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Indie Intervista Pop

Ok, ti ho capito Celeste!

Quando è arrivata in redazione la proposta di Celeste mi sono interrogato a lungo su cosa fare dell’ascolto di quello strano EP che a gran voce chiedeva di essere compreso, andando oltre le prime risposte date dal gusto personale: ho premuto play, infatti, e subito hanno cominciato a proiettarsi sulle pareti del mio cervello immagini diverse, lungo il tracciato di un viaggio a metà tra l’onirico e il distopico tra mondi che oscillano tra romanticismo e sfacciataggine, rendendo davvero difficile per l’ascoltatore poter dire “ok, ti ho capito, Celeste!“.

Non perché la musica di Simone Furlani (nome da “borghese” di Celeste) rappresenti l’avanguardia criptica di quel cantautorato spesso un po’ fine a sé stesso che fa dell’inaccessibilità un vanto, tutt’altro! Il disco di Celeste, in realtà, è squisitamente pop sotto tutti i punti di vista: scrittura scorrevole, immaginifica il giusto ma sopratutto narrativa, sonorità che (lavorate a più mani da più produttori) mostrano una certa propensione per l’urban, il soul e l’hip hop, dimensione estetica del tutto che avvicina Simone ad un’ibridazione fra Gen Z e la figura del rocker senza tempo, che a petto nudo galoppa verso orizzonti nuovi.

La difficoltà, dunque, non sta tanto nei brani proposti e presentati singolarmente all’ascolto, quanto piuttosto nella sensazione che qualcosa sfugga all’immediato discernimento nelle trame di un lavoro che racconta uno stato emotivo in evoluzione, pronto a passare da uno stato solido ad uno sempre più liquido per sublimarsi quasi in gassoso arrivati all’ultimo brano.

Non c’è coerenza fra i brani a livello musicale, e questo non rappresenta un punto di debolezza ma di forza, nell’ottica della comprensione di un progetto che scansa volutamente l’uniformità per tirar fuori dal cilindro qualcosa di “proprio”, a prescindere dall’abito che la canzone si trova ad incollarsi addosso.

Insomma, gli spunti c’erano tutti per non perdere l’occasione di fare qualche domanda al cantautore veneto, che si è ben prestato al nostro fuoco incrociato.

Simone, per il mondo del pop Celeste; ti avranno già fatto questa domanda un sacco di volte, ma non possiamo tirarci indietro dal sondare la nostra curiosità: perché “Celeste”?

La parola “celeste”, apparsa in modo totalmente casuale sulla mia strada, racchiude in qualche modo tutto ciò che voglio portare con i miei racconti, oltre che rappresentare l’approccio che vorrei avere nei confronti della musica. Celeste rappresenta dunque un intricato Universo di elementi prettamente concettuali, dall’amore ai sogni, ma anche, seppur non ancora emerse, dalle insicurezze alla voglia di rivalsa.

“Universo” è il tuo EP d’esordio, anticipato dai singoli “Capriccio” e “18 anni” che, in qualche modo, già permettevano di intuire le molteplici direzioni musicali del lavoro complessivo. Ci racconti come hai lavorato alla produzione dell’extended play?

Le parole chiavi per la produzione di questo progetto sono due: Type Beat. Quest’ultimi rappresentano il pilastro fondamentale, non solo del mio, ma del percorso musicale di miriadi di altre persone. Al momento non ho ancora un produttore fidato, quindi un po’ per fare di necessità virtù, e un po’ per la voglia di addentrarmi nei meandri di questo fantastico mondo, ho deciso di mantenere e appoggiarmi in gran parte per questo progetto proprio ai fantomatici Type Beat di YouTube. In questo EP, per quanto breve, sono stati racchiusi molteplici generi: questo in quanto ho voluto portare più sfaccettature possibili del viaggio narrato.  

Come succede spesso, tra i brani mi ha colpito molto l’ultimo, che sembra quasi chiosare sul viaggio musicale di “Universo” con uno spunto di malinconia che non emerge negli altri brani. Ecco, è qui che sta l’anima di Celeste, divisa a metà tra lo slancio caustico di “Pariolina” e lo sguardo più laconico di “Mezza Estate”?

In passato, prima di approdare a questo viaggio e a Celeste, le mie canzoni erano prettamente lagne amorose scaturite da delusioni sentimentali. Con questo progetto però ho deciso di cogliere dalle esperienze vissute non più solo lo strazio per un qualcosa di appena concluso, ma il bello da un qualcosa che è appena passato. Questo l’ho fatto anche per il semplice motivo che avevo voglia di portare leggerezza grazie alla mia musica anche se, sicuramente, sono già in fase di sviluppo nuovi viaggi molto più intimi e personali. Per quanto ho indirettamente raccontato molto di me con questo EP, ci sono ancora tantissime cose delle quali voglio parlare e, in questo caso, magari lo farò proprio in prima persona.

“Universo”, il brano intendo, occupa giustamente la posizione centrale. Quali sono le cose più importanti del tuo, di universo personale? E qual è invece la peggior paura di Celeste?

La mia peggior, ma non più grande paura, credo sia il fatto di non riuscire a raggiungere gli obiettivi estremamente ambiziosi che costantemente mi pongo, essendo io molto critico e severo con me stesso. Per quanto riguarda gli elementi più importanti del mio Universo personale, credo si possano racchiudere in due macro categorie: la natura, per me luogo di pace sensoriale dalla frenesia e l’estetica goffa e “brutalista” della città; e l’amore, sia nei confronti di una ragazza, che per ogni relazione ed elemento che ci circonda. 

Senti, ma ci dici come ti è venuta in mente “Artemisia”? Me la immagino, chissà perché, come una visione, come una folgorazione…

In realtà, (s)fortunatamente, è qualcosa di molto più terreno e concreto. Come dico in “Pariolina” <<una diva di altri tempi, lo dice pure il tuo secondo nome>>, fa proprio riferimento ad Artemisia. Quest’ultima, dunque, è una persona realmente esistita, il caso poi ha voluto avesse un nome che così ben si prestava a raccontare le mie storie.

Sono previsti dei live, per i mesi a seguire? Stai già pensando a quale potrebbe essere un’idea di spettacolo? Il tutto sembra prestarsi bene a qualcosa che oscilli fra il concerto e la fiaba…

Mi piace molto l’idea della musica come viaggio, tanto terreno quanto sensoriale. Sono quindi dell’idea che sia fondamentale raccontarsi e raccontare una storia, sia da un punto di vista musicale e narrativo, ma anche puramente estetico. Tutto questo è dunque racchiuso all’interno della mia idea di spettacolo, un turbine di emozioni che si sposano in un perfetto sodalizio. Tutto questo al momento l’ho potuto vivere a due soli concerti: quello più recente di Venerus, e nel 2017 a quello dei Twenty One Pilots. Purtroppo al momento non sono ancora previsti live per i mesi a seguire, ma sicuramente mi mobiliterò presto per rimediare a questa grande mancanza. 

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Indie Intervista Pop

Nella jungla tutta emiliana di Ibisco

Quando ho scoperto Ibisco, circa un paio di mesi fa nell’ambito della nostra rubrica “Dammi tre parole”, ho subito capito che sarebbe stato bello, un giorno, poterlo intervistare.

Sì, perché il ragazzo tutto broncio (fascinoso, sia chiaro!) e Joy Division è uno di quello che ha qualcosa da dire – anzi, più di qualcosa -, e che le volte che parla non passano inosservate le sue risposte e le sue argomentazioni, come ben emerge dall’intervista realizzata da Back To Futura nel salotto di La Jungla Factory; qualche giorno fa, trastullandomi sul web, sono inciampato infatti sulla prima puntata sinergica di “Back To La Jungla”, il format nato in collaborazione tra i due collettivi sopracitati grazie al supporto di Incontri Esistenziali, associazione culturale del bolognese che dal 2015 s’impegna a promuovere la cultura dell’incontro attraverso iniziative che vanno dal sociale al culturale.

E’ proprio nell’ottica di tale “mission” che il nostro caro Ibisco è stato coinvolto nella performance chitarra e voce che lo ha visto protagonista della prima puntata del format, per poi mettersi a nudo con Stefano Valli tra le piante e le belle vibrazioni dell’auditorium della Jungla: come poteva non salirmi la voglia di replicare, e di cogliere al volo l’occasione di fare anche io qualche domanda su “Nowhere Emilia”, il roboante disco d’esordio di Filippo, all’artista stesso?

Ne è venuta fuori una conversazione importante, che mi rende felice del lavoro che faccio. Che poi, è un lavoro? Non lo so, ma nel dubbio continuo per la mia strada: fosse mai, che per la via mi ricapiti di incontrare qualcos’altro di così luminoso come il diamante grezzo (volutamente tale!) che mi ha risposto nel modo che segue.

Filippo, partiamo dal titolo del tuo disco d’esordio, “Nowhere Emilia”. Come si fa ad essere “da nessuna parte” e contemporaneamente in un luogo così definito, come la tua Emilia?

Accade grazie ad una sorta di principio di ubiquità dei luoghi, la capacità che essi abbiano di essere contemporaneamente visibili al di fuori di noi, quali manifestazioni della civiltà e dei suoi opposti, e accessibili all’interno, sotto forma di introspezione, memoria, ricordi, immaginazione.

Certo che il rapporto con il tuo territorio deve avere influenzato la scrittura dell’album; scenari emiliani e periferia bolognese respirano a pieni polmoni attraverso le tracce del disco: che rapporto hai con l’Emilia? 

Un rapporto fatto di interminabile vagare, all’interno del quale le ore vengono fagocitate dai viaggi in auto per guadagnare soldi, dalle carenti memorie di serate urbane, dai moti muscolari ai confini della pianura e da sentimenti a perdita d’occhio.

Nei tuoi brani canti di un disagio che, se vogliamo, sembra raddensarsi attorno ad una visione delle cose che pare urlare, a suo modo, che non esiste alcun futuro. Quali sono i nuclei portanti della tua poetica?

Credo che alla base vi sia una sorta di esistenzialismo che, debole della sua normalizzazione avvenuta nel corso degli anni, per farsi ancora notare quale irrinunciabile punto di vista debba necessariamente alzare i toni. Poi ci sono la fragilità, la sessualità, l’innato desiderio di riscatto soggiacente all’era della disillusione. 

Batterie elettroniche che suonano nelle canoniche, casse sudicie da cui sembra scaturire la vita: gli ultimi, in senso quasi “deandreiano”, siamo noi, generazione allo sbando costantemente impegnata a cercare sé stessa lontano dalla plastificazione del nostro tempo. Credi che esista, nella tua scrittura, qualcosa che possa essere definito “generazionale”? E a questo punto ti chiedo se ti senti parte di qualcosa, di una “generazione sconfitta”.

