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Comunicato stampa Indie Pop

Le pagine aperte di Zvrzi: “EP delle canzoni dal diario” è il nuovo disco

“EP delle canzoni dal diario” è il nuovo EP di Zvrzi, uscito venerdì 15 maggio 2026. Un’agenda emotiva nella quale Zvrzi raccoglie frammenti di tempo e li lascia scorrere senza forzarli. Le canzoni avanzano tra ricordi quotidiani, immagini leggere e pensieri che riaffiorano all’improvviso, mantenendo il tono intimo di qualcosa scritto prima ancora di essere cantato. Tra chitarre essenziali, piccole aperture elettroniche e melodie sospese, il disco trova una delicatezza spontanea, capace di trasformare esperienze personali in una nostalgia condivisa, semplice e disarmante.

Foto: Elisa Platia

Queste le parole con le quali l’artista presenta l’EP:
«”EP delle canzoni dal diario” nasce come un ritorno silenzioso e necessario.
I brani che compongono l’EP sono stati scritti in momenti diversi della vita di Zvrzi, lungo anni di cambiamenti, distanze e una lunga pausa artistica. Canzoni nate senza l’urgenza della pubblicazione, rimaste nel tempo come appunti personali, frammenti emotivi, pensieri affidati alla musica e poi lasciati in sospeso. Durante l’assenza dalle scene, queste canzoni sono rimaste chiuse, come pagine di un diario mai condiviso. Oggi vengono riportate alla luce nella loro forma più autentica.
Il progetto si muove tra indie-pop e cantautorato contemporaneo, con un suono essenziale e atmosferico: chitarre pulite, ritmiche morbide, elettronica discreta e spazi sonori ampi che lasciano respirare le parole. L’equilibrio tra malinconia e luce accompagna una scrittura diretta e confidenziale, fatta di immagini quotidiane, ricordi, relazioni e oggetti che diventano simboli del tempo passato. Ogni brano rappresenta una pagina, un momento, una traccia emotiva rimasta nel tempo. Insieme, costruiscono un archivio personale che attraversa gli anni e racconta la memoria con uno sguardo intimo, fragile e sincero. Un EP che non è solo una raccolta di canzoni: è la trasformazione di un tempo privato in una narrazione condivisa, un ritorno alla musica come spazio di verità e necessità.
L’album è arricchito da prestigiose collaborazioni: il mater di Mike Marsh (Sterling Sound, già al lavoro con Oasis e U2) per “Fiatpanda”, il mix e master di Anthony Rocky Gallo (Cigarettes After Sex) per “Millelire” e il master de “l’ultimovocale” firmato dal due volte vincitore ai Grammy Steve Fallone. Completano il progetto i contributi musicali di Anthony Sasso e la partecipazione alla chitarra di Alberto Tirelli (Tamango) in “cifacciamolestorie.»

Puoi ascoltare il disco qui:

BIO
Zvrzi, al secolo Daniele Zurzolo, è un autore che canta, ma non solo. Un esuberante frullato colorato di idee alternative prestate al pop. Un poeta vintage stretto in un’epoca digitale, un momento romantico lento in un epoca cinica e veloce, che a suon di frasi evocative, disegni di quotidianità, suoni acustici, sintetici e arrangiamenti raffinati vi prenderà per mano e vi accompagnerà in un atmosfera capace di farvi viaggiare dal Tacheles di Berlino al Festival di Glastonbury, dalla NY glam degli anni 70 delle bambole alla Torino sotterranea e grigia dei primi anni zero.

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Fonte: Costello’s Agency

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Comunicato stampa Indie Pop

Una casa fatta di respiri: dentro “Loved Ones”, l’EP d’esordio di June

“Loved Ones” è il nuovo EP di June, uscito venerdì 24 aprile 2026. Un debutto che si muove piano, come luce che filtra tra le stanze. June lascia entrare gli altri nel proprio spazio fragile, trasformando l’intimità in qualcosa che respira insieme. Tra trame leggere e silenzi abitati, le canzoni non cercano risposte: restano, si intrecciano, fanno posto. Il suono è vicino, essenziale, quasi sussurrato. Qui crescere non è difendersi, ma restare aperti, anche quando tremiamo.

