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Indie Pop

Aliperti, l’amore per il “Vintage” e per le cose fatte bene

Non sono solito, come saprà bene chi legge questa rivista, sbilanciarmi troppo nei confronti degli artisti emergenti che incontro lungo la mia via di implacabile censore: aspetto, solitamente, la carne al fuoco che solo un disco di debutto può dare, nell’era in cui tutto e tutti sembrano essersi affidati alla volatilità del singolo; con Aliperti, però, mi sento di fare una delle mie rarissime eccezioni, e a ragion veduta.

Sì, perché il giovanissimo talento (classe 2000, il tempo passa per tutti ma lui è ancora giovane, eccome…) di scuola Formica Dischi (realtà toscana da approfondire: nomi interessanti in roster) è in realtà ad un passo dalla pubblicazione di un disco d’esordio che, ne sono certo, farà parlare di lui; da dove mi deriva tutta questa sicurezza? Beh, basta che diate un ascolto alla già densa discografia del ragazzo: una manciata di brani che rivelano il gusto per un certo tipo di ricerca, di scrittura, di sonorità che fa scorgere un cuore antico tra le pieghe moderne, modernissime del progetto Aliperti.

Non a caso, il titolo del suo nuovo singolo (l’ultimo prima della pubblicazione del disco) non poteva che essere “Vintage”, perché in Aliperti tutto diventa patinato di un velo di nostalgia che fa guardare al passato, impreziosendolo: il brano parte con sonorità compassate, lasciando crescere poco a poco il groove attraverso una sapiente scrittura ritmica del testo, che rotola felicemente verso l’akmé di un ritornello che si fa “mantra”; se il mood del brano ammicca agli Ottanta per scelta di suoni e arrangiamento, nell’anima di Aliperti si scorge una deriva Settanta che fa godere i più “attempati” come me e potrebbe ricordare, ai più giovani, la musica di Giorgio Poi, altro campione della nuova leva cantautorale.

Il brano, poi, sa raccontare un’intimità fatta di ricordi e insicurezze che si mescolano nel sapore dolce della rimembranza, perché una foto venuta male è comunque una traccia indelebile (spesso, l’unica che abbiamo) del nostro passaggio, o del passaggio di person che amiamo e che, talvolta, dobbiamo accettare di perdere: la centralità della fotografia, ribadita anche in questo nuovo brano, si era già fatta avvertire nei singoli precedenti, come “Isola”, dimostrando una certa abitudine in Aliperti alla contaminazione fra linguaggi, all’incontro fra mondi artistici diversi.

Insomma, i presupposti ci sono tutti per continuare a credere che esista musica per la quale valga il tempo di scrivere una recensione, e la pena di leggerla. Ci aggiorniamo presto, perché quel tanto agognato disco d’esordio è oramai alle porte..

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Pop Rap

Casto ci ricorda che è tutto “Okay”

Atmosfere elettroniche, beat che sembra provenire da una galassia lontana, stiamo parlando del nuovo singolo di Casto che grida al mondo che è tutto “Okay”. Cantato in collaborazione con rckt e Illvminate, il nuovo singolo pubblicato il 24 ottobre per Awary Records e The Orchards è stata lanciata in orbita e sta girando già all’impazzata.

Lo abbiamo conosciuto con il suo singolo d’esordio “Weekend”, in cui Casto ci raccontava cosa voleva dire per lui sentirsi come se fosse sempre un fine settimana e ora possiamo continuare ad ascoltare una sua nuova produzione che dimostra quanto l’artista abbia voglia di sperimentare, mescolare insieme generi e sonorità elettroniche, e perché no, anche voci e stili di altri artisti. La tripletta Casto, rckt e Illvminate ha saputo dare i suoi frutti: “Okay” è uno di quei brani che oltre a trasmetterti le good vibes, ti fa anche ballare e lasciarti andare.

“è tutto okay” continuiamo a ripeterci nella mente e con questo pensiero nel cuore ci fortifichiamo ogni giorno, spronandoci a fare sempre di meglio. Forse è proprio questo il messaggio che Casto vuole dare ai suoi ascoltatori, e forse è proprio questo il motto che lo accompagna nella vita. Noi vogliamo sperare che sia così.

