Vago pubblica il nuovo singolo Non mi dire, un lavoro che segna un passaggio netto nella sua traiettoria autoriale e che si inserisce in una fase di ridefinizione personale e creativa. Il brano nasce infatti in un momento di forte discontinuità emotiva e produttiva, successivo a un percorso discografico intenso che ha portato l’artista a confrontarsi con le dinamiche più esterne e strutturate del sistema musicale. Da questa esperienza emerge una necessità opposta: tornare a una scrittura più istintiva, meno mediata, capace di sottrarsi a qualsiasi logica di “efficacia” o funzionalità compositiva.
“Non mi dire” si presenta fin dal titolo come una frase interrotta, sospesa, che rifiuta una chiusura definita e lascia aperto uno spazio interpretativo. Questa scelta linguistica non è solo estetica, ma riflette un’impostazione più ampia del brano, costruito attorno a un dialogo implicito con l’ascoltatore, chiamato fin da subito a colmare un vuoto, a partecipare attivamente alla costruzione del senso. L’idea di apertura e sospensione diventa così un dispositivo narrativo che attraversa l’intero pezzo.
Dal punto di vista della scrittura, Vago insiste sulla centralità dell’istinto come matrice primaria del processo creativo, distinguendolo nettamente dalla progettazione, che viene invece associata a fasi successive legate all’arrangiamento o alla costruzione formale del brano. Questa impostazione porta a una scrittura più diretta, in cui la dimensione personale emerge senza filtri, guidata da un’urgenza espressiva che privilegia la sincerità rispetto alla struttura.
Elemento ricorrente nel progetto dell’artista è inoltre la componente visiva della musica, concepita come un linguaggio cinematografico. Le composizioni si sviluppano come sequenze in movimento, fatte di primi piani, campi larghi e rallentamenti, in cui il testo assume la funzione di voce narrante interna a un immaginario già fortemente visuale. Anche in “Non mi dire” questa impostazione contribuisce a rafforzare la dimensione immersiva del brano, che si muove su un equilibrio costante tra immagini e suono.
Che tipo di esigenza ha generato “Non mi dire”?
Per stare in tema direi che le onde dentro al mio mare sono state il magma creativo che ha portato alla scrittura. In quel momento venivo da una produzione per me importante, un disco a cui avevo lavorato molto e che aveva portato da un percorso entusiasmo verso una lenta sofferenza riguardo ciò che mi circondava inerente al mondo della musica. Avevo un estremo bisogno di scrivere qualcosa di realmente mio e lontano dalla scrittura “che funziona”.
Il titolo sembra una frase interrotta: che significato ha questa scelta?
Mi piace il potere delle canzoni di aprire un varco inesplorato. Non mi dire è una frase interrotta ma anche sospesa o di sorpresa, aperta all’interpretazione. Un pò in contrapposizione con un classico inizio da “c’era una volta” si parte da una domanda diretta che pone subito un dubbio nell’ascoltatore, diciamo un’invito all’ascolto attivo.
Quanto spazio ha l’istinto rispetto alla progettazione nella scrittura del brano?
Sono a mio avviso due galassie differenti. Qui l’istinto è l’impulso principale e per quanto mi riguarda è la madre della scrittura libera e d’ispirazione. Seguire l’istinto mi porta a sviscerare cose personali e riflessioni profonde e intime in maniera sincera, la progettazione è un concetto che appartiene più all’arrangiamento di un brano o alla scrittura di qualcosa a tavolino.
Il pezzo lavora molto sulle immagini: è un approccio ricorrente nel progetto Vago?
Decisamente, ho una visione della musica molto cinematografica. Devo vedere nello svolgimento di quello che scrivo dei piccoli film, delle carrellate a rallentatore con tanto di stacchi, primi piani e campi larghi. Credo molto nel legame tra musica e immagini e l’unica cosa che manca in questi film sono le parole, quelle sono i testi che come voci narranti raccontano qualcosa di ciò che stiamo guardando.
La dimensione emotiva è centrale: quanto viene controllata in fase di produzione?
In fase di produzione, in questo caso, ho cercato di lavorare nella direzione in cui andavano i brani, cercando di valorizzare i momenti riflessivi e accompagnarli con momenti musicali altrettanto sinceri e in linea con l’atmosfera.
In che direzione si muove il racconto di “Balordi Mari”?
Lo definirei una piccola e personale ricerca del senso della vita. Senza risposta ovviamente. Sono riflessioni personali su aspetti su cui sono molto sensibile anche se in alcuni casi sono nascosti dietro quelle che sembrano semplici riflessioni di coppia. Credo che attraverso i sentimenti e le relazioni si possano raccontare riflessioni sociali, culturali o politiche consapevoli che sarà poi l’ascoltatore a dare il proprio significato a quello che ascolta.