Foto: Andrea Bertolucci

Queste le parole con le quali l’artista presenta l’EP:
«“Loved Ones” è un progetto che raccoglie già nel titolo la sua stessa essenza: storie, emozioni, connessioni e legami con le persone e gli ambienti più cari.
Con questa pubblicazione June riprende le ispirazioni intimiste e quasi oniriche dei suoi lavori precedenti, infondendole però questa volta di una nuova e inedita leggerezza. Il filo conduttore del progetto è la gratitudine, il racconto del bene, la scoperta della quiete. L’ultima parola del disco è proprio “you”, tu, voi, l’altro – un finale quasi aperto che lascia persistente anche dopo l’ascolto il tema principale della pubblicazione: l’apertura verso ciò che è fuori da noi e l’elogio alle emozioni che questo contatto con l’esterno ci può regalare. “Loved Ones” è un disco intimo e sincero, una carezza sonora.

“Loved Ones” è un progetto di cui vado estremamente fiera. Dal punto di vista tecnico, rappresenta un punto altissimo del mio lavoro come produttrice e musicista: tutti i brani sono stati scritti, registrati, prodotti, mixati e masterizzati nella cantina di casa dei miei genitori. Soltanto io, qualche chitarra e una piccola tastiera midi. Un lavoro di auto-produzione veramente intenso, qualche volta quasi buffo e assurdo, sempre accompagnata dal mio amico e, se vogliamo, maestro Fra (Francesco Francia – FRNQ). Per quanto riguarda l’aspetto retorico, anche emotivo, “Loved Ones” è una raccolta preziosissima di ricordi di un periodo molto bello e libero. Ho scritto tante di queste canzoni di getto, improvvisamente, e in un modo totalmente spontaneo e sincero. Sono molto orgogliosa di aver trovato la modalità e lo spazio per esprimere quel sentimento bellissimo che è la gratitudine, in un modo che onora chi e ciò che lo ha fatto esistere.»

Puoi ascoltare il disco qui:

BIO
June è musica d’introspezione, una miscela di atmosfere acustiche e riverberate tra l’alt-folk e l’indie pop. La penna e la voce di Giulia, giovane cantautrice costantemente in movimento tra Bologna e la Romagna, si prestano a un’osservazione delicata e intimista delle emozioni, al racconto dei cambiamenti. L’ascolto di un diario segreto, tanto personale quanto condiviso.

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Fonte: Costello’s Agency

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Comunicato stampa Pop

“Caterpillar” ci introduce nel mondo interiore di Silvia Reale

“Caterpillar” è l’album d’esordio di Silvia Reale, uscito venerdì 2 maggio 2025. Fronteggiare le aspettative di tutti per poi abbracciare finalmente le proprie vulnerabilità: quello di Silvia è un vero e proprio percorso di crescita che prende vita a suon di soul pop e jazz funk.

