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Intervista

Indigesto e MAIA: una forma di racconto senza consolazione

Nel panorama musicale attuale, Indigesto di MAIA si distingue per la sua capacità di rinunciare a qualsiasi forma di consolazione. Il singolo e il videoclip non cercano di offrire soluzioni, né di costruire una narrazione empatica. Al contrario, mettono in scena una realtà complessa, fatta di dati, immagini e gesti che parlano di precarietà come condizione strutturale.

Il progetto MAIA aveva già mostrato una forte attenzione alla dimensione sociale, ma Indigesto rappresenta un momento di maggiore lucidità. La scelta di inserire dati economici ufficiali all’interno del video sposta il discorso su un piano concreto, sottraendolo a interpretazioni soggettive. Contratti instabili, difficoltà di accesso all’abitazione e assenza di risparmi diventano elementi narrativi a tutti gli effetti.

L’estetica anni ’80, legata all’aerobica e alla cultura motivazionale, viene utilizzata come dispositivo critico. Il corpo disciplinato e performante, incarnato da MAIA, non è simbolo di libertà, ma di pressione costante. La ripetizione dei movimenti sottolinea la distanza tra promessa e realtà, tra aspirazione individuale e limiti strutturali.

Il progetto AI assisted trova qui una delle sue applicazioni più coerenti. L’intelligenza artificiale non è un elemento decorativo, ma uno strumento che contribuisce a costruire una narrazione precisa e controllata. La scrittura resta umana, così come l’esperienza corporea, ma viene rielaborata attraverso un processo che amplia la capacità di osservazione.

Indigesto non cerca consolazione ma documentazione: quanto è stata consapevole questa scelta narrativa?

È stata molto consapevole.
Non volevo offrire una via d’uscita emotiva, ma fermare un’immagine del presente.
È una canzone che non nasce per consolare, ma per lasciare una traccia di ciò che stiamo vivendo.

Se dovessi isolare un’immagine o un gesto del video che riassume l’intero senso di Indigesto, quale sceglieresti e perché?

Il salto finale. Il momento in cui ti spingi davvero oltre, dai tutto, ma comunque non ce la fai.
E non perché non ti sia impegnata abbastanza, ma perché non tutto è lineare e soprattutto perché non tutto dipende da noi.

Che tipo di reazioni ti aspetti da parte di chi si riconosce nei dati e nelle situazioni raccontate nel brano?

Forse la sensazione di non essere soli, e soprattutto di non essere sbagliati. Una pacca sulla spalla, un “hai dato il massimo”. Se non è andata, non è per forza colpa tua. 

Se togliamo dal cuore questa tossicità del you can do it, smetteremo di riversarla sulle nuove generazioni.

In che modo questo singolo cambia la percezione complessiva del progetto MAIA per chi lo segue dall’inizio?

Io credo che renda esplicito uno sguardo che c’era già.
Indigesto chiarisce che MAIA non è solo racconto emotivo, ma anche osservazione critica del presente. Come lo era stato con Grande.
E questa dimensione continuerà ad esserci, perché è quella che più mi rappresenta.

Pensi che dopo Indigesto il progetto possa tornare a una dimensione più intima o personale, oppure questa direzione è ormai tracciata?

Le due cose non si escludono. Per me l’intimo e il politico convivono, perché partono dallo stesso sguardo. La direzione non è un tema o una fase, ma un modo di guardare il mondo. E quello resta!

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Indie Intervista Pop

Alice Caronna ci ha raccontato il suo nuovo singolo “Non c’è tempo”

“Non c’è tempo” è una canzone che nasce da una ferita condivisa: la precarietà del lavoro, con il suo peso silenzioso e le sue incertezze quotidiane. Da questa consapevolezza affiora una domanda più grande, che riguarda tutti: quanto ci riconosciamo davvero in ciò che facciamo?
Al centro del nuovo singolo di Alice Caronna resta un pensiero netto – “se la mia vita è solo il mio lavoro, sono già morto” – che diventa la scintilla per guardarsi dentro e misurare il valore del proprio tempo.
Non un inno rassegnato, ma un canto che dal buio si apre alla luce, trasformando malinconia in speranza e grinta.
Il brano si apre con i suoni di un cantiere, concreti e quotidiani, quasi a ricordarci che da quel rumore di fondo parte tutto. È una canzone vera, diretta, in cui ognuno può ritrovare un pezzo di sé e della propria lotta silenziosa. Un invito a fermarsi, a respirare, a non dimenticare che la vita vale più di ogni altra cosa.

“La vita è fatta di scambi e di interazioni col prossimo – ci racconta Alice Caronna – e mi chiedo perché la prima cosa che ci chiediamo quando ci conosciamo è “che lavoro fai” anziché “chi sei” o “come stai”. 
Ho paura che ci stiamo disabituando a vedere oltre e quindi mi chiedo: “Siamo davvero il lavoro che facciamo? Ci definiamo in base a come impegniamo il nostro tempo? E quanto vale davvero questo tempo?”

