi il petto a tempo quando c’è sotto un pezzo che mi piace, battere la penna sul tavolo mentre scrivo, ecc… Per me è meraviglioso, per chi mi sta attorno è una sventura. 

Mettersi in discussione

Mi piace arrivare al succo delle cose, chiedermi sempre “perchè lo faccio?”. Spesso fa male, ma alla fine è molto soddisfacente. Se non l’avessi fatto, non avrei mai fatto musica.

Dormire

Potrà sembrare banale, ma per me il sonno è la chiave di tutto. Detesto profondamente non aver dormito abbastanza, dormire bene è sempre in cima alle mie priorità. 

Il cioccolato

Ne vado matto. Preferibilmente fondente.

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Una stanza vuota, un respiro globale: il debutto degli Eyes Be Quiet

Con Una stanza vuota, gli Eyes Be Quiet confermano il loro talento emergente con un album che non si limita a esplorare paesaggi emotivi intimi, ma costruisce un linguaggio sonoro capace di dialogare con le tendenze più attuali dell’indie e dell’alternative mondiale. Il duo formato da Silvia e Gabriele, cresciuto tra le colline di Brescia, spinge le proprie atmosfere oltre il semplice confine nazionale, avvicinandosi a quel tipo di estetica che ha reso celebri all’estero artisti come RadioheadBon Iver o progetti più recenti come The xx e Phoebe Bridgers che fondono fragilità vocale e paesaggi sonori sospesi. 

Il disco, pubblicato il 13 marzo 2026 per Bradipo Dischi con distribuzione The Orchard, è un lavoro che gioca sapientemente tra ambient, alternative e intime esplorazioni vocali, riuscendo a creare un continuum emotivo che va dalla malinconia alla speranza. Il concept parte da un’immagine semplice e potente — quella di “una stanza vuota” — e la trasforma in una mappa di sensazioni che toccano il senso di perdita, la memoria di ciò che è stato e la ricerca di luce all’interno del buio. 

Ciò che distingue Una stanza vuota è la capacità degli Eyes Be Quiet di mischiare voci sofferte e momenti di esplosione sonora senza mai perdere un equilibrio interno. Questa dinamica ricorda il modo in cui artisti come Bon Iver trattano la tensione tra delicatezza e intensità, oppure come The National costruiscono paesaggi emotivi profondi grazie all’uso di quiete e rumore come elementi complementari. 

La produzione del disco non è mai eccessiva: ogni sovrapposizione di suoni, ogni silenzio e ogni climax sono calibrati per servire la narrazione del disco. In questo senso, Una stanza vuota ha quella qualità di introspezione che senti nei lavori di artisti come Sharon Van Etten o Big Thief, dove la vulnerabilità non limita, ma fortifica l’identità del progetto. 

Brani come Semi o Per farti dormire mostrano una struttura che potrebbe facilmente attraversare confini linguistici e culturali, permettendo all’album di essere apprezzato tanto da ascoltatori della scena indie europea quanto da chi segue l’alternative americana più sensibile. 

In un panorama italiano sempre più ricco di progetti originali, gli Eyes Be Quiet si distinguono per la loro capacità di fondere introspezione e tensione sonora con un respiro internazionale, posizionandosi accanto alle produzioni di artisti italiani che negli ultimi anni hanno trovato apprezzamento all’estero e contribuendo a ridefinire la scena indie contemporanea.

SCOPRI L’ALBUM: https://orcd.co/unastanzavuota

BIO:

Eyes Be Quiet è un invito, un progetto che nasce tra le colline di Brescia.

Composto da Silvia e Gabriele, unisce suoni ambient-alternative a dei racconti sussurrati e urlati. Con influenze che vanno dai Radiohead a Bon Iver, il gruppo si addentra in una realtà intimista urgente, nella costante ricerca dell’abbellimento della fatica. Dopo un primo EP distribuito da Dischi Sotterranei, pubblicano nel 2026 per Bradipo Dischi il loro primo album “Una stanza vuota”.

