La sensazione che affiora sentendo per la prima volta Le Mani, il nuovo pezzo di Francesco Morrone,è quasi quella di star ascoltando un cantastorie di altri tempi, dedito a raccontare avventure ed emozioni di persone conosciute in ogni dove. Come se fosse musica popolare, ma che non appartiene a nessun popolo. La canzone è composta solo da voce e chitarre, ma in sottofondo si riesce quasi ad immaginare il rumore delle onde, o il fruscio delle foglie, protagonisti del viaggio che Francesco ha iniziato quasi tre anni fa, con l’uscita del suo primo progetto, Ripartendo Adesso, e che, quasi per caso, non è mai davvero finito. La musica che ci regala è figlia delle esperienze crude e viscerali di un uomo che si sente a casa ovunque vada, e che trova in un foglio ed una chitarra l’unico modo giusto per raccontarne le peculiarità. Abbiamo avuto l’occasione di farci raccontare qualcosa di più sulla sua vita e la sua arte, e non ce la siamo fatta scappare.
Come hai deciso che la scelta giusta per te sarebbe stata quella di trascorrere un periodo della tua vita senza riferimenti geografici precisi?
In assenza di scelte ho preferito partire senza avere una meta precisa, lo spirito nomade è una parte prevalente del mio carattere, ricordo da bambino viaggi esplorativi brevi. Non credo sia solo un periodo ma una costante, ho la mia casa natale ma non mi sento veramente a casa, vagheggio, non posso controllarlo. Riconosco il mio perché di questo tanto vagare, per me è più che sufficiente.
Che rapporto hai con le terre che calpesti nei tuoi percorsi? Che sensazioni ti trasmettono?
La curiosità ha la meglio sul mio lato razionale quindi cerco in tutti i modi di scoprire la storia di un luogo, conoscere i personaggi “storici” di un paese, trovo piacere ad avere conversazioni lunghe con gli anziani, sono libri di storia viventi. Cito il lato razionale perché delle volte la mia curiosità mi mette nei guai.
Da quando hai deciso di intraprendere questo stile di vita il tuo approccio alla musica, il tuo modo di scrivere è cambiato?
È radicalmente cambiato, in origine avevo un approccio prettamente estetico, ho cambiato il mio modo di scrivere, di raccontare, di vivere la stesura di un testo. Ad oggi è strettamente legato ai viaggi, alle esperienze viscerali con anime così pure da potergli leggere la vita dagli occhi.
Il brano appena uscito, Le Mani, ha una durata importante per la media delle canzoni che siamo abituati ad ascoltare. È stata una scelta voluta?
“Abitudine” una parola che mi incuriosisce molto, è così equilibrata, bene ho cercato di rompere questo equilibrio, ho intrapreso questo viaggio con artisti che stimo e che a loro volta stimano la mia dimensione. È stata una decisione che ha seguito un flusso, avevo la canzone chitarra e voce il vestito è stato cucito dalle emozioni da uno spirito figlio di anni di viaggi, non abbiamo badato alla durata ma alla completezza del viaggio.
Nel pezzo la strumentale ha un ruolo preponderante. Nonostante la delicatezza delle chitarre, la loro presenza è imponente e abbracciano le tue parole in modo impeccabile. Come sviluppi un brano solitamente? Hai un processo definito?
Lasciatemi citare i compositori di quest’opera, che sono L’ennesimo e Andrea Principato. Le chitarre sono l’anima di questo disco e se non ci fosse stata la presenza di Andrea l’anima sarebbe stata un’anima a metà. Nella fase embrionale la canzone si sviluppa semplicemente chitarra e voce, solitamente sono immerso in luoghi isolati dove mi è più semplice essere me stesso, nudo. Sono flussi di coscienza, le canzoni, i testi esistono già dentro di me devono solo prendere forma.
Riusciresti a definirmi la tua “guerra da sfamare”?
Non mi è possibile definirla, la riconosco quando si presenta, mi soffoca. Devo continuamente alimentarla per riuscire a placarla.
Ogni artista decide di fare musica per una motivazione diversa ed estremamente personale. Qual è la tua?
Il mio perché è il viaggio, che a suo modo si manifesta in diverse forme. Un viaggio può essere un tramonto, un bicchiere di vino con uno sconosciuto che ti racconta la sua vita dal fondo del bicchiere, può essere il silenzio che ti trasporta in dimensioni inesplorate della mente.
Potrebbe risultare una domanda banale, ma nel tuo caso forse lo è meno. Dove ti vedi tra cinque anni? Pensi che questa fase della tua vita sia legata ad un momento che potrebbe terminare nel prossimo futuro?
L’unica certezza del futuro è l’incertezza, e va bene così.
Grazie di averci dedicato il tuo tempo ed in bocca al lupo!
Grazie a voi ragazze, siete una realtà che ha un’anima, non vi perdete nelle logiche di un mercato illogico.
Intervista di Ilaria de Guidobaldi
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Disponibile dal 5 gennaio, “COME SERPENTI”, il singolo d’esordio di HERMES distribuito da ADA Music Italy. Il brano, prodotto da Alessandro Landini e masterizzato da Marco Ravelli ( Pinguini tattici nucleari, Iside, Chiamamifaro), racconta di una relazione ormai arrivata al capolinea, e di quanto a volte può essere difficile accettare e superare la paura che la fine di un rapporto comporta.
