Ci siamo, fuori dal 20 marzo “Terra e Caos”, il nuovo album del siciliano Ennio Salomone. Un disco che è frutto di due anni di scrittura, ricerca musicale e personale.
Dieci canzoni in cui il passato e i ricordi diventano epicentro e colonna portante, non come rifugio arido e desolato, ma come lente attraverso cui immaginare il futuro. “TERRA E CAOS” odora di Sicilia e di mondo, di vento caldo e radici profonde, ma anche di tempeste intime e contraddizioni che abitano l’anima. È un album che scava nella memoria dell’artista per trasformarla in direzione, che attraversa il disordine emotivo per ritrovare un luogo sicuro di salvezza personale. Ogni brano è uno spiraglio aperto sulla sua storia. Un tentativo di non smarrire ciò che è stato per continuare a essere ciò che è. Tra immagini evocative, voci graffianti e suoni viscerali, il cantautore costruisce un racconto profondo e sincero, dove la terra è identità e riconciliazione e il caos è movimento e prospettiva.
Un disco che si muove tra il rock e il cantautorato con brani energici come il singolo “Le ragazze corrono”, “Tonnara’s Wall” o “Alice sulla luna”. Altri più soft delicati come “I posti non muoiono” o “Del caos e degli aperitivi”.
Noi, per conoscerlo meglio, abbiamo deciso di chiedergli quali fossero le sue cinque cose preferite.
I secondi prima dell’inizio di una canzone
Ascoltare musica è meraviglioso, ma lo sono ancor di più gli attimi che precedono l’inizio. I silenzi che girano attorno alle prime note, che echeggiano nell’aria ancora prima di essere udite. Sono sempre stato affascinato dal non detto e, in questo caso, dal non sentito. I silenzi accomunano tutti noi: ci regalano la leggerezza dell’imprevisto, dell’immaginazione, della sorpresa. E per quanto mi riguarda, ogni volta, prima di iniziare a suonare e cantare un brano, mi godo quegli attimi, in comunione con i presenti, certo di condividere un linguaggio e una sensazione che ci avvicinano indissolubilmente.

Il vino rosso
“Ma al fondo del bicchiere giace l’ombra:
un silenzio grave, un eterno ritorno.
E chi ti ama, o vino, beve se stesso
in un lento, voluttuoso abbandono.”
Baudelaire

I miei posti
I miei posti sono quelli che mi hanno cresciuto, quelli che mi hanno visto bambino un giorno e il giorno dopo un uomo. Sono le luci della piazza un’ora prima del tramonto, i vicoli che costeggiano e circumnavigano la chiesa madre, dove fumavamo di nascosto e in cui si sentivano le prove del coro per la messa della domenica. E poi gli scogli, i granchi che si nascondevano al nostro passare, i campi di calcio in cemento attorno alle case popolari, dove o segnavi o ti spaccavi i gomiti. E mille altre primavere.

Il violino de “L’era del cinghiale bianco” di Battiato
È stata una canzone che mi ha accompagnato trasversalmente in tanti momenti della mia vita. Ci siamo persi e poi ritrovati decine di volte.
Ho provato a farla col violino, ma niente. Però le espressioni di Battiato quando la canta le conosco a memoria.

Le melanzane
Mi piace cucinarle e mangiarle. Naturalmente fritte, anche perché arrostirle, che io sappia, è un reato (scherzo!). Mi ricordano le domeniche giù in Sicilia: l’odore si spargeva già dalle 9 del mattino, ancor prima di quello del caffè.