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“Le canzoni del Maschio Angioino” è il primo disco da solista di Antonio De Carmine Principe

Finalmente fuori “Le canzoni del Maschio Angioino”, il primo album da solista di Antonio De Carmine Principe, disponibile su tutte le piattaforme digitali e su CD e Vinile (Edizione limitata). Il disco è stato anticipato dai singoli “O Scemanfù” e “O mare ‘e faccia”.

Nove tracce che raccontano la vita di Antonio De Carmine Principe e la sua città, Napoli. Per la prima volta, dopo una vita passata a fare musica insieme ad “altri’, per lo più amici, con cui ha fondato progetti artistici, duo, band, o prodotto e scritto per altri artisti in veste di produttore, musicista e autore, Principe riprende per mano il suo vasto repertorio di canzoni inedite. Questa volta lo fa completamente solo, lasciando vive alcune tracce “provino” e realizzando altre suonando, arrangiando e producendo, sempre da solo, canzoni scritte in passato, nel castello Maschio Angioino, appunto, e nel presente.

La pubblicazione è realizzata con la sua Etichetta discografica NyNa City 91 Records e con il Contributo del Nuovo Imaie.

Questo primo album contiene nove tracce, che iniziano a dare una prima idea di quello che Antonio De Carmine Principe rappresenta nella città di Napoli e per la città di Napoli: un poeta, perchè cosi è definito da tantissimi artisti e addetti ai lavori, ma anche da quel pubblico che è riuscito negli anni ad assistere a qualche suo live, dopo aver ascoltato queste sue opere sin dagli inizi degli anni 80’, che mai erano state pubblicate e che, tuttavia, giravano con il passaparola attraverso cassette e CD “pirata”.

Le varie contaminazioni musicali, le tematiche importanti nei testi raccontate attraverso le sue personali narrazioni, con quel suo linguaggio che accarezza e taglia continuamente, la matrice del “napoletano verace” che si fonde con il cantautorato e la canzone d’autore e con il sound partenopeo, inconfondibile, saldo nelle proprie radici, tra le pietre di tufo e piperno del castello, ma con lo sguardo rivolto a sonorità moderne ed un linguaggio che guarda al futuro, fanno di questo primo album una vera e propria luce di emergenza, una lanterna da tenere accesa durante le notti in cui si ha voglia di ascoltare “canzoni in via di estinzione”.

Le canzoni del Maschio Angioino è senza dubbio un disco tra passato, presente e futuro, un primo album, che merita attenzione e rispetto.

Track list:

1) Gennaro (1985)

2) Sasà, vino e nuvole

3) ‘O Scemanfù

4) Sabè

5) Famme fa pace cu ‘o munno

6) ‘O mare ‘e faccia

7) Settembre d’ ;e criature

8) Vide

9) Ash

https://www.instagram.com/antonio_de_carmine/

Biografia

Antonio De Carmine è un cantautore, produttore, musicista, autore di Napoli. Figlio del Neapolitan Power e del punk è chiamato “Principe” per la sua vita vissuta tra le mura del castello Maschio Angioino a Napoli, dove abitava e dove, nella Torre San Giorgio, aveva allestito uno studio di registrazione, con l’amico Mauro Spenillo aka Socio M.

Ha partecipato al festival di Sanremo con il duo Principe e Socio M, scoperti da Vincenzo Micocci, con la canzone Targato Na. Con la IT pubblicheranno album e singoli. Ha calcato palchi importanti, dal vivo, con artisti del calibro di Faithless, Commander Cody,James Senese, Luca Barbarossa, Enzo Gragnaniello, si esibì a Mosca all’interno del Cremlino per tre sere con Lucio Dalla, Antonello Venditti, Zucchero.