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Pop

Tutta la libertà di Marco Scaramuzza

Di Marco Scaramuzza avevamo già avuto modo di parlare qualche tempo fa, quando aveva consegnato all’etere il suo secondo singolo “Rosa” a poche settimane di distanza dall’esordio con “Cuore di plastica”.

Già allora, ci era sembrato di aver davanti un ragazzo speciale, e se vogliamo diverso da quelli che siamo abituati ad incontrare sui rotocalchi dell’indie nazionale; Marco, in effetti, ha qualcosa di estremamente vintage non solo nella musica che propone (che si ancora saldamente ad una certa tradizione autorale che, come tutte le cose belle, è destinata a non passare mai di moda), ma sopratutto nell’approccio al modo di fare musica.

Sì, perché nell’era della perfezione geometrica di sezioni auree testo-musicali ad appannaggio dei dosaggi giusti di esperti ragionieri discografici, nel secolo avaro delle riproposizioni seriali di altrettante riproposizioni seriali, nel marasma di anonimato che ad ogni venerdì di uscite rinnova la sua (poco) eletta schiera di nuovi volontari all’oblio, Marco si erge con la serenità del totem su tutto un panorama di illusi e disillusi della musica e della discografia facendo quello che gli riesce meglio: essere sé stesso, nudo e crudo (a tratti, anche fin troppo crudo!), e facendosi alfiere di un popolo invisibile (ma presente) che lotta silenziosamente per proporre un’alternativa a tutto questo rumore.

“Gli Invisibili” è un disco che fa pensare, e questo è forse il suo più grande merito. Non è un lavoro impeccabile, sia chiaro: certe cose, e Marco forse lo sa, potevano essere curate meglio in fase di produzione, ma è innegabile che il sentimento di forte urgenza e necessità che il lavoro comunica sin da primo ascolto convince l’ascoltatore ad affezionarsi a tanta convincente imperfezione.

Volete una prova? Ascoltatevi “Libero”, e arrivati al ritornello capirete che per Marco di regole non ne esistono. Se poi avete voglia di farvi mandare in tilt il cervello, la parabola de “L’orto” è quella che fa per voi: più vite raccontate ed intrecciate come matrioske nel giro di valzer di un brano denso, ammaliante e avvolgente.

Insomma, non lasciate che Scaramuzza resti invisibile. Per noi, non lo è già da un po’.

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Internazionale

Chi (e cosa) è IL COSA, lo iato dell’elettronica lo-fi italiana

Buon ritorno per IL COSA, che in “Iato” mette alla prova l’assopita capacità d’ascolto del pubblico italiano con un disco coraggioso, che non vuole ammiccare ad altro che non sia l’urgente ricerca di libertà creativa del suo autore.

IL COSA è il nome d’arte di Ilario Promutico, bassista e musicista elettronico ciociaro di stanza a Bologna. Passa gli anni dell’adolescenza coltivando l’interesse per l’arte e la cultura underground – in tutte le sue varie sfaccettature: fumetto, post-punk, grindcore, writing, hacking; dopo essere stato attivo in molteplici progetti musicali di stampo post-rock, dal 2011 intraprende una ricerca personale estetica imperniata sulla sperimentazione (di stampo eminentemente elettronico) di nuove sonorità e nuove pratiche creative: campionatori e sintetizzatori diventano pian piano padroni della sua scrittura, rimanendo particolarmente legato al dub industriale e alla bass music britannica. Un coacervo di influenze che, in effetti, emergono con prepotenza anche in “Iato”, “fumetto” musicale che certamente sarebbe piaciuto al mitico Prof. Bad Trip (nome d’arte del compianto Gianluca Lerici, grande fumettista ligure) e che di certo fa compiacere gli amanti di un certo tipo di “cultura alternativa” che oggi rischia di rimanere schiacciata sotto il peso della trasformazione radicale subita dal concetto di “indipendenza” negli ultimi dieci anni.

