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Anteprima Comunicato stampa Indie rock

“Bruciati dal sole”: crescere senza nostalgia, restando esposti

C’è un momento preciso, in “Bruciati dal sole”, in cui tutto smette di essere ricordo e diventa presente. Non è un passaggio dichiarato, ma una linea sottile che gli Stain attraversano scegliendo per la prima volta l’italiano: una lingua che qui non è solo mezzo, ma spazio. Uno spazio più vicino, più esposto, dove le immagini non si filtrano, ma semplicemente arrivano.

Il Sud Italia non è sfondo, è materia viva. Si sente nella pelle appiccicata dopo il tramonto, nelle estati che sembrano infinite finché non finiscono davvero, in quel movimento costante tra il voler andare via e il restare. Il nuovo album tiene insieme questa tensione senza risolverla, lasciandola vibrare lungo tutti e sette i brani.

Non c’è nostalgia compiacente, ed è forse la scelta più forte del disco. L’infanzia non viene idealizzata, ma osservata da vicino: “Aquiloni” la racconta con lucidità, mentre il tempo scorre senza chiedere permesso. “Aria” apre come una soglia, sospesa tra immaginazione e realtà, e già suggerisce che questo è un disco di passaggi, più che di punti fermi.

Quando il racconto si fa più intimo, gli Stain non cercano rifugio. “Cherosene” lascia emergere il vuoto dopo una fine, senza riempirlo. “Cannella” e “Credevo di aver vinto” lavorano sulle crepe, su quella consapevolezza che arriva sempre un attimo dopo, quando le cose sono già cambiate. Poi “Siamo animali” allarga lo sguardo: non più solo individuale, ma collettivo, istintivo, quasi primordiale.

La title track chiude il cerchio senza davvero chiuderlo. Riporta tutto dentro un’immagine luminosa ma instabile, dove l’infanzia è già attraversata da ciò che verrà. È qui che il titolo trova il suo senso più pieno: essere “bruciati dal sole” significa anche esporsi, restare senza protezione davanti a qualcosa che non si può ancora mettere a fuoco.

Sul piano sonoro, il disco si muove in un indie rock che guarda lontano ma resta compatto. Le chitarre costruiscono la struttura, mentre synth e riverberi anni ’80 aprono spazi più larghi, senza mai disperdere la direzione. C’è equilibrio tra immediatezza e ricerca, tra melodia e stratificazione, e soprattutto una coerenza che tiene insieme tutto il lavoro.

“Bruciati dal sole” è un album che non vuole tornare indietro, ma nemmeno a tagliare i ponti. Sta esattamente in mezzo: raccoglie, rilegge, espone. E in questo stare sospeso, trova la sua forma più sincera.

Gli Stain vengono da Bari e si definiscono “post-teenage rock”: in pratica un alt-rock che fa i conti con il diventare grandi. La loro musica è crescita, fratture, passaggi obbligati: non sei più quello di prima, ma non sai ancora cosa diventerai. Il loro suono è diretto ed emotivo, sempre urgente, ma negli anni ha acquisito consapevolezza e voglia di sperimentare.

Attivi dal 2016, si fanno notare subito vincendo due concorsi regionali e conquistando il premio di Miglior Band Originale e il Premio della Critica al Tour Music Fest. Nel 2018 esce “Zeus”, debutto che li porta in tour per oltre 30 date in Italia e su palchi come il Medimex (aprendo per Bryan Ferry) e il SIM São Paulo. Con “Kindergarten” (2021), registrato in un asilo degli anni ’30, gli Stain segnano una svolta: un disco in cui energia e introspezione convivono, e l’infanzia diventa simbolo di fragilità irrisolta più che di conforto. Il tour li porta fino al Sziget Festival 2022. Nel 2023 arriva “Kindergarten Part II”, espansione del mondo del primo capitolo e conferma della loro forza live, tra club e festival indipendenti come Cinzella, Distorsioni Fest e KeepOn Live Fest. Nello stesso anno vincono il contest nazionale Musica Da Bere a Brescia, ribadendo la loro presenza scenica. Nel 2025 si aprono all’internazionale, con date all’estero e partecipazione allo Ship Festival in Croazia.