Dal momento che le persone si rivelano molto più simili tra loro di quanto solitamente non pensino, credo che il vero “essere generazionale” risieda nella più brutale ricerca della sincerità. In questo senso, dal punto di vista della scrittura e della produzione, c’è stata molta attenzione. 

Più che sconfitta, la mia generazione, penso sia sempre più povera di scopi. Il futuro ha sempre meno dimensione. Da un punto di vista meramente masochistico, questo può portare per contrappunto alla formazione di un’urgenza espressiva senza precedenti, dalla quale possano emergere potenti risultati artistici.

Ecco, ho parlato di “beat generation” perché mi pare che il collegamento tra il tuo disco e certe letture (oltre che certi ascolti) sia evidente. Esistono dei libri che hanno influenzato la stesura di “Nowhere Emilia”?

Sicuramente “Noi, ragazzi dello Zoo di Berlino” di Christiane F e “Petrolio” di P. P. Pasolini.

In “B” duetti con Enula, nome conosciuto a chi frequenta la scena “underground”. Credi che oggi si possa ancora parlare di “scena”? Esiste, secondo te, una scena ben precisa come poteva essere negli anni Settanta/Ottanta per la scuola emiliana, genovese, milanese o romana?

“Scena” credo sia un termine meravigliosamente affetto da misticismo e autoironia. È la parola con cui si definisce l’indescrivibile Everest della musica emergente, un mondo dove molto spesso si confondono realtà e velleità, un gigantesco cosplay fatto di amore, sacrificio e un pizzico di spirito sedicente. A mio parere sono i festival a consacrare le varie “scene”, più che il territorio di provenienza.

Cosa vuol dire per Ibisco la parola “cantautore”? Perché in effetti la tua musica respira di uno slancio “autorale” più che evidente. E allora ti chiedo: cosa vuol dire, oggi, fare “canzone d’autore”? Sempre che tu ritenga che tale definizione generica possa, a suo modo, descrivere almeno parzialmente quello che fai.

È una parola che da un lato mi spaventa in quanto ormai sovraccarica di retorica passatista. Fare musica oggi significa inevitabilmente riassemblare elementi precostituiti nel modo più originale e inedito possibile. Il cantautorato, in questo senso, è un ingrediente, più che un’essenza.

Quali sono le tre cose che Ibisco meno sopporta della nostra contemporaneità.

Il bisogno di esprimersi da ignoranti (il silenzio non è un reato), L’ipocrisia di un sistema economico-politico troppo poco orientato al benessere sociale, la mascolinità tossica.

Raccontaci in una manciata di parole la tua esperienza a La Jungla Factory, dove hai recentemente riassaporato il gusto del “live” con una session acustica di “Chimiche”.

Punk, punk, punk. Persone che vivono con grande anima la missione della musica e dell’arte in generale. C’è bisogno di spazi come questo.

Chiudiamo con la più classica delle domande, che però oggi pare essere l’unica che conta: a quando dal vivo, in tour?

Ci stiamo preparando per iniziare a portare il disco live entro pochissimi mesi.

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Indie Pop

Dammi tre parole #3 – Gennaio

Parole, parole, parole: parole che rimbalzano contro i finestrini di macchine lanciate a tutta velocità verso il fraintendimento, mentre accanto a noi sfilano cortei di significati e di interpretazioni che si azzuffano per farsi strada nella Storia, provando a lasciare un segno. Parole giuste, parole sbagliate; parole che diventano mattoni per costruire case, ma anche per tirare su muri; parole che sono bombe, pronte a fare la guerra o a ritornare al mittente dopo essere state lanciate con troppa superficialità: parole intelligenti, parole che sembrano tali solo a chi le pronuncia, mentre chi le ascolta cerca le parole giuste per risanare lo squarcio. Parole che demoliscono, parole che riparano. Spesso, parole che sembrano altre parole, che pesano una tonnellata per alcuni mentre per altri diventano palloncini a cui aggrapparsi per scomparire da qui. Parole che sono briciole seminate lungo il percorso da bocche sempre pronte a parlare, ma poche volte capaci di mordersi la lingua: se provi a raccoglierle, come un Pollicino curioso, forse potresti addirittura risalire all’origine della Voce, e scoprire che tutto è suono, e che le parole altro non sono che corpi risonanti nell’oscurità del senso.

Parola, voce, musica: matrioske che si appartengono, e che restituiscono corpo a ciò che sembra essere solo suono.

Ogni mese, tre parole diverse per dare voce e corpo alla scena che conta, raccogliendo le migliori uscite del mese in una tavola rotonda ad alto quoziente di qualità: flussi di coscienza che diventano occasioni di scoperta, e strumenti utili a restituire un senso a corpi lessicali che, oggi più che mai, paiono scatole vuote

MAELSTROM

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, realtà, futuro”.

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, Realtà, Futuro”. 

Domanda difficilissima. Mi viene in mente “La vita è sogno” di Calderon de La Barca, il tema del sogno affrontato dalla corrente surrealista nella storia dell’arte, il sogno di un bambino, il sogno di un adolescente, il sogno di un uomo. La realtà e il futuro, come delle virgole tra le lettere della parola sogno. 

RICKY FERRANTI

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, realtà, futuro”.

“I sogni sono messaggi dal profondo” così recita l’incipit di un film che adoro da sempre e di cui hanno recentemente fatto un remake. Per alcune civiltà è il sogno ad essere Realtà e la Realtà che diventa Sogno. Da secoli il Sogno rappresenta un mistero per studiosi e filosofi ed il limite che li separa è sottile e spesso indecifrabile. “Hai mai fatto un sogno talmente vero da sembrare reale ?” , recita Morpheus in Matrix. Mi piace pensare che questo confine così labile esista semplicemente per una nostra limitazione cognitiva e di percezione data dall’utilizzo limitato del nostro cervello. Questo limite di percezione è ciò che influenza la nostra realtà ed il nostro futuro. Jung diceva “Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino”. Il nostro futuro è determinato dalla nostra capacità di cogliere i messaggi profondi dei sogni e di riuscire a trasformarli in realtà.

NUELLE

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, realtà, futuro”.

SOGNO

Il sogno per noi è quel luogo in cui si rifugia il pensiero per trovare speranza e motivazione.
Un sogno è un obiettivo, un obiettivo è un sogno, è quello che da senso alla nostra vita.

REALTA

La realtà è una palestra dove ogni giorno dobbiamo affrontare sfide, soffrire e gioire.
Dove servono muscoli per superare tutte le difficoltà e rendere una futura realtà esattamente come la vorremmo.

FUTURO

Ci viene in mente la famosissima canzone di Lucio Dalla “Futura” come prima cosa ma sopratutto quel luogo pieno di paura,
ma con la curiosità di sapere come andrà a finire, cosa succederà e quali emozioni proveremo sulla nostra pelle.

BEHRTO

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, realtà, futuro”.

Di questi tempi la parola “sogno” è una parola che si sta affievolendo nella bocca delle gente e anche io non la utilizzo quasi più. Mi ricordo subito dopo il lockdown un mio amico mi scrisse testuale “sono andato dal tabaccaio a prendere le sigarette credevo di partire per Bali”. Mi manca viaggiare e lo so che può sembrare strano, perché il viaggiare almeno per me, ma sicuramente anche per tutti gli altri è una cosa che rientra nell’ordinario e non si può definire un sogno, però mi manca l’odore dello smog mescolato a quello dell’umidità e della vegetazione lussureggiante, mi manca far partire l’applauso dopo l’atterraggio, mi manca vedere e sentire il tiepido mare dopo una notte piena di stelle, mi manca sballare il ritmo circadiano, mi manca addentrarmi nella giungla, bere un drink sulla spiaggia indossando un leggero cappello di paglia o fumare una sigaretta mentre guardo animali esotici danzare. In questo momento per me sognare significa pensare di poter tornare a fare quello che non abbiamo più potuto fare in questi due anni; in particolare viaggiare. 

Quando si parla di “realtà” mi viene in mente la realtà alternativa e oscura di “ritorno al futuro 2” quando i protagonisti tornano al loro tempo di partenza però trovano un mondo sottosopra. Dal mio punto di vista il nostro mondo sopratutto adesso si sta lentamente inabissando verso quella realtà crudele del film. La parola “futuro” è una parola complessa c’è chi dice che il futuro è adesso, c’è chi dice più drasticamente che il futuro è un salto nel vuoto, è come andare solo in spiaggia in piena notte, farti un bagno e fissare il buio davanti a te; insomma il futuro è ignoto. Quando penso al “futuro”, e qui mi allaccio a quel che ho detto prima riguardo la parola “sogno”, spero semplicemente di uscire al più presto da questa brutta situazione che sta sempre più gravando su tutti noi. Quindi a questo punto forse potrei realizzare che le parole “sogno” e “futuro”, almeno secondo me, potrebbero equivalersi in questo momento. In pratica sogno molto banalmente che ci possa essere un futuro per tutti o meglio una via d’uscita fatta di viaggi e nuove esperienze.

Per quanto riguarda la musica ho zero aspettative per il futuro, l’unica cosa che vorrei è poter continuare a scrivere e suonare come ho sempre fatto; mi basta questo.

FRANCESCA MORETTI

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, Realtà, Futuro”.

Quando la realtà in cui viviamo non rispecchia le nostre aspettative è inevitabile rifugiarsi nel sogno, prefigurarsi una realtà alternativa, quasi utopica, che riesca a farci sentire più appagati. Anche a me capita spesso di cercare di evadere dalla realtà e di crearmi aspettative sul mio futuro, aspettative che però, a volte, possono essere deluse. Seppur questa dimensione quasi onirica mi faccia sentire meglio, almeno momentaneamente, sono consapevole non sia possibile vivere costantemente nel mondo dei sogni, distogliendo del tutto lo sguardo dalla realtà. Sognare rimane di sicuro un ottimo espediente per cercare di addolcire la realtà; tuttavia non bisogna dimenticare che la nostra vita è ora, nel presente, e che affinché anche solo una minima parte di questi sogni si possa avverare, in un futuro prossimo o meno, è necessario impegnarsi e battersi quotidianamente. 

MARSALI

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, Realtà, Futuro”. 

Sono sempre stata una grande sognatrice anche se crescendo ho vissuto dei momenti di contrasto interiore legati al rapporto con i vari piani della realtà. A volte mi capita di auto-analizzarmi e di cadere nella trappola di dover dare delle dimensioni giuste ai miei sogni per renderli più o meno affini alla vita reale. Non credo che ci siano dei parametri che possano valere per tutti, ognuno di noi ha dentro di sé il potere e la libertà di concepire la propria visione della vita, la propria visione del presente e del futuro. Il Sogno, in senso lato, può essere forse la nostra carta jolly soprattutto in quei momenti in cui vivere ci appesantisce e in cui la realtà ci inaridisce. 

