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Recensione rock

IL GRILLO PARLANTE: Quando il punk torna a fare domande | Recensione

Dopo anni di silenzio, i JodedosS tornano con IL GRILLO PARLANTE, un EP in sei tracce che mette al centro una domanda tutt’altro che comoda: come restare se stessi in un mondo che sembra spingere sempre più verso l’omologazione?

Cinque brani inediti e la rilettura di Precipito di Giorgio Canali & Rossofuoco costruiscono un lavoro energico, attraversato da punk, rock e ironia. La scrittura alterna critica sociale e immagini surreali mantenendosi in perfetto equilibrio tra il desiderio di provocare e quello di coinvolgere. Ed è proprio questa capacità di non prendersi troppo sul serio a rappresentare uno degli aspetti più riusciti del disco. I JodedosS affrontano questioni tutt’altro che leggere, ma lo fanno evitando di trasformare le canzoni in semplici manifesti ideologici: le idee si intrecciano alla musica e si fanno ritmo, ma lasciano spazio anche a un tocco di sana irriverenza che permette di guardare la realtà da una prospettiva diversa.

Alienazione, manipolazione, libertà di pensiero e difficoltà nel costruire un’identità diventano i punti cardinali di un progetto che non vuole offrire risposte preconfezionate. Al contrario, il “Grillo Parlante” evocato dal titolo rappresenta quella voce interiore che continua a dubitare, a fare domande e a rifiutare una vita già scritta da altri. Una presenza scomoda, a volte fastidiosa e petulante, ma oggi più che mai necessaria, perché il rischio più grande non è soltanto quello di essere manipolati, ma soprattutto quello di smettere di accorgersene. In questo senso, il disco invita a recuperare uno spirito critico che sembra sempre più difficile da esercitare, senza cadere nella retorica o nella tentazione di indicare una strada valida per tutti. Il dubbio diventa così una forma di resistenza, mentre l’ironia si trasforma in uno strumento per smontare convenzioni, abitudini e false sicurezze.

I JodedosS fanno quindi ritorno con un disco riuscitissimo proprio perché riesce a tenere insieme contenuto e impatto, ma anche rabbia, lucidità e leggerezza. I brani non si limitano a comunicare un disagio, ma riescono a trasmettere concretamente la voglia di reagire. Non si tratta quindi un’energia fine a se stessa stessa, né si esaurisce nella semplice aggressività sonora… è piuttosto il motore di un discorso che vuole scuotere l’ascoltatore, spingerlo a interrogarsi e, possibilmente, a non accontentarsi.

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Pop Recensione

sokind, due amici di Vicenza e un disco (stavolta) scritto in italiano

Massimiliano Lorenzin e Lorenzo Milan si conoscono da molti anni. Prima di avere un nome in comune condividevano musica, fotografie e video, poi nel 2023 hanno deciso di mettere tutto nello stesso posto ed è nato sokind. Le prime canzoni erano in inglese, più vicine agli ascolti elettronici internazionali del duo. Col tempo Massimiliano, che scrive e canta, si è accorto che in italiano riusciva a dire le cose in modo più preciso. controluce, uscito il 25 settembre, è il risultato di questo cambio: il primo album dei sokind e il primo interamente nella loro lingua.

Il suono resta elettronico, con Lorenzo che produce da anni, mentre la scrittura va verso la canzone italiana. Le dieci tracce parlano di relazioni in tutte le loro fasi, compresa quella in cui non è chiaro se una relazione ci sia. “Respirare”, che apre il disco, sta tutta in quel punto incerto: due persone che si vogliono bene e non sanno quando avvicinarsi e quando lasciare spazio. “Ho paura di toccare / di sbagliare direzione”, canta Massimiliano, in una stanza dove la radio è accesa e nessuno parla. È un’apertura gentile, con un passo morbido che mette subito a proprio agio.