Foto: Gianluca Gerardi

Queste le parole con le quali l’artista presenta l’album:
«Questa è la mia storia. Sono stata cresciuta come un Caterpillar: tenace e forte nei confronti della vita, pronta a mostrarmi sempre indistruttibile, infrangibile mascherando il più possibile le mie debolezze.
Grazie alla costante ricerca individuale sollecitata dalla scrittura di musica originale, intima e personale, mi sono scoperta anche altro: fragile, sensibile e spesso vulnerabile.
Attraverso questo disco sono riuscita a rimarginare le mie ferite, che si illuminano di un senso nuovo.
Ogni brano è una storia che ho cercato di raccontare attraverso suggestioni che attingono da quello che sento quando mi relaziono e mi apro con il mondo esterno.
È un disco che disegna i fili invisibili che mi legano alle persone importanti che gravitano attorno a me nella mia vita quotidiana giù dal palco; fili intricati, a volte annodati, a volte saldi e forti, a volte soffocanti, a volte che mi sorreggono.
Queste canzoni sono la testimonianza del mio costante processo di trasformazione: farsi piccola per poter passare dalla cruna di un ago, rompersi, sparpagliarsi, polverizzarsi per ricomporsi e rinascere in una veste nuova da caterpillar (bruco in inglese) a farfalla.
Ho tolto il velo che ho sempre indossato per vergogna, per paura, per pudore e ho cercato di essere il più sincera e comprensibile possibile; da qui la scelta artistica di utilizzare la mia lingua madre, l’italiano, come unico modo per comunicare. La consapevolezza di essere molto più intelligibile da chi mi ascolta e quindi molto più vulnerabile nella mia sincerità, la magia di poter condividere la mia storia ed essere un punto di vista totalmente opposto e quindi nuovo o condiviso ed amico per chi
mi ascolta, sono valori aggiunti che mi hanno dato il coraggio di abbattere i miei muri e tendere una mano verso l’incontro con l’Altro da me.
Un altro aspetto importante che è fil rouge di tutte le tracce è la cura.
Cura delle parole scelte in ogni verso, ritornello o special considerate non solo per il senso o il significato (attraverso l’utilizzo di giochi di parole, ad esempio), ma anche per la musicalità che ogni singolo termine racchiude in sé attraverso un lavoro di assonanze e contrasti in una fusione con le note, gli accordi e la scelta degli arrangiamenti.
Cura degli arrangiamenti che veicolassero al meglio i messaggi dei testi e che fossero espressione del mio mondo interiore e dei generi che mi hanno da sempre attraversato e animato il fuoco dentro di me. Fondamentale, naturale e spontanea è stata la condivisione del lavoro di produzione e composizione con Nicholas Celeghin, musicista che stimo molto ed amico, che ha saputo sposare i testi e le melodie con un sound fresco, energico e tridimensionale.»

Puoi ascoltare il disco qui:

BIO
Se Silvia Reale fosse un colore sarebbe il giallo, se fosse un elemento sarebbe l’aria, se fosse un pianeta sarebbe la Luna.
La sua voce inconfondibile, talvolta energica e grintosa, talvolta ariosa e delicata, è lo strumento che ha scelto per aprire le porte verso la sua interiorità. Le parole che sceglie nelle sue canzoni risuonano, giocano e si legano per esprimere concetti profondi e veri: come indossare un paio di occhiali e vedere il mondo dal suo punto di vista. Le melodie sono ricercate e il sound è carico di tutti i generi che l’hanno attraversata: il soul, il funk, l’r&b e il blues.

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Fonte: Costello’s Agency

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Recensione

“passo zero”: l’eleganza contemporanea del nuovo EP dei greatwaterpressure

I greatwaterpressure sono un collettivo milanese che si ispira alle sonorità della disco e del funk degli anni Settanta e Ottanta, richiamando alla mente artisti leggendari come Quincy Jones, George Benson e Dexter Wansel. Con il loro nuovo EP “passo zero”, Edoardo Grimaldi, Gabriele Prada e soci, dimostrano una notevole abilità nel reinterpretare questi riferimenti iconici, fondendoli con un sound elettronico moderno, arricchito da sfumature di R&B.

Pubblicato a gennaio via spotless music, il nuovo EP“passo zero” si presenta come un’opera compatta e coerente checattura l’essenza di un percorso emotivo tra alienazione e momenti di introspezione: i quattro brani che lo compongono riescono nell’intento di esplorare le radici del nu-funk e dell’italo-disco, rinnovandole con una sensibilità contemporanea che si distingue nel panorama musicale attuale. Il nuovo lavoro del collettivo milanese trova equilibrio nei testi personali e negli arrangiamenti dinamici, che conferiscono profondità a questo progetto che vuole raccontare non solo di una fuga, ma anche di un ritorno, intrecciando inquietudine e romanticismo ed esplorando la frenesia della vita urbana tra momenti di rabbia e vulnerabilità.

Tra synth nostalgici e linee di basso pulsanti, “passo zero” è stato costruito con attenzione ai dettagli, bilanciando dinamiche ritmiche coinvolgenti con momenti più riflessivi: “supersenzapiombo”, brano che ha anticipato la release dell’EP, cattura l’ascoltatore e lo trasporta in una nuova dimensione vibrante e dinamica. Le atmosfere malinconiche di “topo di città” amplificano invece il senso di alienazione della vita metropolitana, offrendo una narrazione più intima.