IL COSA è, infatti, più indie di tanti che oggi potreste trovare all’apice delle playlist editoriali dedicate al genere, reclamando per sé stesso la libertà di fare quello che gli pare. Sei tracce filtrate attraverso modificazioni diverse, contaminate da influenze che vanno dalla trap al lirismo lisergico della prima scena indipendente italiana; “Razza di idiota” restituisce un testo infuocato alle strumentali “Black Box” e “Nullipotent”, senza per questo preservarsi dalla livellazione distorcente di “Che non può essere salvato” e contribuendo a dare all’ascoltatore la sensazione di trovarsi al centro di un vortice risucchiante.

Un buon ritorno, che conferma l’attitudine alla sperimentazione di un artista eclettico, da scoprire. 

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Indie Pop

Calvino nello spazio: recensione non autorizzata

Domani esce Astronave Madre, il nuovo album di Calvino.

Forse non sai che Calvino non era un piccolo calvo. Basta col bodyshaming, siamo nel 2021. Cresci un po’. Però fa ridere come Italo Calvino si chiami Italo seppure non sia nato in Italia ma a Cuba. Fa ridere come questo articolo parlerà di Calvino senza parlare di Calvino e tante altre belle cose che non ti sto qui a spiegare. Immaginati però Calvino mentre spara raggi laser da un’astronave, tipo una di quelle che fa PEW PEW come qualsiasi film sullo spazio e sulla lotta tra il bene e il male. Questa è la storia di quel Calvino.

Calvino nello spazio non si sa come ci sia finito. Non si sa che missione avesse o se fosse lì per scopi professionali, tipo per prendere ispirazione per scrivere il sequel de Il Barone Rampante ma stavolta con il protagonista Cosimo aggrappato ad un asteroide invece che sugli alberi dopo essersi definitivamente rotto il cazzo non solo della sua famiglia, della gente delle sue lande, ma di tutto il mondo intero. Non è da biasimare. Sta di fatto che comunque Calvino sullo spazio c’è. È un sogno? Ah, magari. No no, Calvino nello spazio esiste. Non ci credi? Beh, allora mi spiace ma puoi anche finire di leggere l’articolo qua.

Ancora sei qui? Guarda che ti sento mentre pensi. Non è vero che sto tergiversando perché non so su dove voglia andare a parare e che Calvino nello spazio non esiste. Sono tutte bufale le tue, vergognati. Calvino nello spazio c’è, esiste ti dico! Con una mega navetta di Space X, quelle che ti fanno dire “Uà, che spettacolo” quando i suoi razzi riatterrano con classe. Ma non in questo caso: i razzi di Calvino, guidati da una sofisticatissima intelligenza artificiale, sono tipo schizzati malissimo quando questa ha ascoltato tutto l’audiolibro di Città Invisibili letto da Franco Battiato in circa tre secondi e mezzo. Non ha retto così tanta sofisticatezza tutta insieme e presa dall’angoscia e dalla consapevolezza che non sarebbe mai riuscita a raggiungere quella qualità di stile, ha deciso si scagliare i razzi in una scuola per bambini sordo ciechi muti orfani cresciuti e trattati malissimo in istituti privati gestiti da persone cattivissime. Però non è riuscita a colpire l’obiettivo – perché si sa che i sofisticati con la praticità hanno qualche problemuccio, mannaggia – e sbadatamente ha colpito un bocciodromo in provincia di Pesaro-Urbino. In quel momento vuoto: più o meno come la provincia di Pesaro-Urbino. Ma Calvino non ha saputo niente di questo, purtroppo non gli arriva il 5G da lassù e quindi non può leggere le notizie dei quotidiani online italiani. Che fortunato, una vittima in meno nel clickbaiting.