Bio
Alice Caronna è un’artista che ama le persone e la condivisione.
Vicina al cantautorato pop, le sue canzoni esistono per essere suonate dal vivo, per dare qualcosa alle persone e ricevere altrettanto.
Nel 2022 partecipa al concorso di Martelive e vince il premio Nuovo IMAIE, grazie al quale fa un tour in tutta Italia.
L’anno seguente pubblica l’album “In piedi” (Pioggia Rossa Dischi).
Nel 2025, Alice Caronna è finalista di concorsi come Music for change di Musica contro le mafie (in corso), “L’artista che non c’era”, “Premio Lunezia” (in corso), vincendo il premio per il miglior testo al Primigenia Music Awards e quello per la miglior interpretazione a Botteghe D’autore.
Nel corso degli anni, ha aperto concerti di artisti come Giancane, Emma Nolde, Galeffi, Willie Peyote, Ex Otago, Meg, Bambole di Pezza e Giorgieness.
Attualmente Alice è al lavoro sul suo terzo disco, di imminente pubblicazione.

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Fonte: RC Waves

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Intervista Pop

Brida ci ha raccontato il suo nuovo album “ULTIMO QUARTO”

Nel nuovo album di Brida “ULTIMO QUARTO”, ogni brano è una stanza ed ogni stanza diventa una sfumatura diversa della stessa anima.
Un lavoro discografico – pubblicato via MAKEATHOUSAND – attraverso cui l’artista toscana apre le porte di un luogo interiore fatto di luci soffuse e densi silenzi densi.
Questo accade già dal titolo, che gioca con due lingue – l’italiano “ultimo” e il portoghese “quarto” (ossia “camera”) – per suggerire l’idea di un’intimità composita, a volte protetta, a volte esposta. 
I brani si susseguono come ambienti di una villa immaginaria: salotti emotivi, corridoi di pensiero, camere in cui ci si spoglia di ogni maschera. Dopo un tempo lungo e necessario, Brida torna con un album che non ha paura di mostrarsi fragile e mutevole fino ad arrivare all’ultima stanza – la più disinibita, la più vera – quella in cui ci si abbandona al flusso, accettando la naturalezza come forma più alta di libertà.

Questo album – ci racconta Brida – mi ha permesso di fare i conti con ogni versione di me, anche con quella che cercavo di reprimere.
Sono stati due anni di profonda introspezione, in cui mi sono persa e ritrovata più e più volte. Conoscersi e accettarsi è una sfida enorme, ma scrivendo “ULTIMO QUARTO” ho iniziato davvero questo percorso.
Era arrivato il momento di far incontrare il mio alter ego, Brida, con la me di tutti i giorni: Beatrice.
Per anni ho sentito il bisogno di scegliere una sola versione di me, forse per apparenza. Ma ho capito che anche Beatrice è importante, e che solo riconoscendola avrei potuto essere più libera nella mia arte, in tutto ciò che è Brida. Ho scelto poi di mettermi in gioco con la lingua portoghese, perché da quasi dieci anni il Brasile — la terra del mio compagno — è diventata casa.
Volevo che emergesse anche questa mia sfumatura, e che chi mi ascolta potesse comprendere un po’ meglio i miei testi.

“ULTIMO QUARTO” è confusione, forse. Ma è anche la strada verso casa.
“ULTIMO QUARTO” sono io. E ogni volta che lo ascolto, mi sento fottutamente orgogliosa, perché riconosco ogni mia versione dietro ogni stanza.

E non c’è niente di più bello, per un artista, che riascoltare la propria musica e pensare: “Vada come vada, questo disco sono proprio io. Ed è esattamente come l’avevo immaginato.”

Foto: Ilenia Tramentozzi

Beatrice, in arte Brida è una cantautrice toscana classe ’95.
La passione per l’arte e per la musica la portano a vivere a Londra, dove ha la possibilità di conoscere l’ambiente artistico, sperimentando, suonando e frequentando un’accademia di musica. Il ritorno in Italia segna l’inizio della carriera di Brida, che nel 2020 pubblica il primo inedito “Normale”. Nello stesso anno inizia a collaborare nella realizzazione dei suoi beat con Fennec e Stefano Leonardi, pubblicando i singolo “(Se)Di Domenica” e “Gin&Margarita”.

A febbraio 2022 firma con l’etichetta indipendente bolognese MAKEATHOUSAND e, nel settembre dello stesso anno, pubblica il suo primo EP, “RITMO”.
Nel 2025 una serie di singoli anticipa la pubblicazione dell’album “ULTIMO QUARTO”, un viaggio introspettivo in una villa immaginaria, tra salotti emotivi, corridoi di pensiero e camere in cui ci si spoglia di ogni maschera.

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Fonte: RC Waves

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Indie Intervista Pop

Alice Caronna ci ha raccontato “L’uomo dei cerchi azzurri”

“L’uomo dei cerchi azzurri” nasce quando tutto è già successo e resta solo il rumore di ciò che è stato.
Non è una canzone che tenta di salvare qualcosa, ma un brano che prova a capire cosa si è vissuto davvero, raccontando quel momento sospeso in cui ci si chiede se l’amore lasciato andare fosse reale o soltanto un’illusione, un’idea troppo bella per lasciarla morire.
Il titolo richiama apertamente il romanzo di Fred Vargas, dove prende forma, in modo distante e velato, un amore mai risolto, rimasto in sospeso. Nel nuovo singolo di Alice Caronna, però, non c’è una corsa alla stazione né un bacio finale: solo la necessità di smettere di rincorrere e accettare che il senso della fine, forse, sta altrove.