Se non potessi più sognare, vagare con la mente, immaginarmi il domani, mi sentirei vuota. Anche da questa idea nasce il mio ultimo singolo “Booking”.

CLOUDCASTER

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, realtà, futuro”.

Partiamo dalla realtà: passiamo la maggior parte del tempo a fare cose che non ci piacciono, ma siamo coscienti del fatto che siano necessarie per poterci permettere quei pochi attimi di sogno.

Vi lasciamo due righe di un personaggio del manga Berserk che ha dedicato la sua intera vita al sogno: “Per quanto siano irrealizzabili, la gente ama i sogni. Il sogno ci dà forza e ci tormenta, ci fa vivere e ci uccide. E anche se ci abbandona, le sue ceneri rimangono sempre in fondo al cuore…fino alla morte” cit. Grifis.

Visto le aspettative attuali, per ora se pensiamo al futuro speriamo solo di avere un concerto che non venga annullato a causa della pandemia, sì ci accontentiamo di poco, meglio rifugiarci  nel sogno.

PI’ GRECO

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, realtà, futuro”.

Ho sempre riconosciuto la parola “SOGNO” nell’accezione relativa all’attività psichica svolta durante il sonno. Anche quando (da ragazzo) volevamo essere i Jesus and Mary Chain (anziché gli U2) non ritenevo quel desiderio un sogno, ma una scelta.

Ritengo e sospetto che non siano necessariamente i numeri a definire la “REALTÀ”, ma la propria consapevolezza. Poi, che il desiderio si realizzi in funzione di vaste platee o esigue minoranze, per me, cambia poco o nulla.

Il “FUTURO” è tra poco, al massimo domani. Nel bene e nel male non mi permetto di guardare eccessivamente avanti, probabilmente avvinto dalla ricerca del “Qui ed ora” (a volte necessario e terapeutico) oltre che per paura della delusione, sentimento devastante e spesso sottovalutato.

FRANCESCO MORRONE

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, realtà, futuro”.

Paradossalmente le vedo tutte come trappole mentali. Credo siano tre parole, al giorno d’oggi, bellissime ma prive di reale significato, quasi sovrastimate poiché poco concrete. Gli attribuisco limitazioni che creano false speranze. Preferirei associarle a parole come obiettivo, determinazione, incertezza.

SCIANNI

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, realtà, futuro”.

Penso che ci sia un concreto collegamento tra sogno, realtà e futuro.

Per futuro personalmente intendo il raggiungimento dei propri obiettivi , partendo da un sogno, attraversando la realtà dove magari si lavora duramente per raggiungere questo futuro desiderato. Un sogno è un desiderio che non potrebbe esistere senza realtà e futuro.

LA COMPLICE

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, realtà, futuro”.

Sogno è una parola che oggi sentiamo forse lontana, è quasi paradossale pensare che la frase “ho un sogno, avere un sogno” di Scary Movie potesse acquistare una parvenza quasi filosofica nel 2022. Il sogno è continuare ad averne, e non lasciarsi spegnere dalle circostanze. Questo perché la realtà per noi Millennials oramai ha il sapore della disillusione, soprattutto dopo essere quasi usciti da due crisi economiche ed essersi beccati una pandemia.  Sentiamo di girare a vuoto come criceti su una ruota, provando ad aggrapparci al bordo della spaccatura generazionale. Se penso al futuro con realismo, vedo una situazione molto distopica. Se la penso in modo propositivo spero nel ritorno della qualità in tutto, con ritmi meno estenuanti di ascolto e consumo che diano la possibilità di creare le cose e le opere con il giusto tempo. Una sostenibilità a tutto tondo: energetica ed ambientale ma anche e soprattutto emotiva.

BRIDA

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, realtà, futuro”.

Se penso al sogno penso a quel qualcosa che arde dentro ad ognuno di noi e che non riusciamo mai a non ascoltare, seguire ed assecondare. Quel qualcosa che ti fa rischiare pur di raggiungerlo anche solo per un istante. Nel mio caso parlo di una carriera come artista nella musica. La realtà e tutto ciò che succede intorno al sogno. La realtà conta, a volte fa male a volte è semplice e altre volte no ma bisogna viverla bisogna provare a renderla nostra e non in balia del succedere delle cose. Se penso al futuro invece penso al termine “sorpresa”:lo vivo come una sorpresa e cerco sempre di essere pronta a reagire facendo una mossa ma spesso è bello anche lasciarsi andare e perdere il controllo. Lasciarsi stupire.

CARLA GRIMALDI 

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, realtà, futuro”.

I sogni sono cose semplici, fatti di una materia impalpabile, come le nuvole, il vento, il fuoco o la musica. Il sogno inizia appoggiando un dito su una corda che vibra, ha il tipico odore resinoso della pece che copre i crini dell’archetto, ha il calore del legno del violino che tengo stretto al corpo; così il sogno piano piano lascia che la mente si liberi, diventi leggera, slacci le cinghie e molli le zavorre: sono pronta ad un nuovo viaggio. Questa volta magari fra le stelle, in una colorata nebulosa, la prossima potrebbe essere sul fondo dell’oceano, nella camera magmatica di un vulcano o in cima ad un ghiacciaio…

Un sogno che serve a volare alto, a cambiare prospettiva sulla realtà, cercando di abbracciare un paesaggio spazio temporale quanto più ampio possibile, un panorama inedito e finalmente completo, per cogliere nell’insieme le meraviglie e le brutture. Quando si torna poi dai sogni, dal volo, dalla visione dallo spazio di quello che siamo stati e siamo, cosa resta se non il desiderio, quasi necessario, di conservare lo stupore, la consapevolezza, l’incanto e l’orizzonte che abbiamo visto?

Così, con quel bagaglio di nuovi alfabeti, non resterà che provare ad immaginare caratteri nuovi, fonemi ancora sconosciuti, dizionari sulla cui copertina sia scritto “vocabolario della lingua universale dal presente al futuro”. Tra quelle pagine si troveranno parole nuove per curare ogni male, ogni ferita dell’animo e della terra, ogni violenza, ogni inutile sofferenza e tutto sarà nato da quel sogno che era viaggio, visione, suono e spirito vibranti, pensiero libero, dito sulla corda e odore resinoso di pece sui crini dell’archetto.

GIOVANNI ARTEGIANI

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, Realtà, Futuro”.

Tanto sogno e realtà quanto basta per sopravvivere, penso che questo sia il mio approccio alla vita. Sono sempre dentro la mia testa a fare i miei viaggi, quindi direi che di sogno ce n’è tanto. Ma la realtà è importante e ogni giorno cerco di aggiungerne un piccolo pezzo, anche se partivo da così lontano che sto ancora lottando per raggiungere un seiuccio stiracchiato in quanto a piedi per terra e senso di realtà!

MANILA

Tutto quello che ti viene in mente se ti diciamo “Sogno, Realtà, Futuro”.

Tutto quello che viene in mente se vi diciamo “Sogno, Futuro, Realtà”. 

Sogno: Vivere di musica e con la musica.

Futuro: Chi vivrà, vedrà.

Realtà: molto precaria, ma noi non molliamo.

Il nostro sogno ovviamente, da quando abbiamo dato vita al progetto, è quello di farsi sentire e creare una nostra realtà in cui i nostri fan vengano coinvolti. Il futuro dipenderà sicuramente da noi…ma anche e soprattutto da chi vorrà darci un’opportunità e ascoltarci. La realtà è ben più dura ma proprio grazie al sogno e al futuro non ci spaventa.

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Pop Rap

Tutti i significati di Brida, “Qui” e ora

Brida, già il nome, in qualche modo mi incuriosisce. Non so il perché, ma mi ricorda qualcosa che è sepolto sotto, che è antico, che suona quasi mitologico: Brida, Brida, Brida… forse un personaggio di qualche saga greca o romana? O forse siamo più a Nord, verso l’Europa dei vichinghi? O nei continenti caldi, dove tutto diventa sole e vita che splende? Vabbé, ma che importa: quel che sappiamo di Brida è che, al momento, la ragazza è geolocalizzata in Toscana dopo una peregrinazione che l’ha portata a fare su e giù per il mondo, da Londra al Brasile; insomma, una vita che assomiglia più ad un crocevia di esperienze umane e musicali diverse, che ad un blocco granitico e inamovibile che puoi decidere di spostare da una parte o dall’altra.

Basta leggere un po’ le note stampa dell’artista per renderci conto che, un’improvvisata, di certo Brida non è – anzi: la giovane cantante toscana ne ha già fatta di gavetta, ma ciò che incoraggia è il fatto che sembri essere ben consapevole che il percorso formativo non finisca mai, e che senza dolore non c’è gloria, come direbbe qualche celebre inventore di slogan. Anche quando la vita ti porta a mettere in discussione il cammino fatto fin qui, e a ponderare l’ipotesi che in fondo fare il musicista nel 2022 stia assomigliando sempre più a qualcosa che oscilla fra le definizioni di “lusso” e “martirio”. In mezzo, c’è una quotidianità fatta di sacrifici e di lavoro, nel costante tentativo di tirar fuori da sé stessi qualcosa che torni a stupirci, prima ancora che stupire gli altri.

Brida

Forse, dopo lunghe peregrinazioni, Brida pare aver trovato il suo “centro di gravità permanente”: la squadra di produttori, in primis, sembra esser riuscita nell’impresa di dare una forma convincente ad una scrittura che pare ancora legata al momento, e all’ispirazione che non segue regole né canoni; insomma, quello di Brida è un flusso che trova un flow ben preciso nelle contaminazioni Trip Hop e Urban della lettura musicale proposta dal team di Fennec, permettendo al brano di farsi ipnotico senza perdere di tensione e sostanza. Le parole, invece, arrivano subito con sincerità perché non pare esserci posa, dietro la penna di Brida: la ragazza si racconta, racconta il proprio rapporto con sé stessa e con l’altro da sé; mette alla berlina le proprie paure e ne fa una hit buona per superare i momenti no, senza doversi a tutti i costi raccontare che “andrà tutto bene“.

Sì, perché la verità è che “va bene” ciò che ci impegniamo a far andare in tale direzione: anche se, spesso, questo vuol dire compiere sacrifici che non sapevamo di essere pronti ad affrontare. E questo, forse, non è crescere?

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Internazionale

Il battesimo astrale di Carla Grimaldi

In occasione dell’uscita del suo primo singolo da solista, “Nebula”, abbiamo fatto qualche domanda alla violinista e musicista (da anni sul palco con Blindur) Carla Grimaldi, che battezza il suo debutto in solitaria con un brano dedicato all’osservazione dei cieli, metafora di una ricerca esistenziale (oltreché musicale) che non vuole fermarsi alla punta del proprio naso.

