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La ricerca di un’autenticità viscerale nel nuovo album di D’Iuorno

Ci sono opere che nascono non per seguire le tendenze del mercato, ma per rispondere a un’urgenza interiore non più procrastinabile. Verità, il nuovo album del cantautore toscano D’Iuorno, appartiene esattamente a questa categoria. Dopo un percorso artistico iniziato con il felice esordio del 2012, impreziosito da collaborazioni illustri come quella con Giorgio Canali, e segnato successivamente da brusche fermate e complessi momenti personali, l’artista torna sulle scene con il suo lavoro più intimo e consapevole.

Raccolta di storie e frammenti di vita accumulati nell’arco di dieci anni, il disco prende forma a seguito di un evento doloroso e spartiacque: la scomparsa della madre. Il ritorno temporaneo nella casa dell’infanzia ha riattivato un flusso di ricordi e vissuti che chiedevano di trovare forma nella musica. Il risultato è un album che rifiuta i compromessi della produzione moderna per abbracciare un rock analogico, essenziale e suonato “alla vecchia maniera”, con chitarre, basso e batteria a vestire testi che spaziano dall’ironia amara alla confessione più spoglia. In questa intervista per Perindiepoi, D’Iuorno ripercorre le tappe emotive e musicali che hanno guidato la nascita del disco, raccontando come ogni traccia rappresenti un tassello insostituibile della propria personale ricerca della verità.

Il tuo nuovo album si intitola Verità. Hai dichiarato che la spinta per pubblicarlo è arrivata dopo la scomparsa di tua madre. In che modo questo evento ha sbloccato l’urgenza di far uscire queste canzoni? 

Dopo la sua morte sono tornato a vivere per un periodo nella casa dove ero cresciuto insieme a lei. C’erano tanti ricordi e tante storie vissute da quelle parti che hanno condizionato la mia infanzia e non solo, credo sia questo il motivo principale.

“Le canzoni sono tutte esperienze vissute”, hai detto. C’è stato un momento durante la scrittura o la selezione dei brani in cui ti sei sentito quasi troppo esposto o vulnerabile? 

Sicuramente ci sono stati diversi momenti in diverse canzoni in cui mi sono sentito così durante la stesura dei testi, per esempio “Non lo senti che” è un brano che racconta anche di sensazioni molto spiacevoli durante la mia crescita. Per quanto riguarda la selezione dei brani non ho provato questo tipo di sentimento forse perché come mi succede spesso quando deposito un’emozione su di un foglio in qualche modo l’ho già metabolizzata dentro di me.

Il primo singolo, La ragazza mia, parla del ritiro della patente con un tono ironico e irriverente. Come si inserisce un brano così divertente in un disco nato da una necessità intima così profonda? 

La song esce volutamente irriverente e a tratti divertente perché quando l’ho scritta era ormai passato del tempo dall’avvenimento. Devo ammettere che è stato un periodo molto difficile, ero tornato nella vecchia casa dove ero cresciuto dopo poco che era morta mia madre, i ricordi mi soffocavano, mi ero lasciato con la mia compagna, ero solo, mi avevano tolto la patente, la depressione galoppava e per finire mi ero rotto tre costole cadendo col monopattino…. Personalmente credo che le esperienze che sono girate attorno a questo brano lo inseriscono di diritto tra le storie che hanno segnato la mia vita.

Hai vissuto alti e bassi nella tua carriera: un debutto acclamato nel 2012, collaborazioni importanti, poi uno stop nel 2016 per problemi personali. Verità è il disco della consapevolezza definitiva? 

La consapevolezza definitiva non existe, semmai esiste la consapevolezza che in questo caso sta nel rendersi conto che “Verità” è un album che ha smesso di cercare qualcosa o qualcuno ed ha iniziato a raccontare.

In Stringimi forte parli dell’amore come un’ancora di salvataggio per fuggire da una realtà familiare opprimente. È un concetto che hai sperimentato sulla tua pelle durante il tuo percorso di ripartenza? 

Sì certo, ho provato varie volte a salvarmi attraverso l’amore ma non ha mai funzionato perché l’amore può aiutarci ma ci si salva da soli. Comunque Stringimi forte è una dedica a chi invece ce l’ha fatta ad uscire da una condizione di stallo permanente, un ragazzo e una ragazza che conoscevo bene con una determinazione e una volontà diverse da quelle che all’epoca avevamo noi.

Musicalmente parlando, il disco suona “alla vecchia maniera”. Come mai la scelta di un rock così analogico (chitarre, basso e batteria) in un’epoca dominata dall’elettronica e dal digitale?

Perché volevo vestire le mie storie per come meritavano e non per come dovevano essere vendute.