Il sound mescola rnb, indie pop e it pop. Un brano uptempo dove ritmiche funky delle chitarre sostengono un groove ballabile e catchy. Hermes è Christian Cotugno, giovane cantautore classe 2000. Si approccia al mondo della musica e dalla danza sin da bambino e la sua musica racconta la “generazione z” e le loro storie d’amore con ironia ed un pizzico di leggerezza. Nel 2021, dopo diverse esperienze musicali, inizia a lavorare al suo primo EP anticipato dal brano “Come serpenti” edito da Aurora Dischi Publishing e distribuito da ADA Music Italy.
Hermes a risposte alle nostre domande in questa intervista:
GiusiPre pubblica il nuovo singolo A.C.C., acronimo di Amore Cinismo e Caffè, in cui sdrammatizza la complessità dell’amore e l’inizio di una relazione. Giuseppina Prejanò è una cantautrice calabrese trapiantata a Roma, classe 1985. Il suo esordio discografico avviene nel 2020 con la pubblicazione dell’EP Canzoni indigeste. Autunno e A.C.C. segnano l’inizio della collaborazione con Maionese Project e anticipano un nuovo album, la cui uscita è prevista nel 2022.
GiusiPre ha riposto alle nostre domande in questa intervista:
– Ciao GiusiPre, A.C.C., titolo del tuo ultimo singolo, è l’acronimo di Amore, cinismo e caffè. Qual è il tuo modo di affrontare in questo momento della tua vita i sentimenti?
“In questo momento li vivo con serenità: è stato un percorso lungo, ma ho imparato a fidarmi di quello che provo e a non dubitare dell’amore che ricevo. Spesso la paura di perdere e l’orgoglio possono essere d’ostacolo, soprattutto quando costruisci una relazione”.
– Il caffè come metafora della quotidianità, raccontaci la tua giornata tipo
“La mia giornata tipo inizia molto presto rigorosamente con un’intera macchinetta di caffè da 4 tazze!Nel giro di un’ora sono pronta per sfrecciare sul G.R.A. alla volta del mio lavoro, che amo tanto quanto la musica: Stare a scuola e insegnare mi piace tantissimo, incontrare le studentesse e gli studenti è una fonte di gioia anche quando i problemi sono tanti, anche quando le giornate sono grigie e difficili.Al rientro compenso l’attesa nel traffico con musica a palla e canzoni di ogni tipo, poi a casa si pranza, si fa rassegna stampa e un po’ di spetteguless, che non fa mai male. Nel pomeriggio tra un po’ di studio e qualche serie tv si procede con le prove. I vicini fino ad ora non si sono mai lamentati! La sera è il momento degli amici o di un bel film rilassante, e quando possibile di concertini carini in giro per la Capitale“.
– Il riff di chitarra è l’elemento chiave dell’arrangiamento, come è nata l’idea di dare questa veste leggera e ballereccia al brano?
“La scelta è stata assolutamente spontanea anche per smorzare un po’ la pesantezza della situazione narrata nel testo. In tutta sincerità ho vissuto davvero quella situazione e avevo bisogno di riderci su, mantenendo un giusto equilibrio senza prendermi troppo sul serio. Daniele Giuili e Nicola D’Amati hanno capito al solito e mi hanno aiutato a fare il resto!”.
– Il videoclip è ambientato in una disco anni ’70. Qual è l’aneddoto più divertente che è capitato durante le riprese e qual è lo storytelling?
“Nel video ci sono due GiusiPre, una molto cazzuta e allegra, l’altra più sofisticata e snob: alla fine la prima prevale sull’altra, sempre nell’ottica di dare spazio alla leggerezza. Con Silvia Morganti (art director) abbiamo considerato la festa in disco come un momento per mettere da parte i pensieri e godersi la compagnia, la spensieratezza e naturalmente la musica. Il mood anni ‘70 lo abbiamo scelto anche suggestionati dai suoni della canzone.La giornata di riprese inevitabilmente è stata super divertente e la cosa che sicuramente ci ha fatto più ridere è stato girare le scene di brindisi e cicchetti riempiti tè alla pesca: verosimile ma estremamente deludente! “.
– Questo singolo è il secondo da quando hai iniziato a collaborare con la Maionese Project. Come ti stai trovando con questa nuova realtà?
“Decisamente bene! Sono affiancata da persone che tengono molto in considerazione quello che propongo e che mi lasciano completa libertà di gestione e movimento, cosa fondamentale per un artista e per nulla scontata.
– E il primo singolo è stato Autunno in cui canti la precarietà della tua generazione paragonandola alla stagione della caducità. Una tua riflessione a riguardo
“La precarietà ci affligge da tanto, da prima del Covid purtroppo, e nel corso degli anni diventa sempre più difficile accettarla, soprattutto quando sei bravo a fare quello che fai, e lo fai con professionalità e passione. In Autunno parlo anche del dover abbandonare i propri luoghi d’origine per andare a fare un lavoro precario e di come questa condizione lavorativa precaria investe anche il piano affettivo ed esistenziale. Il punto è non lasciare che le passioni si spengano, cercare un senso in quello che facciamo che possa andare oltre il tempo determinato lasciando il segno. E aggiungo soprattutto è necessario interessarci, partecipare alla vita politica e andare a votare”.