Più avanti le relazioni finiscono, e il disco le guarda da angolazioni diverse. “Lontano da te” arriva quando il dolore si è già posato e si può ripensare a una storia senza volerla ricominciare (“A volte lasci andare / per non farti mancare”). “Sale nell’acqua” racconta invece la fine che non ha un momento preciso, quella che si consuma piano, come il sale che si scioglie e a un certo punto non c’è più. Il ritornello ripete “va bene così”, e sembra davvero un modo per voltare pagina. Nella stessa canzone ci sono le righe migliori dell’album: “Ci siamo persi come si perde una lingua / che parlavi da bambino e adesso taci”.

Se c’è un limite, sta in qualche immagine che chi ascolta indie italiano ha già incontrato spesso: le luci dei bar, il messaggio scritto e cancellato, i treni che passano e fanno male. Sono dettagli che non rovinano niente e che vengono compensati, quasi sempre, da un verso più personale poco dopo. Viene da pensare che il passaggio all’italiano sia ancora in corso, e che nei prossimi lavori quella precisione cercata da Massimiliano potrà spingersi ancora più in là.

Il duo fa tutto internamente: scrittura, produzione, mix, master, artwork, fotografie e i dieci Official Visual, uno per brano, girati nello stesso set a camera fissa. Ne esce un esordio compatto, dieci brani in poco più di mezz’ora, che si ascolta tutto d’un fiato e lascia voglia di rimetterlo dall’inizio. Il consiglio è di farlo con i testi sotto gli occhi, almeno la seconda volta.

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Elettronica Pop Recensione

MOVIDA: Il percorso di un’identità sonora sempre più definita | Recensione

Con “Movida”, [lessness] compie probabilmente uno dei passi più significativi del proprio percorso artistico. Non tanto perché cambi radicalmente direzione, quanto perché riesce finalmente a dare una forma pienamente compiuta a un linguaggio che negli anni si è costruito con coerenza. Dietro il progetto c’è Luigi Segnana, musicista e produttore che ha sempre preferito lasciare spazio alla musica piuttosto che alla propria immagine. Una scelta sempre più rara, che ha contribuito a rendere [lessness] un progetto riconoscibile proprio per il suo universo sonoro fatto di elettronica minimalista, suggestioni dark e di una scrittura che mette sempre al centro l’atmosfera e la costruzione emotiva.

L’origine stessa del nome [lessness], ispirato all’opera di Samuel Beckett, racconta molto dell’approccio dell’artista: essenzialità, sottrazione, ricerca di significato attraverso il vuoto più che attraverso l’accumulo. Una filosofia che attraversa anche “Movida”, album scritto, registrato, mixato e masterizzato interamente da Segnana. I singoli pubblicati nei mesi precedenti avevano già lasciato intuire la direzione intrapresa, ma ascoltato nella sua interezza il disco acquista un respiro completamente diverso e si ha la percezione di un racconto unitario che ha nella notte il suo scenario privilegiato.

“Movida” rappresenta così un punto di arrivo e, allo stesso tempo, una nuova partenza. È il lavoro di un artista che ha scelto di crescere senza rincorrere le mode, affinando invece una poetica precisa e una cifra stilistica sempre più riconoscibile. E in un’epoca in cui molti progetti cercano continuamente di reinventarsi, [lessness] dimostra che anche la continuità può essere una forma di evoluzione. E questo album ne è la prova più convincente.

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Pop Recensione

E NON È TARDI: Il tempo che resta, il tempo che siamo | Recensione

Ci sono dischi che chiedono di essere ascoltati lentamente, perché la loro materia prima non è il rumore del presente ma il silenzio che rimane quando tutto si ferma. “E non è tardi”, il nuovo album di Giulia Vestri è un lavoro che guarda al tempo non come a una misura perduta, ma come a uno spazio ancora possibile da abitare. Fin dal titolo l’album sembra rivolgersi a chi ha avuto la sensazione di essere arrivato fuori tempo massimo, di aver lasciato indietro qualcosa, di non aver seguito il ritmo imposto dagli altri. La risposta della cantautrice non è una promessa facile né un invito alla leggerezza, ma una presa di coscienza. Il tempo non cancella, stratifica. Le esperienze, le ferite e le domande diventano parte della voce con cui ci raccontiamo.