Con “1m9g” scopriamo il lato più audace e sperimentale del collettivo, mentre la title track “passo zero” chiude il cerchio con un tono intimo, invitando ad una pausa necessaria nel caos della quotidianità. Il risultato, nel complesso, è un EP che riesce a fondere passato e presente, tradizione e innovazione, riuscendo a far ballare e riflettere. Una storia di ricerca e riconciliazione che conferma i Greatwaterpressure come una realtà interessante e promettente nella scena musicale contemporanea.

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Fonte: RC Waves

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Indie Pop

“Oltre”, il nuovo disco di Paduano che prova a salvarti dalla mediocrità

Conoscete Paduano? Non ancora?

Beh, allora è arrivato il momento di rimediare alla mancanza: è uscito in questi giorni “Oltre”, il secondo disco del cantautore, conferma dell’estro poetico di una penna da seguire con molta attenzione. 

Sei tracce che si susseguono con leggerezza e profondità, provando a raccontare un mondo interiore che in Paduano si apre alla collettività, alla narrazione comunitaria: c’è una sensazione di condivisione che s’innalza dalla scrittura intima dell’artista, in un connubio riuscito fra personale e generazionale, con un occhio di riguardo per quella generazione, appunto, di trentenni in cerca di riferimenti persi tra i fumi del millenium bug, e della nostra diseducazione sentimentale (sì, di questa collettività fa parte anche il sottoscritto quindi la recensione è ancora più accorata).

Tutte le canzoni sembrano riflettere su dubbi condivisi, con parole selezionate e affilate con la lima, in linea con le pretese poetiche di una penna che sa incidere, e ricucire con attenzione: c’è una chirurgica attenzione ai dettagli, in “Oltre”, che conferma quanto di buono si muova silenziosamente nel sottobosco italiano, al riparo da riflettori che, il più delle volte, sembrano bruciare il talento come falene contro i neon.

Invece Paduano riesce nel suo cono d’ombra ad illuminare tutti i punti interrogativi, lavorando al sicuro da pretese di mercato che non lo sfiorano, permettendogli – almeno per ora: non possiamo che augurargli il successo, e banchi di prova ancor più intensi per la sua “integrità” – di tirar fuori dal cilindro un’opera sincera, coerente, complessa e allo stesso tempo capace di arrivare a tutti. 

Sei canzoni che raccontano la complessità delle relazioni, dell’accettare il tempo che passa e di provare a non farsi soffocare dal turbinio del presente: un invito al silenzio, alla riflessione, a prendersi il tempo di “perdere tempo” ma in modo intelligente, con spirito autocritico e stile intellettuale. Un lavoro prezioso, che possiede i suoi slanci pop (“Argini” e “Buccia d’arancia” su tutti) senza mai perdere il contatto poetico con una materia durissima come il diamante, che traspare tra le pieghe di un disco ben prodotto e ben orchestrato. 

Una conferma su un talento da non perdere d’occhio, e nel caso da scoprire. Custodendolo con gelosa attenzione. 

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Indie Pop

La “Silhouette” di Buonforte è quella di tutti noi

Buonforte è un artista a tutto tondo, che non conoscevamo e che non abbiamo potuto fare a meno di apprezzare fin dal primo ascolto del suo disco d’esordio “Silhouette”, un lavoro denso e ben fatto, costruito sull’equilibrio efficace che separa (e unisce) pop e canzone d’autore, senza mai concedersi cali di tensione né di eleganza.

Un’opera efficace a fungere, allo stesso tempo, da manifesto generazionale e confessione personale, aprendo uno spiraglio su un’intimità fatta di piccole cose che spalancano allo stesso tempo riflessioni sui dubbi esistenziali che ognuno di noi si pone tutti i gironi: dall’amore, al senso delle cose passando attraverso la ricerca di sé stessi. E in effetti, è proprio questo che “Silhouette”, come il titolo stesso dell’album sembra volerci dire, vuole provare a fare: ridisegnare cioè i contorni di una sensibilità profonda, e allo stesso tempo desiderosa di superficie e leggerezza.

