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Giovanni Leo: “Giornate a Righe”, dieci anni di attesa per un disco che sfida il tempo e le convenzioni

Dieci anni possono trasformare profondamente un artista, cambiare il modo di scrivere, di ascoltare e perfino di guardare il mondo. Eppure Giornate a Righe, l’album che segna il debutto discografico di Giovanni Leo insieme al pianista e compositore Ilario Ferrari, arriva oggi senza sentire il bisogno di inseguire il presente. Completato nella sua forma già diversi anni fa e rimasto a lungo in attesa della pubblicazione, il disco conserva la fotografia di un preciso momento creativo, senza ritocchi né aggiornamenti dettati dal tempo trascorso.

È una scelta che racconta molto della natura del progetto. Leo e Ferrari hanno preferito preservare l’identità originaria delle nove tracce, lasciando che fossero la scrittura, gli arrangiamenti e la ricerca sonora a parlare ancora oggi con la stessa autenticità. Il risultato è un lavoro che mette in dialogo canzone d’autore, jazz, musica da camera e sound design, costruendo un linguaggio personale alimentato da anni di collaborazione e da un’amicizia nata nella scena musicale romana, prima che Ferrari si trasferisse stabilmente a Londra.

Le canzoni attraversano riferimenti letterari, cinematografici e musicali, alternando ironia e riflessione, racconti immaginari e frammenti di vita vissuta. Brani come AI-KOaffrontano temi che nel frattempo sono diventati centrali nel dibattito contemporaneo, mentre altri riportano l’attenzione su rapporti familiari, dubbi quotidiani e piccoli gesti capaci di assumere un valore universale. Tutto è tenuto insieme da una produzione che guarda al dettaglio sonoro con l’approccio di chi ha maturato una lunga esperienza anche nel cinema.

In questa intervista Giovanni Leo ripercorre la storia di Giornate a Righe, raccontando perché ha scelto di pubblicarlo senza modificarne una nota, il ruolo decisivo della collaborazione con Ilario Ferrari e il desiderio di restituire dignità all’album come opera da ascoltare nella sua interezza, in un’epoca sempre più orientata al consumo veloce della musica.

“Giornate a Righe” arriva dopo una gestazione di oltre dieci anni. Che effetto ti fa pubblicare oggi un disco nato in un periodo così diverso della tua vita?

Può sembrare strano se la guardi da fuori: che bisogno c’è di tenersi un disco nel cassetto per dieci anni prima di pubblicarlo? Nessuno, è andata così. In effetti è passato del tempo e l’album era pronto già da diversi anni. Nel frattempo la vita scorre, accadono cose che rivendicano priorità, si fanno altre attività magari più interessanti o più redditizie, o entrambe.

Oggi mi fa l’effetto di qualcosa che prende una nuova forma di vita: quella dell’ascolto delle persone, dopo che l’hai tenuto lì solo per te. Come dire: adesso, insomma, è un problema vostro!

Quello che conta è che l’album rispecchia perfettamente una modalità di scrittura e di interpretare la musica che è stata importante per noi nel tempo in cui l’abbiamo pensato e realizzato. Oggi non sarebbe la stessa cosa, ma è fondamentale che quel qualcosa sia venuto fuori. Non importa se io nel frattempo sono cambiato; non cambierei una virgola, doveva essere fatto così.

2. Nel frattempo il mondo è cambiato profondamente. Hai avuto la tentazione di modificare il disco o hai preferito lasciarlo esattamente com’era stato immaginato?

Il mondo è cambiato e a volte ti senti un po’ come Joseph Cooper di Interstellar, che si risveglia nella stazione spaziale a 124 anni mentre biologicamente ne ha quaranta. La gestazione reale del disco è durata circa due o tre anni, il resto del tempo è stato fatto di fermi, cause di forza maggiore o, appunto, gli effetti di una “dilatazione temporale gravitazionale”, per restare in tema cinematografico.

In quei due o tre anni di lavoro effettivo il disco ha avuto un’evoluzione naturale. Avevamo una visione di partenza, ma abbiamo lasciato che la forma finale emergesse in corso d’opera. Sì, ci sono stati momenti in cui ho rimesso in discussione parole, note, ritmi, o in cui ho pensato di abbandonare la navicella spaziale. Poi siamo arrivati alla sintesi che volevamo.

Oggi non cambierei nulla. Nonostante il mio approccio alla scrittura e all’ascolto possa mutare ed esplorare sentieri diversi, questo lavoro rimane legato perfettamente a quello che volevamo dire allora.

3. L’album nasce dall’incontro tra scrittura d’autore, jazz e sound design. Come avete trovato, tu e Ilario Ferrari, un equilibrio tra linguaggi così differenti?

