È uscito Aranciata amara, il nuovo EP di Mike Orange, un lavoro che si inserisce con continuità nel percorso del cantautore milanese ma che, allo stesso tempo, ne mette in evidenza una fase di maggiore consapevolezza. Cinque brani che non cercano l’urgenza del singolo né l’impatto immediato, ma si muovono su un terreno più riflessivo, fatto di osservazione e misura. Il disco prende forma attorno a momenti di rallentamento, quando l’energia si abbassa e lo spazio intorno diventa più leggibile, più reale.
Il titolo richiama un’immagine quotidiana e riconoscibile, ma funziona soprattutto come chiave interpretativa dell’intero progetto. Aranciata amara non punta sul contrasto netto, bensì su una convivenza costante tra leggerezza e disillusione, tra melodie accessibili e testi che lasciano emergere una complessità meno immediata. Mike Orange sceglie di non spiegare troppo, di non guidare l’ascoltatore verso una lettura unica, preferendo una scrittura che accompagna senza imporre.
Dal punto di vista musicale, l’EP si muove in un perimetro definito. Gli arrangiamenti sono essenziali, costruiti per sostenere la voce e il racconto senza diventare mai protagonisti. La band che accompagna Mike Orange anche dal vivo contribuisce a creare un suono compatto e coerente, in cui ogni elemento trova il proprio spazio senza sovrapposizioni. Ne risulta un ascolto continuo, che privilegia l’insieme piuttosto che il singolo momento.
Hai scelto di pubblicare Aranciata Amara come EP. Cosa rappresenta per te questo formato in questa fase del tuo percorso?
La prima cosa che ho pubblicato che non fossero singoli è stato un EP, Arancio, nel 2021. L’EP rappresenta una forma più semplice e immediata: fare un disco è impegnativo, ha una sua durata e, secondo me, deve esserci un motivo forte per farlo. Non è un concept, ma ci si avvicina. Un EP può anche essere una raccolta di canzoni che fotografano un periodo preciso. In questo caso è stato un mix di fattori: da un lato il tempo — ho registrato il disco con la band con cui ho sempre suonato, poco prima del mio trasferimento in provincia di Latina — e dall’altro il fatto che questo non è il nostro lavoro e non potevamo chiuderci un mese in studio. Tutto questo ha fatto sì che uscisse un EP e non un disco completo. A proposito, ci tengo a citare il Trai Studio, dove abbiamo registrato: Fabio Intraina, che è un amico, ha fatto un lavoro splendido. E poi chi ha suonato su questo disco: Nico, Alberto, il Bird, Maz. Amici veri, con cui ho condiviso un’esperienza importante. Spero di rivederli presto. Ma anche la copertina, Luca Brambilla ha interpretato benissimo il concept dietro questo disco.
I cinque brani sembrano dialogare tra loro senza seguire una vera e propria narrazione lineare. Come hai pensato la sequenza dei pezzi?
Questa è stata una questione molto dibattuta tra noi. Abbiamo cercato di trovare un equilibrio tra ciò che volevamo trasmettere all’ascoltatore e ciò che pensavamo fosse il modo più fruibile per farlo arrivare. L’ordine che ne è venuto fuori prova a tenere insieme entrambe le cose. Si parte piano, quasi sottovoce, per poi arrivare al brano centrale — una sorta di spartiacque — Una sera, che spezza un po’ il ritmo del disco. Da lì si scivola verso la piena amarezza di Parole scritte male e si chiude con la causticità di Poeta. Ci sembrava che questa sequenza potesse funzionare.
Musicalmente il disco evita soluzioni troppo appariscenti. È una presa di posizione rispetto a un certo modo di intendere la produzione pop contemporanea?
Permettimi: la musica pop contemporanea italiana, quella mainstream, a tutti i livelli, fa schifo. Con qualsiasi tool di intelligenza artificiale puoi creare un brano che suoni esattamente come quelle cose lì, e questo la dice lunga. Manca creatività, vive di luce riflessa, è prevedibile. I riferimenti sono ai brani e non agli artisti, e questo non aiuta. E poi c’è tutto il meccanismo che ci gira intorno, che è quello che sta mettendo in crisi l’intero settore. Non ci sono più soldi e, con questo modo di fare musica, anche il pubblico finisce per viverla come qualcosa di secondario rispetto alla costruzione di un personaggio che viene venduto come artista ma assomiglia più a un influencer. Dai, quanto mette tristezza che a Sanremo ci vadano quelli con le visualizzazioni su TikTok? Io, sinceramente, spero che il settore della musica così com’è muoia: dalle macerie si può solo ricostruire. Meglio una fine netta che una decadenza continua, in cui ogni giorno si tocca un fondo più basso. Tornando alla tua domanda, il sound di questo disco è nato in modo molto naturale. Abbiamo semplicemente messo insieme le cose che ci piacevano, senza la presunzione di replicarle, ma rubando quello che ci serviva. Il risultato è questo. Abbiamo lavorato in sottrazione, per permetterci di ampliare meglio un suono alla volta. Non è una critica al sistema: è una soluzione personale.
Come si inserisce Aranciata Amara nella continuità del tuo percorso, rispetto ai lavori precedenti?
Come ho già detto a qualcuno, se all’inizio di questa avventura chiamata Mike Orange mi avessero detto che questo sarebbe stato il sound e le atmosfere che avremmo potuto evocare, ne sarei stato felicissimo. Da parte mia, questo è il disco che volevo fare. E credo anche che siamo riusciti a definire un suono molto personale: in Italia, in questo momento, c’è davvero poco che assomigli a questo — parlo di ispirazioni e reference. Ogni pubblicazione, per me, è un punto d’arrivo che serve a definire una nuova partenza. E ora ho la sensazione che il progetto di fare un disco pop con una sensibilità alternativa sia arrivato a compimento. Forse è il momento di tornare a casa, cioè al rock, e penso che i prossimi lavori andranno più in quella direzione. Riprendere qualcosa che facevo dieci anni fa, ma con la sensibilità che ho sviluppato oggi, potrebbe essere davvero interessante. Ma magari no, ora non lo so
C’è un aspetto dell’EP che senti particolarmente rappresentativo del tuo modo di intendere oggi la scrittura musicale?
La canzone che preferisco di questo disco è Giardino: sono innamorato dell’idea che c’è dietro quel pezzo, del fatto che anche la voce diventi uno strumento, qualcosa che dà dinamica e profondità, e non solo il mezzo con cui vuoi dire qualcosa. Ultimamente dentro di me si sta facendo strada l’idea che la tua voce sia, in fondo, la tua visione del mondo — e se ci pensi bene è proprio così. In Giardino credo ci sia tutto il succo di Aranciata Amara: una situazione in cui non sei affatto contento, ma in cui, invece di rinunciare alla possibilità di stare bene, trovi sempre un appiglio nelle relazioni che curi intorno a te. Alla fine, se coltivi quei legami, le cose si sistemano e puoi tornare a respirare. Credo che il mio modo di intendere la scrittura musicale sia proprio questo: non qualcosa di puramente tecnico, ma un mezzo per dire delle cose — anche politiche, passami il termine — partendo sempre dalla propria esperienza personale.Vi ringrazio, alla prossima