I testi sono il cuore pulsante del disco. Giulia Vestri scrive con uno sguardo rivolto all’interno, ma senza mai chiudersi in una dimensione esclusivamente privata. Le sue inquietudini personali incontrano quelle collettive: la distanza tra le persone, la confusione del presente, il bisogno di ritrovare autenticità in un mondo spesso dominato dalla velocità e dall’apparenza. Le sue canzoni non offrono risposte definitive, ma aprono finestre invitando a guardare meglio ciò che spesso scegliamo di ignorare.

“E non è tardi” è un album sulla possibilità di ricominciare senza cancellare ciò che è stato. Un disco che parla di fragilità, ma soprattutto di consapevolezza. Giulia Vestri costruisce un piccolo atlante emotivo del presente, dove anche il dubbio può diventare una forma di coraggio. Perché forse il tempo non è qualcosa che perdiamo. Forse è qualcosa che impariamo finalmente ad ascoltare.

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“Collected Sounds vol. II” di Diana Winter: la nostra recensione

Con Collected Sounds vol. II – Live in Studio, Diana Winter prosegue il percorso iniziato con il primo capitolo, mantenendo intatta quella ricerca di autenticità e immediatezza che aveva reso così speciale il “vol. I”. Anche qui il cuore del progetto resta il live in studio: un modo di registrare che rifiuta l’eccesso di costruzione e lascia spazio alla natura della musica nell’istante del presente.

Il punto in comune tra i due lavori è sicuramente la capacità di trasformare ogni brano in un’esperienza tattile. In entrambi gli EP si percepisce il desiderio di rallentare, di restituire valore al momento presente e al dialogo umano tra musicisti.

La differenza principale, invece, sta nell’atmosfera. “Collected Sounds vol. I” aveva un carattere più nostalgico e raccolto. Il “vol. II” si apre: pur mantenendo la stessa intimità sonora, introduce una tensione emotiva diversa. Brani come “Can’t Let Go” o “Don’t Give Up Your Mind” mostrano una scrittura che cerca equilibrio tra introspezione e slancio, mentre la collaborazione con Andrea Faustini in “8 (circle)” aggiunge un ulteriore livello di dialogo e intensità.

Questo secondo volume non replica semplicemente la formula del primo, ma la evolve. È la conferma di un progetto artistico coerente, ma in continua trasformazione, dove spontaneità e cura non si contraddicono. Diana Winter dimostra ancora una volta che la semplicità può essere profondamente contemporanea.

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Tra rabbia e coerenza: i COLLA nel loro nuovo album resistono al pop da classifica

I COLLA con “FINIREMOTUTTIAFARCIMALE!” non cambiano pelle, ma la tirano fino a farla quasi sanguinare. È un disco che non cerca di piacere e non prova nemmeno a essere “attuale”: preferisce restare fedele a una propria idea di rock italiano sporco, diretto, senza filtro, dove la forma è sempre subordinata all’urgenza.

Rispetto ai lavori precedenti, qui la band sembra aver ridotto le distrazioni. Meno divagazioni, meno concessioni, più concentrazione sul colpo secco. I brani sono costruiti come piccole esplosioni: durano il tempo necessario a lasciare il segno e poi si consumano rapidamente, come se il disco fosse pensato per essere suonato più che ascoltato in silenzio.

Il linguaggio resta quello tipico dei COLLA: quotidiano, a tratti volgare, volutamente anti-poetico. Ma è proprio in questa scelta che si gioca la loro identità. Non c’è ricerca di metafore sofisticate, ma la volontà di restituire un immaginario preciso fatto di frustrazione, provincia, amicizie consumate e una rabbia che non trova mai un vero bersaglio.

Dal punto di vista sonoro, il disco è compatto e coerente: chitarre sempre in primo piano, ritmi essenziali, poca sovrastruttura. A tratti sembra quasi una registrazione “di pancia”, ma dietro si percepisce comunque un controllo maggiore rispetto al passato. I COLLA non stanno improvvisando: stanno affinando il loro linguaggio, rendendolo più riconoscibile.