“STASERA MI BUTTO” è il nuovo singolo di SCHIANTA (Calogero Chianta), nato nell’entro terra siciliano. Il brano uscitoper Aurora Dischi / ADA Music Italy, è stato inserito nelle playlist editoriali di Spotify, New Music Friday Italia, Sangue Giovane e Scuola Indie.
Il brano parla di quella “scossa” che si prova dopo una rottura, quel mix di rabbia, tristezza, strafottenza e amore che ti si muove nello stomaco subito dopo la fine di una relazione. Il sound, a metà tra indie old school e il pop punk, si rifà a la wave 80’s mixata a melodie più energiche di influenza post punk.
Schianta ha risposto alle nostre domande in questa intervista
Gionata è un cantautore, viene dalla Toscana, non abitiamo vicino e non ci siamo mai visti dal vivo, eppure, ogni volta che ascolto un suo pezzo, mi sembra di essere la persona a cui ha deciso di raccontare sinceramente la sua vita, entro in contatto realmente con quello che sto ascoltando. Durante quest’intervista provo a capire il perché e, chiacchierando, mi dice che fa quello che fanno tutte le persone che scrivono, dalle canzoni al diario segreto: si mette a nudo. Ci rifletto ed è vero, lo sento così vicino perché le sue canzoni sono sincere. Tornato dopo due anni dal suo primo Album, L’America, a metà novembre pubblica tre brani nello stesso giorno, Torno subito, Pizzeria Ex Cinema e Mal di mare. Una ventina di giorni dopo esce un altro singolo, il suo primo featuring: Il contorno, con Jesse The Faccio, noto nella scena musicale italiana soprattutto per le sue sonorità lo-fi e l’abilità nella scrittura semplice ma efficace. Ascoltando i quattro pezzi, è chiaro che sono in qualche modo collegati: raccontano delle situazioni passate, sono sinceri, parlano dell’abilità di guardarsi dentro e superare così dei blocchi o dei momenti non particolarmente facili. Il contorno, per esempio, racconta di un rapporto tossico, in cui l’autore si sente solo, usato, e si annulla per l’altra persona. Nel momento in cui riesce a dirlo a sé stesso inizia, però, il suo sforzo per tirarsene fuori. E la bellezza del pezzo è proprio nella presa di consapevolezza condivisa con tutti quelli che lo ascoltano. Come nelle sue canzoni, in questa intervista Gionata ci parla del suo umore, della sua musica e di come la solitudine diventa spesso utile per liberarsi delle cose che ci fanno stare male.
Ciao Gionata! Prima di tutto, come stai e come ti senti dopo l’uscita di quattro tuoi pezzi nuovi?
Ciao Marika, ultimamente sto abbastanza bene, grazie.
Ci sono i soliti alti e bassi quotidiani ma essere tornato a condividere musica con le persone mi ha aiutato a uscire gradualmente da un periodo buio. Spero che anche per te e per la redazione di Futura 1993 vada bene, so che è dura per tutti ed è importante non sentirsi soli in questo periodo.
A parte il tour interrotto a causa del primo lockdown, mi sembra che gli ultimi due anni non abbiano bloccato la tua vena artistica e la necessità di scrivere. Dal 2020 hai scritto soprattutto cose nuove o maggiormente ripensato e modificato testi vecchi? E com’è stato in questo periodo il tuo approccio alla musica e alla scrittura?
Ho avuto un momento di blocco, ammetto che non sapevo nemmeno se avrei continuato a pubblicare canzoni, ero proprio giù di morale.
Fortunatamente ho sfruttato questo malessere per riprendere in mano gli strumenti e scrivere, avevo così tanto da dire che sono arrivato dal mio discografico (che mi segue molto e mi ha aiutato nei periodi difficili, spronandomi) con una trentina di canzoni e decidere quali tenere non è stato semplice. Alla fine, ho scelto di scartare le cose più vecchie, era ora di lasciare andare il passato. Come sempre, canto ciò che vivo, quindi ho mantenuto l’aspetto autobiografico, cercando di toccare emozioni e sensazioni che condivido con la mia generazione, come il concetto di diventare adulto, di assumersi delle responsabilità, di prendere delle decisioni e di affrontare i cambiamenti, che tanto ci fanno soffrire quanto ci permettono di crescere.
A proposito di pezzi, Il contorno è il tuo ultimo singolo ed è anche il primo con un featuring. Quando l’hai scritto e come nasce?
Uno dei pochi brani che appartengono a un passato relativamente lontano. Lo scrissi nel 2017 e doveva far parte del mio disco d’esordio, ma alla fine lo scartammo perché non riuscii a trovare un ritornello giusto. Però mi piaceva allora tanto quanto mi piace adesso, il giro di accordi è figo. Durante il primo lockdown, quando tutti noi facevamo videochiamate lunghe, noiose e bevendo l’inverosimile (chi non l’ha fatto?), venne fuori l’argomento parlando con Jesse e gli mandai la canzone, chiedendogli, a perditempo, se gli andasse di trovarci un ritornello. Un anno dopo venne a Milano e mi scrisse. Dal momento che pioveva restammo in casa da me e dopo qualche birretta ci mettemmo a suonare. In una giornata l’abbiamo scritta e registrata.