Ad aprile 2026 pubblicano per Mosho Dischi il nuovo album “Bruciati dal sole”, il primo interamente in italiano, anticipato dai singoli “Cherosene” (16/01), “Siamo Animali” (13/02) e “Aquiloni” (20/03).

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Fonte: RC Waves

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Anteprima Comunicato stampa Indie rock

Quando tutto finisce, a Mammaliturchi resta solo la tenerezza

Ci sono dischi che raccontano la fine, e poi ci sono dischi che si fermano un passo dopo. “Solo la tenerezza” sta esattamente lì: nel momento in cui tutto si è già consumato, ma qualcosa continua a restare, anche se non sai bene perché. Le relazioni si svuotano, i ricordi si sfilacciano, prima quelli più dolorosi, poi anche quelli felici. E quando il rumore si spegne, quello che rimane non è una risposta, ma una traccia.

Mammaliturchi costruisce un lavoro che evita qualsiasi tentazione narrativa troppo netta. Non c’è catarsi, non c’è chiusura: c’è piuttosto una distanza consapevole, uno sguardo che osserva senza intervenire. I brani di “Solo la tenerezza” sembrano nascere ai margini dell’esperienza, come se raccontare fosse l’unico modo possibile per tenere insieme i pezzi senza doverli per forza spiegare.

È un album che lavora per sottrazione. Toglie, lima, asciuga. E proprio in questo processo trova la sua forza: nel non voler riempire il vuoto, ma nel provarne a descrivere i contorni.

La title track è il punto di equilibrio – ma anche il manifesto dell’album. Ridotta all’essenziale, attraversa il passato senza risolverlo, lasciando emergere immagini intime e pensieri sospesi. Non cerca di ricostruire ciò che è stato, né di dargli un senso definitivo. Si limita a restare, come fa quella tenerezza sottile che dà il nome al disco: fragile, quasi fuori posto, ma ancora lì.

Mammaliturchi è Alfredo De Luca, cantautore classe ’92, forse romano, forse siciliano o magari nessuna delle due.
Dopo un’infanzia apolide tra Italia e Turchia, si trasferisce a Roma dove inizia a suonare in diverse formazioni. Nel 2018 si stabilisce a Santiago del Cile e inizia ad esibirsi con live set di musica elettronica e comincia a scrivere e registrare le sue prime canzoni, mentre approfondisce la conoscenza dei maestri della musica italiana e si appassiona al rock argentino/cileno.
Nel 2020 fa ritorno in Italia dove, parallelamente alla sua professione di scenografo, registra e produce il suo primo album “Marsa”. Quattro anni dopo, i singoli “Alfredo / Una lingua a tua scelta” e “Melina / Tutto questo ti ucciderà” anticipano l’album “Solo la tenerezza”.

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Comunicato stampa Indie Pop

“Nello Specchio”: Martina Gil e il coraggio di guardarsi dentro

Ci sono dischi d’esordio che cercano una direzione, e altri che nascono già come un gesto preciso. “Nello Specchio” di Martina Gil appartiene alla seconda categoria: quattro brani che non provano a dimostrare qualcosa, ma piuttosto a mettere a fuoco uno stato emotivo. Un autoritratto in divenire, costruito nel momento stesso in cui prende forma.

Il progetto si sviluppa attorno a un’idea semplice e inevitabile: guardarsi dentro. Ma quello che emerge non è mai lineare. Le canzoni si muovono tra relazioni che si incrinano, ricordi che tornano a galla e una quotidianità attraversata da inquietudini sottili. La scrittura alterna immagini dirette ad aperture più evocative, mantenendo sempre una tensione tra ciò che viene detto e ciò che resta sospeso.