“Ho scritto la canzone – ci racconta Alice Caronna – perché mi sono ritrovata in un momento di confusione dopo la rottura di una relazione importante e, come ogni volta quando sto male o sono in confusione, devo buttarli fuori i pensieri con la scrittura per sentirmi meglio.
In questo caso avevo dubbi sul sentimento che sentivo di provare ancora, anche se ormai era tutto concluso. Mi sono domandata se ci fosse ancora amore o era solo ricordo, abitudine, non accettazione della fine.
Ho messo anche in discussione l’amore che ho provato durante la relazione: “se ci siamo solo disegnate?” per dire che forse c’è stata tanta idealizzazione. 
Il “ti amo o forse no” e’ ancora più confusionario. Mi convinco di amarti ancora o forse non ti amo più? E se il “forse no” “me lo dico solo per non starci male?”.
Mi pongo delle domande per tutto il brano, ma alla fine, sul “lo facciamo solo per restare vive”, realizzo che “basta un filo piccolo di aria per non morire”, come a dire che posso respirare e vivere anche senza di lei, può bastarmi la mia aria, posso bastarmi io e soprattutto non è importante farsi queste domande perché alcune cose non trovano risposta, vanno semplicemente accettate così come sono.

Foto: Lorenzo Fucini

Alice Caronna è un’artista che ama le persone e la condivisione. Vicina al cantautorato pop, le sue canzoni esistono per essere suonate dal vivo, per dare qualcosa alle persone e ricevere altrettanto.
Nel 2022 vince il premio Nuovo IMAIE, grazie al quale fa un tour in tutta Italia, aprendo concerti di artisti come Giancane, Emma Nolde, Galeffi, Willie Peyote, Ex Otago, Bambole di Pezza.
L’anno seguente pubblica l’album “In piedi” con l’etichetta Pioggia Rossa Dischi.
Nel 2025, Alice Caronna inizia un nuovo ciclo di pubblicazioni con i singoli “DDL” e “L’uomo dei cerchi azzurri”.

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Elettronica Internazionale Intervista

Intervista a Flemma: “Ogni singolo è stato una piccola crisi, o un modo per respirare”

Lo abbiamo conosciuto nel 2019 con una canzone che sembrava sussurrare da una cameretta in penombra. Da allora, Flemma ha pubblicato otto singoli, esplorando sonorità elettroniche, testi introspettivi e una voce sempre più riconoscibile, tra glitch e cantautorato sommerso.

Oggi ci racconta la storia dietro ogni suo brano.


“La primavera” (2019)

Cominciamo dal principio. “La primavera” è stato il tuo esordio. Che ricordo hai di quel pezzo?

«È nato senza nessuna pretesa. L’avevo registrato in casa, con attrezzatura minima. La voce è bassa, quasi nascosta, eppure è forse il brano più sincero che abbia mai scritto. Parla di una rinascita stanca, non trionfale. L’ho sempre visto come il mio punto zero.»


“Luci spente” (2019)

A distanza di pochi mesi è uscito “Luci spente”. Lì il suono cambia.

«Sì, ho iniziato a sperimentare un po’ di più. “Luci spente” è un pezzo che parla di isolamento, ma con una produzione più pensata. Il synth principale è stato creato da zero, partendo da un’onda sinusoidale. Volevo che il brano sembrasse sospeso, come se fosse immerso in una nebbia.»


“Colmo” (2020)

Nel 2020 esce “Colmo”, forse uno dei brani più crudi.

«Lo è. L’ho scritto in un momento di totale esaurimento emotivo. Il titolo viene da quella sensazione di essere arrivati al limite. È un pezzo essenziale, senza fronzoli. Volevo che sembrasse un battito cardiaco regolare che a un certo punto si inceppa.»


“Piuttosto che” (2020)

Subito dopo, però, pubblichi qualcosa di molto diverso. “Piuttosto che” è quasi sarcastico.

«L’ho scritto per gioco, ma poi mi sono affezionato. È un brano su quanto il linguaggio sia vuoto a volte. “Piuttosto che” viene usato malissimo nella lingua parlata, e quella cosa mi faceva impazzire. Ho provato a costruirci attorno una piccola critica ironica, usando una melodia pop.»


“Ossigeno” (2021)

“Ossigeno” è un brano molto più etereo. Ci sono arpeggiatori, suoni sospesi…

«Esatto. L’ho scritto dopo una giornata di panico. Avevo bisogno di respirare e ho provato a tradurre quella sensazione in musica. Ogni suono ha uno spazio, una distanza. È un brano che lascia entrare l’aria.»


“Noire” (2022)

Nel 2022 arrivi a “Noire”, dove sembra esserci un’estetica cinematografica.

«È vero. Mi ero immerso in alcuni ascolti più scuri — colonne sonore, synthwave, stuff da film noir. “Noire” è una camminata notturna nella mia testa. È cupa ma controllata, c’è tensione ma non esplosione. È una delle produzioni a cui tengo di più.»