Principe ha collaborato con Enzo Gragnaniello, Ornella Vanoni, Beppe Vessicchio, Joe Amoruso, Caterina Caselli, Enzo lacchetti, Stefano Sarcinelli, Francesco Paolantoni, Sal Da Vinci, Andrea Sannino, Gigi Finizio e tanti altri. Tra le collaborazioni importanti c’è anche quella con il DJ Frank Carpentieri. Insieme hanno pubblicato due singoli, prodotto sigle per la televisione e il teatro, tra queste anche Made in Sud, dal 2019 al 2023, cantata insieme a Edoardo Bennato, Rocco Hunt, Franco Ricciardi e Clementino.

Principe ha collaborato e inciso per: Sony, Emi, Virgin, Edel, IT-Dischitalia, Sugar, Nuova Durium, Universal, Dueffell Music, Bmg, Goody Music, Epic, Warner Music Italia, Smile, Warner Chappell, Artist First e NyNa City 91 records, fondata con Victoria Mellon e Giuseppe Corvino.

Nel 2026 decide di riscoprire il proprio repertorio di brani inediti pubblicando il suo primo album da solista “La canzoni del maschio Angioino”.

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Andrea Rana: “Manimàn” e una melodia che mi girava per la testa

Il nuovo singolo di Andrea Rana, Manimàn, nasce da un ricordo preciso ma si apre a una riflessione più ampia sul rapporto tra tempo, memoria e luoghi. Il brano, accompagnato anche da un videoclip, rappresenta un passaggio particolare nel percorso del cantautore lodigiano: per la prima volta Rana sceglie infatti di utilizzare il dialetto della propria terra, una scelta arrivata in modo spontaneo durante la fase di scrittura e che finisce per diventare uno degli elementi centrali dell’identità della canzone.

All’origine del brano c’è un episodio semplice, quasi quotidiano: una serata musicale trascorsa in un piccolo borgo, tra persone, suoni e atmosfere capaci di lasciare una traccia duratura. Da quell’esperienza nasce un flusso di immagini e sensazioni che, nel tempo, si trasformano in una canzone dal tono inevitabilmente nostalgico. Non una nostalgia idealizzata, ma piuttosto la consapevolezza che certi momenti e certi luoghi continuano a vivere soprattutto nella memoria, anche quando il presente li modifica o li allontana.

Nel racconto che attraversa Manimàn compaiono infatti scorci di città e paesaggi interiori che richiamano un passato non sempre facile da definire. In un primo momento l’immaginario evocato dal brano sembra guardare alla Milano di un tempo, fatta di cortili, strade e dettagli urbani che oggi appaiono profondamente trasformati. Ma durante il processo creativo Rana si accorge che quelle immagini non gli appartengono fino in fondo. Da qui nasce la decisione di riportare il racconto dentro un contesto più personale e autentico: il Lodigiano, territorio in cui l’artista è nato e cresciuto e che diventa il vero scenario emotivo della canzone.

Il risultato è un brano che procede per suggestioni e piccoli frammenti di vita quotidiana, costruendo una dimensione sospesa in cui passato e presente sembrano convivere. Non a caso lo stesso Rana ha definito Manimàn una canzone “fuori dal tempo”, consapevole di non inseguire modelli radiofonici o logiche mainstream. Il percorso del brano segue piuttosto una traiettoria autonoma, guidata dalla necessità di raccontare qualcosa di intimo e radicato.

  1. Manimàn è il tuo primo brano cantato in dialetto lodigiano. Come è nata questa scelta e cosa ti ha portato a utilizzare proprio questa lingua per raccontare la storia? 

Non è stata una scelta, è capitato. Ho iniziato quasi per gioco a cantare in dialetto una melodia che mi girava per la testa. Quando poi mi sono messo seriamente a scrivere il testo ho capito che non avrebbe avuto senso farlo in italiano, perché la sua autenticità era proprio racchiusa nell’utilizzo del dialetto. In un certo senso era quello che volevo, ma ancora non lo sapevo. 