All’interno di questo percorso, “Domenica” diventa uno dei punti più esposti. Qui la solitudine prende corpo in modo netto, legata alla fine di un legame e a quel vuoto che non si lascia riempire facilmente. Il brano si costruisce su una consapevolezza disarmante: non è vero che si dimentica davvero, si impara piuttosto a raccontarselo. Tra strofe intime e un ritornello che si apre senza protezioni, Martina Gil intercetta una fragilità condivisa, trasformandola in qualcosa di riconoscibile.

È proprio in questa capacità di stare dentro le crepe che Martina Gil trova il suo equilibrio. Il peso delle assenze, la difficoltà di riconoscersi dopo una perdita, la paura di restare soli nei momenti più sospesi: tutto convive senza mai cercare una sintesi forzata. Accanto, si intravede uno sguardo più lucido, quasi disincantato, che prova a fare i conti con la realtà senza smussarne gli angoli.

Con questo primo EP, Martina Gil non offre risposte, ma traccia una mappa emotiva essenziale.
Un punto fermo da cui partire, mentre il racconto – inevitabilmente – continua a cambiare forma.

Martina Gil è il progetto musicale di Martina Gandelli, talento emergente dell’indie-pop italiano classe 2003. La sua musica intreccia malinconia e dolcezza, creando brani che restano impressi.
Grazie all’incontro con la sua attuale band, composta da Francesca Bertola (batteria), Alessandro Monfroglio (chitarra elettrica) e Alberto Giovagnoli (basso), Martina ha trovato la chiave per portare il suo progetto musicale verso nuove sonorità, mescolando il cantautorato classico con sfumature indie moderne. Questa fusione crea un’identità musicale unica, capace di connettersi con il pubblico in modo diretto e sincero.
A marzo 2026, pubblica il suo primo EP “Nello Specchio”, la cui uscita è stata anticipata dal singolo “Domenica”.

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Comunicato stampa Pop rock

Secondo e il coraggio di guardare dentro “La Scatola”

Più che un semplice EP, “La Scatola” si presenta come un attraversamento lucido e senza protezioni dentro quella zona d’ombra che accompagna l’ingresso nell’età adulta. Non c’è alcuna ricerca di ordine: al contrario, il lavoro accoglie il disallineamento, le contraddizioni e le fratture personali come parte integrante del processo di crescita. Il tempo che avanza, i rapporti che mutano pelle e il peso silenzioso delle aspettative diventano materia narrativa, insieme a quel confronto continuo – e spesso scomodo – con la propria coscienza. Il racconto di Secondo si muove tra insonnie, frasi rimaste sospese e ritorni ciclici del senso di colpa, restituendo l’immagine di un’identità in costruzione che prova, inciampa e riparte, cercando una forma possibile di autoassoluzione mentre tutto intorno pretende certezze. La scrittura alterna dettagli quotidiani e derive mentali, confessioni quasi domestiche e flussi interiori più inquieti, dando voce a una generazione bloccata tra il desiderio di essere compresa e la difficoltà di raccontarsi davvero.

Fragilità e autocritica convivono con la paura di crescere e la necessità di restare fedeli a ciò che si è. Non c’è alcuna consolazione facile in queste tracce: il nuovo EP sceglie piuttosto la strada dell’ammissione, del riconoscere i propri limiti, del chiedere scusa, del restare svegli a fare i conti con sé stessi quando tutto tace. In questa prospettiva, “La Scatola” diventa un luogo mentale chiuso ma indispensabile: un contenitore di ricordi, errori, affetti e rimpianti che non chiede di essere svuotato subito, ma di essere aperto solo quando si trova il coraggio di guardare davvero cosa custodisce.

Secondo nasce da un gioco di significati: è il secondogenito, ma anche la figura che resta nell’ombra, indispensabile e silenziosa, come un secondo nel tempo – fugace, invisibile, eppure essenziale. Il progetto prende vita nel 2018, quando, dopo anni da corista e musicista al servizio di altri artisti, sceglie di mettersi in primo piano per scoprire sé stesso attraverso la musica. Le sue canzoni nascono dal desiderio di dare voce a emozioni comuni ma spesso taciute, con parole semplici che diventano universali. Musicalmente, il suo mondo intreccia cantautorato classico, rock, suggestioni popolari napoletane e una certa solennità liturgica, in un equilibrio tra immediatezza e profondità.