“Ricky” (2023)

Poi torni con “Ricky”, che suona più personale. Chi è Ricky?

«È un nome, ma anche un’idea. È una figura a cui ho voluto bene, ma che è rimasta sospesa. Non è una canzone d’amore, è una canzone di affetto non espresso. È molto semplice, con una produzione che ho cercato di rendere il più umana possibile.»


“Cu ’e mmane mmane” (2024) – feat. Rival Dancers

Ultimo singolo pubblicato, e primo in dialetto napoletano: “Cu ’e mmane mmane”.

«Avevo voglia di rientrare nel mio dialetto senza stereotipi. Il titolo si può tradurre in modi diversi: “con le mani in mano”, oppure “con delicatezza”. Ho collaborato con i Rival Dancers per produrlo: ci siamo divertiti molto a mischiare elettronica e una certa emotività partenopea, senza cadere nei cliché.»


📌 Discografia di Flemma

AnnoTitoloNote
2019La primaveraDebutto lo-fi, minimalismo emotivo
2019Luci spenteElettronica ambient
2020ColmoGlitch emotivo, testi crudi
2020Piuttosto cheIndie-pop ironico
2021OssigenoRespirazione elettronica
2022NoireCinematico, synth scuri
2023RickyIntimista, voce centrale
2024Cu ’e mmane mmaneElettronica napoletana, feat. Rival Dancers

🔍 Dove trovare Flemma

Flemma è disponibile su tutte le piattaforme digitali (Spotify, Apple Music, Amazon Music) e attivo su Instagram come @flemma.fm I suoi brani, prodotti tra Napoli e varie stanze silenziose sparse nel tempo, raccontano un mondo di malinconia contemporanea, ironia latente e grande cura nei dettagli sonori.



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Indie Intervista

acquachiara: “falene” è una scusa bellissima per restare in piedi

Certe canzoni non hanno bisogno di spiegarsi, ti si piazzano addosso come una sensazione che conosci già.

“falene”, il nuovo singolo di acquachiara, è così: una traccia che non urla ma resiste, che balla anche quando la voce trema. Dopo aver raccontato gli altri, stavolta Chiara parla di sé. Senza filtri, senza grandi metafore, solo con la voglia di alzare un po’ la voce – o almeno provarci.

In questa intervista, acquachiara ci racconta il dietro le quinte di un brano che non pretende di salvarti, ma forse può farti compagnia quando ne hai più bisogno.

Ciao acquachiara! Per la prima volta metti al centro te stessa, lasciando da parte le storie d’amore. Cosa ti ha spinto a questo cambio di direzione? È stato liberatorio o ti sei sentita più esposta?

Un po’ tutte e due le cose. Da un lato è stato liberatorio e allo stesso tempo mi sono sentita più nuda, più esposta. Parlare di me, senza scuse e senza ruoli romantici, è stato come guardarsi allo specchio con le luci accese. Però era il momento giusto. Non potevo più rimandare l’incontro con me stessa.

In “falene” si percepisce un desiderio di connessione, ma anche la paura del contatto. Quanto è difficile, secondo te, raccontare i sentimenti senza cadere in cliché? E come fai a mantenere la tua scrittura autentica?

Raccontare i sentimenti senza inciampare nei cliché è una battaglia quotidiana, anche perché i sentimenti in sé sono cliché meravigliosi. Tutti li provano, il problema è trovare un modo tuo per dirli. Io cerco di partire sempre da un’immagine che mi appartiene davvero: un dettaglio, un ricordo, una frase che mi verrebbe da dire anche senza musica. E poi limare, limare, limare… finché resta solo quello che serve. L’autenticità, per me, sta nell’essere precisa. Anche quando parlo di cose universali, voglio che si senta che sono passate da me.

“falene” è attraversata da un’energia quasi contrastante: malinconica nei versi, liberatoria nel ritornello. Come reagisce il pubblico quando la ascolta per la prima volta? Hai già avuto feedback che ti hanno colpita?

La cosa più bella che mi hanno detto è: “mi ha fatto venire voglia di piangere e ballare allo stesso tempo.” Ecco, se riesco a far sentire quella spaccatura lì — tra la voglia di sparire e quella di stare al centro della pista — allora ho centrato il punto. C’è chi si è ritrovato nella fatica di “alzare la voce”, chi in quella sensazione di spaesamento delle prime strofe. E ogni volta che qualcuno si riconosce, è come se la canzone diventasse un po’ anche sua.

Nel brano citi “vecchie canzoni tristi” e usi immagini nostalgiche come la luna, i lampioni, l’asfalto. Che rapporto hai con il tempo e con la memoria nel tuo scrivere? Ti aiuta a capire il presente o a proteggerti da esso?

Credo che la memoria, per me, sia un modo per stare nel presente senza impazzire. Ci torno spesso, ma non per nostalgia sterile: più per orientarmi. Come se rileggere il passato mi aiutasse a darmi un senso oggi. Le immagini che uso, la luna, l’asfalto, le canzoni tristi, sono ancore emotive. Mi ricordano chi sono stata, e mi aiutano a non perdermi anche quando tutto cambia.