Quello che colpisce è che, pur dentro una grammatica punk ormai ben definita, il disco non suona mai sterile. C’è ancora tensione, c’è ancora attrito, e soprattutto c’è ancora la sensazione che ogni pezzo nasca da qualcosa di reale, non da una formula.

“FINIREMOTUTTIAFARCIMALE!” non reinventa nulla e non lo pretende. Però consolida un’idea: che in Italia esista ancora spazio per una band capace di trasformare il disagio quotidiano in musica immediata, senza mediazioni. E in questo, i COLLA restano coerenti fino in fondo, anche quando fanno male.

Simone Pass: voce e basso
Davide Prebianca: batteria e voce
Mattia Crestanello: chitarra e voce 

Niko: cori 
Icio: cori 

Registrato e prodotto in cinque giorni con Maurizio Baggio (La Distilleria Produzioni Musicali)
 

BIO:
 
COLLA è un trio vicentino nato nel 2017 dall’incontro tra musicisti già attivi nella scena alternativa punk italiana. Il loro suono fonde l’urgenza del punk, la potenza dell’hard rock e la melodia del pop, dando vita a un mix esplosivo e immediatamente riconoscibile. I testi, diretti e sinceri, raccontano con disillusione e ironia la fragilità quotidiana, mentre dal vivo i COLLA sprigionano pura energia: nessun filtro, nessuna posa — solo suono, sudore e contatto con il pubblico. Ogni concerto è un’esperienza collettiva, intensa e viscerale, che li ha portati a calcare palchi di club, festival e rassegne in tutta Italia.
 
I COLLA sono Hard perché pestano più duro che possono su fusti, basso e chitarre.
I COLLA sono Punk perché ti dicono le cose come stanno.
https://www.instagram.com/colla_laband

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Luca Red: cosa succede quando i numeri smettono di proteggerti (recensione)

Luca Red è artista, autore, produttore, discografico, editore e manager musicale con oltre trent’anni di esperienza. Nel tempo ha lavorato con figure storiche del panorama italiano e, negli ultimi anni, ha affiancato artisti e professionisti anche nella valutazione e negoziazione dei contratti discografici, occupandosi di tutta quella parte del sistema che raramente entra nella narrazione pubblica. Il suo è uno sguardo diretto, senza filtri né indulgenze, uno sguardo che porta avanti quotidianamente anche attraverso il suo canale Instagram.

L’esperienza professionale di Luca Red è il risultato di un cammino che lo ha portato ad analizzare il mondo della musica da tutte le angolazioni possibili. Per questo, quando decide di pubblicare un libro che afferma già nel titolo, senza alcuna ambiguità, che “il valore batte i numeri”, possiamo dire con assoluta certezza che sa di cosa sta parlando.

“Costruisci valore – Il valore batte i numeri” non ti spiega come funziona il sistema. Ti mostra cosa succede quando smette di funzionare per te.

Luca Red scrive partendo da una posizione scomoda: quella di chi i numeri li ha visti funzionare, gonfiare carriere, legittimare scelte sbagliate e poi sparire senza lasciare niente a cui aggrapparsi. Il punto non è demonizzare i numeri, ma smascherarli. Perché il problema non è misurare tutto, ma aver smesso di chiedersi cosa valga davvero la pena misurare.

Il libro è breve, spezzato, pieno di pause. Non è un libro che accompagna, ma interrompe. Ogni pagina sembra dire “fermati un attimo”, come se Luca Red sapesse già che il lettore a cui parla è abituato a correre, a ottimizzare, a inseguire segnali che cambiano ogni settimana.

Qui non c’è niente da ottimizzare. C’è solo da capire se quello che stai costruendo ha fondamenta o sta in piedi per inerzia.