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Comunicato stampa Pop Rap

“Boe sulla Fune” è il nuovo EP di Leo Fulcro

Arriva il secondo episodio del racconto di Boe, il ragazzo sulla Terra. In “Boe sulla Fune” il protagonista – figura a metà strada tra l’immaginario di Roald Dahl e quello di Saint-Exupéry, ma cresciuto a Roma Est – decide di spostare lo sguardo e osservare un pianeta affaticato da una posizione precaria, instabile, sospesa.

Leo Fulcro immagina Boe mentre cammina nel vuoto, ispirandosi a Philippe Petit, l’artista che rese celebre il suo passaggio illegale su un cavo d’acciaio teso tra le Torri Gemelle. Da qui prende forma una traversata in aria sopra una città in continuo movimento: un gesto silenzioso, quasi intimo, che attraversa la distanza e restituisce la fragilità dell’equilibrio, della solitudine, dello stare lontani.

Musicalmente, l’EP intreccia rap old school e codici più attuali. Ritornelli dal passo leggero e ballabile dialogano con strofe più taglienti, mentre la scrittura resta lucida, obliqua, attenta al presente. “Boe sulla Fune” diventa così una prova di bilanciamento tra leggerezza e necessità, un racconto in bilico che tenta di restare in piedi sopra il frastuono del mondo.

Leo Fulcro nasce a Roma nel 2018 come progetto collettivo che connette fin da subito varie discipline artistiche: dalla street art alla poesia, dal teatro alla musica. Nel primo anno escono due mixtape in forma indipendente, a seguito dei quali vengono pubblicati degli opuscoli di poesie, realizzate delle opere di street art a Roma, Ravenna e Parigi e infine portato in scena il monologo originale “Scegli Me”. Dalla collaborazione tra Dost e Leo Fulcro nasce un’attenzione maggiore alla musica: escono tre singoli tra il 2019 e il 2020 per poi arrivare alla lavorazione di un progetto più corposo: Salmoni EP.
Dopo un anno di lavorazione, nel 2021 esce il suo primo album Il Mondo Che Cambia.
La costante ricerca artistica di Leo Fulcro prosegue con la pubblicazione degli EP “Boy On Earth” (2023), “Il cuore un po’ più grande” (2024) e “Boe sulla Fune” (2026).

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Comunicato stampa Pop

Il primo giorno del resto della vita di Cala Cala

“Il Primo Giorno Del Resto Della Mia Vita” è il nuovo EP di Cala Cala pubblicato da Macro Beats e distribuito da Artist First. Sei brani che intrecciano suggestioni R&B, soul ed elettroniche con una scrittura che affonda le radici nella grande tradizione della musica italiana, riletta attraverso uno sguardo pienamente contemporaneo. L’EP di esordio prende forma come una vera dichiarazione d’intenti che restituisce il ritratto di una generazione sospesa: la paura del futuro, l’instabilità del presente, il desiderio di esporsi e scegliere anche quando le certezze mancano.

La produzione curata da Macro Marco valorizza un cantautorato pop diretto e senza filtri, capace di arrivare subito senza rinunciare alla profondità. Più che un traguardo, “Il primo giorno del resto della mia vita” è un punto di partenza: un racconto sincero di chi decide di mettersi in gioco, trasformando la fragilità in materia narrativa e musicale.

Cala Cala, al secolo Giuseppe Mazarese, è uno dei prospetti più interessanti in casa Macro Beats.

Classe 2000, cantautore, beatmaker, producer e poli-strumentista, nella sua musica ci sono i tratti distintivi della sua età, i colori e le radici della sua terra (la Sicilia), i primi riflessi del suo talento.

Dal debutto con il primo singolo “Dritto a casa” (pubblicato nel 2021 con il supporto di Italia Music Lab, progetto lanciato da SIAE per sostenere gli artisti emergenti), fino ad arrivare a “MILIONI DI PROBLEMI” (2024), Cala Cala ha espresso idee chiare e voglia di affermare subito la propria identità sonora, spaziando a livello creativo tra virate R&B e soul, un flow che strizza l’occhio ai nuovi trend, superandoli, ed un’innata predisposizione nell’usare il linguaggio come parte integrante della melodia e della ritmica.