Il bisogno di “una mano che ti convinca a ripartire” è un tema molto presente nel brano. Pensi che oggi, tra giovani artistə, ci sia abbastanza spazio per il sostegno reciproco, o prevale la competizione?

Purtroppo una parte di competizione c’è. Ma io continuo a credere (e cercare) nell’idea di una scena in cui ci si solleva a vicenda, anziché sgomitare. Quando trovi quellə artistə che ti ascoltano davvero, che tifano per te anche quando non ci guadagnano nulla, ti accorgi che si può fare. Serve solo un po’ di cura in più, e meno paura. Perché a volte dietro la competizione c’è solo il terrore di non bastare. Tocca ricordarselo.

Hai vinto Music for Change con un brano sociale, mentre in “falene” torni all’intimità. Ti senti più a tuo agio nel racconto personale o in quello collettivo? E in futuro, pensi di unire le due strade?

Mi piacciono entrambe, e in realtà credo che non siano poi così separate. Ogni volta che racconto qualcosa di mio, se lo faccio bene, finisce per diventare anche collettivo. E viceversa: i temi sociali mi toccano proprio perché li sento addosso, li vivo nel quotidiano. “falene” è intima, sì, ma parla anche di una generazione che non sa dove andare, che si sente fragile e invisibile. Il mio sogno è unire sempre più le due strade, fare canzoni che siano confessioni ma anche specchi, dove ognuno possa riconoscersi almeno un po’.

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Indie Intervista

Scaramuzza: “L’assenza è uno spazio vivo, dove si nascondono emozioni non dette e riflessioni intime”

AMEVOX non è solo un EP: è una soglia da attraversare in silenzio, dove la voce di Scaramuzza vibra più che cantare, accarezza più che colpire. In quattro brani essenziali e stratificati, l’artista veneziano esplora la fragilità come forma di resistenza, l’empatia come spazio politico, l’ansia come figura viva.

La sua voce resta nuda, immersa in paesaggi sonori che mescolano elettronica minimale e strumenti reali, in un equilibrio sempre instabile e profondamente umano. Abbiamo fatto qualche domanda a Scaramuzza per entrare nel cuore di AMEVOX, parlare di silenzi, immagini, corpi, e di quella voce che “non chiede il permesso, ma resta”. Un viaggio che non offre risposte, ma lascia segni precisi, come una mano appoggiata su una parete che sta per crollare.

In tutto l’EP si percepisce una grande attenzione al non detto, ai silenzi, agli spazi vuoti tra una parola e l’altra. Come lavori sul concetto di “assenza” in musica e quanto è importante per te lasciare delle zone d’ombra nei brani?

L’assenza è uno spazio vivo, dove si nascondono emozioni non dette e riflessioni intime. Lavoro molto sui silenzi perché permettono alla musica di respirare e all’ascoltatore di entrare dentro il brano. Lasciare zone d’ombra significa dare spazio all’interpretazione e all’empatia. Per me, il non detto è spesso più potente delle parole stesse.

In “AMEVOX” c’è una spiritualità laica, un desiderio di resistere anche quando non ci sono certezze. Quali sono le tue radici emotive o culturali che ti hanno portato a cercare questo tipo di forza così sottile?

Le mie radici sono fatte di fragilità vissute e di una costante ricerca di senso nel caos. Crescere in un contesto che valorizza l’introspezione e il racconto personale ha influenzato molto il mio modo di sentire. La spiritualità laica nasce dalla necessità di trovare un appiglio interiore, senza risposte facili. È una forza sottile, che si nutre di dubbi e di speranza insieme.

Lavorare con la propria vulnerabilità può essere rischioso, soprattutto in un mondo musicale che spesso premia l’estetica della sicurezza. Hai mai avuto paura che questa sincerità venisse fraintesa?

Sì, la paura c’è sempre, perché mostrare la vulnerabilità espone al rischio di essere fraintesi o giudicati. Ma ho capito che nascondersi dietro un’immagine sicura non è la mia strada. La sincerità, anche se fragile, crea connessioni autentiche. Preferisco rischiare di essere vulnerabile piuttosto che perdere la mia verità. È un equilibrio delicato, ma necessario.

A livello di sound design, ogni brano ha una sua architettura sonora precisa, fatta di texture, respiri e dettagli. Come avviene il tuo processo creativo con i produttori?

Il processo creativo con i produttori è molto collaborativo e fluido. Partiamo sempre da un’idea o un’emozione da tradurre in suono, poi sperimentiamo insieme con texture e dettagli. Mi piace lasciare spazio all’improvvisazione, soprattutto nei respiri e nelle pause. Ogni suono è scelto per amplificare il racconto emotivo del brano. L’obiettivo è costruire un’atmosfera che sia coerente e coinvolgente.

Spesso usi immagini concrete – la pioggia, le case, la vipera, l’alba – per raccontare esperienze intime. Quanto c’è di autobiografico in questi simboli e quanto invece è costruzione narrativa?

Gli elementi concreti nascono sempre da esperienze reali, ma si trasformano in simboli universali. La pioggia, la vipera o l’alba diventano metafore per emozioni che tutti possono riconoscere. C’è un equilibrio tra autobiografia e costruzione narrativa: parto dal vissuto ma lascio spazio all’immaginazione. Molte voltre parto anche dipingendo, mi aiuta a focalizzare.