Carla Grimaldi, una vita sui palchi e oggi ti metti in proprio. Era da tanto che covavi la necessità di una tua affermazione solistica oppure è un qualcosa che è nato da poco, questo tuo slancio solitario? 

Con Blindur sono sempre stata estremamente libera di esprimermi e di sperimentare con il mio strumento nell’ambito della musica folk alternativa, della quale sono una grande fan, ma la mia passione per le Amiina e per i Sigur Ròs mi ha spinta verso l’esplorazione di nuovi orizzonti musicali. È da qui che nasce la mia scelta di avviare una carriera solista, che non si discosta in realtà così tanto dall’estetica musicale di Blindur. Ho voluto mettermi alla prova, capire compositivamente fin dove potevo spingermi, lavorando su idee accumulate negli anni ma lasciate a fermentare. In generale comunque, direi che ho sempre fantasticato intorno all’ idea di un mio progetto solista, tutto incentrato sugli archi e sull’elettronica, e sono molto felice di aver finalmente iniziato!

Tra l’altro, “Nebula”, il tuo brano d’esordio, vede la collaborazione artistica con Massimo De Vita (Blindur), con il quale hai condiviso gran parte della sua e della tua esperienza musicale. Eppure, il linguaggio utilizzato qui è ben diverso rispetto a quello di Blindur: esiste una continuità tra ciò che è “Nebula” e il percorso da cui vieni? Oppure il brano è una “rottura” con tutto ciò che lo precede?

Dal punto di vista estetico, sicuramente “Nebula” rappresenta una sorta di rottura con quello che è l’immaginario sonoro di Blindur, in quanto lontana dall’universo folk-rock-alternativo e più vicina ad un immaginario post-classico. Quest’ultimo, è un mondo al quale mi sono avvicinata negli ultimi anni, principalmente ascoltando artisti quali Olafur Arnalds, Rob Moose e Amiina, ma anche grazie alla mia collaborazione con Manuel Zito, pianista e compositore, con il quale ho collaborato per la colonna sonora del documentario “Le Soldat”, con la regia di Davide Bongiovanni. Io e Manuel siamo inoltre tra gli artisti coinvolti nel “The Outlaw Ocean Music Project”, un progetto molto ambizioso del giornalista Ian Urbina (New York Times, National Geographic), volto a denunciare tutte le azioni illegali che coinvolgono gli oceani. Vi faccio però un piccolo spoiler dicendo che l’atmosfera generale di “Nebula” si potrà ritrovare nelle prossime uscite di Blindur,  programmate per il 2022! Quindi teneteci d’occhio! In generale comunque, sono convinta che ogni artista sia influenzato da tutto ciò che suona e che ascolta, e per quanto mi riguarda Blindur è un progetto che mi ha formata e continua a formarmi come musicista, quindi direi che esisterà sempre una continuità tra i miei lavori e Blindur.

“Nebula” è un concetto, prima ancora che un brano, che oggi ci chiama ad alzare lo sguardo, e a capire quanto siamo piccoli e destinati a scomparire. Il brano, con le sue sfumature eteree, aiuta effettivamente il viaggio a farsi concreto. Ma come nasce il tuo esordio, e perché hai deciso di chiamarlo “Nebula”?

Il mio esordio è legato alla mia formazione scientifica, e al fatto che le Scienze Naturali sono per me grandissima fonte di ispirazione sia quando compongo che quando suono. Da qui mi è piaciuta l’idea di dare al brano un nome scientifico che richiamasse al concetto di “nascita”: “Nebula” è infatti il nome scientifico delle nebulose, la materia da cui si formano le stelle.  

Pur essendo allergici alle categorie e ai generi, è evidente che “Nebula” non rientra esattamente nei canoni del “pop”, eppure possiede qualcosa che lo rende estremamente melodico e “popolare”. Quale ritieni che sia, oggi, il destino della musica strumentale e come definiresti il tuo brano d’esordio?

Rispetto alla musica strumentale, la definirei un Universo in espansione. Questo perchè sempre più artisti hanno side projects strumentali, e perchè la musica strumentale sta acquistando un ruolo sempre più importante nella nostra quotidianità, diventato rifugio emotivo spesso, e assumendo ruoli importanti anche nel mondo visual e cinematografico. Definirei “Nebula”  un brano pop nell’immaginario, nella melodia e nella struttura, con un carattere classico legato all’orchestrazione.

Tra l’altro, pare esserci un concept ben preciso che collega il tuo esordio con quello che verrà, e sopratutto con l’outfit studiato per te da APNOEA. Ti va di spiegarci un po’ il tutto?

APNOEA è un giovane brand napoletano con il quale condivido importanti ideali. I due fondatori Pina Pirozzi ed Enzo Della Valle utilizzano materiali non convenzionali e giacenze di magazzino per la realizzazione dei capi, con l’intento di porre l’accento sulla questione sostenibilità e rispetto per l’ambiente, due temi per me molto importanti. Inoltre, propongono abiti sizeless, senza taglia, secondo il tentativo di far aderire un abito non al corpo, ma alla personalità di chi lo indossa, lanciando a mio avviso un importante messaggio di inclusività nel mondo della moda. Questi presupposti, insieme alla straordinaria bellezza dei loro capi, mi hanno totalmente colpita, non capita facilmente di sentirsi così affini artisticamente ed ideologicamente, e da lì la volontà di collaborare. Tra l’altro, vi svelo che “Nebula” è solo l’inizio della nostra collaborazione! I brani che seguiranno andranno ad affrontare il tema del Climate Change, ed io ed APNOEA stiamo già lavorando a nuove idee per i prossimi outfit. 

Salutiamoci con un proverbio delle tue parti, che sia di buon auspicio per questo 2022 già zoppicante!

Dicette ‘o pappice vicino ‘a noce, damme ‘o tiempo ca te spertose” (Disse l’insettino alla noce, dammi il tempo che ti buco). Credo che sia un proverbio di ottimo auspicio: credici, lavora sodo, persevera e, piano piano, arriverai al tuo obiettivo!

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Indie Pop

Dammi tre parole #2 – Dicembre

Parole, parole, parole: parole che rimbalzano contro i finestrini di macchine lanciate a tutta velocità verso il fraintendimento, mentre accanto a noi sfilano cortei di significati e di interpretazioni che si azzuffano per farsi strada nella Storia, provando a lasciare un segno. Parole giuste, parole sbagliate; parole che diventano mattoni per costruire case, ma anche per tirare su muri; parole che sono bombe, pronte a fare la guerra o a ritornare al mittente dopo essere state lanciate con troppa superficialità: parole intelligenti, parole che sembrano tali solo a chi le pronuncia, mentre chi le ascolta cerca le parole giuste per risanare lo squarcio. Parole che demoliscono, parole che riparano. Spesso, parole che sembrano altre parole, che pesano una tonnellata per alcuni mentre per altri diventano palloncini a cui aggrapparsi per scomparire da qui. Parole che sono briciole seminate lungo il percorso da bocche sempre pronte a parlare, ma poche volte capaci di mordersi la lingua: se provi a raccoglierle, come un Pollicino curioso, forse potresti addirittura risalire all’origine della Voce, e scoprire che tutto è suono, e che le parole altro non sono che corpi risonanti nell’oscurità del senso.

Parola, voce, musica: matrioske che si appartengono, e che restituiscono corpo a ciò che sembra essere solo suono.

Ogni mese, tre parole diverse per dare voce e corpo alla scena che conta, raccogliendo le migliori uscite del mese in una tavola rotonda ad alto quoziente di qualità: flussi di coscienza che diventano occasioni di scoperta, e strumenti utili a restituire un senso a corpi lessicali che, oggi più che mai, paiono scatole vuote

SVEGLIAGINEVRA

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico “Sanremo, Canzone, Pop”.

SANREMO

Musica e fiori. Se penso a Sanremo, penso principalmente a queste due parole.

Ogni anno, da anni e anni, la tradizione vuole che milioni e milioni di italiani siano lì, davanti alla tv, a guardare il festival più importante della musica italiana. E se è vero che la musica sia lo specchio della società in cui viviamo, Sanremo è sicuramente tra le la vetrine più grandi a cui un artista italiano può aspirare per essere riconosciuto come tale. Dev’essere proprio bello salire su quel palco.

CANZONE

La prima canzone che mi viene in mente in questo momento è “Senza Fine” di Gino Paoli. L’ho sentita prima in radio, mentre tornavo a casa. Una canzone può essere tante cose, può avere diversi significati per chi la scrive e per chi l’ascolta. Può aiutare per capire quello che ancora non abbiamo capito, confermare quello che sappiamo già, insegnare, far innamorare, far piangere e ridere e infinite altre cose. Questa è la musica e questo è il motivo per cui ho scelto di far sì che scrivere canzoni diventi il mio mestiere. 

POP

Pop dalla parola popolare, per tutti.  Erano artisti pop persino Mozart e Strauss, lo sono stati Armstrong e Ellington, Crosby e Sinatra e persino se non soprattutto Elvis quando trasformò il rock & roll nel nuovo pop dei suoi anni e i Beatles che, unificando musica e moda, influenzarono per sempre il concetto di musica divenendo la più grande band pop di tutti i tempi. Potrei fare altri mille nomi per dimostrare che più che un genere è un movimento sociale e culturale, associato di anno in anno alle mode e alle rivoluzioni. Evoluto e sviluppato negli anni in più sottogeneri, dal blues o dal jazz, è stata la musica contemporanea e moderna di ogni epoca, un segno generazionale distintivo. Chiudo il monologo (il mio prof all’università di storia della musica sarebbe super fiero di me) con un esempio che riguarda i giorni nostri. L’indie è il pop di oggi, la nostra musica popolare. Non pensate al genere musicale ma focalizzatevi sul linguaggio. Vent’anni fa, i gli adolescenti parlavano come nelle canzoni di Raf e Luca Carboni, oggi parlano come fanno Calcutta e Mahmood nelle loro. Per questo la canzone è lo specchio della società, lo vediamo dalle parole usate, dalle frasi, dalle citazioni, dalle tematiche importanti tirate in causa, dai bisogni emotivi ed esistenziali per le nostre generazioni che oggi sono diverse da quelle della generazione di mia madre per esempio. Evviva il Pop, sempre.

IBISCO

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico “Sanremo, Canzone, Pop”.

(il festival di) Sanremo è il tempio della musica pop italiana (?) 

