Ci sono band che si raccontano bene attraverso una biografia, altre attraverso una discografia. E poi ci sono i The Peripheries, per i quali forse è più interessante entrare direttamente nella stanza dove succedono le cose.
In occasione dell’uscita di “Too Cool For School”, il nuovo singolo che porta avanti il percorso della band tra post-punk, new wave, elettronica e sperimentazione, abbiamo deciso di cambiare prospettiva. Niente domande sulla scena, niente definizioni da ripetere, niente tentativi di spiegare ancora una volta cosa significhi stare ai margini. Abbiamo chiesto ai The Peripheries di mostrarci cinque oggetti della casa di John, il loro quartier generale. Perché una casa può raccontare una band in un modo che una biografia difficilmente riesce a fare. Può dire cosa resta quando si spengono le luci del palco, quali sono le ossessioni che finiscono dentro le canzoni, quali oggetti diventano strumenti di lavoro, memoria o semplicemente parte della quotidianità. E soprattutto può restituire quella dimensione domestica e artigianale che sta dietro a un progetto come quello dei The Peripheries: una band nata e cresciuta attraverso una progressiva fiducia reciproca, che ha trasformato una serie di esperimenti iniziali in un vero e proprio mondo condiviso.
“Too Cool For School” parla di ribellione, alienazione e della necessità di trasformare una frustrazione individuale in qualcosa di collettivo. È un tema che attraversa anche il modo in cui i The Peripheries concepiscono la musica: non soltanto qualcosa da ascoltare, ma un’esperienza da vivere insieme. Il nuovo singolo arriva dopo “Mechanical Reproductions”, “A New Oblivion” e una serie di brani che hanno costruito un immaginario sempre più riconoscibile, mentre la band guarda già al prossimo capitolo, “Dérives”. Questa volta, però, non partiamo dalle canzoni. Partiamo da cinque oggetti.
Cinque pezzi della casa di John, cinque possibili porte d’ingresso nel quartier generale dei The Peripheries. Per capire cosa succede quando la musica non è ancora un concerto, un videoclip o un disco, ma semplicemente un gruppo di persone che si ritrova nello stesso posto e comincia a costruire qualcosa.
Casa di John: è un po’ il nostro quartier generale nomade: deposito e smistamento di strumenti, vestiti e valigie sempre pronte a partire, sala prove improvvisata per i pezzi in acustico, ostello per chiunque graviti intorno al progetto. È anche cucina, tavolata, birrette, chiacchiere e convivialità, per scelta o semplicemente perché ci si ritrova lì. Una specie di ARCI clandestino e non formalizzato, dove alla fine succede sempre qualcosa.
Udo
Il pianoforte. La prima volta di A shadow passing over è stata nel salotto di casa, Flaminia al pianoforte, vestita di bianco, e Carlo al suo fianco, insolitamente nero, che cantava a occhi chiusi, tagliati da un sole tiepido che entrava dalla finestra… Wow!


Flaminia
Il dondolo da giardino in terrazza: è un oggetto familiare, che mi ricorda quello che c’era a casa dei miei quando ero piccolissima, in cortile. Il dondolo di casa Johnson è stato lì a cullarmi mentre facevo amicizia con il gruppo nel primo periodo, e ho la sensazione che sia stato lì vicino nei momenti più rilevanti, di convivialità ma anche di scelte importanti per il progetto, riflessioni e confronti


Sabi
La terrazza di Otis. Piante a non finire, cose che nascono, crescono e muoiono oppure semplicemente cambiano forma e colore. Otis è il padrone indiscusso, scontroso micio che è sempre nei nostri discorsi come un puntino di sospensione, come un personaggio al limite tra reale e fantastico, dai poteri paranormali e dotato di raggi laser nello sguardo…
Casa di John è il centro della nostra periferia assoluta, il luogo dove è possibile lasciare in sospeso abiti, strumenti, idee, registrazioni. Spero che non traslochi mai!


Carlo
Lo studio. È lì che ci rinchiudiamo, che registriamo, che sbagliamo e rifacciamo, che alterniamo momenti di silenzio assoluto forzato con scrosci di risate incontrollate. Tiriamo tende pesanti per cogliere ogni nota e poi riapriamo tutto per respirare e riascoltare. È il nostro luogo sicuro, dove sappiamo che ne usciremo solo felici.


John
Il tesoretto. Casa mia è una piccola cronistoria dei Peripheries raccontata attraverso gli oggetti: la scaletta scritta a mano da Sabi, il magnete comprato a Orgosolo durante la tournée in Sardegna, il tamburello da piede di Pesach, il pezzo di legno bruciato che un tempo sosteneva la mia tastiera, gli occhiali spaziali di Colder than your smile, il nostro primo singolo, e il vestito imbrattato di vernice che portai a Varignana e che mi costò una settimana a letto con la febbre. Piccoli frammenti di una storia comune, capaci ancora oggi di riportarmi a momenti unici.