  1. Hai raccontato che l’ispirazione nasce da una serata musicale in un piccolo borgo. Che tipo di atmosfera hai vissuto quella sera e cosa ti è rimasto più impresso 

Ero stato invitato al Cantalfiano, ad Alfiano Vecchio, per cantare un mio brano durante una festa. A colpirmi non è stata tanto la festa in sé, che peraltro era organizzata benissimo, quanto il paese. Un piccolo borgo immerso nella campagna cremonese, con pochi abitanti ma, almeno a prima vista, una grande vitalità. Non so spiegare esattamente perché, ma dal giorno dopo ho iniziato a pensare a quei luoghi che sembrano spariti, cancellati o messi da parte dal nuovo mondo che avanza. Da lì è partita una catena di pensieri che mi ha riportato alla mia giovinezza. 

  1. Nel brano emerge una riflessione sul tempo che passa e sui luoghi che cambiano. Quanto conta il tema della memoria nella tua scrittura? 

Il tema della memoria è molto ricorrente nei miei brani. Forse mi guardo troppo indietro, non so se sia giusto o sbagliato, ma funziono così. Se allarghiamo il discorso a livello collettivo, credo che avere un po’ più di memoria del nostro vissuto comune non farebbe male. Forse ci aiuterebbe a non ricadere negli stessi errori che ciclicamente tornano a riproporsi nel tempo. 

  1. A un certo punto hai deciso di spostare il racconto dalla Milano del passato al Lodigiano. Che ruolo ha il territorio nella costruzione della canzone? 

A un certo punto ho capito che raccontare un passato che non era realmente il mio non sarebbe stato autentico. Milano mi affascina molto, soprattutto quella di qualche decennio fa, ma non l’ho vissuta davvero in prima persona. Ho preferito quindi limitarmi a raccontare la mia giovinezza, il mio microcosmo: i luoghi, le atmosfere e le sensazioni che mi appartengono davvero. In fondo credo che le storie funzionino meglio quando partono da qualcosa di vissuto, anche se piccolo. 

  1. Hai definito Manimàn una canzone “fuori dal tempo”. Che significato ha per te questa definizione? 

Per “fuori dal tempo” intendo dire che sono perfettamente consapevole che sia un brano che può suonare “vecchio”. Ma non mi importa, anzi: l’ho voluto proprio così. È fuori dal tempo perché non rincorre l’idea di essere al passo con le mode del momento. Non cerca di sembrare moderno a tutti i costi. Al contrario, rivendica con una certa fierezza quella sua atmosfera un po’ d’altri tempi. Vuole semplicemente essere ciò che è, senza preoccuparsi di altro. 

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Un eroe romantico in esilio: il viaggio di “Mobili Credenze” di Luca Cescotti

Il nuovo disco di Luca Cescotti sembra nascere da una distanza. Non soltanto geografica, ma quasi esistenziale. Da qualche tempo il cantautore vive a Valencia, e questa condizione di lontananza attraversa sottilmente “Mobili Credenze”, trasformando l’album in qualcosa che assomiglia al diario di un esilio contemporaneo. Non un esilio drammatico, ma quello più silenzioso e moderno di chi lascia il proprio luogo d’origine per inseguire una traittoria artistica e personale altrove.

Cescotti sembra muoversi come un eroe romantico fuori dal tempo: una figura che rifiuta le scorciatoie dell’industria e preferisce costruire lentamente il proprio linguaggio. Non è un caso che Mobili Credenze sia un disco profondamente autonomo: scritto, composto e in gran parte autoprodotto dallo stesso artista, mescola pop d’autore, alternative rock, atmosfere ambient e suggestioni funk mediterranee in un equilibrio sonoro personale e stratificato. La sua formazione classica emerge nella presenza della viola da gamba, strumento antico che dialoga con Rhodes, synth e chitarre elettriche, creando un ponte tra epoche musicali diverse. 