La forza del testo sta nella sua concretezza. Quando parla di valore, non lo fa in astratto: parla di identità, di scelte che escludono, di direzione. Di tutto ciò che non fa numero, ma che decide se un progetto può durare quando l’attenzione si sposta altrove. È una riflessione che pesa soprattutto su chi lavora nel digitale, perché mette in crisi l’equazione più comoda di tutte, quella che “visibilità = esistenza”.

“Costruisci valore – Il valore batte i numeri” non è un libro scritto per motivarti. È un libro scritto per responsabilizzarti. Ti chiede quanto vali quando nessuno ti guarda, quando le metriche si azzerano, quando devi spiegare – a te stesso prima ancora che agli altri- perché quello che fai merita di continuare.

Non consola. Non promette. Ma se lo prendi sul serio, ti obbliga a fare una cosa che oggi pochi fanno: smettere di inseguire segnali e tornare a costruire senso.

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Reality dei Not My Value: scegliere se stessi, oggi

In un panorama musicale sempre più guidato da algoritmi, trend e appartenenze forzate, Reality dei Not My Value si impone come un gesto controcorrente. Non nel senso della provocazione, ma in quello – molto più raro – della coerenza. Questo album non cerca di inserirsi in una scena, né di intercettare un pubblico specifico: sceglie piuttosto di esistere alle proprie condizioni.

Reality è un disco che rifiuta l’urgenza dell’hype. Non alza la voce, non rincorre formule vincenti, non si appoggia a estetiche riconoscibili per risultare immediatamente decifrabile. I Not My Value costruiscono un lavoro che procede con passo sicuro, lasciando che siano i brani – e non il contesto – a definire l’identità del progetto. Una scelta che oggi suona quasi politica.

La scrittura mantiene un equilibrio costante tra immediatezza e profondità, senza mai cedere alla tentazione della semplificazione emotiva. I testi non cercano slogan né frasi-mantra, ma raccontano una realtà fatta di sfumature, contraddizioni e consapevolezze mature. È un realismo che non ha bisogno di essere spiegato: si manifesta nel modo in cui le canzoni respirano, si prendono il loro tempo, evitano l’eccesso.

Anche la produzione segue questa linea di integrità: pulita, controllata, mai esibita. Ogni elemento è al servizio del brano, non della dimostrazione di forza. Reality non vuole stupire, vuole durare. Ed è proprio questa attitudine a renderlo un disco solido, credibile, capace di attraversare più ascolti senza consumarsi.

Con questo album, i Not My Value rivendicano il diritto di non appartenere a nulla se non alla propria visione. Reality è la prova che, in un sistema che spinge all’omologazione, scegliere se stessi resta uno degli atti più radicali possibili.

DISCHI LIMITED EDITION

La stampa del disco è stata realizzata a mano da Officina del disco. Si tratta di un’edizione limitata infatti ne sono state prodotte solo 30 copie. Il numero della copia si trova in fondo al lago nell’ultimo strato di “Reality” perchè anche il disco, come lo show, è un’esperienza da scoprire su più livelli.

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Restare incompiuti: “Il Quinto Giorno” di Alek come atto di resistenza emotiva

Con Il Quinto Giorno, Alek non costruisce semplicemente un disco: apre una soglia. Un luogo fragile e sospeso, dove l’identità non è ancora una scelta definitiva e le emozioni non sono state tradotte in maschere. Ispirato al quinto giorno della Genesi, quello delle creature dell’acqua e del cielo, prima dell’uomo e delle sue strutture, l’album vive nel confine tra istinto e coscienza, tra ciò che si è stati e ciò che si potrebbe diventare. È un lavoro che rifiuta la forma chiusa, preferendo restare ferita, domanda, passaggio.

L’impressione complessiva è quella di un viaggio interiore senza mappa, attraversato da smarrimento, nostalgia e rabbia, ma anche da una lucidità nuova. Brani come Respira, Vertigine e Oceano restituiscono la sensazione costante di deriva: il sentirsi fuori posto nella propria vita, la difficoltà di riconoscersi, la mente che diventa il primo nemico. Il tempo, in questo disco, non ha un potere salvifico. In 1096 giorni ritorna infatti come ossessione, come attesa che si prolunga fino a diventare prigione, mentre in X5 il passato viene guardato senza indulgenza, come qualcosa che può insegnare solo se affrontato davvero.