A gennaio 2026 pubblica l’EP “Il Primo Giorno Del Resto Della Mia Vita” (Macro Beats), anticipato dai singoli “Scalini del Portello” e “Boy Scout”.

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Comunicato stampa rock

Black Wojtyla: il nuovo album “Cardio” è davvero un colpo al cuore

È stato da poco pubblicato “Cardio”, il nuovo album dei Black Wojtyla che per lungo tempo abbiamo provato a catalogare, senza riuscirci: non è un disco funk, non è jazz, non è noise, non è psichedelico, ma è tutto questo messo insieme. L’utilizzo ricorrente di loop di basso e di tromba, insieme a nuove sperimentazioni vocali, amplia la gamma espressiva della band e apre a territori sonori inediti. Muovendosi liberamente tra generi differenti, ci viene da dire che si tratta di un lavoro sorprendentemente coeso nella sua essenza. 

Già dal titolo viene evocata un’idea di movimento e vitalità: “Cardio” richiama il battito che accelera, la pulsazione della batteria e il ritmo sostenuto dei brani. Ma “cardio” significa anche cuore, la sede delle emozioni, dell’amore e del dolore.
Un doppio significato che racconta bene l’anima dei Black Wojtyla, da sempre liberi di muoversi tra intensità e leggerezza. Nella loro musica convivono eccessi melodici e slanci performativi, armonizzazioni classiche, aperture al pop e incursioni nel kitsch vissute con autenticità, convinzione e una sottile ironia.

“Cardio” si muove come un organismo vivo, cresciuto lentamente nel tempo. I brani prendono forma in un arco di oltre due anni tra palchi, jam in sala prove e fasi di cesello minuzioso, lasciando emergere un metodo di lavoro che parte dall’istinto e arriva alla precisione. Ogni traccia nasce da una scintilla collettiva, alimentata dal dialogo costante tra i tre musicisti, fino a trovare quell’equilibrio raro in cui la complicità diventa linguaggio sonoro. È qui che si riconosce l’identità dei Black Wojtyla: una band che non si accontenta della comfort zone e sceglie di spingersi sempre un passo più in là, seguendo un impulso interno che pulsa, cresce e si rinnova.

Questo approccio trova una sintesi potente in “Giubileo”, uno dei momenti più emblematici del disco. Il brano richiama simbolicamente l’idea di sospensione e liberazione legata all’anno giubilare, ma lo fa ribaltandone l’attesa: l’ingresso è brusco, quasi esplosivo, con una partenza rock che apre la strada a un groove magnetico di basso e batteria. Il loop si ripete e si trasforma, accumulando energia fino a sfociare in una scarica drum’n’bass ad alta tensione. Poi, come dopo uno sforzo trattenuto, arriva la distensione: un finale soul-funk che lascia spazio a una melodia ampia e luminosa, guidata dalla voce senza parole di Marina Ladduca, capace di chiudere il cerchio con un senso di apertura e respiro.

I Black Wojtyla sono un trio strumentale composto da tromba, basso elettrico e batteria, nato e cresciuto nella scena musicale milanese.
La band si distingue per la scelta di non aderire a un unico genere musicale, attingendo liberamente da un repertorio sonoro sconfinato. Ne nasce un sound originale, spiazzante ma riconoscibile, caratterizzato da ritmiche martellanti e melodie che restano in testa.
Il trio esprime un’attitudine jazz e improvvisativa, costruendo sonorità complesse grazie a loop creati dal vivo, delay, distorsioni ed effetti, alternando parti vocali estemporanee ai brani strumentali.

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Misga: il nuovo album è davvero “Tutto da capire”

È uscito “Tutto da capire” (Mosho Dischi), il nuovo album attraverso cui Misga racconta la generazione dei trentenni che continua a inseguire la musica come un sogno troppo vivo per essere abbandonato. Un racconto intimo e collettivo dove convivono paure, errori, notti insonni e quella determinazione testarda che resiste anche quando tutto sembra crollare.