Il titolo dell’album suggerisce qualcosa di domestico e mobile allo stesso tempo: oggetti di casa che cambiano posto, memorie che si spostano, convinzioni che si ridefiniscono. È una metafora perfetta per un disco che parla di identità in movimento, di appartenenze provvisorie e di ritorni immaginati.

Ma l’aspetto che più definisce il progetto è forse il gesto politico che lo accompagna. Mobili Credenze non è disponibile su Spotify, per scelta esplicita dell’artista, che ha dichiarato di non voler sostenere un modello economico che svaluta il lavoro dei musicisti e investe in dinamiche legate all’industria bellica. In un’epoca in cui la presenza sulle piattaforme sembra quasi obbligatoria per esistere musicalmente, Cescotti compie l’atto opposto: sottrarsi al flusso, chiedendo all’ascoltatore un gesto volontario di ricerca e attenzione. 

In questo senso Mobili Credenze non è soltanto un disco, ma una posizione. Un lavoro che rifiuta l’immediatezza dell’algoritmo e recupera il tempo lungo dell’ascolto. Come certi personaggi della letteratura romantica, Luca Cescotti sembra abitare un altrove: lontano da casa, lontano dalle logiche dominanti, ma proprio per questo libero di costruire una musica che non chiede permesso a nessuno.

CR

SCOPRI LUCA CESCOTTI: https://linktr.ee/lucacescotti

«Ho deciso che il mio nuovo disco “Mobili Credenze” non sarà disponibile su Spotify
È una scelta consapevole e politica, nata dal rifiuto di sostenere un modello che investe in guerra e svaluta il lavoro degli artisti. Negli anni ho usato quella piattaforma, ma oggi non me la sono sentita di fare finta di niente.

Chi crea deve essere pagato in modo equo, non celebrato a parole e ignorato nei fatti.
Per questo vi invito ad ascoltare “Mobili Credenze” sulle altre piattaforme digitali, perché ogni stream, ogni acquisto, ogni condivisione è un gesto concreto.»

 


Testi e musiche: Luca Cescotti  Saletzone: Luca Cescotti
Voce, chitarra acustica, viole da gamba: Luca Cescotti
Piano Rhodes e synth: Sergio Marcante
Chitarra elettrica: Alberto Rassu
Basso: Giovanni Zordan, (Andrea Marrama nel brano “Mosca”)
Batteria: Alessandro Barbieri, (Massimo Cogo nel brano “Mosca”)
Mix: Martino Cuman, (Riccardo Menegon per il brano “Mosca”)
Master: Giovanni Nebbia

Copertina: fotografia di Luca Cescotti
Registrato presso: Sotto il Mare Studio (VR), Saletz Studio (VI)
 

BIO:
Luca Cescotti è un cantautore, compositore e polistrumentista italiano. Diplomato in viola da gamba al Conservatorio di Vicenza, sviluppa il proprio percorso artistico tra musica antica e contemporanea, affiancando all’attività concertistica e discografica nel repertorio barocco una personale ricerca autoriale.

Nel progetto solista fonde voce, chitarra acustica, viola da gamba e sonorità elettroniche, dando vita a un linguaggio musicale che attraversa pop, rock alternativo, funk mediterraneo e atmosfere ambient. Dopo l’EP “Amarsi Bene” (2022), nel 2025 pubblica alcuni singoli che anticipano “Mobili Credenze“, il nuovo disco in uscita a febbraio 2026. Parallelamente si dedica alla composizione e produzione di colonne sonore per cinema e audiovisivo, con lavori presentati in festival internazionali. Porta avanti inoltre una ricerca sonora e improvvisativa sullo strumento, collaborando con artisti e danzatori contemporanei.