Quindi così hai capito che Jesse the Faccio poteva essere l’artista giusto per riempire quel ‘ritornello vuoto sulla batteria’…
Jesse ha molte idee, sa adattarsi agli altri senza perdere il suo stile. Ho sempre apprezzato la sua musica e mi sono fidato, sapevo che avrebbe trovato qualcosa di figo e vicino a quello che volevo esprimere, veniamo da realtà simili e anche la sensibilità artistica si sposa bene.
Come si realizza e come si smette di essere solo ‘un contorno’ in un rapporto e quindi nella vita di un’altra persona?
È difficile, ma non impossibile. Anzitutto, secondo me, bisogna saper ascoltarci: capire i nostri bisogni, i nostri desideri, i nostri valori e comprendere se sono affini alle persone di cui ci siamo circondati. Spesso ci facciamo prendere dalla paura di perdere una figura vicina a noi e ci adattiamo a lei per non rinunciare alla sua compagnia, ma trovo che sia non solo sbagliato, ma irrispettoso verso noi stessi. Quando capita di rinunciare a noi è perché siamo fragili, veniamo da un periodo duro e siamo insicuri, ma ciò non deve compromettere la nostra salute mentale e dovremmo cercare di ascoltarci sempre, per questo è importante trovare durante la settimana dei momenti per rimanere in solitudine, anche semplicemente per fare una passeggiata e stare in compagnia solo dei nostri pensieri.
Molto passato e soprattutto l’abilità di guardarsi dentro collegano tematicamente le nuove canzoni, da Torno subito a Il contorno. Immagino che per un cantautore non sia facile mettersi a nudo così tanto. Credo, però, che sia l’autenticità a rendere credibile e apprezzato il tuo lavoro e quindi, in questo caso, il gioco vale la candela. Hai a che fare con la sensazione di sentirti ‘scoperto’? E come la affronti?
Ti ringrazio, fa sempre piacere sapere che il proprio lavoro è apprezzato, anche se penso che la scrittura debba venire da un’esigenza e non da una ricerca di approvazioni. Se piace tanto meglio, ma, dal momento che questo è un lavoro “delicato”, è bene ricordarsi ogni giorno perché lo si fa, per non rischiare di arrivare a inscatolare emozioni e venderle come verdura al mercato. Quando scriviamo (uso il plurale perché mi riferisco anche a chi scrive una pagina di diario o dei pensieri sulle note del cellulare) ci mettiamo sempre a nudo altrimenti non avrebbe senso, è un po’ come parlare con lƏ psicologƏ o psicoterapeutƏ (spero di aver utilizzato bene lo schwa): se dicessimo menzogne staremmo solo spendendo soldi ed energie a vuoto e non servirebbe a niente. Quindi sì, mi sento scoperto perché, soprattutto con le ultime canzoni, ho toccato temi profondi e delicati, ma non ho paura: la mia musica a volte è come un puzzle e solo chi ha voglia di comporlo può conoscermi veramente, instaurando un dialogo con me che vada oltre il semplice “che lavoro fai?”.
Questi nuovi pezzi sono tutti più orientati verso una produzione lo-fi rispetto a quelli del primo album, L’America. Come mai questa scelta?
Come forse dissi già in passato in altre interviste, per me L’America è stato un esperimento: volevo capire se sarei riuscito a scrivere canzoni pop. Una volta constatato che sì, so scrivere canzoni pop (lo dico in modo umile ma consapevole, è bene valorizzarsi ogni tanto, senza arroganza ovviamente), ho deciso di tornare al mio background musicale, più sporco e con più chitarre (la mia figura di riferimento, sia come gusti musicali che come estetica, è sempre stata Syd Barrett). Devo ammettere di esser stato fortunato, perché questa modalità di lavoro mi ha permesso di risparmiare risorse economiche e mi ha dato l’opportunità di mettermi in gioco, registrando tutto in camera mia e seguendo la produzione in prima persona, con i miei tempi. Ho imparato tanto e vorrei continuare con questa modalità anche in presenza di major e maggiori risorse economiche.
A proposito, ci sono stati altri artisti, canzoni o album che ti hanno particolarmente ispirato per la produzione musicale dei brani?
Durante il periodo di scrittura e registrazione ho ripreso i vecchi ascolti, quelli che mi hanno segnato e che si avvicinano di più al mio gusto musicale: in particolare AM degli Arctic Monkeys, Is This It degli Strokes e gli ultimi due dischi dei Phoenix, a cui si sono aggiunti alcuni artisti più recenti come Dayglow (l’album di riferimento è Fuzzybrain).
Potrei citare altra roba, tutta internazionale (non ho praticamente ascoltato niente di italiano): Castlebeat, The Maccabees, Roar, Temples, La Femme, Tame Impala, Metronomy, Boy Pablo, Mac DeMarco, Unknown Mortal Orchestra.