Rompiamo gli indugi evitando di giocare a nascondino dentro piazze desolate: l’obiettivo di questo esercizio non sarà certo farmi parlare dell’urbanistica dell’estrema Liguria o della serialità di Andy Warhol

Il punto di vista che maggiormente suscita il mio interesse in relazione a queste tre parole cerca di osservare quanto sia legittimo considerarle facenti parte di uno stesso discorso autoreferenziale. Dovrò necessariamente essere imparziale nel giudizio onde evitare di cadere in tediosi disappunti tanto retorici quanto potenziali cause di futuri incoerenti (perché nella vita mai dire mai). Sebbene il mio trascorso come ascoltatore di musica (italiana in questo caso) abbia mire ben lontane dai canoni che inevitabilmente un contenuto generalista come “il festival di” applichi alla sua selezione editoriale (senza offesa, è un dato di fatto) non posso fare altro che domandarmi per quale motivo io mi ritrovi ogni anno a guardarlo e, per di più, mi ritrovi ad assistere, all’interno del contesto in esame, all’esibizione di artisti che, forse per un mio vizio di forma, mai avrei accostato a Sanremo. Forse sono proprio tra coloro incapaci evitare la trappola della “logica delle quote”. Il pubblico indie (quello vero) certamente seguirà la kermesse se in “gara” ci saranno i Baustelle (in effetti mai vi hanno preso parte). Bando all’ironia, è la musica italiana che per legittimarsi quale popolare deve necessariamente passare dal certificato di partecipazione a Sanremo o la musica popolare (e quindi anche indie? Ma in che senso?) lo è a prescindere dai palinsesti dentro cui compete? Ha senso settare la musica sui linguaggi della competizione? Se sì, chi deve deciderne le sorti? Il referendum aka televoto o una giuria di sedicenti esperti che “w la musica elettronica perché ha un sound moderno”? Ma quindi chi ha vinto? Forse non so rispondere. In tutto questo mi chiedo perché ogni anno io guardi il trecentosettantottesimo festival della canzone italiana. Le opzioni di risposta tra cui scegliere sono: a) perché sono curioso; b) perché voglio “controllare” e sono masochisticamente invidioso; c) perché lo guardano tutti; d) “ah ma io non l’ho guardato, lo stava guardando mia madre ed ero lì anche io.” Fatemi sapere nei commenti del link in bio. 

(“Tutto quello che ti viene in mente” dovrà necessariamente perdonare i formati anarchici.) 

Allora diciamo che se sei “indie”, ma non hai un tatuaggio dei Joy Division sul costato, se ogni tanto di nascosto a mezzanotte di un qualsiasi venerdì dai una sbirciata alla “New music Friday”, ma in macchina ascolti il “This is Echo & The Bunnymen” eh… e partecipi a conversazioni dove si dice “che genere fai/fanno?”, ma in centro a Bologna e con l’indulgenza plenaria che causa bere birra in piazza San Francesco, allora forse, come me (forse), “pensavi di”, ma non ci stai capendo un cazzo di Sanremo, musica italiana, Pop. 

STEFANELLI

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico “Sanremo, Canzone, Pop”.

Leggo queste parole e mi viene in mente tutta la mia giovinezza. Mi ricordo tutti i rituali collegati ad esse. Le serate di Sanremo con il volume basso del televisore e la Gialappa’s band in radio a tutto volume. Penso anche all’anno scorso. Ero in studio con i Blindur e lavoravamo a nuove idee. Durante quei giorni ovviamente non potevamo che fare il tifo per l’unico e solo concorrente in grado di arrivare in finale con un videoclip delle prove generali. Sono tempi difficili e i nuovi eroi hanno nuovi volti. IRAMA è stato il nostro eroe capace di travolgere un sistema complesso con un cavillo ancora più insensato e ha riempito i nostri cuori di gioia.

Penso che la canzone pop sia sicuramente un ottimo ingrediente per unire le persone. Il rituale che ne consegue – tutti uniti attorno al fuoco – è la missione. 

Spero di poter partecipare al gran festival perché sarebbe bellissimo e solo l’idea mi elettrizza. 

I Phoenix hanno fatto un disco intero ambientato in Italia. Mi piace tutto “anche il mio lato brutto”. Ciao vi amo. 

CASPIO

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico “Sanremo, Canzone, Pop”.

Se penso a Sanremo mi vengono in mente fiumi di parole. E mi viene in mente Fiumi di parole perché, alla fine, forse era ancora meglio quel Sanremo lì. Quello che odorava di naftalina, polvere e stantio anche attraverso lo schermo. Quello che non guardavamo. Nonostante avessi accolto con un certo entusiasmo le scelte felici (furbe) degli ultimi anni che l’hanno reso fruibile anche alle nuove generazioni, a tratti persino interessante, era meglio quel Sanremo lì. Perché quel Sanremo lì lasciava la musica indie in disparte, di nicchia, lontana. La lasciava essere ancora quello che dovrebbe essere oggi: distante dai numeri, dai palazzetti, dai feat con quelli tanto più famosi che ora vogliono te, indipendente, perché fa figo. Quel Sanremo lì lasciava l’indie essere ancora musica fuori dagli schemi del grande mercato. Quella musica che si fa per il più puro, semplice, dimenticato gusto di farla.

FRAMBO

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico “Sanremo, Canzone, Pop”.

Non riesco a non pensare ai violini, e successivamente penso a casa dei nonni. La musica in casa mia c’è sempre stata, e Sanremo è un evento che in qualche modo riunisce tutti. Il dubbio che mi viene è: il pensiero dei nonni è solo un amarcord o si lega con il sapore del Festival? Effettivamente soltanto negli ultimissimi anni la kermesse si sta modernizzando con artisti freschi, giovani, alcuni anche della scena in cui mi trovo io. L’aria fresca fa sempre bene, e questo abbracciare la nuova leva della musica italiana mi fa proprio felice. C’è da dire che Sanremo si guarda non per trovare musica super ricercata, ma per ritrovarsi il Pop a cui siamo abituati da qualche annetto a questa parte. Ecco, secondo me c’è stato un bel cambio di genere: il festival è passato dall’italianissima canzone cantautorale italiana alla hit pop. Non che sia un male, anzi.

LEO CALEO

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico “Sanremo, Canzone, Pop”.

Per quanto non sia troppo lontano dall’essere vetrina, con lo scopo di esporre le migliori scelte dell’anno scolastico,  Sanremo è un po’ come un Natale in famiglia, intrinseco di incomprensioni, disapprovazione, bellezza, novità e nonni che si ostinano a ripetere le stesse cose in un grande tavolo musicale. Credo che vada di pari passo con quella che definiamo “canzone pop” in Italia, dalle sviolinate retrò piene di leggera nostalgia o lo stesso “indie”, che ormai è talmente popolare da non esserlo quasi più. Io che vivo di nomadismo, di linguaggio musicale che forse è sempre in moto verso onde sonore internazionali,  non sono il più adatto a interpretare o analizzare il panorama della canzone italiana o lo stesso Sanremo, ma andando avanti con gli anni maturo sempre più l’idea che il Festival non sia solo un punto fermo in cui si diventa automaticamente dei critici musicali o completamente dei finti disinteressati, ma semplicemente un momento di comunità in cui possiamo renderci società su un ambito che non avrebbe senso di esistere, se non fosse sempre confrontato e messo in discussione. Tendo a non essere mai specifico, lo ritengo limitante sotto certi punti di vista perché nella nostra “forma canzone”  si trovano sempre aspetti positivi, negativi e soprattutto soggettivi e credo che il migliore modo di fare musica, che sia Italiana, pop, anti-pop o d’avanguardia, sia proprio farlo nel modo in cui ci sentiamo veri nel farlo, senza preoccuparsi in che mare di musica liquida, questa zattera, andrà a naufragare. La musica è un linguaggio e come tale serve per trasmettere  un messaggio e ognuno ha il proprio, forse basterebbe imparare di nuovo ad essere liberi di tirare fuori la propria essenza senza farsi “influencerare” dall’estetica del freddo mercato.

SESTO

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico “Sanremo, Canzone, Pop”.

Sanremo, il concorso canoro, la gara tra canzoni, il momento giusto per farsi notare a tutti i costi. Lui è piaciuto più di lei o viceversa. Ammetto che non ci trovo nulla di reale in un concorso, la musica è emozione ma anche una cosa molto personale e soggettiva. 

Sanremo è un programma televisivo, non musicale, ed andrebbe preso per tale. Come faccio a dire questo è più bello di questʼaltro?
Sanremo lo vedo si come un opportunità per farsi vedere dal grande pubblico, ma quale grande pubblico segue Sanremo

Lo fa per amore della musica? Si trova davanti allo schermo perché su Netflix quella sera non cʼè niente di interessante? Come vedi ho solo altre domande e nessuna risposta valida. 

Amo la canzone Italiana nelle sue molteplici forme, amo il detto / non detto che ti lascia in bocca la nostra lingua in un testo a più strati.
Alle volte il metatesto è più importante del testo, se hai davanti un ascoltatore pronto ad andare oltre. 

Adoro le canzoni che non dicono niente ma lo dicono con grande maestria, con due o tre bei termini messi al punto giusto.
Adoro le canzoni didascaliche che provano a spiegarti tutto ma poi ti trovi ad avere altre domande alle quali non riesci a dare risposta. 

Il Pop nella mia vita non lʼho scelto, mi è stato tramandato dagli ascolti in casa dei miei , sempre attenti alle nuove uscite ma fedeli ai loro beniamini. Ho ascoltato moltissima musica di tutti i generi più o meno ( dal più duro al più classico), ma non ho mai abbandonato totalmente la canzone popolare, quella che è fatta semplice ma semplice non è, la musica per la gente comune. 

TERACOMERA

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico “Sanremo, Canzone, Pop”.

Sanremo rievoca ricordi infantili, seduti su un classico divano da nonni impolverato ad aspettare il vincitore della competizione.

Un palco affascinante con uno storico musicale che appartiene a poche altre realtà internazionali con competizioni artistiche difficili da accettare per i molti compromessi. Un lato della musica popolare che si divide tra imprenditoria e cuore musicale. La musica italiana a prescindere dal pop e dal festival non ha necessità di mezzi per aumentarne la qualità. Pensiamo che essa abbia una grande forza e molte volte venga sottovalutata.

Un lessico complesso e carico di un emozionalità unica al mondo. Ha permesso anche alla musica popolare italiana di raggiungere una profondità artistica notevole rispetto ad altri lati della canzone commerciale più superficiali. Pop per molti è un aggettivo negativo da affiancare alla musica per colpa di tanti prodotti che puntano alla volatilità della canzone cercando di spremerla al massimo nel minor tempo possibile, mentre a prescindere da ogni genere che sia pop, cantautorato, rock o hip-hop se la musica ne è protagonista e le persone che ci hanno lavorato hanno investito impegno e passione, anche nel prodotto più commerciale troviamo idee musicali acute e diversi piani di lettura di un testo che al primo ascolto può sembrare superficiale.