“Tutto da capire” è un viaggio interiore che si trasforma in ritratto generazionale, con affetti che si sgretolano, speranze che restano aggrappate al futuro e una domanda che ritorna come un mantra: ne vale davvero la pena?

Sul piano sonoro, Misga attraversa l’alternative pop contaminandolo con sfumature elettroniche: synth e arpeggiatori dialogano con chitarre e scrittura cantautorale, costruendo un equilibrio delicato tra radici e modernità. Atmosfere sospese e malinconiche si alternano a tensioni più fisiche e dirette, dove la cassa dritta incontra la nostalgia.

Ogni brano rappresenta una tappa di crescita: il vento del cambiamento, il confronto con la madre, il ritorno a casa, il desiderio di riscatto, fino ad arrivare all’accettazione che nasce quando smetti di pretendere risposte e inizi semplicemente ad ascoltare.
Come quando una festa finisce, la musica si abbassa e restano solo luci soffuse ed echi di risate, “Tutto da capire” è quello spazio sospeso in cui ti ritrovi da solo a guardare i resti di qualcosa di bello appena passato. È lì che riaffiora l’io bambino, quello convinto che bastasse un po’ di musica per rimettere tutto al proprio posto.
Perché crescere è davvero tutto da capire. E la musica, ancora una volta, prova a dirlo nel modo più sincero possibile.

Misga nasce come progetto cantautoriale e prende forma dal vivo nel 2014, aprendo i concerti di Après La Classe, Caparezza e Omar Pedrini, e poi esibendosi nei club di Berlino, Parigi e Bruxelles con Tommaso Paradiso.
Nel 2018 partecipa al tour teatrale “Tutto fa Broadway” di Pio e Amedeo e in finale del Premio De André. Nel 2020 è tra gli ospiti di “Sound Bocs”, residenza artistica a tema civile organizzata da Musica Contro le Mafie. Lo stesso anno si esibisce a Reset Festival. A seguire Misga diventa voce e chitarra dello spettacolo teatrale “Non mi trovo” di Pinuccio (Striscia la Notizia), per il quale ha scritto e cantato la sigla ufficiale.
Dopo sei anni di silenzio, nel 2025 Misga torna con il nuovo disco “Tutto da capire” (Mosho Dischi), reso possibile anche grazie al contributo di NUOVO IMAIE.

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De Relitti: il nuovo album “BLUFF” vuole essere tutto senza essere niente

È appena uscito “BLUFF”, il nuovo lavoro discografico di De Relitti, per Pioggia Rossa Dischi / Grancasino Records.
Undici brani uniti in quello che non è un concept album, anche se emerge un fil rouge che lega i brani in uno studio sull’amore e le sue contraddizioni: dall’odio alla morte, fino all’inganno. C’è l’amore irrazionale e leggero di “Niente di serio”, l’edonismo mascherato da amor proprio in “Date un premio a quest’uomo” e la malinconia struggente di “Au Revoir”, dove l’assenza e la memoria si fondono in un respiro musicale profondo e viscerale.
Registrato tra strumenti d’epoca e approcci contemporanei, “BLUFF” compone un vero e proprio bestiario delle nuove storie d’amore dei primi anni Venti, con arrangiamenti ricercati ma mai manieristici e un immaginario romanzesco, più maturo eppure sempre spiazzante.

“BLUFF” è un disco che vuole essere tutto senza essere niente; una notte fugace di cui ci si ricorda solo ogni tanto, ma per tutta la vita. Ordito con cura e lontano dalla logica del consumo veloce, è un progetto senza feat o grandi proclami: un album “caratterista”, come si dice degli attori.
Con questo album, De Relitti conferma la propria capacità di muoversi tra ironia e introspezione, creando una mappa emozionale in cui riconoscersi, perdersi o lasciarsi sorprendere. La canzone d’amore – grande assente nel primo disco dell’artista – diventa qui il fulcro del discorso, affrontato di petto e al limite dello studio clinico: l’amore analizzato e ricostruito come una messa in scena dalle molteplici sfumature, uno spazio densissimo, incastrato tra luce e ombra.