Jazz, canzone d’autore e sound design sono linguaggi che possono coesistere benissimo. “Sound design” è un termine ambiguo oggi, ma va inteso nel suo significato originario: progettare la veste sonora di un’opera, che sia un film o un disco. Se hai in testa un’idea chiara e scegli il contesto giusto in cui collocare gli elementi, l’equilibrio viene da sé. Viene dal saper stare nel caos e dall’ascoltare con attenzione ciò che sembra non appartenerti.

Immagina un grande spartito dove non ci sono solo note, tempi e pause per strumenti tradizionali, ma anche suoni concreti, astratti, subliminali, di sintesi, registrati ed editati. Sonorità non classificabili nei codici canonici che però concorrono a dare un senso al tutto insieme alle armonie classiche.

In questa orchestrazione estesa tutto segue un criterio. In realtà non ci siamo inventati nulla: lo hanno preannunciato in maniera provocatoria i futuristi, lo hanno realizzato negli anni Settanta giganti come Brian Eno o John Cage e lo fa il cinema moderno costantemente. Pensa a Sergio Leone che incrociava le musiche di Ennio Morricone con i suoni di sala dei rumoristi dell’epoca.

4. Con Ilario Ferrari condividi un’amicizia e una collaborazione che affondano le radici negli anni romani. Quanto ha inciso questo rapporto umano sulla riuscita del progetto?

La relazione umana è alla base di tutto. La nostra non è una collaborazione di tipo “turnistico”, ma un rapporto fatto di profonda intesa musicale, amicizia e una costante fame e sete di ricerca.

Quando c’è questo legame non hai paura delle traiettorie che possono spiazzarti o farti uscire dalla tua comfort zone. Ti butti e basta, con una buona dose di fiducia e sana incoscienza. Questo aspetto ha inciso profondamente sullo spirito dell’album e sul suo risultato finale.

5. I testi alternano ironia, riferimenti pop e riflessioni esistenziali. Quanto c’è di autobiografico nelle nove tracce?

Che tu lo voglia o no, credo ci sia sempre un po’ della tua vita in quello che fai. Non ho mai avuto l’intenzione di fare pura autobiografia, volevo piuttosto raccontare storie e personaggi in cui tutti potessero rivedersi: lo scrittore colto da ansia sociale alle prese con una musa che lo bullizza; il “ciclista per caso” su una ciclabile improbabile, diviso tra il desiderio dei sandali (simbolo di apertura verso il mondo) e l’utilità delle scarpe chiuse indossate “per paura di incontrare strane cose”; l’artista precario dipendente dal borsalino indie; o chi studia per anni ma non trova nei libri le risposte più semplici.

Forse il brano più autobiografico è quello nato come una favola inventata per proteggere i passi leggeri di chi amiamo. Le note iniziali del pianoforte sono una specie di esercizio che Ilario si divertiva a ripetere; quando le ho sentite, mi hanno fatto subito pensare al modo istintivo e naturale con cui mia figlia, allora piccola, si muoveva. Ci ho scritto il testo di getto. Ma poi, dimmi: chi non sente quella delicata responsabilità di proteggere chi ci cammina accanto con i suoi passi leggeri?

6. Se dovessi indicare una canzone che rappresenta meglio l’identità di “Giornate a Righe”, quale sceglieresti e perché?

Siamo al “domandone” con cui mi gioco tutto il montepremi! Ne esco dando la precedenza al primo brano scritto, PaoloConte, inizialmente destinato a chiamarsi proprio Giornate a Righe per via di una bozza di ritornello poi accantonata. Il titolo attuale è un tributo spontaneo: non sapendo come chiamarlo in studio, dicevamo sempre «ah, senti, il pezzo, quello lì alla Paolo Conte…». I riferimenti testuali al cantautore astigiano sono arrivati dopo, il gancio iniziale era quel riff di pianoforte che ricordava atmosfere fumose e vintage.

Questo brano incarna perfettamente lo spirito crossover e incosciente del disco. C’è il set-up al completo: piano, archi, contrabbasso, cajon e beatbox. Ha una struttura quasi progressiva, per niente pop, che privilegia il contrappunto degli strumenti anziché i classici accordi da “orchestrone” festivaliero. Nel mezzo c’è una sezione recitata di stampo teatrale per violoncello e voce, uno spoken word, seguita dalle incursioni del rap colto di Homen che parla di maieutica e fiumi in piena.

Insomma, è un “manifesto poetico” di pochissimo compromesso con l’algoritmo, una vera follia… Ma in fondo, gli Elio e le Storie Tese non si divertivano così?