FRANCESCO PINTUS

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico “Sanremo, Canzone, Pop”.

Questa tavola rotonda sembra fatta apposta per questo periodo della mia vita. Sono stato a Sanremo per due week end nell’ultimo mese per le finali di Area Sanremo e forse proprio per questo ho molte più cose che mi vengono in mente alla luce di quello che ho vissuto, sentito e percepito in quei giorni. 

Andando dritto al punto, penso a quanto trasversale sia il termine pop se visto verticalmente nel tempo. Mi spiego, nella canzone italiana ciò che è pop è sempre mutato in maniera connaturata alle tendenze musicali, il pop è sempre stata quella musica così potente da essere in grado di raggiungere le grandi masse, a prescindere dal significato che stava trasmettendo o dal genere proposto in senso strettamente musicale. E Sanremo in questo processo (anche se con tutti i ritardi annessi e connessi) ci rende in grado di percepire parte di questo cambiamento se osservato cronologicamente. Provate a pensare a tutti i vincitori di Sanremo dagli anni 50 ad oggi, osservarne il processo di mutazione stilistica e concettuale vuol dire anche fare un percorso storico tra le tendenze musicali italiane legate ai gusti dei più (qui si aprirebbe tutto un discorso su chi sono “i più” e su quanto le tendenze proposte da Sanremo vadano molto più incontro al target televisivo che alla popolazione nella sua interezza, due concetti che con l’avvento di internet e dello streaming si sono sempre più ricavati due spazi ben diversi, ma è un processo di cui tutti siamo consapevoli e che vi risparmio volentieri). 

Il pensiero un po’ disordinato che sto cercando di esprimere è che, se anche volessimo per assunzione addossare a Sanremo la responsabilità di rappresentare la canzone pop italiana di anno in anno, tanto basterebbe a farci capire come il concetto di pop sia eterogeneo e mutevole, è che sia quindi più interpretabile come un atteggiamento, un’attitudine e una visione, piuttosto che un genere musicale in senso stretto. Il problema è che, come in tutti i paesi, anche l’Italia ha vissuto periodi caratterizzati da un “brutto” pop, che quindi ha fatto prendere a molti le distanze da questo termine in maniera protezionistica, per evitare di finire in un calderone di cui si aveva probabilmente paura.

PAUL GIORGI

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico “Sanremo, Canzone, Pop”.

Sanremo canzone italia pop

Cosa penso se mi dicono: “Sanremo, canzone italiana, pop”.
E’ una domanda difficile. Mi vengono in mente i fiori di certo.

Mi vengono in mente quelle sere dell’anno che sembra tornare Natale intorno alla tv.
Mi viene in mente uno dei primi video che guardai di Lucio Battisti (anche perchè non ce ne sono proprio moltissimi) del suo Sanremo 69. Mi vengono in mente Morgan e Bugo.

Mi vengono in mente canzoni molto molto belle dove mio fratello mi batte sempre perchè se ne ricorda di più.
In Italia abbiamo una grande tradizione quasi invalicabile e a dir poco sacra di musica.

Fuori o dentro Sanremo.
A tratti, o almeno in questo periodo, questa consapevolezza rimane addosso come un maglione di lana. Mi tiene un gran caldo ma al tempo stesso mi pizzica un po’.
Quindi , per rispondere alla domanda iniziale potrei riassumere tutto dentro una sola parola: Jalisse.

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Indie Pop

Dammi tre parole #1 – Novembre

Parole, parole, parole: parole che rimbalzano contro i finestrini di macchine lanciate a tutta velocità verso il fraintendimento, mentre accanto a noi sfilano cortei di significati e di interpretazioni che si azzuffano per farsi strada nella Storia, provando a lasciare un segno. Parole giuste, parole sbagliate; parole che diventano mattoni per costruire case, ma anche per tirare su muri; parole che sono bombe, pronte a fare la guerra o a ritornare al mittente dopo essere state lanciate con troppa superficialità: parole intelligenti, parole che sembrano tali solo a chi le pronuncia, mentre chi le ascolta cerca le parole giuste per risanare lo squarcio. Parole che demoliscono, parole che riparano. Spesso, parole che sembrano altre parole, che pesano una tonnellata per alcuni mentre per altri diventano palloncini a cui aggrapparsi per scomparire da qui. Parole che sono briciole seminate lungo il percorso da bocche sempre pronte a parlare, ma poche volte capaci di mordersi la lingua: se provi a raccoglierle, come un Pollicino curioso, forse potresti addirittura risalire all’origine della Voce, e scoprire che tutto è suono, e che le parole altro non sono che corpi risonanti nell’oscurità del senso.

Parola, voce, musica: matrioske che si appartengono, e che restituiscono corpo a ciò che sembra essere solo suono.

Ogni mese, tre parole diverse per dare voce e corpo alla scena che conta, raccogliendo le migliori uscite del mese in una tavola rotonda ad alto quoziente di qualità: flussi di coscienza che diventano occasioni di scoperta, e strumenti utili a restituire un senso a corpi lessicali che, oggi più che mai, paiono scatole vuote

GALEA

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: “Generazione, Diritti, Rivoluzione”.

Ultimamente si parla tantissimo di generazioni (Millenials, GenZ) e penso che sia molto bello il fatto di potersi riconoscere in un gruppo di appartenenza, senza che questa classificazione comporti alcun tipo di limite alla propria identità, anzi. Un coro di tante voci, seppur diverse, è più risonante di quelle stesse voci prese singolarmente e questo facilita il raggiungimento di uno scopo comune. 

Di primo acchito associo la parola “diritti” al passato, quindi alla strada che è stata fatta per raggiungere determinati traguardi ed è strano, perché la conquista di molti diritti è ancora decisamente in corso. Forse mi viene in mente il passato perché non sarei né lucida né oggettiva parlando di un presente che si sta dispiegando davanti ai miei occhi. Spero che nel 2060 ripenserò a questo presente come a un periodo di lotta utile a delle conquiste finalmente ottenute.

Mi viene in mente Revolution 1 dei Beatles, in particolare il verso “But when you talk about destruction, don’t you know that you can count me out (in)”, come se la posizione di Lennon riguardo ai metodi violenti della rivoluzione fosse ancora incerta e dubbiosa. Il resto del testo invece è piuttosto chiaro, ma quell’in riporta il brano in una dimensione di ambiguità e indecisione in cui è facile rispecchiarsi quando ci si interroga su come una rivoluzione dovrebbe adoperare.

APICE

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: “Generazione, Diritti, Rivoluzione”.

L’ordine in cui le cose mi si presentano già di per sé costituisce un viatico interessante (a mio parere, quanto meno) circa la comprensione della relazione intrinseca che esiste fra gli addendi, e circa l’innefficacia – almeno, in questo caso – della proprietà commutativa, al punto che il risultato cambia eccome a seconda del modo in cui queste parole si combinano fra loro.

Mi spiego: ogni generazione, in qualche modo, nasce nell’orizzonte predeterminato di una serie di diritti ottenuti, e di diritti da conquistare; è il mondo in cui nasciamo e proviamo ad auto-definirci che, in fin dei conti, ci spinge a capire cosa siamo e cosa non siamo, né vogliamo essere: ad ogni generazione, si lega quindi la necessità storica di rivoluzioni che, attraverso vie differenti, discendono dalla contemplazione dei diritti che esistono, ma soprattuto di quelli che ancora non ci sono. Bene, generazionedirittirivoluzione.

Ma è anche vero che pare intellettualmente disonesto considerarci meritevoli di qualcosa che non ci siamo conquistati, ed è anche vero che viviamo nell’era di un post-modernismo (se non di una post-contemporaneità: siamo già nel “futuro”, per alcuni…) che sembra averci dato più risposte semplici e perentorie che domande capaci di solleticare il dubbio, attivando la complessità del pensiero: tanti diritti ci precedono, e forse è proprio questo che ci ha allontanato dal concepire la rivoluzione come un appuntamento inevitabile con la Storia; l’ordine dirittigenerazionerivoluzione è fallace, oggi, perché l’ultimo addendo diventa spessa superfluo, o quanto meno si rivela un fatto di posa e di retorica stantia, e quanto mai generazionale. Ecco, questo è quello che oggi mi pare essere, spesso e volentieri, il rapporto tra le parole designate quanto meno nella contemporaneità. Credo che quello della rivoluzione sia una ginnastica a cui ci si allena attraverso la negazione, ma quella vera, e che tante battaglie a volte finiamo col combatterle solo perché ci piace “giocare alla rivoluzione“: andare fino in fondo, poi, è merito di pochi – forse, di quelli che davvero si sentono “negati” di qualcosa, perché il dolore degli altri è sempre dolore a metà e per quanto tu ti possa impegnare ad empatizzare con le ferite altrui non sarà mai come avercele incise nella carne. Punto.

Quello che oggi trovo essere l’ordine più efficace a sparigliare le carte credo sia Rivoluzione, Diritti, Generazione: credo alla forza di rottura di un atto violento (non tanto – o non solo – nelle modalità, ma negli effetti), che possa determinare diritti nuovi da cui possano prendere forza nuove generazioni di pensiero, prima ancora che di persone. Sperando che la nostra, di generazione, non se ne stia a guardare mentre qualcun’altro la sorpassa a sinistra (o peggio ancora, a destra), ma se anche fosse così poco importa: la Storia fa sempre il suo corso, e il precipitare degli eventi è necessario alla definizione di nuovi mondi.

MILELLA

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: “Generazione, Diritti, Rivoluzione”.

Con Generazione mi viene in mente Kurt Cobain; da adolescente pensavo fosse un “poeta”, ma crescendo ho scoperto che se ti ammazzi dopo aver “professato” determinate cose, sei solo un ciarlatano. 

Diritti e Rivoluzione invece, sono due facce della stessa medaglia; una medaglia pesante per i tempi che corrono, una medaglia che a quanto pare e a quanto visto in parlamento in questo momento storico, in molti non vogliono indossare.

FLORIDI

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: “Generazione, Diritti, Rivoluzione”.