Le canzoni del disco si rincorrono incalzando l’ascoltatore in un viaggio che passa attraverso i dubbi e le certezze di Buonforte, ammantate di una musicalità che riesce a conciliare perfettamente il desiderio di ricerca poetica dell’artista con una propensione più che evidente alla melodia e al lirismo: la profondità autorale non cede il passo ad una “popizzazione” scriteriata, piuttosto è la chiave leggera scelta da Altrove (produttore di punta della scena indipendente nazionale, che ha lavorato negli anni con artisti del calibro di cmqmartina, svegliaginevra e altri) ad enfatizzare e a rendere “di tutti” il senso di un lavoro che rischiava di incagliarsi nella sua poeticità.

Silhouette”, invece, arriva al grande pubblico con immediatezza e concretezza, come solo quelli bravi davvero sanno fare: dentro, c’è la vita di Gabriele, che forse (anzi, certamente) può assomigliare alla vita di tanti, se non di tutti.

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Indie Pop

Annusa “Fiore” di Artegiani e scoprirai il profumo della nuova canzone d’autore

Conoscete ormai di sicuro Giovanni Artegiani, perché nel corso degli ultimi anni abbiamo avuto modo più volte di parlarvene e di raccontarvi la sua musica.

Giovanni, in effetti, ci è sempre piaciuto, a noi redattori implacabili, per la sua capacità di rimanere coerente ad un’idea di scrittura che nel tempo ha saputo esplorare confini diversi, ma sempre mantenendosi fedele ai suoi rigorosi parametri estetici e poetici: un dono, quello di Artegiani, che si coniuga con una predisposizione vocale interessante, grazie a un timbro che arricchisce di spessore parole scelte appositamente per depositarsi sul fondo del cuore.

Canzoni, come direbbe lui, che possano raggiungerci ovunque siamo, alla ricerca di una dimensione di intimità che diventa collettiva fin dal primo play: con uno slancio quasi un po’ blanchito, Giovanni dedica al suo amore distruttivo e allo stesso tempo angelico l’invettiva piena d’amore di “Faccia d’angelo”, che fa il paio con altri due brani, “Tu in riva al mare” e “Quando amore non è”, che provano a raccontare l’amore (in un disco che parla d’amore) in modo un po’ diverso dal solito.

Naturalmente, come per ogni cantuatore che si rispetti anche per Artegiani l’amore viene visto nel modo meno “definibile” possibile, finendo con l’assomigliare, tutto il disco intendo, ad un prisma di rifrazione attraverso il quale Giovanni proietta le sue sicurezze ma soprattutto le sue insicurezze: un tuffo in mare aperto che mozza il respiro e lascia l’ascoltatore ad immergersi verso apnee nuove, che ricordano vecchi dolori con parole diverse, finalmente giuste.

“Guardingo” diventa così un manifesto personale che ben si adatta a tutti coloro che hanno capito che abbassare la guardia può essere fatale, ma che nonostante tutto non smettono di amare con dedizione e sacrificio; “Fiore” è la dichiarazione d’amore che non ti aspetti e che giustamente dà il nome all’intero lavoro di Giovanni, spiccando per produzione pop e slancio melodico.

Un lavoro denso, frutto di anni di ricerca e dedizione, che proietta Artegiani verso un live che confidiamo possa restituire tutta la dimensione emotiva di un disco che vale, almeno quanto un “Fiore”.

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Indie Intervista Pop

Se premi play su “Conchiglie” di Beca puoi sentire la voce del mare

Di Beca avevamo avuto modo di parlarvi giusto qualche settimana fa, all’uscita del suo singolo “Aurora”: lo stile genuino e vero dell’artista toscano ci aveva subito conquistato per spontaneità e pathos, regalandoci una buona alternativa ai singoli melensi e tutta plastica del venerdì.

Ovviamente, quando ha visto la luce, qualche settimana fa, il suo disco d’esordio ci siamo presi l’impegno con noi stessi di non perderci l’occasione di potergli fare qualche domanda: abbiamo parlato di “Conchiglie“, il suo disco d’esordio per La Rue Music Records, di amore e del mare di Viareggio; insomma, gli ingredienti sono quelli giusti per una buona chiacchierata.