 

https://www.instagram.com/luca_cescotti/

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Tra nostalgia e radici: il debutto poetico di Roberto Montisano

Respirare la Polvere, il nuovo EP di Roberto Montisano, non è solo una raccolta di quattro canzoni: è una mappa emotiva di lontananza, memoria e ritorno. Cantautore calabrese che oggi divide la sua vita tra Italia e Portogallo, Montisano trasforma la nostalgia in sostanza sonora, restituendo con delicatezza quel sentimento di chi vive tra due mondi e cerca, nella quotidianità, la propria casa ideale.

Fin dal primo brano, “Saudade di Te”, la saudade — parola portoghese difficile da tradurre ma densa di senso — diventa il principio che guida l’ascolto: non come rimpianto sterile, ma come presenza viva, sospesa tra ricordi di mare, pioggia e gesti quotidiani. Questo sentimento attraversa ogni traccia, rivelandosi non solo nella scrittura, ma nell’intero immaginario del disco: la sensazione di essere lontani da qualcosa di caro e, allo stesso tempo, di portarselo dentro.

La title-track ideale “Non fa Niente” avvolge l’ascoltatore con un ritmo lento, quasi un valzer emotivo, che parla di rassegnazione e resistenza, di parole taciute e ferite non dette — un modo per guardare dentro di sé senza illusioni, ma con lucidità. In “Gianluca” e “Conoscersi di Domenica”, Montisano alterna momenti di intimità a immagini più ampie, costruendo un dialogo tra realtà e memoria che sembra dialogare con le radici da cui proviene e il presente distante in cui vive.

Musicalmente, il suo sound miscela chitarre indie‑rock a synth dal sapore dream-pop, puntando a un’estetica autentica e non artefatta, che accoglie anche le imperfezioni — come se ogni traccia fosse un pensiero catturato al volo, una riflessione lasciata sospesa nell’aria. Respirare la Polvere non è soltanto il titolo del disco: è l’immagine di ciò che resta, quella polvere dei ricordi e degli affetti che si deposita sulla vita di chi ha scelto l’esilio volontario, e che continua a essere parte di sé anche quando tutto sembra lontano.

Il risultato è un EP che parla a chiunque abbia provato la tensione tra casa reale e casa ideale — quella costruita nei pensieri, nei gesti quotidiani, nei ritorni immaginati e nelle assenze che, paradossalmente, rendono la presenza ancora più viva.

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Gli Ehilà Collective ci portano al Caffè Teatro

C’è un momento preciso in certe relazioni in cui le parole diventano più ambigue dei silenzi. È lì che si inserisce “Buoni Amici, il nuovo singolo degli Ehilà Collective disponibile su tutte le piattaforme digitali da venerdì 20 febbraio 2026: una traccia che fotografa con lucidità e ritmo serrato quella zona grigia in cui nessuno vuole davvero perdere l’altro, ma nemmeno scegliere davvero di restare. Il brano mette a fuoco l’equilibrio instabile tra desiderio e distanza, tra attrazione e orgoglio, raccontando il paradosso di un legame che non trova una forma definita. L’idea di “rimanere amici” si trasforma così in un compromesso emotivo, un territorio apparentemente rassicurante che in realtà nasconde tensioni irrisolte. 

Buoni Amici conferma l’identità del collettivo pavese: un impianto indie pop attraversato da un groove funk pulsante, costruito su una sezione ritmica compatta e chitarre dinamiche, in contrasto con l’inquietudine emotiva che attraversa il testo. Il risultato è un brano immediato, dal respiro urbano, che unisce leggerezza e tensione in un equilibrio agrodolce. Nati a Pavia dall’incontro di musicisti con solida formazione e intensa attività live, gli Ehilà Collective hanno costruito in meno di un anno una presenza scenica riconoscibile, con oltre 40 concerti tra club e festival in tutta Italia.  Con questo nuovo singoloil collettivo aggiunge un nuovo tassello al proprio percorso artistico: una canzone che parla di relazioni sbilanciate e scelte rimandate, mantenendo al centro energia, groove e una scrittura che non ha paura di restare scomoda.