Come mai l’idea di far uscire tre canzoni nuove nello stesso giorno? Ci sarà un album che conterrà questi pezzi o hai altro in mente?
La risposta a questa domanda te la darò quando ci vedremo ai concerti perché ci devo ancora pensare. È venuto fuori tutto a caso per quanto mi riguarda: c’erano diverse opzioni e quella di tornare dopo 2 anni con 3 canzoni insieme mi sembrava la più carina.
Vorrei mettere insieme tutte le canzoni che usciranno in una raccolta ma sono tante e non so ancora se saranno inserite all’interno di un disco. Mi sono concentrato così tanto sul contenuto che ho dimenticato la forma, fortuna che ci sono le etichette discografiche che ci pensano.
Passiamo allora ai concerti: ce ne sono in programma? Dal vivo pensi di suonare anche pezzi che non sono ancora usciti?
Ne ho fatto uno pochi giorni fa, il primo dopo quasi due anni di silenzio. Ero chitarra e voce e mi ci sono volute due canzoni per sbloccarmi un po’, ma alla fine è andata molto bene.
In quell’occasione ho fatto pezzi sia del primo disco che nuovi e penso di continuare così, magari con un arrangiamento diverso.
Al momento non so dirti cosa riserva il futuro, sono appena tornato, ma so che il mio team sta lavorando bene per la primavera/estate e ci vedremo in quel periodo. La cosa di cui sono più sicuro è che non suonerò mai più Frigorifero, lo dico adesso così non colgo impreparato il pubblico. Non mi vogliate male, ma non la sento nemmeno più mia.
Per il momento vi saluto, ci vediamo in giro! Ah, P.S.: mi trasferisco, dall’anno prossimo mi troverete a Bologna. Ciao!
Intervista diMarika Falcone
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I periodi di lockdown a cui ci ha costretti questo maledetto virus hanno rivoluzionato un po’ in tutti il rapporto con l’ambiente casalingo. Alcuni, mi sentirei di dire una minoranza, si sono accorti che a casa non si sta poi così male, anzi forse si sta anche meglio che fuori. Ma per tanti, mi sentirei di dire la maggioranza, la casa, da luogo di riposo e di riparo, si è fatta gabbia da cui evadere, culla di emozioni e pensieri negativi. E, inevitabilmente, questo effetto è stato ancor più forte in chi un rapporto complicato con la casa ce l’aveva già prima che fosse obbligatorio per legge starci chiusi dentro.
È il caso di Jesse The Faccio, che dai mostri con cui ha convissuto nel periodo di lockdown della primavera del 2020 ha fatto uscire il suo lavoro forse più intimo e maturo, il nuovo EP Le cose che ho. Quattro brani in cui il cantautore padovano si mette a nudo con coraggio, affrontando tematiche profondamente personali. L’abbandono, la solitudine, la depressione, la dipendenza, l’amore, la paranoia: Jesse non ci gira più intorno e va dritto al punto, scavando a fondo, spiegandosi in maniera esplicita e diretta,intensa ed efficace. Ma va detto che, anche se nasce dal dolore e di dolore parla, questo EP lascia spazio anche alla speranza.
Abbiamo fatto una chiacchierata con Jesse the Faccio per farci raccontare meglio il suo nuovo progetto e in generale il momento che sta vivendo. Ne è uscita l’intervista che trovate di seguito. Buona lettura!
Ciao Jesse! Le cose che ho, il tuo nuovo EP, è fuori: come ci si sente?
Decisamente meglio. Non vedevo l’ora ed ero in ansia anche per questo. Come per molti adesso a me pare sia già finito il suo tempo ma son felice di poterlo portare in giro.
L’EP appare in generale come un prodotto più intimo e personale rispetto ai tuoi lavori precedenti. Anche solo i nomi dei brani che lo compongono, in cui spesso campeggia una prima persona singolare (Le cose che ho, Credo mi vedi, Come posso), sembrano suggerire che i riflettori siano puntati, più che sull’esterno, sull’interno e sul suo rapporto con l’esterno. Sei d’accordo, Le cose che ho ci racconta effettivamente un lato più intimo di Jesse the Faccio?
Sono pienamente d’accordo. Tutto il lavoro è proiettato verso l’interno, mi sono descritto in totale libertà, raccontato dei mesi e del rapporto con me stesso in quel periodo. Avevo forse l’esigenza di scavare più dentro di me anche nella musica, sicuramente è il mio lavoro più intimo.
È vero, la prima persona singolare fa da protagonista. Ma è anche vero che c’è sempre (o quasi) un interlocutore, una persona che è oggetto od origine di quei pensieri e quelle pare che trovano espressione nei vari brani. Quanto è generico quell’interlocutore? Avevi in mente una persona in particolare?
L’ interlocutore chiaramente c’è e per me è molto nitido, chiaro in mente. Diventa generico quando chiunque ascoltando si rivede in parte o in totale in quello che dico, in quelle sensazioni. Sia che siano rivolte verso se stessi o verso qualcun altro.
Ogni brano dell’EP ha un suo video e in ogni video c’è una costante: tu, nudo e alienato, in una qualche stanza della casa. Qual è stata l’importanza della casa nella nascita e nello sviluppo di questo progetto? Il lockdown ha giocato un suo ruolo?