Ciao Beca, piacere di ritrovarti. Ti abbiamo scoperto qualche settimana fa con “Aurora”, e subito ci aveva convinto il tuo piglio autorale capace allo stesso tempo di ammantarsi di un’ottima spinta melodica e pop. Chi è Beca, per chi ancora non lo conoscesse?

Beca è un ragazzo con una sfrenata passione per la musica, talmente sfrenata che ha avuto la malsana idea di volerla trasformare in un lavoro, e che quindi adesso sta affrontando tutte le difficoltà di un artista emergente. Beca scrive pezzi fortemente autobiografici, segnati indelebilmente da influenze proveniente dalla musica leggera e dal cantautorato italiano.

Come ti avvicini alla musica? Quali sono i primi passi che hai compiuto in questo mondo?

Il mio primo scontro con la musica è avvenuto a undici anni quando ho imbracciato per la prima volta una chitarra. Con questo strumento ho avuto degli alti e bassi durante la mia adolescenza, talvolta l’ho considerata troppo poco. Nonostante tutto però lei è rimasta lì, nel frattempo mi sono appassionato al canto e, infine stanco di relegarmi alle canzoni di altri autori, ho deciso di buttarmi nella scrittura.

Vieni da Viareggio, città musicalmente e culturalmente ricca di progetti interessanti. Come vivi il tuo rapporto con la provincia? Che relazione hai con la scena della tua città, e cosa ne pensi?

Recentemente dalla Versilia sono usciti un sacco di artisti validi soprattutto nel panorama indie. Sono molto fiero del fatto che band e artisti locali, con i quali sono legato soprattutto da un rapporto di amicizia, stiano riuscendo a prendersi delle belle soddisfazioni grazie alla loro musica.

Aurora” aveva già fatto capire al tuo pubblico che il “nuovo” Beca avrebbe dato all’elemento acquatico un valore importante… oggi “Conchiglie” conferma questa sensazione: quanto “mare” c’è, dentro il tuo album di debutto?

Il mare ha un valore centrale non solo nei miei lavori e nel mio lato artistico, ma incide tantissimo anche nella mia quotidianità. Solo la sensazione di sentire la salsedine nell’aria mi trasmette serenità e mi rendo conto di essere a casa.

Raccontaci i brani, passo dopo passo: esiste un filo rosso che li collega e li unisce, a livello concettuale?

C’è un filo conduttore che unisce i pezzi: sono tutti autobiografici, raccontano tutti diverse parti di me – le mie relazioni, le mie sensazioni e i miei percorsi mentali. Nonostante ciò, ho voluto sottolineare fin dalla scelta del titolo dell’album che ascoltarlo è come raccogliere le conchiglie sulla battigia. Certo sono tutte conchiglie, ma ognuna ti colpisce per un particolare (un contesto, una frase) che la rende diversa e speciale di fronte all’ascoltatore.

Hai lavorato con Nicola Baronti: che tipo di collaborazione è stata la vostra? Come vi siete conosciuti e avvicinati?

Ci siamo conosciuti quando venne invitato a fare il giudice al Viareggio Music Festival. Decidemmo di produrre un brano insieme e di lì nacque una collaborazione che dura tutt’oggi: con Nicola mi trovo molto bene e spero di affidare a lui anche i prossimi lavori. È una persona che fa crescere molto, sia a livello artistico che non.

Salutiamoci, ma prima rivelaci cosa farà Beca, ora che i giochi sono fatti!

Ora c’è solo una cosa da fare: suonare il disco live!

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Internazionale

Musica per risorgere: alla scoperta dell’esordio di Lazzaro

Lazzaro è uno che, ormai, dovresti conoscere bene – almeno, se siete rimasti collegati, negli ultimi mesi, con la musica che vale: sì, perché nel giro di poche settimane il talento toscano è riuscito a farsi strada nel mondo arzigogolato e confusionario della discografia nazionale con un disco dalle sfumature complesse, sospese tra il post-rock e un’idea di elettronica che cerca costantemente la propria identità autorale.

La scrittura è quella dei cantautori, ma l’approccio alla produzione è quasi maniacalmente devoto ad un’idea di linguaggio che si avvicina alla performance, all’art-rock: una discesa negli Inferi (andata e ritorno, ascoltate il disco e capirete) che ammicca al glam senza contemporaneamente perdere d’essenza.