Noi per conoscerli meglio ci siamo fatti portare nel loro posto del cuore.

Caffè teatro

Il nostro posto del cuore si chiama Caffè Teatro, bar storico pavese di fronte al Teatro Fraschini, ed è il luogo in cui è nato tutto. Lì ci siamo conosciuti, grazie alle jam session jazz del martedì, dove abbiamo avuto modo di scoprirci musicalmente e personalmente e di costruire una solida amicizia.
Questi sono alcuni degli angoli che più ci rappresentano e che abbiamo il piacere di condividere.

La spillatrice sax

Dai, diciamocelo: se dovessimo aprire un jazz club, sarebbe il primo acquisto che faremmo. Chi non vorrebbe un pezzo così originale?

Il pianoforte dipinto

Ora, anche se è girato al contrario, è uno dei tanti strumenti che costellano questo bar magico. Non è solo legno e corde: questo pianoforte è parte della nostra esperienza insieme, custode di mille note e ricordi. Che fosse per un momento di leggerezza a fine serata, per perfezionare un’idea appena abbozzata, o per una spiegazione di armonia d’emergenza, è sempre stato il substrato perfetto per tutti i momenti artistici che abbiamo condiviso in questo posto.

I quadri e le stampe

Caffè Teatro è un luogo d’arte, frequentato non solo da musicisti, ma anche da pittori, attori e registi. Le locandine delle opere teatrali e i quadri alle pareti ci hanno sempre trasmesso il piacere di appassionarsi a qualcosa. Perché è dalle grandi passioni che nascono grandi progetti. Aiutano a ricreare quel clima di serenità ed energia che si respira durante le jam, quando tante persone diverse, con background artistici differenti, sono lì per lo stesso motivo: contribuire, ognuno a suo modo, allo stare bene insieme.

La Jam Session

La jam session è un rito sociale in cui si possono conoscere nuove persone e musicisti. La musica è una passione comune e la Jam è il luogo in cui si può condividere e raccontare quella passione. Non soltanto durante le esibizioni, ma anche seduti ad un tavolo, ascoltando gli altri o condividendo le proprie idee con la persona a fianco.

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Diletta Fosso e “Belli/e”: tre storie per raccontare l’identità

Tre storie, un unico filo conduttore: la ricerca di autenticità in un contesto che spinge verso l’omologazione. Il videoclip di “Belli/e”segna un passaggio significativo nel percorso di Diletta Fosso, che sceglie di ampliare il perimetro del proprio linguaggio espressivo attraverso una costruzione visiva stratificata e simbolica.

La prima ambientazione, uno studio televisivo trasformato in teatro dell’assurdo, mette in scena un mondo adulto dominato dall’eccesso, dalla competizione e dalla superficialità. Tra opinionisti che si accapigliano e prodotti improbabili elevati a oggetti di culto, il racconto assume una dimensione quasi caricaturale. È una rappresentazione che non indulge nell’estetica patinata, ma preferisce sottolineare l’artificialità di certi meccanismi mediatici.

Il secondo filone, dedicato a un concorso di bellezza per bambine, introduce una riflessione ancora più delicata. L’idea di giudicare l’aspetto fisico in età così precoce diventa il simbolo di una pressione che non conosce confini anagrafici. In questo contesto, la scelta di far emergere la musica come alternativa al giudizio estetico acquista un valore centrale: il gesto di suonare il violoncello diventa un atto identitario.

Il terzo piano narrativo intreccia memoria e presente, mostrando la continuità tra la bambina che era e l’artista che è oggi. Le location scelte, dalla scuola elementare alla sala storica affrescata, contribuiscono a costruire un percorso visivo che suggerisce una crescita coerente, non priva di ostacoli ma radicata in una passione autentica.

“Belli/e” si inserisce così in un discorso più ampio che Diletta Fosso porta avanti da tempo: utilizzare la musica come strumento di riflessione sui temi sociali e generazionali. In questa conversazione, l’artista analizza il processo creativo del videoclip, il dialogo con il regista Matteo Balsamo e il significato di una narrazione che mette al centro la libertà di essere se stessi.