Assolutamente, nasce tutto dal primo lockdown nazionale che ho passato come tutti appunto in casa, ambiente per me non sempre facile, anzi, e trovarmici costretto era molto difficile. Per questo ho anche voluto rappresentare la casa nei quattro video che accompagnano i brani, chiaramente non la casa accogliente ma quella da cui non vedi l’ora di scappare. La difficoltà di rimanere in casa e la mia situazione personale sono state la scintilla per tutto il lavoro.
Insisto sui video, perché mi sembrano restituire molto bene il mood generale dell’EP. E osservo che, quando ci sono altre persone oltre a te, l’interazione sembra sempre fredda. O addirittura, come nel caso di Che resta, tu la cerchi ma nessuno sembra vederti. È questa una delle chiavi di lettura del progetto, il muro che c’è fra te e gli altri?
Più o meno sì, o meglio forse il muro che mi metto io tra me e gli altri non riuscendo ad esprimermi. Circondarmi di persone per me è sempre stato molto importante, ma molto spesso anche se magari all’apparenza non sembrava mi sentivo comunque solo e in qualche modo distaccato. Ho cercato di accentuare questa cosa, anche per far capire meglio i testi dell’EP. Trovandomi 20 mesi fa effettivamente solo, ho ragionato molto su questo tipo di chiusura che dò per primo a me stesso e che forse non mi fa vivere in completa serenità neanche con gli altri. Ho cercato di esorcizzarla concentrandomi su questo lavoro.
Come posso (collo), brano di chiusura dell’EP, sembra per certi versi dare un barlume di speranza, indicare che forse c’è una via d’uscita da quella casa che non sai più se sia rifugio o gabbia. Anche qui ci aiuta il video, in cui finalmente, dopo alcuni minuti in cui ti vediamo nella tua camera a fumare, nudo e solo, sembra esserci una decisione improvvisa: quella di vestirsi e uscire, di evadere. Va inteso come un messaggio di speranza? Ti sembra che ci sia, questa via d’uscita?
Esattamente, sono sicuro che la via d’uscita ci sia sempre, come nel precedente disco mi sono accorto di essere abbastanza affezionato al concetto di speranza in tutto tondo. In Come posso (collo) la voglia di uscire dalla sensazione di solitudine parte forse inconsciamente già dall’arrangiamento del brano, dove il lungo strumentale prima confuso e poi sempre più soave e nitido evoca già quella sensazione di libertà. Anche il messaggio è una sorta di incentivo a reagire, a muoversi, anche se non si è propriamente convinti di se stessi o di quello che c’è fuori.
E a livello di ascolti, di influenze prettamente musicali, c’è qualcosa che ti ha accompagnato e influenzato nel periodo di stesura dei brani de Le cose che ho?
Sì, sicuramente e si parla di comfort zone musicale. Il cardine è In Rainbows dei Radiohead un po’ ovunque, ma sopratutto nel brano di chiusura. Per il resto c’è Battisti con Anima Latina, c’è il mio sempre amato Alex G e c’è una curiosità diventata mezza ossessione per Lil Peep e il suo modo di fare lo-fi, totalmente distante dal mio. Queste sono state le ossessioni da marzo a giugno 2020. Praticamente le uniche cose che ho ascoltato in quei mesi.
Sei nella playlist editoriale di Spotify “Rock Italia” con Che resta. La senti adeguata, l’etichetta di “rock” per la tua musica e per questo progetto in particolare?
(Ride, ndr) Assolutamente no, almeno a livello di produzione. Non sono un fan delle playlist e di quel modo di ascoltare musica, ma so che piacciono e forse a questo punto sono pure importanti, quindi rispetto massimo e son sinceramente felice di esserci dentro anche con un brano così. Live effettivamente pare (almeno per ora) venga più punk!
E quella di “Italia”? La tua musica da sempre è marcata da un sound profondamente internazionale, dunque viene da chiedersi: quanta Italia c’è nella musica di Jesse The Faccio, secondo Jesse The Faccio?
Effettivamente ce n’ è molto poca. Amo la nostra lingua e mi piace scrivere in italiano, però per il sound sono decisamente proiettato su altro. Quello che “va”, a parte qualche caso, non mi fa impazzire devo dire, ma ci sta che sia così. C’è sicuramente molto di più del passato, la musica italiana cantautorale diciamo “classica” mi accompagna sempre.
Nell’ultimo weekend di novembre c’è stata la festa di Dischi Sotterranei, la tua etichetta, che in un post racconti sia andata “fin troppo bene”. Quanto è stato importante tornare a suonare e farlo assieme a quella che definisci come “la famiglia più grande e bella d’Italia”?
Fondamentale, chi c’era ha provato (credo) la stessa sensazione, ovvero che si può tornare a vivere, che esiste un sottosuolo musicale artistico che può fare ancora queste cose. Le band esistono ancora e hanno voglia di venire fuori e farsi sentire, le chitarre non sono morte. E poi tutta l’emozione dopo due anni effettivi di stop e limitazioni. I ragazzi di Dischi Sotterranei sono effettivamente la mia famiglia, lo sono al 100%. Sedici band in due giorni non so chi può permettersi a ora di farlo. Siamo tutti molto orgogliosi di quello che si è riuscito a fare quel weekend.