Insomma, un lavoro che meritava certamente un doppio (triplo!) ascolto e una chiacchierata a tu per tu con Lazzaro, per parlare di lui, del suo omonimo disco d’esordio e del futuro possibile di una Canzone sempre più in carenza di risorse e nuovi stimoli.

Benvenuto su Perindiepoi, Lazzaro. Abbiamo seguito il percorso dei tuoi singoli e ci aspettavamo un ottimo disco di debutto: siamo ancora più felici, quindi, di poterti fare oggi qualche domanda su “Lazzaro”. Per prima cosa, come stai e come stai vivendo questo momento? 

Ciao e grazie per l’invito! Avevo già sperimentato che sensazione si provasse con l’uscita dei primi due singoli, ma con il disco è tutto un altro discorso. Si parla di un primo disco, che ha occupato gli ultimi due anni ed è costato tanto lavoro: è un bel sospiro di sollievo vederlo finalmente fuori.

Non è stato un percorso semplice, immaginiamo dalla portata dei brani e dal lavoro che c’è stato dietro, quello che ha portato alla pubblicazione del disco. Si parla sempre dei momenti belli, ma anche i momenti brutti diventano essenziali nella crescita dell’artista: quali sono gli ostacoli che pensi essere stati più gravosi, nel tuo percorso da indipendente?

La musica indipendente è viva e ha voglia di fare, ma come ogni realtà indipendente ha i suoi limiti. Io mi sento abbastanza fortunato perché, pur non avendo un background da musicista, ho trovato subito piccole realtà di zona che mi hanno aiutato molto fin da subito. Ovviamente il problema principale è il vil danaro, che può essere usato in cambio di beni e servizi (migliori).

La collaborazione con Nicola Baronti è certamente risultata centrale nella resa di un disco dal forte piglio elettronico. Come vi siete conosciuti, come è nato il rapporto fra voi?

Ci siamo conosciuti in studio mentre stava lavorando al disco di Elemento Umano, Via Casabella 11. Era la prima volta che entravo in uno studio professionale: tutto fighissimo. Poi a cena parlammo del mio disco e fissammo una giornata di ascolti per conoscersi. Da lì iniziammo a lavorare alle pre-produzioni che avevo fatto in soffitta, fissando prima i punti chiave dei brani per poi passare all’arrangiamento, le incisioni e infine la produzione. Questi due anni sono stati anche una scuola per me, ho imparato parecchio guardandolo lavorare. Insomma, una bella storia.

Nove tracce che appaiono come fiori che si appoggiano sulla superficie di una pozzanghera, contaminando la propria purezza con una certa dose di “noise” esistenziale: c’è una visione esistenziale in “Lazzaro” che è impossibile non notare. Ma insomma, una “resurrezione”, dalla distopia del “vivere quotidiano”, esiste? C’è una via di fuga? Nel disco parli spesso di “prospettive”.

Io non credo nelle storie eccezionali, sebbene porti il nome di una di queste. Con questo disco ho cercato di evitarlo a mio modo, attraverso un mio immaginario, ma è anche vero che i brani sono nati e stati scritti nel quotidiano: a lavoro, in macchina, a letto. È un cane che si morde la coda. Visto che evidentemente non si può sfuggire al quotidiano, l’unico trucco che abbiamo è lavorare di prospettiva.

In mezzo a tante cose che finiscono, qualcuna sembra resistere. È solo moda, ciò che resta, o c’è di più? Che spazio trova l’amore, in “Lazzaro”? 

Lazzaro ama amare e negli ultimi anni ha imparato anche ad amarsi di più. Nel disco in realtà, per quanto intriso di malessere, c’è spazio anche per l’amore. “Pulviscolo” è la classica storia che finisce (la canzone dell’amore felice l’ho scritta in seguito), ma c’è amore anche in “Bellissima”, amore materno. Non per ultimo Lazzaro ama la vita, e questo si dovrebbe intuire un po’ in tutti i brani, in alcuni meglio che in altri, ma soprattutto dal nome, che vorrebbe essere già una dichiarazione d’intenti.