Il videoclip è stato girato interamente a Pavia, in luoghi molto diversi tra loro. Quanto era importante per te legare questo progetto alla tua città? 

Pavia per me è casa, è dove sono cresciuta, dove ogni angolo ha una storia. E quando parli di autenticità, di bellezza vera, devi partire dalle tue radici. C’è qualcosa di magico nel trasformare luoghi quotidiani in scenari che parlano al mondo. 

Dalla televisione locale a una sala storica affrescata, fino a un’aula di scuola elementare: come hai scelto le location e che significato simbolico hanno nel racconto? 

Lo studio televisivo è quel palcoscenico dove ci vogliono tutti perfetti, omologati, dove si litiga per un vestito e si perde di vista la persona. È grottesco, esagerato, ma riflette quanto può essere violento il sistema dell’apparenza. Il teatro con il concorso di bellezza per bambine… Rappresenta come rubiamo l’infanzia, come imponiamo standard assurdi fin da piccoli. E poi c’è la scuola, la sala affrescata: spazi di crescita, di cultura, di bellezza autentica. Lì non devi recitare, puoi essere te stesso, imparare, creare. La sala affrescata con il violoncello è il mio rifugio, dove la musica diventa libertà. 

La regia di Matteo Balsamo accompagna il video senza mai sovrastare la musica. Che tipo di dialogo si è creato tra te e il regista durante la lavorazione? 

Con Matteo c’è stata una sintonia immediata. Lui ha capito subito che questo progetto doveva respirare. Volevamo raccontare cin ironia senza necessariamente predicare. Abbiamo discusso ogni scena, ogni dettaglio, sempre cercando quell’equilibrio tra leggerezza e profondità. Mi ha lasciato libera di essere me stessa, di portare la mia visione e insieme abbiamo costruito qualcosa che è più grande di noi due. 

Nel video compare tua sorella Arianna, che interpreta una bambina violoncellista. Com’è stato condividere un momento così intimo anche sul piano artistico e familiare? 
Avere Arianna con me è stato bellissimo. Lei rappresenta la parte pura, la bambina che arriva con il suo violoncello in mezzo al caos e dice: “Io sono così”. Quel momento è il cuore pulsante del video: la rivincita della bellezza autentica sulla performance forzata. È stato emozionante vederla entrare in scena con quella spontaneità. Tra l’altro lei suona la chitarra, non il violoncello, per cui le ho dovuto un po’ insegnare come si tiene! 

Hai lavorato con bambini molto piccoli, sia come interpreti sia come comparse. Che tipo di energia ha portato questo aspetto sul set? 
I bambini sono magia pura! Le bambine del concorso di bellezza sono tutte allieve della scuola di danza e musical di mia mamma, quindi abbiamo giocato in casa. I bambini della classe dove recita Arianna invece sono gli studenti di una seconda elementare dell’Istituto San Giorgio di Pavia. Tra una ciak e l’altra ridevano, giocavano, si divertivano, e poi quando si girava davano tutto con una serietà disarmante. La loro energia è contagiosa e ha reso il set un luogo di gioia. 

C’è stato un momento delle riprese che ti ha messo particolarmente alla prova, emotivamente o artisticamente? 

La scena dello studio televisivo, quando mi truccanno e tutto intorno è caos, superficialità e violenza. È stato emotivamente pesante perché riflette una realtà che molte ragazze vivono: quella sensazione di essere un oggetto, di non avere voce, di essere modellate secondo ciò che gli altri vogliono da te. Quando mi alzo e abbatto la quarta parete, uscendo letteralmente dal frame, è stato liberatorio. Ho sentito tutta la potenza di quel gesto simbolico. E ho capito quanto fosse importante questo video, quanto fosse urgente raccontare questa storia.