“AMEVOX” non è un disco “facile”: chiede ascolto profondo, presenza, attenzione. Ti interessa come verrà percepito dal pubblico o credi che un disco debba solo rispecchiare chi lo ha scritto?

Per me un disco deve prima di tutto essere autentico, rispecchiare chi lo ha scritto senza compromessi. So che “AMEVOX” richiede un ascolto attento e non sempre sarà facile, ma è proprio questa profondità che voglio offrire. La percezione del pubblico conta, certo, ma non può diventare un limite. Preferisco creare spazio per chi vuole davvero entrare nel mio mondo.

La voce, nel tuo EP, non è solo timbro: è corpo, fragilità, testimonianza. Ti capita mai di riascoltarti e riconoscere emozioni che nemmeno pensavi di aver lasciato entrare in quel momento?

Sì, spesso riascoltarmi è come incontrare una parte di me che in quel momento era nascosta o inaspettata. La voce registra emozioni genuine, anche quelle più sottili che non sempre riesco a cogliere mentre canto. È una scoperta continua, e a volte mi sorprendo di quanto possa essere sincera e fragile. La voce diventa così un diario emotivo vivo e in evoluzione.

L’EP si chiude con “HO VOCE ANCORA”, che sembra un finale ma suona anche come un nuovo inizio. Questo brano anticipa in qualche modo dove stai andando musicalmente?

“HO VOCE ANCORA” è un ponte tra ciò che ho raccontato finora e quello che verrà. È un finale aperto, che lascia spazio a nuove esplorazioni e sperimentazioni.

Musicalmente sento di voler continuare a unire l’intimità del cantautorato con l’elettronica, ma con una consapevolezza più profonda. Sto cercando il mio suono vivo e penso di essere in un bel processo di stimoli. Questo brano è la promessa di un percorso in divenire.

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Intervista

“Tick Tock”(il mondo è finito): ce lo racconta Andrea Paganucci

Un brano che mescola dark-pop e alternative, nato da una riflessione lucida – e amaramente ironica – sul mondo iperconnesso in cui viviamo. Dopo anni di musica vissuta con passione e autenticità, Andrea oggi si racconta senza filtri, tra consapevolezza artistica, critica al panorama musicale attuale e la volontà di rimanere umano in un sistema che corre verso l’omologazione.

In questa intervista ci ha parlato del nuovo singolo, del suo rapporto con i social, della saturazione musicale e di quella rivoluzione silenziosa che parte dalle buone maniere.

Ciao Andrea, partiamo subito col botto… Prossima settimana uscirà il tuo nuovo singolo, cosa puoi e vuoi spoilerarci?

Ciao! Sì, prestissimo sarà disponibile Tick-Tock (il mondo è finito), un brano a cavallo tra dark-pop e alternative. Uscirà su tutte le principali piattaforme digitali: Spotify, Apple Music, Deezer… e (spoiler) sarà utilizzabile anche sui social, come Instagram, per la creazione di reel e contenuti creativi. Quindi sì, ci sarà da divertirsi!

Raccontaci com’è nato il tuo ultimo singolo!

Tick-Tock è nato in un periodo di profonda introspezione. Mi sentivo intrappolato nelle dinamiche dei social, dove tutto deve essere scintillante, perfetto, e tristemente omologato. Intanto, il mondo reale si sgretola sotto i nostri occhi, mentre noi continuiamo a scrollare video di gattini pucciosi. È una riflessione amara, ma necessaria.

Musicista da sempre con una storia alle spalle piena di passione e soddisfazioni personali, cosa pensi possa ancora darti la musica?

Oggi vivo la musica con più consapevolezza e serenità. Il sogno di arrivare al grande pubblico c’è sempre, ma non mi nascondo più dietro un personaggio. Mi mostro per quello che sono, per come penso e agisco. Questo mi permette di avere un’interazione più autentica e organica con chi mi ascolta.

Se potessi avere una bacchetta magica cosa cambieresti del panorama attuale?

C’è una forte saturazione del mercato, soprattutto a favore di chi fa un uso massiccio dell’autotune. Non fraintendetemi: lo uso anch’io, a volte come cifra stilistica, altre come strumento di correzione. Ma farne un requisito imprescindibile mi sembra anacronistico. È come correre una maratona in bicicletta.

E non parlo solo della trap. Anche nella musica pop italiana, artisti di altissimo livello evitano certe esibizioni perché non riescono a farne a meno. Vabbè, avete capito a chi mi riferisco… prendetevi sto flame! 🙂

Il mondo è finito veramente secondo te? Siamo arrivati alla “frutta” o c’è ancora speranza?

Il brano è una provocazione, e spero che resti tale. Non voglio essere ricordato come profeta. Scherzi a parte, la fine del mondo è subdola: sembra lontana, ma può diventare realtà in pochi minuti, specie oggi, con i rischi di conflitti su larga scala.La canzone vuole far riflettere su questo: ci stiamo ubriacando di contenuti vuoti, mentre la coscienza collettiva si sgretola. Ma possiamo ancora scegliere: essere rovina o salvezza. Forse la risposta più potente è comportarci umanamente, e insegnare l’umanità ai nostri figli. Le buone maniere non sono solo educazione: sono un atto rivoluzionario.