Calvino nello spazio esiste, quindi. Sei tu che non esisti forse. Ancora non sei convinto? Ah, problemi tuoi. Guarda meglio. Lo vedi quel puntino in cielo dalla tua finestra? Esatto, è perché non lavi bene i vetri. Secondo gli studi di un istituto scientifico di cui vorrei citare il nome ma tanto te lo dimenticherai subito, i vetri delle finestre sono quelle cose che vengono lavate di meno all’interno di una casa. Ecco, una volta lavati meglio i vetri potrai cercare Calvino nello spazio. Ma non lo vedrai perché è troppo lontano per osservarlo ad occhio nudo. Neanche con un telescopio tipo uno di quelli megafighissimi che vedi solo nei film americani potrai notarlo, perché per vederlo devi farti un bel viaggione interiore. Uno di quelli che ti fa fare Calvino, la band milanese, con il loro nuovo album Astronave Madre, in uscita domani, venerdì 19 marzo. Ecco, forse così potrai notarlo, accorgendoti soprattutto alla fine di quel viaggio che non sei tu a ricercare Calvino nello spazio, ma è Calvino nello spazio a ricercare te e ciò che puoi veramente diventare. Intanto, iniziare a credere a Calvino nello spazio è un buon inizio.

foto inedite di Simone Pezzolati

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Internazionale Pop

AGARTHI è il rave spirituale di Sem&Stènn

Chi l’ha detto che le divinità risiedono solo nell’alto dei cieli? Chi ha ancora questa convinzione troppo ristretta sarà perché non ha ancora ascoltato “AGARTHI”, il nuovo album di Sem&Stènn, che dal 19 febbraio segna la discesa del Paradiso in Terra.

Avevamo già avuto un assaggio di questa manna dal cielo con “Champagne” e “La notte con il sole”, due singoli che anticipano un progetto di dimensioni più grandi e che dunque creano quell’hype giusto per accogliere le emozioni che ci avrebbe poi regalato l’uscita dell’album. Volendo usare le parole di Sem&Stènn, “AGARTHI” è un pianto in discoteca, è il grido di ribellione di due voci che fino a questo momento hanno dovuto fare i conti con una società poco aperta alla diversità.  Sem&Stènn ci portano dunque nel loro posto segreto, nel loro rifugio dal mondo, quel posto in cui l’unica parola d’ordine è la libertà di essere sé stessi, senza paura di giudizi e pregiudizi: Agarthi è appunto il paradiso sotterraneo dove regnano indiscusse l’espressione libera e senza freni di ognuno di noi.

In un misto di spiritualismo ed elettronica dall’est Europa, cori ecclesiastici e synth pop dalla scena inglese, l’ultimo album di Sem&Stènn non può che essere definito come un rave spirituale a cui tutti sono invitati a spogliarsi e a ballare senza freni.

La danza come rituale catartico e la musica come elemento depurativo sono alla base del progetto più queer d’Italia. Andiamo a scoprire direttamente con loro, nell’intervista qui sotto, il significato che ha avuto per loro la parola “Agarthi” e quanto questa si applica nella loro vita musicale!

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Pop

I mille piani di Millepiani

“Eclissi e albedo”, detto anche “piccolo viatico alla comprensione dei sogni”.

Sì, perché al primo ascolto del primo disco da solista di Millepiani, la sensazione che emerge è quella di trovarsi al centro di un tornello onirico, che ad ogni nuovo brano lascia entrare l’ascoltatore sempre più in profondità in una giungla di riferimenti, di spunti di riflessione, di citazioni erudite. “Erudita“, che bella parola, oggi che le parole nemmeno le usiamo più, preferendo sintetiche abbreviazioni e cenni d’intesa che poi, d’intesa vera, non sono mai.

Ecco, in questo senso Millepiani rappresenta una resistenza all’usura del quotidiano, del profano inteso in senso più prosaico, meno poetico: la sua scelta lessicale comprende una gamma di lemmi che già di per sé fungono da cesoia e forbice per un pubblico da costruire, sì, ma con attenzione e selezione; non è da tutti, l’ascolto di “Eclissi e albedo”, e Millepiani lo sa. Quando si scrive musica, almeno così penso, è un po’ come se si partecipasse ad uno speed date: hai tre minuti scarsi per convincere qualcuno a continuare ad ascoltare cos’hai da dire, cosa c’è oltre la manciata di secondi che l’ascolto di un brano offre; come in ogni forma di dialogo, la scelta delle parole determina la reale possibilità ricettiva dell’interlocutore, che di fronte ad un lessico sconosciuto e una grammatica dimenticata reagirà ritraendosi, oppure lasciandosi affascinare ancor di più dallo stile di Millepiani.