Generazione:

This is my generation, baby

Cavolo se sono un fottutissimo nostalgico, non so se capita spesso anche a voi ma io in preda a chissà quale ragione reale spesso pronuncio la seguente frase “sarei voluto nascere negli anni 60/70, ma mi andavano bene anche gli anni 80” ora a dirla tutta, in realtà, per 5 mesi sono un figlio degli anni 80, ma poco conta… m’interrogo spesso sul perché se scavo nel profondo, io, fino in fondò non mi riconosca in questa generazione, le risposte sono talmente tante e talmente articolate che la mia autoanalisi termina con un’emicrania alienante, i soliti dubbi e un gin tonic in più sul conto del mio povero fegato. Comunque siamo una generazione fondamentalmente sola, con riferimenti sempre meno a fuoco e obiettivi che tendiamo a credere facilmente raggiungibili e che per la legge di Murphy puntualmente non si realizzeranno, ma allo stesso tempo siamo testardi e vogliosi di provare a cambiare qualcosa

Diritti:

Raga, mi sembra di essere tornato al primo anno di università, quando forte dell’impegno politico che avevo esercitato negli ultimi due anni di liceo come rappresentate d’istituto mi apprestavo a scegliere Giurisprudenza come facoltà definitiva per la mia vocazione, quella di diventare un PM pronto a stravolgere le regole del gioco, pronto a scendere in campo in favore dei più deboli, mi ero ripromesso che mi sarei incaricato solo di cause giuste, ma ripensandoci bene questo è anticostituzionale, quindi la mia folgorante carriera magistrale è durata più o meno 4 stagioni. Però a quel tempo ho capito una grande verità per me, che scrivere canzoni (cosa che facevo già da qualche anno) poteva farmi abbracciare qualcuno che soffriva come me, poteva far arrivare la mia voce, il mio pensiero ovunque ci fosse qualcuno pronto ad accoglierlo poteva permettermi di dire la mia su armonie semplici o complesse, sapeva mettermi a nudo e sostenere cause alle quali tenevo.

Rivoluzione:

Dici che vuoi una rivoluzione

Bene, sai

Tutti noi vogliamo cambiare il mondo

Mi dici che è evoluzione

Bene, sai

Tutti noi vogliamo cambiare il mondo

Ma quando mi parli di distruzione,

sai che non puoi contare su di me

Non sai che andrà tutto bene?

Dici che hai una soluzione concreta

Bene, sai

A noi tutti piacerebbe vedere il tuo piano

Mi chiedi un contributo

Bene, sai

Stiamo facendo quello che possiamo

Ma se vuoi denaro per gente con pensieri di odio

Tutto ciò che posso dire è: fratello, devi aspettare

Non sai che andrà tutto bene?

Quando penso alla parola rivoluzione le mie sinapsi creano subito uno Swipe Up, anzi no, un link in evidenza, connesso a questa canzone e alla sua potenza espressiva. Mamma mia i Beatles.

FRANCESCA MORETTI

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: “Generazione, Diritti, Rivoluzione”.

Oggi fortunatamente queste tre parole si sentono nominare spesso. Stiamo vivendo un periodo in cui è molto più frequente sentir parlare di diritti rispetto a prima, specialmente grazie ai social. Credo che la mia generazione sia molto più avanti rispetto a quelle precedenti, soprattutto quando si tratta di temi come omotransfobia, femminismo, razzismo, ambientalismo. Spesso ci chiamano gioventù bruciata, quando invece bisognerebbe solo lasciarci spazio e lasciarci fare. Magari la rivoluzione è più vicina di quanto sembri.

MARSALI

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: “Generazione, Diritti, Rivoluzione”.

Non mi reputo un’attivista incallita, vi dico la verità, ma sicuramente sono sempre stata una persona che si è schierata o esposta nelle varie situazioni della vita per “dire la sua”. Credo che la nostra generazione, quella dei social intendo, abbia molti più strumenti rispetto ai giovani di venti anni fa per far sentire la sua voce e per sensibilizzare anche le fasce di età più adulte su dei temi che prima erano dei grandi taboo. Il tempo scorre veloce e io stessa a venticinque anni a volte mi sento indietro rispetto a certe innovazioni di pensiero ma questo non deve farci paura, la nostra piccola grande rivoluzione, anche nei confronti della musica, deve essere l’empatia, il sapersi mettere nei panni dell’altro, il vedere non sempre quelli attorno a noi come dei nemici da buttare giù ma magari come compagni di viaggio storti in questo storto pianeta. I diritti ci spettano è vero, non vanno meritati, ma dobbiamo dimostrare almeno di saperli gestire. 

DAVIDE BOSI

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: “Generazione, Diritti, Rivoluzione”.

La musica accompagna da sempre le ‘nuove’ e le ‘vecchie’ generazioni che si susseguono nel tempo. 

Ricordo quelli che più di altri hanno avuto la sensibilità di combattere per i diritti dei più deboli, degli ultimi (Bob Dylan, John Lennon, Joan Baez per citarne alcuni).

Penso alle opportunità che la musica ha di farsi portavoce della lotta per la libertà e uguaglianza fra le generazioni e il loro tempo.

IL GEOMETRA

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: “Generazione, Diritti, Rivoluzione”.

Ho idee molto confuse rispetto a tutto ciò che mi circonda ormai. Non ho un’opinione forte su niente. Attualmente, in questo preciso momento storico, non mi appassiona alcuna tematica che non sia legata ai vini naturali, ai ristoranti recensiti della guida Michelin e ai film di Carlo Verdone del periodo compreso tra il 1983 e il 1995. Quindi, effettuate tali premesse, posso affermare senza troppo imbarazzo che la prima cosa che avverto ascoltando queste tre parole è un leggero senso di fastidio.

Provo fastidio per me stesso, per la miseria delle connessioni associative che si sviluppano nella mia mente all’ascolto di questi vocaboli (ti accorgi/di come vola bassa la bassa la mia mente? / è colpa dei pensieri associativi / se non riesco a stare adesso qui…).

E così, la parola “generazione” mi fa pensare a tutti quei termini di più o meno recente coniazione, come “generazione x”“generazione z”“boomer”“millenials”, che si leggono negli articoli di Vice o nei meme, con significati per me sempre volto vaghi e/o post-ironici.

La mia generazione, quella cresciuta negli anni ’90 insomma, dovrebbe essere sulla rampa di lancio della genitorialità, della fascinazione per gli investimenti immobiliari, del progressivo decadimento fisico che si manifesta attraverso la comparsa – sui propri profili social – delle fotografie sfocate di grassissimi pasti domenicali, serviti in approssimative teglie di alluminio, preparati con l’irrinunciabile collaborazione del proprio partner, che di solito coltiva anche un piccolo orto. Entrambi indossano vestaglie. E ascoltano i podcast di Barbero come grande momento di accrescimento culturale condiviso. Io non ho figli, vivo in albergo e mangio bresaola e broccoli bolliti per 5 giorni alla settimana.

La parola diritti mi fa pensare a moltissime cose fastidiose e inopportune. Potrei scriverle, perché la mia opinione non è affatto influente e anche se esprimessi dei concetti aberranti (ammesso che ne sia in grado), passerei comunque inosservato. Ma preferisco comunque non rischiare. In ogni caso, per molti anni ho ripetuto a memoria la solita filastrocca tale per cui “in un paese in cui non sono garantititi i diritti sociali, i diritti civili diventano dei privilegi”, o qualcosa del genere. È una filastrocca che mi piace ancora. Quando la recitavo, in tutti questi anni, provavo un enorme senso di autocompiacimento. Per fortuna, in tutti questi anni, nessuno mi ha mai chiesto di argomentare con maggiore grado di analisi il mio assunto. Sarebbe stato molto imbarazzante.

La parola Rivoluzione mi fa pensare a un compito in classe di storia avente per tema la Rivoluzione d’Ottobre, svolto in quarto superiore. Presi nove e ne ero molto orgoglioso. Tuttavia, all’epoca, ero uno studente pigro e discontinuo, senza nemmeno il fascino che solitamente si accompagna a questo archetipo di liceale. Immagino fu anche per questo che la docente si sentì in dover di ammonirmi, innanzi a tutta la classe, ricordandomi che “una rondine non fa primavera”. Credo che quell’episodio contribuì molto nella mia attitudine a ridimensionare metodicamente tutto ciò che in vita mia è stato associabile al successo. Quello stesso giorno tornai a casa, staccai il poster di Che Guevara da sopra al letto e ne appesi uno di Bruno Tabacci

SCICCHI

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: “Generazione, Diritti, Rivoluzione”.

Vedendo scritte queste parole mi viene in mente appunto, di quanto l’Italia abbia bisogno di una rivoluzione, di quante persone ne abbiano bisogno per continuare a vivere e per un futuro migliore. Io nella mia generazione ci credo, abbiamo molto più a cuore i pari diritti rispetto a chi invece sta al governo ora, guardate che fine ha fatto il DDL ZAN, oppure quante poche persone si sono presentate al senato durante il discorso contro la violenza sulle donne, 8 su 630. Noi, vogliamo il cambiamento, vogliamo un paese libero da pregiudizi e paure, vogliamo pari diritti senza distinzioni di sesso, orientamento o colore della pelle, vogliamo la normalità… e vuoi o non vuoi se non sarà ora, tra qualche anno le persone sedute su quelle sedie non ci saranno più e ci saranno persone più competenti (spero) verso i diritti umani.

UTAH 

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: “Generazione, Diritti, Rivoluzione”.

Se ci dite “generazione” ci viene in mente l’ansia, ansia di dover dimostrare sempre qualcosa, ansia perché non sappiamo più aspettare. In un mondo in cui ormai tutto è a portata di mano vogliamo tutto e subito.

I diritti sono scale, sono ponti, sono tutto ciò che è utile per passare oltre.

I diritti sono Martelli che spaccano un muro, sono persone che gridano dietro quel muro, sono persone che abbattono un muro.

Rivoluzione è un termine forte, un’arma a doppio taglio. La rivoluzione, quella vera, bisogna avere il coraggio di pensarla ma soprattutto la determinazione di portarla avanti.

Se cerchi la rivoluzione, guardati attorno.

SEBASTIANO PAGLIUCA

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: “Generazione, Diritti, Rivoluzione”.

C’è una splendida canzone di Gaber, uscita nel 2001 che dice: “La mia generazione ha perso”. Ecco, la mia non è mai scesa in campo. E se non è mai scesa in campo allora la nostra è stata davvero una rivoluzione mancata, un occasione perduta per far riconoscere diritti tuttora repressi.

Sarà che non so bene a quale generazione appartengo: sono una sorta di ibrido cresciuto correndo per le strade di un paesino dove cellulari, computer e ogni altro congegno elettrico era visto come sacro e intoccabile per i bambini e ora sono immerso in un mondo in cui non si può e non si vuole vivere se non attraverso uno schermo.

Tra le battaglie per i diritti che la mia generazione ha perduto a tavolino, come esponente di un mondo, quello del lavoro nella musica, così sofferente e scopertosi senza alcuna tutela negli ultimi due anni, penso anche ai diritti d’autore, imbrigliati e mortificati in uffici di burocrati che ti accolgono sulle loro poltroncine come banchieri a cui stai per chiedere un mutuo.