Ci sono dei brani nel disco che sembrano davvero cinematici, quasi avvolti in una nebbia che non li abbandona mai, quasi in uno scenario post-apocalittico. Che cos’è questa “fumo” un po’ distorto, un po’ abbacinante che lega tutte le tracce di “Lazzaro”?

È uno dei punti in comune che ho trovato con Nicola Baronti, ossia la passione per il cinema. Io stesso quando scrivo cerco di tirare fuori quante più immagini utili a quello che è il tema del brano, a volte sono le immagini stesse a suggerire il tema. L’esempio lampante è “Stupida”, dove sono partito con una piccola pre-produzione appena abbozzata di loop di chitarra in reverse molto arabeggiante, che già evocava un preciso scenario. Infatti la coda finale del brano è proprio un piano-sequenza dall’alto su una rivolta che si consuma.

E ora? Che succederà al progetto Lazzaro, quali sono i prossimi step del percorso?

Adesso cercherò di portare live il più possibile questo disco, vi anticipo la data del 4 Marzo all’Ottobit, dove festeggeremo per la prima volta l’uscita dell’album. C’è già un piccolo calendario di live che non vedo l’ora di annunciare.

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Indie Pop

Dieci fotografie che si possono cantare: il disco d’esordio di Aliperti

Aliperti è un nome che abbiamo scoperto recentemente, quando qualche settimana fa arrivò in redazione la proposta di “Vintage”, il suo ultimo singolo prima della pubblicazione d’un disco d’esordio compatto, ben scritto e – se siam qui a parlarne – capace di catturare la nostra attenzione sin dal titolo: “Camera Oscura” (Formica Dischi) è una delle più belle “fotografie” che Aliperti potesse scattare all’ispirazione genuina di un progetto da tenere d’occhio, e con attenzione.

Sì, perché in “Camera Oscura”, attraverso la sua densa tracklist, prendono forma mondi musicali resi omogenei da una produzione curata con identità e “coerenza” (qualità, questa, della quale spesso rimangono orfane le pubblicazioni discografiche contemporanee, tutte votate a ragionare “singolo per singolo” a discapito di una compattezza sonora e poetica) ma, allo stesso tempo, dotati di immagini tali da renderli “unici”: dieci piccole isole che, pur facendo parte di un preciso arcipelago, celano sorprese e atmosfere diverse. 

Basti pensare al taglio pop dei singoli pubblicati, che si completano idealmente con “Zaino” (singolo “pitchato” con il disco) nella direzione di un mainstream di estrema qualità, pensato – almeno, così pare – per essere “suonato” senza rimanere incastrato nella volatilità digitale: ci auguriamo, in questo senso, di riuscire presto a goderci Aliperti anche dal vivo, perché i presupposti ci sono tutti per presumere uno show all’altezza delle aspettative. 

La radice cantautorale, quella che ricerca l’immagine poetica con la stessa dedizione di un setacciatore d’oro, emerge invece in brani più “autonomi”, quasi monadici, come “Sonno” o “Gonfiabile” o “Oscar”, capaci  regalano cartoline ben precise di momenti che finiscono col stamparsi nella memoria visiva di tutti. Anche se, ovviamente, solo Aliperti sa ciò che ha visto, vissuto e provato in quei momenti d’infanzia che paiono permeare così profondamente la struttura di “Camera Oscura”: eppure, la magia della scrittura rende la parola “strumento esplosivo”, capace di conflagrare – quando ben scelta, e ben posizionata – nella testa di chi ascolta con coscienza.

Ovviamente, l’ascolto di “Camera Oscura” pretende alla base un attenzione che l’ascoltatore deve conquistare, per non finire preda di una liquidità che a tutto toglie valore; tuttavia, anche l’ascolto “leggero” del primo disco di Aliperti non dispiace, perché la cura del particolare porta il prodotto finale (ah, che male ci fa utilizzare, per brevitas, questa definizione ingrata…) ad essere non solo ottimo spunto “culturale” (perché l’approccio di Aliperti è quello del cantautore, ed è innegabile) ma anche “oggetto” ben posizionabile su un mercato che, oggi più che mai, ha un disperato bisogno di rinnovarsi nei valori. 

Noi, almeno, ci crediamo.