De Relitti è un’identità immaginata per navigare con disinvoltura tra disillusioni e provocazione. Le sue canzoni intrecciano influenze d’oltremanica e reminiscenze della grande canzone italiana degli anni ’60, raccontando storie di antieroi e introspezioni funamboliche.
Dopo esperienze tra Budapest, Madrid e Londra, prima come turnista e poi in band, torna a casa, si sceglie un cognome fittizio e debutta nel 2023 con “AHAHAH” (Pioggia Rossa Dischi). Il disco lo porta rapidamente al centro della scena indipendente, spingendolo a esibirsi al fianco di Zen Circus, Federico Dragogna, Zibba, Legno e Cecco & Cipo. Parallelamente, avvia un’intensa attività di produzione per altri artisti, affermandosi anche dietro le quinte.
Nel 2024 pubblica “TRAN TRAN”, un EP di sei tracce in cui continua a esplorare i confini tra sacro e profano, giocando con la chimera del retrò-moderno. Ma è con il nuovo album “BLUFF” che il progetto De Relitti compie il passo successivo: un bestiario delle nuove storie d’amore di questi primi anni venti.

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Indie Intervista Pop

Alice Caronna ci ha raccontato il suo nuovo singolo “Non c’è tempo”

“Non c’è tempo” è una canzone che nasce da una ferita condivisa: la precarietà del lavoro, con il suo peso silenzioso e le sue incertezze quotidiane. Da questa consapevolezza affiora una domanda più grande, che riguarda tutti: quanto ci riconosciamo davvero in ciò che facciamo?
Al centro del nuovo singolo di Alice Caronna resta un pensiero netto – “se la mia vita è solo il mio lavoro, sono già morto” – che diventa la scintilla per guardarsi dentro e misurare il valore del proprio tempo.
Non un inno rassegnato, ma un canto che dal buio si apre alla luce, trasformando malinconia in speranza e grinta.
Il brano si apre con i suoni di un cantiere, concreti e quotidiani, quasi a ricordarci che da quel rumore di fondo parte tutto. È una canzone vera, diretta, in cui ognuno può ritrovare un pezzo di sé e della propria lotta silenziosa. Un invito a fermarsi, a respirare, a non dimenticare che la vita vale più di ogni altra cosa.

“La vita è fatta di scambi e di interazioni col prossimo – ci racconta Alice Caronna – e mi chiedo perché la prima cosa che ci chiediamo quando ci conosciamo è “che lavoro fai” anziché “chi sei” o “come stai”. 
Ho paura che ci stiamo disabituando a vedere oltre e quindi mi chiedo: “Siamo davvero il lavoro che facciamo? Ci definiamo in base a come impegniamo il nostro tempo? E quanto vale davvero questo tempo?”

Bio
Alice Caronna è un’artista che ama le persone e la condivisione.
Vicina al cantautorato pop, le sue canzoni esistono per essere suonate dal vivo, per dare qualcosa alle persone e ricevere altrettanto.
Nel 2022 partecipa al concorso di Martelive e vince il premio Nuovo IMAIE, grazie al quale fa un tour in tutta Italia.
L’anno seguente pubblica l’album “In piedi” (Pioggia Rossa Dischi).
Nel 2025, Alice Caronna è finalista di concorsi come Music for change di Musica contro le mafie (in corso), “L’artista che non c’era”, “Premio Lunezia” (in corso), vincendo il premio per il miglior testo al Primigenia Music Awards e quello per la miglior interpretazione a Botteghe D’autore.
Nel corso degli anni, ha aperto concerti di artisti come Giancane, Emma Nolde, Galeffi, Willie Peyote, Ex Otago, Meg, Bambole di Pezza e Giorgieness.
Attualmente Alice è al lavoro sul suo terzo disco, di imminente pubblicazione.

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