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AEntropica: un’intervista per raccontare un mondo in bilico

AEntropica è un progetto musicale indipendente nato nel 2020 dall’incontro creativo tra la voce poetica di Valentina Mariani e le composizioni di Carlo Olimpico. Il loro primo album, “Stagioni Asincrone”, è uscito di recente e si presenta come un viaggio sonoro e narrativo in dieci brani, in cui convivono suggestioni electro-wave, rock, trip-hop e momenti più intimi e acustici. Un disco che sfugge a etichette facili e che si distingue per la sua capacità di unire sperimentazione musicale e riflessione politica e sociale.

Il duo racconta un mondo in bilico tra caos creativo e ricerca di senso, intrecciando mitologia, attualità e riflessioni personali in testi densi e diretti. La voce di Valentina — evocativa e sfumata — si alterna e si fonde con quella di Carlo, mentre la produzione musicale, interamente curata in casa, trova un equilibrio tra elettronica e strumenti tradizionali. Ne emerge un lavoro coeso e coraggioso, capace di evocare scenari visionari e, insieme, restare ancorato a temi concreti come la solitudine contemporanea, la memoria, le disuguaglianze.

In questa intervista abbiamo voluto approfondire la genesi di “Stagioni Asincrone”, il significato dei testi e delle sonorità, il processo creativo e le sfide di chi sceglie di dare forma a un progetto indipendente e libero. Ci siamo confrontati con Valentina e Carlo su come si possa fare musica “al femminile”, sulle influenze letterarie e su ciò che significa oggi fare arte come atto di resistenza e cura.

Nei vostri testi emergono posizioni chiare su temi come il patriarcato, il lavoro, la solitudine sociale. Vi riconoscete nella definizione di “progetto politico”?

La nostra è in primis una proposta musicale, ma di sicuro vi è una chiara componente politica nel nostro lavoro sulle parole e sulla musica – e quindi, nel nostro esprimerci -, intesa nel senso più ampio di affermazione di pari diritti, di impegno per la verità e la libertà, per la giustizia sociale, e per il rispetto di tutte le persone, di costante apertura verso l’altra/o.  

Il femminile è un asse portante del vostro linguaggio. In che modo scegliete di rappresentarlo musicalmente?

Intanto, partendo dal nome della band AEntropica. È l’essere umano – pur nella sua origine greca significante il maschile – che noi decliniamo al femminile. Abbiamo inoltre una sorta di “manifesto” che a breve divulgheremo in cui è scritto che usiamo il femminile sovraesteso, per scelta politica, per giustezza sociale. Il resto, è nelle accezioni che diamo al nostro dire, suonare, al nostro essere-nel-mondo. Da ultimo, vi sono dei rimandi al femminile e al sovvertimento del patriarcato (“Virginia”, dedicata a Virginia Woolf, “Ulisse”, in cui il canto delle sirene diventa il coro dei sireni, “Controvento”, in cui si affermano i valori della pace e della non violenza – ricordiamo che la rivoluzione femminista è stata la più grande e numerosa rivoluzione contemporanea e l’unica priva di componenti guerresche).

“Controvento” è ispirato a Giuseppe Pinelli. Come selezionate figure o storie da rievocare nei vostri brani?

Nel caso della figura dell’anarchico Pinelli, l’intenzione è affrontare il tema del nostro coinvolgimento e delle nostre responsabilità rispetto a eventi recenti della storia italiana. L’obiettivo è quello di interrogarsi sulla nostra capacità di sviluppare idee indipendenti e di intraprendere un percorso collettivo del sentire, che abbia lo scopo di migliorarsi e di migliorare la nostra società.  

Nel caso di Virginia Woolf, ha prevalso l’amore per questa grande scrittrice che è stata senz’altro rivoluzionaria, e a livello letterario, e considerando una – per noi necessaria – visione di genere.

Ulisse è stata una visione avvenuta ad Aci Trezza e l’amore per il mare, per l’antichita, per il mito.

Svevo è un innovatore: ha reso il romanzo italiano davvero contemporaneo, con la componente psicologica e il rimando alla solitudine, alla fragilità, alla contraddittorietà e alienazione che presto sarebbero esplose nel centesimo secolo.

Ci tocca ciò che conta, ciò che vale, ciò che turba, ciò che emoziona.

Pensate che oggi esista ancora uno spazio reale per una musica che voglia essere dichiaratamente politica, senza diventare didascalica?
Lo speriamo. Noi, dal canto nostro, ci stiamo provando, affermando semplicemente il nostro, sfaccettato, essere, in realtà.

Quanto è importante per voi che chi ascolta colga il contenuto oltre la forma?

Be’, parecchio, ovviamente, in quanto il lavoro musicale è andato in molte occasioni di pari passo con quello testuale, o viceversa. Inoltre, la musica è stata cesellata fino a ottenere un’identità precisa, chiara, semplice e completa, per cui, oltre alle componenti tecnica ed emotiva, la forma ha avuto la sua rilevanza. Discorso analogo può essere fatto per le parole, su cui si è tornate più volte, per scolpirle e poi tinteggiarle. Da questo punto di vista, l’esperienza di Valentina con gli haiku – presenti in due dei brani, “Il mare nuovo” e “La sete” – è esemplificativa.

Vi preoccupa mai il rischio di essere letti in modo ideologico?

L’ideologia appartiene a tutte, nel suo significato di sistema di valori e credenze con cui si interpreta il mondo. Il nesso ideologico in filosofia serve per dimostrare delle ipotesi. Per noi la matrice ideologica è importante nella misura in cui comunica idee di ampio respiro, che sono quelle dell’affermazione dei diritti civili e umani, latu senso. Per cui, più che di preoccupazione, parleremmo di fondazione umana, di laico afflato ecumenico.