L’amore raccontato da Frida Martini non ha niente di romantico nel senso più rassicurante del termine. Fa male, crea dipendenza, torna quando dovrebbe essere già finito e lascia il disordine acceso anche dopo che l’ultima porta si è chiusa. È proprio questa la forza di “Maledette canzoni d’amore”: non prova ad addolcire le cadute, le guarda in faccia e le trasforma in canzoni che sembrano scritte nel momento esatto in cui si smette di trovare una spiegazione alle cose.
Musicalmente il disco funziona perché evita di rifugiarsi in una sola direzione. Le ballad convivono con un pop rock dall’anima ruvida, le chitarre graffiano quando serve, i synth colorano tutto di sfumature notturne e la produzione di Vincenzo Leone tiene insieme ogni elemento con grande equilibrio. C’è un gusto cinematografico negli arrangiamenti che rende ogni brano una scena diversa della stessa storia, senza mai sacrificare l’impatto delle melodie, che restano sempre il centro del racconto.
Tra gli episodi più riusciti spicca “Senza di me”, probabilmente il momento in cui il disco trova la sua forma più compiuta. Il dialogo con Eddie Brock rende ancora più credibile il senso di distanza che attraversa il brano, mentre il sax entra con discrezione e finisce per amplificare quella malinconia che aleggia dall’inizio alla fine. Il ritornello colpisce perché non cerca frasi a effetto: resta impresso grazie alla sua semplicità e a quella sensazione familiare di continuare a cercare qualcuno anche quando è ormai diventato soltanto un ricordo.
La qualità migliore di “Maledette canzoni d’amore” è che non usa il dolore come un espediente narrativo. Lo tratta come qualcosa di sporco, confuso, persino contraddittorio. Dentro queste canzoni convivono rabbia, nostalgia, desiderio, ironia e una fragilità che non viene mai esibita per ottenere compassione. È un disco che sa essere pop senza diventare superficiale, emotivo senza cadere nel melodramma.
Per un progetto d’esordio è una dichiarazione d’intenti sorprendentemente nitida. Frida Martini dimostra di avere una scrittura solida, una sensibilità autentica e un’identità che emerge con naturalezza, senza inseguire formule facili. “Maledette canzoni d’amore” non promette di guarire nessuno. Fa qualcosa di più raro: ricorda che certe crepe, quando trovano le parole giuste, smettono almeno per un momento di fare così paura.