Ti chiediamo una dedica personale per i nostri lettori, magari una citazione dal tuo ultimo singolo o da qualche lavoro passato.

In un pezzo di qualche anno fa parlavo di “orbite lontane e stelle che collidono”. Oggi ho capito che la mia orbita segue il centro di gravità della mia vita: le persone che mi hanno ascoltato e supportato nel tempo. Senza scadere nella retorica, voglio ringraziare loro e tutti i lettori che resistono e sostengono gli artisti indipendenti come me. Voi siete il carburante del nostro folle viaggio “spaziale”.

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Intervista

Con “Madre” i The Snookers cantano la voglia di libertà di ogni figlio: la nostra intervista

Con il loro nuovo singolo “Madre” i The Snookers raccontano quanto il troppo amore possa essere soffocante. E se con loro duetta Edda, il risultato è ancora più deflagrante. Nell’intervista qui sotto, ci parlano di questo e molto altro.

Dai primi singoli pubblicati nel 2022 ad oggi non vi siete mai fermati. In tre anni due dischi, una partecipazione a Musicultura, ed ora questo nuovo brano, Madre, con Edda. Come state vivendo tutto questo?

Siamo soddisfatti di quello che abbiamo fatto negli ultimi tre anni. Ciò che ci rende più contenti non è la quantità di materiale pubblicato ma la maturità che riteniamo di aver raggiunto soprattutto nel periodo tra il primo album “L’universo si arrende a chi è calmo” e il secondo “Una famiglia normale”. Speriamo che questa crescita si possa sentire anche dall’esterno.

Non è stato sempre facile, sono stati anni formativi in cui abbiamo lavorato su noi stessi per scrivere di temi che ci toccano in prima persona. Non sono mancati periodi di frustrazione che ci sono sembrati un’eternità, ma abbiamo ottenuto risultati che ci soddisfano e ci motivano a continuare su questa strada.

Passiamo subito a Madre. Da dove scaturisce l’esigenza di parlare di un rapporto così burrascoso? Esperienze personali?

Crediamo che il tema che trattiamo in “Madre” sia molto condivisibile e ci appartiene in quanto figli. L’indipendenza e la libertà di intraprendere un proprio percorso di vita non sono sempre scontati. Anche noi abbiamo dovuto dimostrare alle nostre famiglie che con la musica vogliamo fare sul serio e loro fortunatamente si sono fidati, ma non tutti hanno la fortuna di avere sostegno e comprensione nello scegliere una vita che i genitori non hanno mai preso in considerazione. 

Ci piace pensare che le nostre canzoni possano aiutare o fare compagnia a qualcuno che si rivede in quello che scriviamo e magari suscitare sentimenti o cambiamenti.

In che modo avete collaborato con Edda? Vi siete visti di persona, passando tempo in studio insieme, o è stato tutto processato a distanza?

La collaborazione è nata grazie a Davide Lasala di Edac Studio che, avendo lavorato con Edda nelle registrazioni di “Stavolta come mi ammazzerai?”, gli ha inviato la nostra canzone. “Madre” ci è sembrato il brano più adatto per lui sia per il tema che per le sonorità e ne abbiamo avuto la conferma quando Edda ci ha mandato dei messaggi in cui era entusiasta di cantarlo con noi.

Non ci siamo visti di persona, ha cantato nel suo studio a Milano, ma ci siamo scambiati qualche video messaggio. E’ stato un onore per noi lavorare con un artista che ammiriamo tanto.

Troveremo Madre dentro al progetto Esplosi, che possiamo definire un patchwork di tante cose ma tutte ben unite fra di loro. In che modo nasce un lavoro di questo tipo, che si discosta molto dal classico concetto di disco?

Quando a febbraio siamo andati in studio a registrare nuove canzoni volevamo evitare che finissero nel dimenticatoio dopo una settimana dalla pubblicazione. 

Abbiamo costruito una narrazione attorno a queste canzoni inserendole in quattro diversi EP arricchiti da 20 versioni demo, live o pre-produzioni di brani dei nostri primi due album. 

Il concetto di “Esplosi” nasce dalla decostruzione delle canzoni che abbiamo sezionato come si fa con i macchinari nei disegni esplosi.

L’idea di base è quella di valorizzare attraverso la stampa fisica dei CD la musica “solida” e l’arte grafica. Pubblicheremo i singoli online, ma tutto il resto del materiale sarà esclusivo della copia fisica che è già possibile acquistare su Bandcamp o scrivendo direttamente a noi sui canali social.

Qualche parola sul vostro team che vi supporta da sempre, Edac…

Siamo entrati in Edac Studio la prima volta nel 2019. Volevamo fare un EP di brani in inglese che si trovano ora all’interno di “Esplosi”. Davide Lasala e Andrea Fognini hanno saputo valorizzare le canzoni, da subito abbiamo fatto tesoro dei loro consigli e ci siamo trovati dal punto di vista umano. Da quel momento abbiamo collaborato con loro per tutti i nostri progetti e si può dire che ormai Edac Studio sia una famiglia per noi.