La scrittura di Alek è diretta, disarmata, capace di nominare l’autosvalutazione e la paura dell’amore senza trasformarle in slogan. In Impossibile e Gocce di vetro il sentimento resta sospeso, bloccato in parole non dette e occasioni mancate. In Rancore l’addio non è mai definitivo, ma continua a bruciare sotto la pelle. Figli dell’odio e La fine del mondo allargano invece lo sguardo, trasformando il disagio individuale in una riflessione più ampia su identità imposte, responsabilità personali e collettive, e su un futuro che sembra già consumato.

Il momento più cupo e luminoso insieme è Cenere, dove il dolore intimo si fa memoria collettiva e la musica diventa sospensione, rispetto, silenzio. La produzione, sospesa tra suoni eterei ed elettronici, accompagna tutto il disco senza mai sovrastarlo, lasciando spazio alle parole e alle crepe.

Il Quinto Giorno non promette rinascite facili. È un manifesto di metamorfosi incompleta, un album che non chiede di essere capito subito ma ascoltato con attenzione. Alek non offre risposte, ma qualcosa di più raro: il permesso di restare incompiuti e il coraggio di scegliere chi diventare dopo aver guardato il passato negli occhi.

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Mike Orange: “Una sera” tra ironia, incontri e un’identità musicale sempre più definita 

Mike Orange pubblica Una sera, nuovo video immerso nelle strade di Norma, in provincia di Latina: un borgo trasformato in un set, con una serie di personaggi che delineano un affresco urbano immediato e riconoscibile. La scelta di interpretare molteplici figure permette al cantautore di ampliare il campo narrativo e di rappresentare diverse sfumature emotive. La regia di Maurizio Carraro segue un approccio essenziale, preferendo la spontaneità all’artificio. Ogni scena sembra catturata nella sua naturale imperfezione, scelta che contribuisce a rendere il racconto più autentico. 

Il montaggio di Isabella Feudo costruisce il ritmo visivo attraverso sequenze brevi, che richiamano i frammenti di un incontro fugace. La fotografia di Enrico De Diviitis cerca la luce naturale, valorizza i colori dell’ambiente e restituisce un clima luminoso, coerente con l’atmosfera del brano. Martina Deputato occupa un ruolo importante nella dinamica del video, perché dà concretezza alla possibilità dell’incontro. La sua presenza bilancia le figure interpretate da Mike, creando un dialogo silenzioso che attraversa il videoclip. 

Il brano nasce da un momento personale complesso, trasformato in una canzone dal tono leggero. L’accenno alla bossanova imprime una direzione chiara alla produzione, evocando immagini di sole, di mare e di respiro ampio. Il video accoglie questa sensazione e la traduce in una narrazione senza sovrastrutture. I personaggi rappresentati da Mike non sono macchiette, ma silhouette che suggeriscono modi diversi di attraversare la vita quotidiana. 

Il percorso dell’artista si intreccia con questo progetto. Mike Orange è un cantautore che ha costruito la propria identità attraverso esperienze live, collaborazioni e una costante ricerca di un equilibrio sonoro personale. Dai primi singoli al successo di Sensibile, fino ai 40 concerti realizzati in un solo anno, il suo lavoro mostra una crescita costante. Una sera si pone come un anello di congiunzione fra il passato recente e l’EP Aranciata Amara, che punta a definire una visione ancora più chiara del suo pop. 

Il video funziona perché non forza mai la mano. Racconta una storia che potrebbe appartenere a chiunque, senza aggiungere significati eccessivi. Il risultato è un lavoro coerente, curato nei dettagli ma mai compiaciuto, che conferma la maturità artistica di Mike Orange e la sua capacità di trasformare situazioni semplici in racconti musicali efficaci.