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Comunicato stampa

Oltre lo schermo e la distanza: la verità delle relazioni in “Alla Luna” di Mauro Cesaretti

Quando l’incomunicabilità prende il sopravvento, anche la vicinanza fisica rischia di ridursi a un guscio vuoto. È da questo cortocircuito emotivo che muove i suoi passi “Alla Luna”, il nuovo singolo del cantautore Mauro Cesaretti, in uscita su tutte le piattaforme digitali dal 18 settembre 2026. Al centro della narrazione non c’è la scossa improvvisa di un addio urlato, ma la lenta ed inesorabile erosione dei sentimenti che si consuma nell’apatia, spesso schermata dalla luce fredda di un cellulare.

Con l’amarezza di un verso che fotografando il presente recita “sarà che ormai dentro quel cellulare abbiamo perso la voglia di amare”, Cesaretti mette a nudo una delle fragilità più diffuse della contemporaneità: la tendenza a scambiare l’iper-connessione con l’empatia reale. L’antica metafora dell’“abbaiare alla luna” diventa così la rappresentazione viscerale di una richiesta d’aiuto lanciata a vuoto verso chi si è ormai trincerato dietro segreti, rancori e silenzi.

Eppure, la sensibilità del brano sta nel non consegnarsi al disincanto. Tra le pieghe del testo emerge la possibilità di una rinascita, che passa per il gesto rivoluzionario di ammettere le proprie responsabilità e ritrovare il coraggio di guardarsi negli occhi. Un lavoro profondo, frutto di una gestazione iniziata nel 2019 e affinata negli anni attraverso tappe fondamentali come il CET di Mogol.

A completare questo universo interiore interviene un concept visivo originale firmato dalla sua agenzia PAROT: un pianeta desolato e un lupo bianco, generati sfruttando le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale, che proiettano la canzone in un’atmosfera sospesa e cinematografica. Nella nostra intervista abbiamo esplorato con Mauro le dinamiche e i significati di questo ritorno.

In “Alla Luna” lo smartphone diventa quasi un terzo elemento della relazione, fino a occupare lo spazio che un tempo apparteneva al dialogo. Perché hai scelto proprio il cellulare come simbolo dell’incomunicabilità? 

Perché è probabilmente l’oggetto che più rappresenta la nostra quotidianità. È sempre con noi e spesso diventa quasi una presenza fisica all’interno delle relazioni. Mi interessava il contrasto: abbiamo un dispositivo che ci permette di parlare con chiunque nel mondo, ma contemporaneamente possiamo usarlo per evitare di parlare con la persona che abbiamo accanto. In questo senso il cellulare diventa una metafora molto potente.

La tecnologia ci permette di essere costantemente connessi, ma il brano racconta una situazione paradossale: essere vicini fisicamente e lontanissimi emotivamente. È questa, secondo te, una delle contraddizioni più forti delle relazioni contemporanee? 

Sì, sicuramente. Forse è proprio una delle contraddizioni più evidenti del nostro tempo. Essere connessi non significa essere in relazione. Possiamo sapere continuamente cosa fa una persona, dove si trova, cosa pubblica, con chi parla, e allo stesso tempo non sapere più come sta realmente. “Alla Luna” nasce anche da questa contraddizione: la distanza non è più necessariamente geografica. Può esistere anche a pochi centimetri di distanza.

Nel testo compaiono segreti, gelosia, rancore e messaggi mancati. Ti interessava raccontare una storia individuale oppure costruire un ritratto più ampio delle dinamiche sentimentali di oggi? 

La storia individuale è il punto di partenza, ma l’obiettivo era sicuramente arrivare a qualcosa di più ampio. Quando scrivo una canzone cerco di partire da un’immagine concreta e poi trasformarla in qualcosa in cui possa entrare anche l’ascoltatore. Per questo “Alla Luna” non vuole spiegare chi ha ragione e chi ha torto. Racconta un meccanismo nel quale entrambi possono avere una responsabilità.

Quanto è difficile affrontare temi molto attuali senza trasformare una canzone in una semplice critica sociale? Qual è il confine che hai cercato di mantenere tra racconto personale e riflessione sul presente? 

Il rischio c’è. Se avessi voluto fare una semplice critica alla tecnologia, avrei scritto un testo molto diverso e più diretto. Invece il cellulare è soltanto uno degli elementi della storia. Il vero tema è l’incapacità di comunicare. La tecnologia può amplificarla, ma non la crea necessariamente. Ho cercato quindi di non dare una risposta, ma di raccontare una situazione e lasciare che fosse l’ascoltatore a riconoscersi dentro quella dinamica.

Il brano sembra suggerire che il problema non sia tanto la tecnologia in sé, quanto il modo in cui scegliamo di usarla. Quale sarebbe, secondo te, il gesto più semplice per tornare a comunicare davvero con una persona che abbiamo accanto? 

Probabilmente mettere da parte il telefono e guardarsi negli occhi. Sembra banale, ma forse è proprio la cosa più difficile: accettare le contraddizioni dell’altro, le insicurezze, gli schemi mentali sedimentati negli anni. E poi avere il coraggio di parlare senza cercare immediatamente di avere ragione. A volte comunicare significa anche ascoltare qualcosa che non vogliamo sentirci dire.