Pian piano il team si è ampliato, abbiamo trovato un grande aiuto in Mattia Mascolo per la promozione e Andrea Compagnino che ci immortala nei suoi scatti sopra e sotto il palco. 

Negli anni abbiamo avuto il piacere di creare anche un legame con MilkIt Film Studio di Marcello Perego che ha curato la regia del video di “Guai”, “Guarda come il tempo vola” e “Rachele”.

Esplosi vi terrà occupati ancora per qualche mese, poi pensate di fermarvi un po’ avete già in testa nuovi traguardi?

In realtà abbiamo già voglia di lavorare al terzo album. Stiamo suonando tanto per il piacere di farlo e per capire in che direzione vogliamo andare. Stiamo sperimentando nuovi suoni e scrivendo di temi che non abbiamo ancora toccato nella speranza di creare qualcosa di nuovo, ma al momento è ancora presto per parlarne. 

A partire dal 9 maggio, con il concerto al Detune di Milano con i Dirty Noise e Fitza, avremo un po’ di live che ci porteranno su diversi palchi nel corso dell’estate che annunceremo prossimamente sui nostri canali social.

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Intervista

I leimannoia rompono il silenzio (e qualche tabù): intervista

Con il loro secondo singolo “Tuo Padre”, i leimannoia scardinano con ironia feroce e groove i tabù più resistenti della borghesia italiana. Tra spritz e giarrettiere, il pezzo è una fotografia disturbante e divertita di quelle verità che si annidano nei silenzi familiari, nei bar di provincia e nei salotti troppo ordinati per essere sinceri. Ci hanno raccontato come nasce la loro dissonanza musicale, perché la provincia non è solo sfondo ma coprotagonista, e cosa succede quando il nonsense incontra il teatro dell’assurdo. Spoiler: il delirio è appena cominciato.

Avete scelto un tappeto musicale radiofonico, quasi spensierato, per un testo che invece affonda le mani nella sabbia sporca. Quanto vi diverte questa dissonanza? Pensate sia anche un modo per dire che la musica leggera può trattare temi “pesanti”?

La dissonanza nasce dall’unione di idee che appartengono ad ognuno dei componenti della band. Crediamo che uno dei “superpoteri” della musica sia proprio quello di permettere di associare un mood musicale a testi che “canonicamente” verrebbero accompagnati in maniera diversa. Quindi perché non sfruttare questo potenziale?

C’è una forte atmosfera “provinciale” nella canzone, fatta di bar, rituali ripetitivi e verità mai dette. Cosa rappresenta per voi la provincia italiana? È solo sfondo o vero e proprio personaggio?

Ci piace molto prendere spunto da situazioni di vita quotidiana, e spesso ci troviamo a descrivere scene che ci fanno molto ridere. Questa dimensione per noi è necessaria nella scrittura di tutti i brani.

La produzione è molto curata, eppure la voce mantiene un tono volutamente grezzo, sporco, quasi strafottente. Come lavorate questo contrasto in studio? È una decisione che nasce da pancia o da testa?

Intanto grazie mille. In fase di scrittura in studio non ci mettiamo dei paletti, spesso e volentieri succede che si intreccino idee musicali/testuali di ognuna delle teste di questa band. Quindi inizialmente direi che è una decisione di pancia, a cui vengono associate decisioni di testa in fase di chiusura del pezzo.

Tra i versi emerge anche una figura femminile che “non ci crede ma spera in lui”. Quanto c’è di sentimentale, sotto tutta questa provocazione?

Questa strofa vuole far vedere l’altro della medaglia della situazione descritta nel pezzo. È importante che tutti i personaggi all’interno di un nostro brano abbiano il loro spazio per esprimere idee, pensieri ed emozioni in merito alle situazioni che stanno vivendo.

Tra funk, punk, indie e hip-hop: se doveste inventare un nome per il vostro genere musicale, che nome gli dareste? E cosa non potrà mai mancare in un pezzo dei leimannoia?

Il nostro nome nasce come risposta per chiunque ci chieda che genere di musica facciamo; noi rispondendo educatamente diciamo “lei m’annoia”. In un nostro pezzo non può mancare la commistione di diversi generi accostata a storie prese dalla vita quotidiana dei contesti che viviamo.

Immaginate questa canzone portata su un palco, in forma teatrale. Che tipo di scena sarebbe? Minimalista, esagerata, comica, tragica? Chi interpreterebbe il padre?

Innanzitutto vorrei conoscere il regista scellerato che decide di riprodurre il brano in chiave teatrale. Scherzi a parte, credo ci divertirebbe molto questa situazione. Onestamente non riesco a non pensare ad una riproduzione in stile teatro dell’assurdo, mi viene in mente “Waiting for Godot” di Samuel Beckett, ad esempio.

Ora che avete messo sul tavolo una narrazione così potente e disturbante, dove vi porterà il prossimo passo? State già lavorando a qualcosa che spinga ancora oltre i vostri limiti (o quelli dell’ascoltatore)?

Direi che il delirio è appena cominciato, stiamo lavorando, purtroppo per voi, ad altri pezzi che non vediamo l’ora di farvi sentire.