La festa di Dischi Sotterranei è stata una prima occasione per tornare a suonare, ma hai da poco annunciato anche un tour invernale per Le cose che ho. Insomma, si riparte! Sei pronto? Che risposta ti aspetti?
Prontissimo, super carico con nuovi elementi in band e veramente molta voglia di uscire. Sì sono uscite le prime date adesso, anche a seconda delle disposizioni dello Stato si capirà come continuare fino a (spero) arrivare a una bellissima e intensissima estate.
di Pietro Possamai
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ILCLASSICO pubblica il nuovo singolo CAMERA MIA, CAMERA TUA in cui si raccontano le dinamiche di una coppia che ancora deve imparare a conoscersi, con un invito ad abbattere la timidezza iniziale. È naturale provare agitazione e imbarazzo quando siamo nel momento della frequentazione, siamo catapultati in un continuo saliscendi di sorprese, alla ricerca del mare anche nel pieno centro di una città, di una via di fuga dalla quotidianità.
Il brano è prodotto interamente dal duo che ha deciso di mostrare un lato più leggero della sua musica, attingendo a sonorità funky con un omaggio alla disco music degli anni ’70.
Ecco la nostra intervista con ILCLASSICO
Ciao ragazzi, CAMERA MIA, CAMERA TUA è un inno all’amore nel freddo dell’inverno. Qual è il messaggio che volete trasmettere?
Ciao! Mah, “Inno” forse è un po’ esagerato. Però ci fa piacere sentirlo dire, perché un inno è qualcosa che viene cantato da un vasto gruppo di persone e queste persone ci si riconoscono con tutte se stesse. Alla fine è quello che si spera possa accadere quando scrivi una canzone che parla di te senza filtri, una canzone che ti mette a nudo, e speri che ci si possa riconoscere anche chi sta in ascolto. Il fulcro del messaggio sta in quella frase dilemma “Vieni prima, vengo prima io”. Insomma prima o poi ci passano tutti! È un punto focale della vita di coppia che mette tanta agitazione e tanto imbarazzo. Abbiamo voluto scherzarci un po’ sopra, alleggerirlo. È nata dalle nostre vite e dai racconti delle persone a noi più vicine, i nostri amici.
2. Il brano vuole omaggiare la disco music anni ’70. A quali pezzi di quella decade avete fatto riferimento e perché avete voluto riprendere questo genere?
Ci è venuto spontaneo tuffarci nella Disco Music. Questo mood è nato durante la scrittura e si prestava perfettamente all’aria leggera e ironica espressa nel testo. Quindi siamo tornati ad ascoltare gli artisti che più amiamo di quel mondo: Earth, Wind & Fire, Bee Gees, KC & The Sunshine Band, ma anche Michael Jackson.
3. La vostra discografica è musicalmente molto varia, cosa unisce i vostri pezzi finora e qual è secondo voi, la chiave vincente e il vostro tratto distintivo?
Nel nostro piccolo cerchiamo sempre di rinnovarci da un pezzo all’altro, di non ripeterci mai. A volte il tuffo riesce meglio, altre volte l’atterraggio andrebbe migliorato, ma la cosa più bella ogni volta è scoprire che le canzoni più apprezzate sono quelle più spontanee, quelle più sincere. Spesso sono anche quelle più libere a livello sonoro, dove gli arrangiamenti sono dettati dal puro divertimento, senza alcun preconcetto “discografico” (diciamo così)…
4. Nel ritornello citate “Notting Hill”. Perché? Elencateci cinque film romantici che vi hanno segnato.
Enrico forse è quello più romantic come gusti, Simone è più sull’action. Ma ci proviamo… Partiamo da “Notting Hill”, ovviamente… In coda ti diciamo… “Le pagine della nostra vita”, “Across the Universe”, “A piedi nudi nel parco”, “Harry, ti presento Sally”.
5. Il vostro curriculum è davvero ricco, numerose sono state le collaborazioni di ciascuno prima di arrivare a creare questo duo. Qual è l’insegnamento maggiore che avete tratto in tutti questi anni?
Che l’importante nella musica è inseguire una visione, nutrire giorno dopo giorno quella visione, affinarla e lavorare per riuscire a comunicarla al pubblico. Oggi siamo talmente tanti a fare musica che non esiste una formula, non esistono regole, non esiste “così funziona” o “così non funziona”. Nessuna strada percorribile è una garanzia di successo, nessuno ci assicura un lavoro. Tanto vale divertirci e farlo a modo nostro, perché alla fine il pubblico quello lo percepisce. Non si può mentire al pubblico!
6. Un pregio e un difetto dell’uno e dell’altro e come vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti tra le mura di “Music Academy since 1999” a Bologna, durante il nostro percorso di studi: Enrico studiava Music Production, Simone batteria. Enrico va in ansia facilmente davanti agli inconvenienti tecnici, Simone è più reattivo nell’affrontarli. Enrico è sicuramente quello che fa più tardi la sera, Simone si sveglia sempre molto presto.
Non ti sappiamo dire quali tra questi siano i difetti e quali pregi, decidi tu… ahahah!