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Indie Intervista Pop

La salvifica irriverenza di Biagio

Quanto c’fa parià il buon Biagio, che spero perdonerà il mio osceno tentativo di napoletanizzare la mia fredda “nordicità” – ognuno ha i suoi sogni nel cassetto, il mio è quello di nascere lontano dalla fredda e astiosa Milano, con un piede (se non due) tra Napoli e l’Equatore.

Dicevo, quanto ci fa divertire Biagio, cantautore partenopeo che qualche giorno fa è tornato alla ribalta con un nuovo singolo dopo l’esordio (che ci siamo colpevolmente persi) con “Geeno”: “celovuoi” è il nuovo concentrato di umorismo, ironia e finefinissimafinississima acidità scagliato contro chi nella vita non sa prendere una posizione netta su certe spinose tematiche (che il testo, ad ogni modo, chiarisce) trincerandosi dietro il leonismo da tastiera.

Insomma, la lettura del mondo offerta da Biagio è quella che passa attraverso le valvole del rock demenziale e si scalda con le sonorità d’oltremanica abilmente impiantate sul progetto da Stefanelli, uno che da queste parti è già passato più volte e che Perindiepoi apprezza da tempo.

Gli ingredienti c’erano tutti, quindi, per non lasciarci sfuggire l’occasione di fare due chiacchiere con Biagio, che si è prestato amabilmente al nostro simposio virtuale.

Ciao Biagio, a quanto pare non ami molto i social o perlomeno sembri un po’ scettico sull’utilizzo che talvolta se ne fa; fortunatamente però non siamo dovuti venire fino a Napoli per chiederti un po’ di cose su di te e sul tuo brano (benedetta/maledetta tecnologia, che accorcia/aumenta le distanze!). Anzitutto, come e dove “muore” Biagio Vicidomini e nasce Biagio, l’ironico e blasfemo cantante.

Biagio nasce dalla più classica delle delusioni amorose. Suonavo già il pianoforte, ho incominciato a suonare la chitarra e a scrivere canzoni depresse per l’amore appena perduto. Successivamente mi sono ripreso e ho approcciato ad un modo nuovo di scrivere basato su quello che realmente mi accade. La mia vita è molto movimentata e gli eventi di conseguenza ironici, da qui la vena ironica della mia scrittura.

Prima di arrivare al fulcro concettuale del pezzo, forse già un po’ spoilerato prima, sarebbe bello se ci raccontassi un po’ la tua musica tra influenze intuizioni e produzione (tra parentesi originale ed avvolgente)

La mia musica nasce piano/synth o chitarra e voce. Ascoltando tantissima musica ogni giorno ho infinite influenze che si riassumono nelle melodie create ad hoc dal buon Stefanelli, produttore amico e mentore. 

“Celovuoi”, titolo ironico e scanzonato ma che a livello tematico solleva inevitabilmente il polverone del dibatto sull’utilizzo dei social network e sui conseguenti misunderstandig che si vengono molto spesso a creare a causa della lontananza fisica e talvolta emotiva: Dicci la tua, nel video – con il tuo modo scanzonato di fare – citi numerose piattaforme, e non senza una certa ironia dissacrante!

Partendo dal presupposto che sto per fare un discorso un po’ da boomer, ma rimpiango i tempi in cui ci si conosceva per strada e ci si avvicinava ad una ragazza incuriositi da uno sguardo o da un sorriso fugace. Aggiungere le persone sui social e scorrerle come le pietanze di un menù di un fast food mi perplime e non poco. Sono vecchio? Forse sì, ma preferisco un bel palo ben assestato dal vivo piuttosto che un visualizzato con la doppia spunta blu.

Visto che qui abbiamo i nostri agganci, siamo riusciti a vedere in anteprima il videoclip della tua canzone – ora disponibile su tutte le piattaforme – con una regia d’eccezione e un cast stellare (sognavamo da tempo di scrivere una cosa del genere!). Quello che ci interessa però è parlare un po’ della vena blasfema, se così si può definire, che lo caratterizza e come questo in un paese, in fissa totale con il politica correct, come l’Italia potrebbe essere percepito.

I miei testi sono palesemente dissacranti, quale miglior occasione per rappresentare in maniera spregiudicata e demitizzante il concetto se non provarci con una suora di bella presenza? Sono cresciuto in una famiglia cattolica praticante, ma non ho badato molto alla piega blasfema che ha inevitabilmente preso il video. Ho pensato per lo più ad agire per immagini forti per descrivere i miei testi ed il mio progetto.
In tema ecclesiastico ti faccio però una confessione, mia madre si è rifiutata di vedere il video, per fortuna mi rivolgo ad un pubblico più giovane.

Biagio, si è detto fin troppo. Ora salutaci, e mandaci a quel paese nel modo più carino che hai a disposizione.

Grazie a tutti, è stato un piacere, tutto vostro, vi auguro una buona vita, fate buone cose!

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Pop

Tutta la libertà di Marco Scaramuzza

Di Marco Scaramuzza avevamo già avuto modo di parlare qualche tempo fa, quando aveva consegnato all’etere il suo secondo singolo “Rosa” a poche settimane di distanza dall’esordio con “Cuore di plastica”.

Già allora, ci era sembrato di aver davanti un ragazzo speciale, e se vogliamo diverso da quelli che siamo abituati ad incontrare sui rotocalchi dell’indie nazionale; Marco, in effetti, ha qualcosa di estremamente vintage non solo nella musica che propone (che si ancora saldamente ad una certa tradizione autorale che, come tutte le cose belle, è destinata a non passare mai di moda), ma sopratutto nell’approccio al modo di fare musica.

Sì, perché nell’era della perfezione geometrica di sezioni auree testo-musicali ad appannaggio dei dosaggi giusti di esperti ragionieri discografici, nel secolo avaro delle riproposizioni seriali di altrettante riproposizioni seriali, nel marasma di anonimato che ad ogni venerdì di uscite rinnova la sua (poco) eletta schiera di nuovi volontari all’oblio, Marco si erge con la serenità del totem su tutto un panorama di illusi e disillusi della musica e della discografia facendo quello che gli riesce meglio: essere sé stesso, nudo e crudo (a tratti, anche fin troppo crudo!), e facendosi alfiere di un popolo invisibile (ma presente) che lotta silenziosamente per proporre un’alternativa a tutto questo rumore.

“Gli Invisibili” è un disco che fa pensare, e questo è forse il suo più grande merito. Non è un lavoro impeccabile, sia chiaro: certe cose, e Marco forse lo sa, potevano essere curate meglio in fase di produzione, ma è innegabile che il sentimento di forte urgenza e necessità che il lavoro comunica sin da primo ascolto convince l’ascoltatore ad affezionarsi a tanta convincente imperfezione.

Volete una prova? Ascoltatevi “Libero”, e arrivati al ritornello capirete che per Marco di regole non ne esistono. Se poi avete voglia di farvi mandare in tilt il cervello, la parabola de “L’orto” è quella che fa per voi: più vite raccontate ed intrecciate come matrioske nel giro di valzer di un brano denso, ammaliante e avvolgente.

Insomma, non lasciate che Scaramuzza resti invisibile. Per noi, non lo è già da un po’.

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Indie Pop

Nello scrigno di Blumosso

Blumosso è un artista che più volte ho avuto occasione di incontrare lungo il mio cammino di recensore e ascoltatore imperscrutabile e indefesso, ma del quale ho avuto modo di parlare ancora troppo poco.

Ecco perché oggi, all’uscita di “TG” – unico lampo apprezzabile di una scena ancora evidentemente assopita, in questi primi giorni settembrini – mi è sembrata palesarsi di fronte la possibilità di colmare lacune passate, e dire la mia su un progetto che fa parlare di sé da qualche anno, riservandosi il merito di riuscire ad alzare l’asticella dell’offerta senza la pretesa di stupire pubblico e addetti al settore con effetti pirotecnici, quanto piuttosto attraverso il lusso coraggioso della semplicità e dell’urgenza. Chiavi di volta, oggi più che mai, utili a tenere in piedi la curiosità di una pletora di ascoltatori sempre più disincentivati alla curiosità da progetti privi di nerbo, e di reale “necessità” d’esistere.

Sì, perché non basta saper suonare uno strumento (oggi, in realtà, non serve neanche più) per poter “fare musica”, né saper scrivere un testo in un italiano simil-corretto (oggi, in realtà, neanche questo serve più): la differenza fra l’esecutore di un copione e l’artista sta nel fatto che al secondo il copione non serve affatto; attenzione, non è questa una condanna al “metodo” e all’artigianato, tutt’altro. Dico solo che di copioni e di brutte copie oramai più che prevedibili ne abbiamo piene le orecchie (e non solo) e che di fronte a canzoni che sanno mantenersi in piedi da sole senza pretendere alcunché che non sia la voglia dell’ascoltatore di ascoltare, beh, la differenza si sente.

Blumosso viene da un percorso che gli ha permesso, nella vita, di sperimentare più copioni (tutti esclusivamente scritti di proprio pugno) e di gettarsi in toto nell’esperienza della scrittura prima ancora che della musica, in modo totalizzante e imprevedibile; al netto dell’ascolto di “In un baule di personalità multiple” (il suo primo disco del 2018), “Di questo e d’altri amori” non può che mettere in luce l’evidente tendenza di uno spirito libero alla divergenza rispetto a sé stesso, e alle proprie comfort zone: nell’era delle playlist e del “digitaloso”, Simone riscopre la purezza di una voce che abbisogna solo di sé stessa (e al massimo, di un piano o di una chitarra) per farsi sentire, avvalorata da una scrittura che sembra intenzionata a spogliarsi del superfluo per ricontestualizzarsi nella semplicità di tre piccoli inni alle cose piccole, essenziali.

“Nordest”, “Vabeh” e “Tg” sono facce (giuste) della stessa medaglia, l’epigrafe di un sentimento e dell’esperienza di un amore che non riusciva a sentirsi contenuto in un solo brano, e che come edera rampicante ha dovuto estendersi – risalendo dalle radici di una riscoperta cantautorale di Blumosso stesso – fino alla punta delle dita di una penna completamente impegnata a decodificarsi, per ritrovarsi. I tre singoli pubblicati per Luppolo Dischi e raccolti in “Di questo e d’altri amori rivelano una coerenza che trova forza nella semplicità delle sue immagini, nell’essenzialità delle sue forme: un connubio riuscito nella protezione di uno scrigno da custodire gelosamente, prima di nuove odissee.

Blumosso, Ulisse e Simone Perrone. Dal baule di personalità multiple dell’artista pugliese continuano a scappare declinazioni di se stesso capaci di non stancare, costringendo anzi l’ascoltatore ad affezionarsi ancor più ad ogni nuovo tentativo di volo.

Perché si sa, l’umanità vince sempre.