Con “Ne varrà la pena”, Biguan chiude un cerchio e ne apre subito un altro. Dopo una serie di singoli che hanno definito sempre più chiaramente la sua identità — tra cui “Mai da me” — l’artista fiorentino firma un progetto che si muove come un flusso continuo di pensieri, relazioni spezzate e tentativi di ricostruzione emotiva.
Il disco si inserisce in quella nuova ondata di cantautorato urban italiano che parte dal rap ma lo supera per attitudine e scrittura, contaminandosi con indie pop e venature più ruvide e istintive. Nel caso di Biguan, però, non si tratta solo di una somma di generi: è un linguaggio personale che usa la forma rap come base narrativa, per poi aprirsi a melodie fragili, spesso spoglie, dove la voce resta sempre al centro come elemento emotivo primario.
“Ne varrà la pena” è un lavoro profondamente autobiografico, ma la sua forza sta nel modo in cui trasforma il privato in qualcosa di più ampio, quasi collettivo. Il filo conduttore è la frattura: quella di una relazione, ma anche quella più generale tra identità, rabbia e disillusione. In questo senso, il disco richiama per intensità e sguardo crudo la stessa energia disillusa e urbana de L’Odio di L’Odio: non tanto per estetica, quanto per attitudine nel raccontare un disagio che non cerca mai di essere addolcito.
Le tracce non seguono una struttura lineare, ma si comportano come episodi emotivi, ognuno fissato in uno stato mentale preciso. È un disco che non vuole chiudere i conti, ma restare dentro la tensione, dentro ciò che brucia senza ancora avere una forma definita.
Dal punto di vista sonoro, la produzione di Qwite costruisce un ambiente coerente e spigoloso, fatto di beat essenziali, linee melodiche malinconiche e una costante sensazione di urgenza trattenuta. Non c’è mai ridondanza: tutto è ridotto all’osso per lasciare spazio alla scrittura, che si muove tra confessione diretta e frammenti più universali.
Rispetto ai lavori precedenti, Biguan appare qui più consapevole, ma non per questo più distante. Anzi, la sua scrittura sembra ancora più esposta, come se la maturità arrivasse non attraverso il controllo, ma attraverso l’accettazione del caos emotivo.
“Ne varrà la pena” non offre risposte e non cerca consolazione. È un disco che osserva la ferita da vicino, senza estetizzarla. E proprio in questa crudezza — tra rabbia, stanchezza e lucidità — trova la sua verità più forte.
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Il titolo stesso del progetto racchiude questa tensione: una domanda sospesa che diventa anche un punto di partenza, un modo per dare senso anche ai momenti più difficili. Dal punto di vista sonoro, “Ne varrà la pena” si sviluppa su produzioni curate e coerenti, firmate interamente da Qwite (Lorenzo Bianchi), con la co-produzione di Oz Town (Alberto Mantelli) nella prima traccia. L’immaginario visivo è affidato alla fotografia di Leo Baggio e alle grafiche di Maxim Kotov e Alessandro Pelosi. Con questo EP, Biguan conferma la sua capacità di raccontare senza filtri la propria interiorità, trasformando esperienze personali in un percorso condivisibile, in cui è facile riconoscersi. Un lavoro che non cerca risposte definitive, ma invita ad attraversare le domande fino in fondo.
BIO:
Pseudonimo di Giuseppe Fammoni, è un cantautore proveniente dalla provincia di Firenze. Il suo stile fonde il rap, l’indie pop e il pop punk e si basa su testi molto intimi e introspettivi, caratterizzati da atmosfere nostalgiche. Ansie, relazioni e quotidianità vengono affrontate secondo diverse chiavi di lettura ma sono sempre al centro del racconto.
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