“FARFALLE” è il nuovo brano dIWASABE (Sabina Canton), giovanissima cantautrice di Vicenza, che in questa canzone decide di parlare apertamente della sua esperienza con i disturbi alimentari.
“Le farfalle sono un simbolo spesso associato a questo disturbo e alla rinascita”
Il sound indie-pop è caratterizzato da un riff di chitarra che prosegue su di un beat moderno a metà tra elettronica e suoni acustici.
“Con questo pezzo volevo raccontare questa malattia con sperieratezza, con parole semplici e comprensibili a tutti. Spero di far rispecchiare in questo pezzo tutte quelle persone che hanno vissuto o stanno vivendo questo brutto momento e di dar loro la forza di affrontarlo nel modo migliore possibile, e portare la mia esperienza a chi crede che non si possa uscire da situazioni come questa, in vista di tutte le cose belle che potranno succedere in futuro”.
WASABE ha risposto alle nostre domande in questa intervista:
“ZERO” è il primo album di Penz , un disco introspettivo che arriva dopo tre anni di silenzio , con uno sguardo al passato ma ben consapevole del presente. Zero parla di amicizia, di amore, di lavoro, di scelte sbagliate, di momenti bui, di sogni realizzati e da realizzare. E’ un disco molto personale che vuole celebrare la ripartenza dell’artista, il suo ritorno in campo, la sua rinascita musicale. Ad accompagnare Penz in questo viaggio: Federico Schiavoni alla chitarra, Matteo Mazzola al basso, Marco Trivini alla batteria e Andrea Giubilei alle tastiere.
Penz ha risposto alle nostre domande in questa intervista:
Neanderthal è il disco d’esordio del cantautore bolognese Lorenzo Meloni. Dieci tracce dalle sonorità variegate che vanno ad analizzare la psiche umana nelle sue contraddizioni più viscerali, tra ironia e autoanalisi morale. Un album topografico, dalle atmosfere notturne, basato molto sulla parola, al punto da essere accostato alla poesia recitata, ma che non rinuncia a sperimentazioni, anche ardite, in termini di arrangiamento.
Luoghi e situazioni disegnati a tinte impressioniste, con un costante intreccio tra contemplazione ipnotica e racconto. Un dialogo interiore continuo con il proprio ego, spesso sdoppiato, che è filtrato da continui riferimenti cinematografici e da un’impostazione visiva di scrittura. Domina, infatti, la sinestesia e ciò si evince anche dal grande lavoro dietro ai videoclip di Quella che dormeeSig.Da Vinci, brani che, insieme a Qui, hanno anticipato l’uscito di questo disco.
Lorenzo Meloni ha risposto alle nostre domande:
Ciao Lorenzo, è da poco uscito il tuo nuovo disco Neanderthal, nei testi domina il concetto di viaggio, sia mentale che fisico. Quali sono i posti del cuore per te e cosa ti spinge ad attivare l’immaginazione? Ho origini un po’ in tutta Italia e quindi l’elenco di posti stupendi sarebbe lunghissimo. Comunque chi mi conosce sa che basta un palazzone orribile a incantarmi, per motivi che tuttora non capisco fino in fondo. A volte ci ambiento storie, a volte semplicemente mi ipnotizzo a guardare.
Sono tanti i riferimenti cinematografici ma se tu dovessi darci cinque titoli di film che ti hanno cambiato la vita? Niente batte le folgorazioni infantili quanto a capacità di piantarsi nell’inconscio, soprattutto se il film è per bambini fino a un certo punto: vado con Jurassic Park (o Lo squalo, insomma Spielberg), Alien (o Blade Runner, insomma il primo Scott), A Bug’s Life (pistola puntata alla testa ancora il miglior film Pixar), La principessa Mononoke (vabbè), Un lupo mannaro americano a Londra (shock/innamoramento da sindrome di Stoccolma infantile che sospetto mi abbia cambiato a livello caratteriale)
Raccontaci del lavoro in studio con Toller e la sperimentazione musicale presente nelle tracce Oggi sono un po’ più musicista di quando abbiamo lavorato all’album. Allora era una specie di telepatia per cui io arrivavo con testi, melodie, cambi di ritmo, e per l’identità musicale cercavo di proiettare a Carlo l’idea dell’atmosfera che volevo, procedendo per immagini, esempi musicali ecc. Come dire che dopo la composizione iniziale ha fatto tutto, ma veramente tutto lui.
Ci ha colpito molto per l’ironia Sig.da vinci, come hai concepito questa assurda rivisitazione e il video? Non stando attento in classe al liceo e chiedendomi come si facesse a ottenere un cadavere per le dissezioni anatomiche. Li rubi? (e anche qui decisamente troppi film, soprattutto Burke and Hare e il suo antenato La iena di Robert Wise. Il video è venuto di conseguenza)
Hai da poco formato anche una band, che progetto alternativo porterai avanti con loro? Nome: Altaica, genere: rock abbastanza classico, per ora in inglese, primi 10-15 pezzi già pronti per live ed eventuale album, scritti dal mio amico e bassista Edoardo Bertini. Intanto sia io che lui stiamo scrivendo a un ritmo pazzesco, quindi non ci manca certo il materiale. Stay tuned.