Sì, non ci sono vie di mezzo, per “Eclissi e albedo”: o ci stai dentro, o te ne tieni fuori – e a distanza, perché ciò che non si conosce spesso fa paura. Le otto tracce del disco aprono lo sguardo su mondi fatti di letteratura, poesia e filosofia pregna e densa: i giochi di luce che scaturiscono dal disco non sono dovuti a semplici scelte di produzione ma alla poetica di una penna consapevole della propria mission poetica, tutta incentrata sull’importanza dei punti di vista. Il sole, l’eclissi, l’albedo, la notte sono fenomeni di trasformazione della luce che trovano acchito nella riflessione esistenziale e metaforica sull’uomo, soggetto implicito quanto dimenticato dai tre quarti della produzione autorale contemporanea, sempre più attenta alla narcisistica auto-referenzialità che alla meditazione riguardo a ciò che siamo.

In questo senso, il disco di Millepiani è un lavoro per cuori forti. Certe porte, abbiamo paura ad aprirle perché non sappiamo cosa ci aspetti al di là della soglia. Ecco, il cantautore toscano sembra aver creato una sorta di mappa utile a non perdersi (o forse, più utile a smarrirsi) nel labirinto della coscienza; certo, qualche pecca sull’intenzione vocale – talvolta un po’ troppo seduta sulla declamazione stentorea, quasi con andamento monodico, da vaticinio più che da pop music – e forse (almeno, a mio gusto) qualche sbrodolamento lessicale di troppo c’è, ma nulla che un po’ di labor lime e sana ginnastica solistica non possano risolvere, nel complesso di un polittico articolato che sembra già avere le carte in regola per suscitare nuove conferme. Aspettiamo risvolti.

Intanto, qui sotto, le nostre domande a Millepiani, per capire meglio come si possa trovare l’alba dentro l’imbrunire.

La nostra intervista a Millepiani
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Indie Pop

“Rondò”, il nuovo singolo di Stefanelli

E’ da qualche giorno a questa parte disponibile ovunque l’ascolto (corredato dalla pubblicazione, oggi, del relativo videoclip) del nuovo singolo di Stefanelli, cantautore napoletano frontman dei Kafka Sulla Spiaggia e musicista di Blindur, al ritorno sulla scena pop contemporanea con “Rondò” (Dischi Rurali).

Fin da subito, risulta evidente la continuità poetica e stilistica con quello che Stefanelli sembrava aver già detto in “Controcorrente”: la bassa qualità ricercata e quasi vezzosamente ostentata sin dagli esordi solistici del cantautore è infatti il perno centrale della produzione di un brano anomalo, in perpetuo moto centripeto verso la ricerca di una stabilità impossibile perché non voluta.

La struttura del pezzo non presenta picchi ma si sviluppa per galleggiamento, rimanendo a pelo d’acqua perché emblema, verrebbe da dire, di una condizione di apparente anestesia; ed è così che, in “Rondò”, il lead di sintetizzatore – che fa da ri-equilibratore dell’errare onirico delle strofe – si rivela essere pungolo per l’intorpidimento, necessario a non far entropicamente avviluppare il brano su sé stesso, certo, ma anche a tenere la resa del tutto lontana dalla deriva del ritornello da hit.

La scelta, qui, passa dall’estetico all’etico: se “Controcorrente” aveva gettato le basi per una rigenerazione dell’autenticità, “Rondò” continua sul tracciato di una poetica convincente perché identitaria e sincera.

Qui, di seguito, la nostra video intervista a Stefanelli:

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Pop

“Quella volta al mare”, il nuovo singolo di Solisumarte

Buon ritorno quello dei Solisumarte, da venerdì scorso anche su New Music Friday e Scuola Indie di Spotify

Dopo le ottime uscite precedenti, il duo bresciano cementifica nell’ascoltatore la certezza di trovarsi di fronte a qualcosa di solidamente pop e attuale con “Quella volta al mare”, ballad maliconica dal sapore it-pop per accompagnare il popolo del nuovo indie (che il più delle volte, di indipendente, ha ormai ben poco) all’ingresso di un autunno sospeso, come l’estate nostalgica raccontata da Solisumarte nella polaroid del nuovo singolo.

Tanto Frah Quintale tra le linee sottese (e sotto la luce del sole) tra le distanze di due anime che sembrano lontane sì, ma non così tanto da non ricordarsi più il proprio nome; la produzione intelligente e contemporanea rende ancor più godibile lo scorrere di un brano vincente perché onesto, sincero e ben pensato e studiato, nell’era del dilettantismo istituzionalizzato.

Di certo, il percorso che sembra aver di fronte Solisumarte pare essere ben tracciato nella direzione del conseguimento di un’identità autorale e musicale che ha bisogno di farsi sempre più unica e differente rispetto alle tante copie sbiadite del mainstream nostrano: “Quella volta al mare”, intanto, dimostra la forte vena pop di un progetto interessante e giovane, che con il tempo confidiamo possa continuare a convincere come meritatamente ha fatto fin qui.

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Pop

Listanera, Bebeto ed altri campioni

Tornare in campo non è mai semplice quando sei stato lontano dall’erba di gioco per mesi, costretto alla panchina forzata da un male invisibile che ha eroso le ginocchia ma non il talento; ore e ore passate a contare i secondi interminabili di novanta minuti lunghissimi, mentre davanti a te, nelle parate della domenica, sfilano tacchetti giovani che il calcio oggi chiama geni, che domani marchierà come meteore.

Listanera è lontano anni luce dallo showbiz della musica, dalle arene musicali sempre più simili a distorti colossei che a palchi pieni di vita e bellezza: l’incendiarsi del Maracanà sembra aver ceduto il passo alla steppa brulla del calcio pensato, quello che si gioca per differita e con l’unico obbiettivo di essere tra le prossime comete di un firmamento sovraffollato, fatto di tante star ma di pochissime stelle.

Da sempre refrattario alla ribalta dei red carpet, Listanera fa da una vita come Oriali, correndo su e giù lungo il filo di un discorso – quello fra lui e la musica – che non può chiudersi perché non ha mai avuto bisogno di dirsi aperto, per potersi credere reale: Daniele è nato con le scarpette addosso, e vuoi o non vuoi di palleggiare non smetterà mai, anche quando i riflettori si saranno spenti sul silenzio delle tribune e sulle bugie del mercato.

Dentro “Bebeto”, in realtà di calcio si parla poco. Il centro della narrazione rabbiosa (perché passionale, vera, autentica) di Listanera rimane il tormento di una rincorsa che pare essere la condicio sine qua non di una dignità da tutelare, di una verità da difendere: il cantautore romano non ha bisogno del clamore della stampa, dell’attenzione del pubblico o di qualche amore perduto per continuare a correre come sempre ha fatto, perché laddove l’urgenza si fa fisiologica si entra nel campo della necessità vitale ed ineluttabile, e spingere o meno la palla in rete diventa un dettaglio quasi irrilevante.

“Bebeto” è un brano che suda, e trasuda tante cose: da Dalla a Venditti, passando per la synth-wave che già sembrava potesse essere, nei precedenti brani, la scelta registica di fondo dei nuovi lanci discografici di Listanera; il resto, va ascoltato. Magari non ne sentirete il ritornello in radio, ci certo non vedrete Daniele scimmiottare i propri artisti preferiti sul palco di qualche talent; ma che importa: non è da questi particolari che si giudica un cantautore.

Un cantautore, diceva più o meno così qualcuno del settore, lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia: di tutto ciò, ve lo posso assicurare, Listanera è ben fornito.